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Full text of "Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri [dal 1766 al 1797]"

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Milano e Roma nella seconda metà del sec. XVIII 



Carteggio 

DI 

Pietro e di Alessandro Verri 

DAL 1766 AL 1797 

A CURA DI 

FRANCESCO NOVATl, EMANUELE GREPPI 

E DI ALESSANDRO GIULINI 




MILANO 
Casa Editrice L. F, Cogliati 

Corso Porta Romana. !4 

1919 



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in 2010 with funding from 

University of Toronto 



Iittp://www.arcliive.org/details/carteggiodipietr04verr 






Carteggio 

DI 

Pietro e di Alessandro Verri 



A CURA DI 

FRANCESCO NOVATI, EMAMUELE GREPPI 

E DI ALESSANDRO GIULINI 



VOLUME QUARTO 
OTTOBRE 1770-DICEMBRE 1771 



ti 



^'^'^l 




Prima edizione 

condotta colla scorta degli originali 

sotto gli ausmci della società storica lombarda 



MILANO 
Casa Editrice L. F. Coguati 

Cono Porta Romana, 14 

1919 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



INDICE DELLE TAVOLE. 



I. — La marchesa Margherita Boccapadule nata Spara- 

PANi Gentili. 

Dal quadro ad olio esistente presso don Urbano Del Drego Biscia 
Gentili dei principi di Antuni. 11 ritratto, assai finemente eseguito, è 
di scuola francese e rappresenta la marchesa Margherita in età non più 
giovanissima in atto di scoprire un quadro racchiudente una raccolta 
di farfalle. Inedito pag. 230 

II. — Ferdinando arciduca D'.A.USTRIA governatore e capitano ge- 

nerale della Lombardia Austriaca. 

Dalla Raccolta di ritraili della biblioteca Ambrosiana al n. 1 3984. 
Non porta il nome dell' incisore pag. 268 

III. — Maria beatrice Ricciarda d'Este arciduchessa di 

Austria, moglie del suddetto. 

Dalla Raccolta di ritraiti sopra ricordata al n. 6332. L'incisione 
qui riprodotta reca le sottoscrizioni : Salvator I^iada pinxit — Jacobus 
Mercorus. DDD pag. 261 



AVVERTENZA 



Questo quarto volume della corrispondenza fra Pietro ed 
yJlessandro Verri compare finalmente dopo una lunga attesa 
ed una giustificata impazienza di quanti hanno apprezzato quelli 
comparsi sinora e giustamente dolevansi che V opera sembrasse 
interrotta. 

Una disgrazia fatale per la nostra Società e i rivolgimenti 
della terribile guerra, nella quale siamo stati coinvolti, valgano 
però a farci perdonare un ritardo, che altrimenti sarebbe sem- 
brato inescusabile. 

Il nostro compianto presidente Francesco Movati aveva 
assunto la fatica della pubblicazione e delle note , che, come 
fu notato nel libro dedicato alla sua memoria, erano condotte 
con quella ampiezza e con quella profondità, che egli sapeva 
imprimere ad ogni sua manifestazione, tantoché spesso una nota 
sua, anche breve, corrispondeva ad una preziosa monografia ; 
se ne trovano ancora nella prima parte del nuovo volume, poiché 
ad esso Egli attese sino all'appressarsi della malattia, che lo 
condusse alla tomba. 

Al dolore pertanto si aggiunse in noi il timore che l'opera 
sua non potesse essere degnamente ripresa. Senonchè il collega 
nostro, il nostro vice- presidente conte Jllessandro Qiulini ci 
trasse dallo sconforto, in cui eravamo caduti, e dietro nostre vi- 
vissime insistenze, si accinse al gravissimo compito. Egli lo ha 
condotto a termine in tempo più breve di quanto avremmo osato 
sperare e la ricchezza delle note da lui aggiunte ci fa ritenere 
che il lettore non si accorgerà del passaggio dall'uno all'altro 
degli uomini egregi, che si sono assunti di far conoscere V am- 
biente entro il quale si muovevano i fratelli Verri, che chia- 



— VI — 

risce il loro pensiero, il quale è il pensiero italiano sopra un 
mondo, che cadeva ed un mondo, che sorse. 

Alla maggiore difficoltà altre sc ne aggiunsero di ordine 
economico e materiale, poiché lo stato di guerra rese assai più 
difficili e dispendiose le pubblicazioni. Noi pero abbiamo su- 
perato anche queste e speriamo di superarle anche in avve- 
nire, tantoché possiamo promettere entro un tempo relativa- 
mente breve la pubblicazione di due altri volumi. L' uno 
sarà il seguito di quello, che appare ora, l'altro porterà invece 
il numero primo, perchè riprodurrà quanto fu già pubblicato 
dal Casati e cioè la parte pili antica della corrispondenza. La 
pubblicazione del Casati, sebbene mutilata e imperfetta, era 
sembrata però tale da dare temporaneamente una nozione suf- 
ficiente, cosicché parve allora più opportuno affrontare subito 
quanto era interamente inedito, a costo anche di mantenere zop- 
picante una pubblicazione, che comincia soltanto al secondo 
Volume. 

Ci è parso però ora giunto il momento di rimediare a 
questo difetto, onde presto la pubblicazione si comporrà di cin- 
que volumi regolarmente susseguentisi e gli altri potranno ra- 
pidamente succedersi fino al complemento dell'opera. 

Noi siamo sicuri che la simpatia del pubblico, il favore 
dei mecenati renderà più agevole l'attuazione dei buoni propo- 
siti dell'editore e di noi. 

Il libro compare in un momento ancora tempestoso, ma 
non disdice alle preoccupazioni, ai sentimenti dei nostri tempi. 
Vi si impara a passare con animo forte dai tempi della pace 
ai tempi delle grandi agitazioni, mantenendo sempre un' assoluta 
devozione al pubblico bene e adattando i propri giudizi, la 
propria condotta alle mutazioni anche violenti delle circostanze. 

Quanto è dettato nel volume, che ora pubblichiamo, ri- 
sguarda ancora un tempo di pace, ma lampeggiano qua e là 
le preoccupazioni di più gravi problemi, che vi si vanno enume- 
rando. Le anime elette dei fratelli Verri ci guidino, ci ispirino 
nelle difficoltà, che noi stessi stiamo affrontando. 

Maggio 1919. 

Emanuele Qreppi. 



v\> 



Carteggi o 

DI 

Pietro e di Alessandro Verri 



I (341). 
Al Fratello. 



Milano, 3 ottobre 1770. 



Leggo tutta la tua amicizia e tutta la ragione nella tua 
lettera di quest'ordinario ('). lo, però, da vicino, vedo moltissime 
inconseguenze, a segno che non saprei mai pronosticare in 
vista de' principi apparenti del moto, quale sarà la curva che 
descriverà un corpo. O vi è una diversità di logica decisa, 
ovvero dobbiamo cadere nella opinione di due principi, buono 
e cattivo, che s'interpongono a vicenda. Questo è un fenomeno 
curioso a vedersi, e la sola legge che costantemente vedo se- 
guita si è questa, che mi fa pensare così. Quell'elemento di 
questa macchina, che a te più preme, s'è condotto con giu- 
dizio, dolcezza e flemma ; ne credere mai che la vivacità del 
sentimento sia trapelata, se non co' pochi suoi intimi amici '2). 
Ti avverto però di usare nelle tue lettere di cautela, perchè 
quella di quest'ordinario era troppo sincera. 

Ti ricorderai di monsieur Fort, compagno libraro di Rey- 
cends(3); egli s'è messo in capo che S. E. Firmian lo volesse 

(1) Ved. lett. del 26 settembre; Cari., v. Ili, p. 477 sg. 

(2) Allude, naturalmente, a sé medesimo. 

(3) La ditta Fratelli Reycends di Torino teneva aperto in quegli anni (e lo 
tenne per molto tempo ancora) un negozio nel cuore di Milano, e precisamente 
sotto il portico de' Figini. Cfr. Cart., v. Il, p. 58, e G. VERNAZZA DI FERNEY, 
'Dizion. dei Tipografi, ecc., Torino, 1859, p. 306. 



far mettere in prigione, e si è scaldata la testa a segno, che 
stava per passarsi il petto colla sua spada. La ferita non è 
mortale, perchè fu accidentalmente sorpreso e impedito sul 
colpo. 

Firmian gli deve mille doppie : sono venuti, giorni sono, 
a cercargli un libro da sua parte ; egli rispose con qualche 
vivacità : eccone la ragione. Oltre ciò il suo bibliotecario ha 
aperta bottega in concorrenza ('). Sono prove d'una morale 
certamente singolare. 

D'Alembert è a Ferney col Voltaire ; passerà le Alpi, e, 
in breve, si aspetta a Milano (2), Un certo giovane Mazzucchelli 

(1) Le parole Firmian-hottega sono in cifra nell'originale. Com'è ben noto, 
morto nel 1 782 il conte di Firmian, la sua copiosissima libreria venne de- 
scritta in più volumi (intitolati [Qibliotheca Firmiana, s/ve Thesaurus librorum 

quem Excell. Comes Carolus a Firmian magnis sumplibus collegii, Medio- 

lani, MDCCLXXXIII, Typ. Imperialis Monasterii S. Ambrosii Maioris) e messa in 
vendita. Che a questo catalogo abbia dato opera precipua il custode e curatore 
di essa, più che probabile, è certo ; ma chi si fosse costui era un mistero già per 
G. MELZI, Diz. di Opere Anon. e Pseudon., Milano, 1848, to. I, p. 135, e 
tale è rimasto per i bibliografi più recenti : cfr. OTTINO-FUMAGALLI, Bibliolh. 
Bibliograph. Italica, Roma, 1889, p. 286, n. 3124. Il Melzi, tuttavia, dice 
d'aver saputo che l'incarico di catalogare i libri inglesi e tedeschi venne dato ad 
" un certo Fioretti „. Ora, scorrendo il volume della Biblioth. Firm., che contiene 
appunto i " Libri anglico sermone conscripti ^, noi rinveniamo nella breve prefa- 
zione latina la notizia cha il compilatore del catalogo n'era anche, vivo il pos- 
sessore, custode : dice egli, difatti, d'aver spesso udita celebrcU'e la somma rarità 
di parecchie fra le opere inglesi riunite dal Firmian, per bocca di visitatori bri- 
tanni: " De quo mihi non semel ipsi Angli, quoties me praesente hanc biblio- 
" thecam pererrabant, fidem fecerunt ,,. Se il compilatore del Catalogo fu dunque 
Fioretti, Fioretti ebbe ad essere anche il bibliotecario della Firmisma. né proprio 
un Fioretti qualunque, come lo qualifica D. G. Melzi, ma probabilmente l'ab. 
Domenico Fioretti, poi segretario dell'arciduca Ferdinando, Pastore Arcade, f il 
19 maggio 1820. Al quale, aggiungeremo noi, si unirono nell'impresa ponderosa, 
compiuta nel giro di soli otto mesi, più altri studiosi, quali Carlo Carlini, Didaco 
Minola, Carlo Bianconi. 

(2) Il signor D'Alembert ed il marchese di Condorcet, recatisi a Ferney 
nel settembre del 1770, vi si erano trattenuti quindici giorni, con grande gioia 
del Voltaire, che scriveva il 26 di quel mese al conte d'Argentai : " J'ai ici 
" pour consolation Mj d'Alembert et M. le Marquis de Condorcet „ (VOL- 
TAIRE, Corresp., in Oeuvres compi., XIII, p. 53); ed al barone di Grimm, 
quattordici giorni dopo : " Ils m'ont fait oublier tous mes maux „ (op, cit., p. 56). 
Lasciando il Patriarca, M. d'Alembert s'era portato a Lione, e di là sembrava 



— 3 — 

scrive da Ginevra H) di avere pranzato con queste due stelle 
maggiori ; e che hanno parlato assai e con entusiasmo di Bec- 
caria, per il quale verrà presto un dispaccio solenne, che ob- 
bligherà chiunque aspiri alle cariche di economia o di finanza, 
di frequentare le sue lezioni. Naturalmente, gli verrà anche 
accrescimento di soldo ; ora ha tre mila lire. Io godo del bene 
che avrà, ma mi aspetto di vederlo o almeno d'intenderlo ritor- 
nato musico impertinentissimo. Quell'uomo domanda sempre agli 
altri per sapere se ha del merito; e si piega alla voce comune. 
Ho letto un manoscritto del P. Venini somasco, che sta a 
Parma '2); questo esamina quale sia il metodo più naturale per 
l'educazione de' fanciulli, e per comunicar loro gli elementi 
del sapere. E un vastissimo preludio d'una cospicua suonata; 
ti assicuro che mi piace assai ; non v'è tuono, che non sia 
toccato bene e a suo luogo; credo che la stamperà (3); vorrei 

doversi rivolgere verso l'Italia, ma poi, preoccupalo dalla lunghezza del viaggio, 
a cagione della sua debole salute, decise di passare in Provenza (v. VOLTAIRE, 
op. cit., lettera al conte di Rochefort, p. 58; a M. Saurin, p. 61). Cfr. lett. 
XI, p. 29 di questo volume. 

(1) Il Ghelfi aveva scritto " Genova j,, che corresse in " Genevra y. Sopra 
il Mazzucchelli, giovine scolaro del Beccaria, di cui Pietro loda altrove la non 
comune leggiadria della persona (cfr. lett. XI, p. 29 di questo volume), non ab- 
biamo potuto raccogliere notizie di sorta. La lettera da lui scritta al suo maestro, 
in data di Ginevra, 26 settembre 1770, si rinviene però ancora fra le carte del 
Beccaria ; il M. vi dice d'avere veduto il dì prima il Voltaire, il D'Alembert, 
il P. Adam, il conte d'Orsay, e trasmette i loro complimenti. (Ved. LANDRY, 
C. Beccaria, Leti, e scrilti ined., p. 296). 

(2) Sul Venini (1737-1820) sono a vedere le curiose pagine del conte G. B. 
GlOVIO, Gli uomini della comasca diocesi, antichi e moderni, nelle lettere e nelle 
arti illustri, Modena, MDCCLXXXIV, p. 270 sgg. Nativo del lago di Como, ebbe 
per padre un Giovanni, vestì l'abito somasco nel 1755, ed insegnò per alcuni anni 
in patria nel convento del suo ordine. Chiamalo più tardi in Parma tra i maestri 
destinati ad insegnare le scienze a D. Ferdinando di Borbone, ebbe dapprima l'uf- 
ficio di direttore della Casa d'Educazione dei Paggi ; poi, quando questa venne unita 
al Collegio de' Nobili, fu destinato a professare matematica sublime nell' Università 
(PEZZANA, JWem. degli scritt. e letter. Parmig., Parma, 1833, to. VII, p. 555). 
Caduto il Du Tillot, il Venini in un coU'Amoretti, il Soave, per disfavore del 
princif)e, dovette abbandonare la cattedra. Su di lui ved. anche C. CANTÙ, Storia 
della città e diocesi di Como, 3^ ediz., Como, Ostinelli, 1900, v. II, p. 415. 

(3) I 'Principj - delle cognizioni umane - ad uso dei fanciulli, uscirono alla 
luce per la prima volta in Parma, " Nella R. D. Stamperia Monti „ , senza anno 



— 4 — 

che ne levasse alcune stentate descrizioni da umanista, le 
quali va ricercando di tempo in tempo ; bisogna che lo scrit- 
tore sia sempre lui medesimo. Ti descrive talvolta 1 uva che 
rosseggia, la spica che biondeggia, ecc. ('). Per altro, è pezza 
grande davvero. Ma l'autore, sebbene mi ricordi deW Aegri 
somnia sulle mie Meditazioni, e uomo di merito, e spero che 
mi deciderebbe ora, come fece in quel tempo (2). 

Dammi il tuo parere. Mi consigli tu che io trasmetta al- 
l'accademia di Mantova (Regio-Imperiale delle scienze, eretta 
due anni sono, e che mi ha fatto sin d'allora socio suo) i^'; mi 

e senza nome d'autore, in-8, pp. 123. Essi sono divisi in tic parti, preceduti da 
una breve introduzione. La P. I. tratta " Come i Ragazzi imparino a fare le ope- 
" razioni più necessarie alla vita j, ; la II, " Come gli uomini abbiano inventate e 
" perfezionate le arti più necessarie ,,; la 111, " Per qual motivo e in qual ma- 
" niera gli uomini abbiano inventate e perfezionate le lingue „. I Principi furono 
ristampati in Parma, per il Gozzi, nel 1798, e di nuovo in Piacenza, per il Del 
Majno, nel 1823 (cfr. MELZI, Diz., to. II, p. 375); ad onta di ciò, son ri- 
masti quasi interamente ignoti ai moderni pedagogisti. 

(1) Nella stampa parmense de' Principi, queste descrizioni non compaiono né 
punto né poco : ciò significa che il Venini, riconoscendo probabilmente giuste 
osservazioni del Verri, sera indotto a sopprimerle. 

(2) Queste parole hanno d' uopo di commento. Quando Pietro nel 1 763 
méindò fuori anonime a Livorno, colla falsa data di Londra, le sue Meditazioni 
sulla Felicità, egli diede incarico all' amicissimo suo Frisi d'inviare il libretto a 
vari letterati per sollecitarne il giudizio sull'opera propria, tacendone l'autore. Fra 
coloro a cui il Frisi mandò le Meditazioni, fu il Venini ; e la risposta data 
da costui si trova riferita da Pietro slesso, in fronte alla copia delle Meditazioni, 
che inserì nel famoso volume : Cose varie, buone, mediocri, cattive del conte 
P. V., fatte ne' tempi di sua gioventù, p. 3 sgg. (Archivio Sormani- Verri). 
Dopo aver riportate le risposte molto favorevoli de! conte Radicati, e del si- 
gnor De Serra sul suo lavoro, Pietro aggiunge : " Il Padre Venini Somasco ha 
" scritto che meglio sarebbe convenuto questo titolo : Meditazioni sopra nessun 
* soggetto, col motto Velut aegri somnia, e che egli non sapeva cosa l'autore 
" si fosse immaginato di dire „. E quindi conclude : " Uno dei tre ha torto ^^. 
Allora il torto era del Venini, a suo credere ; ma, come si vede di qui, sette 
anni dopo aveva mutato parere. 

(3) La nomina era avvenuta sulla fine del 1 767, perchè nell' archivio della 
R. Accademia Virgiliana d. Mantova, che è la legittima discendente della Reale 
Accademia fondata da Maria Teresa, si conserva la lettera autografa con cui P. 
Verri ringraziava addì 1 gennaio 1 768 della sua elezione. Sulla quale maggiori 
particolari troveranno i lettori nelle note alla lettera di Pietro ad Alessandro dei 
23 marzo 1 768. 



- 5 — 

consigli tu ch'io le invii trascritta la prima parte della mia 
scrittura sui grani (')? Caro Sandrino, leggila quella prima parte, 
ancora una volta; e posatamente favvi le tue critiche, come 
se fossi qui con me ; migliorami qualche pezzo, se credi che 
convenga mandarla per concorrere al premio, proposto appunto 
su quest'argomento (2). Se riesce, si stamperà negli Atti. E vero 
però che quell'Accademia sinora non ha acquistato nome. In- 
somma, dirrmii cosa credi ch'io ne possa fare. Singolarmente 
se vi è qualche frizzo di malumore, avvisamelo, perchè lo 
toglierò. 

Della fabbrica della Corte non v'è niente di nuovo. Dopo 
tre anni di trattato e di carteggio, dopo un migliaio di zec- 
chini spesi per Vanvitelli ; dopo avere diffidati i tribunali, la 
Principessa, il Duca, perchè sloggiassero; dopo aver determinato 
di perdere l'affìtto di tante botteghe annesse ; dopo avere i 
materiali in pronto, e impiegati quasi duemila zecchini per 
questo, siamo in dubbio se il nuovo ingegnere venga, e se si 
fabbrichi <^>; e per quest'anno io credo che non se ne farà 
nulla, tanto più che la buona stagione presto sarà passata. 

E qui il general Kock, che dice di averti conosciuto a 
Roma. E valetudinario; ma è di buona maniera, e assai pu- 
lito uomo'"^'. Monsignor Chigi è stato qui; ma non ha chiesto 

(1) Le Riflessioni sulle leggi vincolanti principalmente nel commercio dei 
grani, divise in due parti, sulle quali Alessandro aveva già esercitata diligente 
opera di revisore, come rilevasi dalla lett. del 16 giugno 1770: cfr. Cart., 
V. Ili, p. 341 sgg. 

(2) In data 28 nov. 1 769, a mezzo dei suo segretario perpetuo, Pellegrino 
Salandri, l'Accademia di Mantova aveva pubblicato l'elenco degli argomenti 
proposti al concorso de' premi per l'anno 1770 per la Filosofia: e tra essi si 
notava questo: " Qual sia il modo più semplice di unire l'assicurazione dell' An- 
" nona alla libertà de! Commercio ed estrazione de' grani „. Nessun concorrente 
serio avendo preso a trattare questo tema, esso fu ripetuto nel 1770. Ma inutil- 
mente. Difatti, nella Relazione al conte di Firmian, i Censori più tardi scrive- 
vano : " L'Annonario cade per esser stato inutilmente proposto due volte (anni I 768 
" e 1770). Non si è veduta su ciò produzione, che non fondi la sicurezza pub- 
" blica sopra vincoli e pene lesive della libertà „. Dobbiamo tutte queste notizie 
alla cortesa liberalità del sig. Prefetto accademico, A. C. Dall'Acqua. 

(3) Cfr. Cart., v. Ili, p. 413, 442, 452, 478. 

(4) Giovanni Battista barone von Koch, secondogenito d'Ignazio, segretario di 
gabinetto dell'imperatrice Maria Teresa, che l'ebbe in gran conto, nacque a 



— 6 — 

di me, ne io di lui * ' >. Spero che il mio nudo ti piacerà ri- 
vestito come è (2); sta sotto chiave; vogHo che usi buona 
creanza co' soci, e gli lasci passare ; poi lo affiderò a un cor- 
riere, passato il pericolo. 

Addio, amici cari, buoni, e che mi consolate col pensare 
a voi. Amate la sacra società di virtù, e di cuore di 

Pietro. 



II (338) 0). 



Jl Pietro. 



Roma, 29 settembre 1770. 



Mi regali altri scudi cinquantatre, cinquantasette. Te ne 
ringrazio coll'anima. Andiamo adagio con tanti quattrini. Tu 

Vienna nel 1738. A ventanni entrò nelle file dell'esercito, e, durante la guerra 
dei sette anni, scpp>e distinguersi tanto per il suo coraggio e le non comuni doti 
d'ingegno, da raggiungere in breve i fastigi della carriera militare. Nominato Ge- 
nerale maggiore il 26 gennaio 1 763, a trent'anni, egli fu poi dalla fiducia della 
Sovrana chiamato ad altri importanti uffici, descritti dai suoi biografi : cfr. C. von 
WURZBACH, Biograph. Lexik. des Kaiserih. Oesterreich, Wien, 1864, v. XI. 
p. 183 sg. ; Jlllgemeinc Deutsche Biographie, Leipzig, 1882, v. XVI, p. 386. 
Incaricato di studiare e proporre riforme da introdurre nella compagine dell'eser- 
cito austriaco, il generale Koch intraprese dopo il I 765 lunghi viaggi in Germania, 
in Francia, in Inghilterra, in Italia, stringendovi nella buona società molte e pre- 
ziose conoscenze. Del '70 appunto era in cammino alla vclta di Napoli, dove 
si fermò a lungo, f)erchè Galiani, che laveva veduto sf>esso a Parigi, scriveva il 
22 dicembre a Mad. d'Epinay; " J'ai arrangé un échantillon de Paris ici. Gleichen, 
" le general Koch, un résidant de Venise, le secrétaire d' ambassade de France 
" et moi, nous dìnons ensemble, nous nous rassemblons et nous jouons le Paris, 
" comme Nicolet joue Molière à la foire ^ ; GALIANI, Corr., v. 1, p. 328, let- 
tera LXXXVIII; e cfr. p. 367. 11 Koch, debole di salute, morì, appena quaran- 
tasettenne, il 20 dicembre 1 780, a Parigi, nel corso d'uno de' suoi viaggi di studio. 

(1) La venuta di monsignor Francesco Chigi, fratello del principe Sigismondo, 
a Milano, era già stala annunziata da Alessandro a Pietro in sua lettera dell'S 
settembre : cfr. Cart., v. Ili, p. 457. Nel dicembre, tornando a Roma, il Chigi 
sostò a Firenze, ospite di casa Alessandri, come rileviamo dal giornale fiorentino, 
Ristretto di Notizie le più interessanti, n. 30, 7 dicembre 1770, p. 239. 

(2) Allude al Piano da spedire a Vienna. Rispetto all' espressione " vestir 
• il nudo ., ved. lett. CCXl e CCXVIII del Cart.. v. IH, p. 459 e 473. 

(3) Manca l'autografo. 



stampi un libro dispendioso ('); hai tante spese, che sono pieno 
di rimorso. Mi tengo per me anche il prezzo del Secretario 
Fiorentino (2); poi anche quello della scatola (5) ; onde vedi 
che ti saccheggio ogni cosa. Ti ringrazio assai della premura, 
con cui mi scegli la scatola : l'aspetto l'ordmario venturo. La 
marchesa Sparapani è molto sensibile a questa tua premura. Non 
puoi credere quanto ti stimi. Voleva scriverti un pezzo fa, ma 
trova che scrivi tanto bene, che quasi s'imbarazza di scriverti, 
benché ella abbia molto spirito naturale e scriva con una grata 
semplicità. Machiavello mi par caro ; sono otto volumi in ot- 
tavo, di quattrocento facciate, stampa e carta sul gusto de\- 
V (astratto della Letteratura Europea; eppure crescono al prezzo 
quasi di uno scudo romano l'uno. 

Caro amico, vedo che lo stato dell'animo tuo non sarà 
fuori d'agitazione che colla decisione di tante incertezze. Giac- 
che trapeli i progetti altrui, potresti farti con destrezza carico 
di essi, come di voci che si spargono, e prevenire in favore 
della verità. Mi dici, poi, che, sussistendo i proposti vincoli 
all'amministrazione, sarebbe impossibile esercitarla con onore ; 
e già ti prepari a prendere un partito, e fai ottimamente ; ma 
io credo che un galantuomo, in quelle circostanze, dovrebbe 
prendersi la carica, come gliela danno, perchè il prendere è 
sempre bene, ed il lasciare sempre male, parlando colla fred- 
dezza matematica ; e poi coi mezzi che ha, farsi intendere, 
protestare, strillare, scrivere replicatamente e chiaramente gl'in- 
convenienti, e parlar chiaro, che non si risponde dell'esito di 
progetti assurdi ; e allora il fatto lo comproverebbe, ed il ga- 
lantuomo farà anche la figura di un uomo illuminato. E faci- 
lissimo in una carica far distinguere i difetti dell'uomo che 
l'amministra, dai difetti della carica stessa, quando uno sa scri- 
vere e parlare. Adesso, pensiam.o a scrivere un progetto de- 
gno dell'affare ; niente ci ributti ; stiamo forti in quest'occa- 

(1) I! trattato del Kemter, per cui ved. Cari., v. HI, p. 365. 

(2) Alessandro allude all'esemplare della edizione veneziana delle Opere di 
N. Machiavelli, acquistata da Pietro per suo conto, colla spesa di settantasette 
paoli ; off. Cari., v. Ili, p. 466. Nel ms. era stato scritto " Italiano „ corretto in 
* Fiorentino ,. 

(3) La tabacchiera per la marchesa Sparapani; cfr. Cari., v. Ili, p, 465. 



sione ; aspettiamo poi l'esito coi dispacci. Una cosa bisogna 
che aggiunga, colla mia illimitata libertà di pensare sul carat- 
tere dell'uomo, come sai. Essendo Luisino in quelle circostanze 
che è <'', mi par necessario che tu non gli comunichi che quella 
quantità di balsamo, che possa servire nelle sue mani a esser 
utile a te. Tienti da conto il restante : 

Carmina ego feci : tulit alter honores. (2) 

L'abbiamo già veduto più volte ; e per me tratterei gli uomini 
come se fossero ottimi, ma penserei, come se fossero pessimi. 
Il bisogno del credito, l'amor proprio di distinguersi, il desi- 
derio della fortuna possono fare delle mutazioni, o almeno 
delle usurpazioni dell'altrui come proprio : e poi, quando diamo 
tutto il nostro ad un altro, che ci rimane per farsi merito noi ? 
Ti voglio aver detta questa mia idea, sapendo che tu conosci 
la libertà mia in questo genere, senza che pregiudichi alla 
più delicata amicizia. Così si provano i buoni, e si conoscono 
i cattivi ; il che è cosa giusta e necessaria. Perdonami lo stile 
dogmatico. Questo mi preme, e lo annuncio colla decisione 
con CUI lo sento. 

Addio, mio caro eterno amico. 

E stato da me un giovine di venticinque anni, che si 
chiama Carlo, milanese, parrucchiere, che si dice figlio della 
portinara della nostra casa, e che viene da Firenze, avendo 
prima servito a Parma. Egli dice che conosce tutta casa no- 
stra, e vorrebbe da me una raccomandazione all'occasione. 
Io gli ho risposto che gliela farò, quando avrò scritto a Mi- 
lano, e saprò che è vero quanto asserisce. Dunque dimmene 

qualche cosa (^). 

Alessandro. 

(1) Cioè a dire sulle mosse per portarsi a Vienna, dov' era chiamato dal 
barone di Sperges a prestare servizio presso il Supremo Dipartimento Aulico per 
la Lombardia Austriaca. Queste raccomandazioni erano però oziose ; il Lamber- 
tenghi essendo al corrente di tutto quanto Pietro facesse (cfr. Cari., v. Ili, p. 387), 
£ome Alessandro sapeva del resto benissimo. 

(2) E il primo verso d'un notissimo epigramma virgiliano. 

(3) Il giovinotto si chiamava di cognome Rovedino ; ne risentiremo parlare 
nelle lett 111, X, XXXVIII, di questo volume, p. 9, 26, ecc. 



9 — 



III 042). 
Jll Fratello. 



Milano, 6 ottobre 1770. 



II mio Piano sin ora non l'ho dato; e ne ho abbastanza 
esempi dell'uso che i miei emuli hanno fatto della roba mia; 
quello che può distinguermi in questa occasione non è tanto 
Io stile ne alcune riflessioni, quanto il numero degli oggetti 
che tocco ; e se un altro ha tempo di rifondere il suo Piano, 
dopo aver veduto il mio, ti tasteggia tutti tuoni medesimi, e 
la sola differenza sarà nel modo ; al che i giudici sono meno 
attenti, spesse volte, che al numero degli oggetti messi in 
campo. Il signor conte di Firmian, l'altro ieri, con buonissima 
maniera, me ne ha fatta istanza ; io mi sono scansato, dicendo 
che qualche cosa mi restava da ritoccare ; perchè niente è più 
facile che qualche mio emulo abbia dalla Secreteria la mia 
roba. E vero che mancano undici settim.ane al più, prima che 
sia edificata la gran mole ; forse Sagonto è già presa, e noi 
consultiamo ; ma sono ostinato come uno svizzero ; non voglio 
più che le mie onorate fatiche sieno il fregio d'alcun ciar- 
latano ('). 

E vero che la nostra portinara di casa ha un figlio ; da 
cinque mesi è lontano. Egli era a Parma per cercar pane ; 
non ha fatta veruna cattiva azione ; e la sua madre si è con- 
solata coll'intenderne nuova. Se adunque puoi fare qualche 
bene a questo giovane, non lo perdi (2). 

Longo è sempre a letto colla fìstola; ogni otto, o dieci 
giorni gli fanno qualche taglio, che si dice sempre sicuramente 
che dovrà esser l'ultimo. Questo male in origine è celtico ; 
ha preso del mercurio nella buona stagione ; ma, verisimil- 
impressione già fatta localmente, non si toglierà, e 
dovrà vivere in questa cattiva compagnia ^^\ L'anno corrente è 

(1) Cfr. leti. I, p. 6 di questo voi. 

(2) Cfr. lett. preced., p. 8 di questo voi. 

(3) Per la malattia del Longo, ved. Cari., v. ili, p. 419. 



— 10 — 

ben climaterico per molti galantuomini ! Io, però, ho per lui 
meno compassione di quella che sentirei per qualche mio. 
amico, perchè nella sua condotta ha un seguito d' inconse- 
guenze piccantissime per l'amor proprio. Si espone al pub- 
blico con quella arditissima prolusione, senza fare il minimo 
caso della opinione previa de' suoi amici ; ha de' guai, e in 
seguito ce ne volle imporre, e farsi credere applaudito. E 
costretto a fare una figura di ritrattazione colla ristampa, e 
s'ingegna di sostenerci che non v'è mutazione. Prende un tuono 
di sorriso, misto a gravità, con noi ; in somma, s'è creduto 
anch'egli d'essere a cavallo della gran politica, e quasi ci de- 
rideva, perchè ci credeva a piedi. Ma questa gran politica si 
riduceva a far la corte al senator Pecci e all'abate Castelli ; 
amici ottimi per un fortunato. L'Economo, per questo appunto» 
l'ha preso in avversione!'); la pietà sovrana è stata allarmata; 
si è data all'Economo la sopraintendenza alle cattedre delle 
scienze sacre ; e vedi a che s'è ridotto. Egli si è abituato 
alla sua situazione in modo che pare felice ; è allegro, è tran- 
quillo a quel posto, dove io tuonerei e bestemmierei, al mio 
solito. In questo egli è più savio e prudente di me ; ma io, 
invece, sono più sensibile e capace di moto che lui. Il suo 
carattere è il meglio per lui, e il mio è il meglio per gli altri. 

Voltaire stampa una enciclopedia ; saranno sette volumi in 
foglio ; il primo è sotto il torchio. Sono curioso di vederlo (2). 

Firmian mi ha invitato a pranzo : fenomeno, che da più 
mesi non s'è veduto: cortesie marcate. Che ne pensi? Pecci 
mi previene con straordinaria cortesia. Credo che qualche 
buona disposizione sia trapelata 0) ; aspettiamo tranquillamente. 

Dammi notizie del mio mestiere. Che sali si vendono iiv 
Roma? Da qual parte vengono? A che misura si vendono? 
Quanto li paga il popolo? Che rigori vi sono per il contrab- 

^1) Mons. Daverio; cfr. Cart., v. Ili, pag. cit. 

(2) Si tratta delle Queslions sur V Encyclopédie, distribuées en forme de 
'Diclionnaire par des amaleurs, nove volumi in-8, che comparvero in luce a 
Ginevra fra il 1770 ed il 1772. I primi tre tomi uscirono contemporaneamente 
nel corso del 70; ved. QUÉRARD. La France litlér, lo. X, p. 289, n. 38* ; 
BENGESCO, Voltaire: Bibliogr. de ses Oeuvres, lo. I, A, p. 420. 

(3) Le parole Firmian-disposizione seno quasi (ulte in cifra. 



bando? Aspetto anche le notizie che ti richiesi sulla vendita 
del vino al minuto. Di più aspetto i geranii ; tutto in un fiato 
ti voglio oppresso. 

Addio, caro Sandrino. Che differenza fra te e gli altri 
uomini ! Quel buon Abate è colla Brioschi più che mai < ' >. 
Che un uomo sia il ludibrio d'una civetta, è cosa che è sempre 
stata e sarà ; che Io sia, sapendo di esserlo e avendone delle 
dimostrazioni, è cosa più rara; ma pure il bisogno d'opinione 
può produrre tal fatto. Ma che un uomo sia il ludibrio d'una 
screditata civetta ; che sappia di esserlo, che sappia di com- 
parir tale, che lo compaia, senza imbarazzo, senza inquietu- 
dine, e presenti la sua fronte serena alla berlina, quest'è quel 
caso strano che vedo in teatro, la sera, nella persona di Carlo. 
Che uomo, che testa ! Almeno vi potessi vedere un contras- 
segno di contrasto interno, ma, no : vedo ch'egli è al suo li- 
vello ; e vi resti pure. Che differenza, caro Sandrino, fra te 
e questa rapa seconda ! vedo che il male sta nella testa ve- 
ramente, e che non è curabile. Amiamoci noi sempre ; fac- 
ciamo del bene anche a questi ; ma vi sarà sempre gran di- 
stanza fra i reciproci sentimenti nostri e quelli che avremo 
per questi due fratelli. Alla Marchesa cento rispetti. Sono 

il tuo 

Pietro. 

IV (303) (2). 
J Pietro. 

Roma, 3 ottobre 1770. 

Bravo, bravo, bravissimo. La marchesa Sparapani è ri- 
masta incantata della tabacchiera, della pontualità, del prezzo ; 
e mi dà conmiissione di ringraziarti infinitamente. La tabacchiera 
è ricca, soda, di buon gusto ; e buon mercato, incredibilmente (^). 

(1) Per gli amori di Carlo Verri colla signora Brioschi, che finirono nel 1771 
in m2uuera impensata, come vedremo; cfr. Cari., v. II, p. 115, 160, ^08; 
V. Ili, p. 12, no. 443. 

(2) Manca l'autografo. 

(3) Ved. Cart., v. III. p. 472 



— 12 — 

Pare che vi siano quasi d' oro i quattro zecchini. Io, dunque, 
ti ringrazio assai del piacere che mi hai fatto di servire 
questa signora, e di avermi regalati quattro zecchini, giacche, 
come ti ho detto, me li tengo per me, come anche il prezzo 
di Machiavello. Se avesse voluto qui, in Roma, una tabac- 
chiera simile, o non l' avrebbe trovata o pagato il doppio. 
Ne ho tanto più piacere, quanto che sai che anche con un 
sommo mento le persone d'età sono precise in tutte le cose. 
Ti sono obbligato davvero. Gli è piaciuta poi anche molto 
r atlenzione della impacchettatura ; in fine, il tutto ottimamente ; 
e abbraccio il mio caro commissionano benedetto. 

Mi fa anche piacere quanto scrive Sperges ('). Se è con- 
tentissimo di quella tal cosa è naturale che contribuisca ad 
ogni vantaggio di chi l'ha fatta. 

Ti accludo una lettera, che ho ricevuta ieri da Malta. Il 
Cavaliere è ritornato (-). L'affare di Tunisi finito 0) ; sta bene : 
fa la quarantena, e pochi giorni gli rimanevano quando scrisse ; 
onde ora è finita. 

L' imbroglio della posta non è giustificato da quanto qui 
a Milano ti dicono. La lettera d' avviso di Milano alla posta 
di Roma diceva che era corso per isbaglio quel " franco n, 
perchè non era tale ; non diceva che fossero manoscritti o 
libri, riè è vero che, quando sono libri o manoscritti, si faccia 
qui oltre il " franco n di chi spedisce, altro pagamento, avendo 
io da te ricevuta simil roba, almeno libri, sicuramente, " fran- 
u cata n, senza nessuna spesa, fuorché la consegna, che è 
piccolissima. E poi, comunque siasi, quando era uscita dalla 
posta, non v' era più regresso, perchè più non si può indivi- 

(1) il nome di Sperges è in cifra. 

(2) Cfr. Cari., v. Ili, p. 456. 

(3) Sull'affare di Tunisi ved. Cari., v. IH, p. 364, 412. In seguito al bombar- 
damento di Biserta, operato dalla Squadra francese, comandata dal sig. de Broves, 
il Bey di Tunisi s' era affrettato a concludere un armistizio, che fu segnato il 
13 agosto. Più tardi poi un'ambasciata tunisina si recò in Francia per s:ipulare 
definitivamente la pace. Cfr. i giornali del tempo: T^islrelto di noi., 1770, 
n. 20, 28 settembre, p. 157; n. 21, 5 ottobre, p. 162; n. 28, 23 novembre, 
p. 218; n. 31, 14 dicembre, p. 241 sg. ; Nuovo 'Posliglione, 1770, n. XLlil, 
I 3 ottobre, Tunisi, 8 agosto ; n. XLVI, Genova, 20 ottobre ; n. XLIX, Tolone, 
26 ottobre. 



— 13 — 

duare la roba, e tariffarla al giusto, Basta; non serve altro: 
io doveva ricorrere al Sopraintendente, ma non sapevo che 
ve ne fosse, come ora so, e pensavo che bisognasse andare 
dal Ministro. 

Le nostre nuove de' turchi sono : La loro flotta buttata 
all' aria nel golfo di Romania ; di questo non se ne dubita, 
perchè tutte le lettere lo confermano ('). Item, il primo Luglio 
una loro rotta somma, vicino a Bender. Il principe di Galitzin, 
che qui abbiamo, ne ha nuove dall' armata istessa, ed anche 
dalla Corte. La vittoria è tale, secondo queste lettere, che 
ventimila turchi sono morti ; perduti trecento cannoni, il gran 
Visir fuggito; e di moscoviti morti soli quattrocento. Il prin- 
cipe Galitzin ha tai nuove, e non ardisce pubblicarle perchè 
incredibili, onde aspetta che ne parlino le gazzette (-). Item, 
r ambasciatore di Venezia scrive da Costantinopoli che arri- 
vavano, ogni giorno, alla città soldati fuggiti . dalla rotta, quel 
giorno, a piedi, che davano la nuova che tutta l' armata era 
disfatta. Se questa grand'azione è vera, l'artiglieria moscovita, 
che mi dicono eccellentissima, caricata a mitraglia, deve aver 
fatta la strage, come, difatti, la relazione che viene dall'ar- 
mata dice che i turchi s' ostinavano, con un coraggio indicibile, 
a venire con sciabola sfodrata contro la batteria a mitraglia, e 
che cadevano a mucchi avanti le bocche del fulmine terrestre; 
eppure, sempre rinforzavano ; e ciò per ben quattr'ore. Tu, 
che sei del mestiere, dimmene qualche cosa. Qui in Roma 
sono turchi spietati. Non ammettono mai nuove moscovite. 

Saprai che l' Inghilterra arma in mare; si pensa, per la Cor- 

(1) Questa giornata navale (7 luglio 1770) è stata già descritta da Alessandro 
sulla scorta di un memoriale comunicatogli dal generale Schouvalof nella lettera 
del 22 agosto; cfr. Cari., v. Ili, p. 435. 

(2) Della gravissima rotta inflitta dal conte Panin alle truppe del gran Visir 
presso il lago di Kagoul, addì I" agosto, le « gazzette », anche italiane, eran 
già piene da un mese almeno, quando Alessandro scriveva ! Cfr. Nuovo Posti- 
glione, 1770, n. XXXVIII, 8 settembre, corrispondenza da Varsavia, 15 agosto; 
che già promette per il prossimo numero « l' intera relazione pubblicata a Pe- 
« terburgo » della strepitosa vittoria russa (ved. difatti n. XXXIX, 1 5 settembre). 
E nel T^istreito ecc.. 1770, n. 16, 31 agosto, la battaglia di Kagoul è annun- 
ziata in una corrispondenza da Venezia del 1 " settembre, p. 1 36. Cfr. pei n. 1 8 
14 settembre, p. 141, ecc. 



— 14 — 

sicaC). Intanto, egli è certo che in Toscana i mille e cinquecento 
soldati, che avanzarono al De Paoli, o che ivi si sono ritirati, 
vengono sempre stipendiati dal loro generale ; ed anche ab- 
biamo notizia da questo Agente de' Corsi in Roma, che è 
un povero Abate, che serve il cardinale Laute (2), che i malcon- 
tenti si riuniscono e crescono (3). 

Addio, caro amico, ti abbraccio. Cento rispetti alla tua 

dolce amica. 

Alessandro. 



V (343). 

Al Fratello. 

Milano. 10 ottobre 1770. 

Quest'anno i nostri dialoghi saranno meno interrotti che 
negli autunni passati. La mia Maddalena è alla Stradella (4), 
ed io sono qui ; e, verisimilmente, non abbandonerò la cara 
patria che per qualche breve sfuggita. Tutto bolle ; i ministri 
delegati a fare i conti, mi fanno continue domande in iscritto; 
bisogna avere la penna in mano per rispondergli; per rispon- 
dere al governo, ai tribunali ; per non abbandonare la sentinella, 
ne dare mai scusa ai Fermieri di aver fatto legittimamente 
nessuna risoluzione, questo è il tempo in cui, facendo essi 
delle facilità, si possono riempire i fondachi de' negozianti, 

(1) Anche degli inquietanti armamenti inglesi danno incessantemente notizie 
i giornali di quei giorni; cfr. così Nuovo Postigl., 1770, n. XLll, 6 ottobre, 
corr. da Londra, 18 settembre; n. XLIII, 13 ottobre, corr. da Londra, 21 set- 
tembre. Era voce diffusa che questi preparativi fossero rivolti contro Spagna e 
Portogallo (ved. anche Ristretto ecc., 1770, n. 16, 31 agosto, p. 122; n. 19, 
21 settembre, p. 146, ecc), ma solo un po' più tardi si venne a conoscere qual fosse 
la vera causa dell'ira britannica : per cui cfr. lett. XVI, p. 40 seg. di questo volume. 

(2) L'abate Alessandrini, già ricordato altre volte; cfr. Cart., v. II, p. 21, 301. 

(3) Sulle disastrose condizioni della Corsica e le lotte incessanti fra Francesi 
ed isolani, recano pure ragguagli copiosi i giornali di quel tempo : cfr. T^isiretto, 
1770, n. 20, 28 settembre, p. 158, 160; n. 21, 5 ottobre, 167. ecc.; Nuovo 
fastigi., 1770, n. L, 1° dicembre, corr. da Bastia, 3 novembre. 

(A) Dove si trovava dal principio dell'estate; cfr. Cari., v. Ili, p. 403. 



~ 15 — 

e insterilirsi la Regalia per 1' anno venturo ; onde il tuo Pietro 
se ne sta immobile. 

Rispondo prima alla tua lettera del 3, che mi fa tanto 
piacere, perchè lusinga il mio amor proprio col passare per 
uomo di gusto presso la signora marchesa Sparapani e presso 
di te ('). Sono veramente contento di averla servita bene, e 
d'avere incontrato il suo genio. Falle i miei divoti rispetti e 
i miei ringraziamenti, e dille che desidero, senza complimento, 
che sì ella che la signora marchesa sua figlia mi onorino 
meno di raro de' loro comandi, perchè sento tutte le obbli- 
gazione per la benevolenza che hanno per te e tutta la stima 
e (se m' è permesso di dirlo) l'amicizia per la loro bell'anima. 

Ti sei dimenticato di accludermi la lettera di Malta che 
mi promettevi (2); ma l'essenziale e importante si è che il fra- 
tello sta bene, ed è fuori de' guai; e questo basta. Lo scriverò 
immediatamente a Carlo, che è in campagna colla famiglia (3); 
ed IO sono precisamente solo in casa, e non vivo male. 

Spero che nella posta non succederanno piìi guai ; a buon 
conto coll'ordinario d' oggi, ti spedisco un pacchetto franco e 
franchissimo di carte stampate. Ivi troverai il libro di Beccaria 
sullo stile ; egli me ne ha fatte avere due copie, una per te (■*). 

(1) Cfr. left. IV, p. Il di questo volume. 

(2) Cfr. lett. IV, p. 12 di questo volume. 

(3) A Biassono, circ. e mand. di Monza, dove era la villa dei Verri, am- 
pliata ed abbellita da monsignor Antonio, fratello del conte Gabriele, oggi di 
proprietà della contessa Faa di Bruno nata Sormani ; cfr. AMATI, Diz. corogr. 
dell'Italia, v. I, p. 791 sgg. 

(4) Ricerche - intorno - alla natura dello stile - ExcuUenda 

damus praecordia, Pers. Sat. V - in Milano, MDCCLXX - Appresso Giuseppe 
Galeazzi Reg. Stampatore - Con licenza de' Superiori - 8, pp. 164, più una 
pagina di correzioni. Siccome Y Imprimatur reca la data del 1 8 settembre, così 
il libro dovette essere stampato in tempo assai breve : cfr. LANDRY, C. Bec- 
caria, p. 78 sg., il quale anzi afferma che " l'autore ne riceveva complimenti fin 
" dal 24 settembre ". Lo stesso studioso afferma poi che il libro reca il " ritratto 
* ed il nome dell'autore nel frontispizio „; ma se ciò risponde a verità per qualche 
esemplare da lui veduto, certo non si può dire del resto dell'edizione : le copie 
divulgate non hanno nome d'autore sul frontispizio né sono adorne di ritratto veruno. 
Le Ricerche furono messe in vendita solo nell'ottobre avanzato. Difatti 1 av- 
viso dell'Editore, che le annunzia, non si legge impresso in calce alle ^^uo\>e di 
diverse Corti che nel n. 44, 29 ottobre 1770, p. 352. Esso è del tenore se- 



— 16 — 

L' ho rapidamente scorso ; m conseguenza non mi sono internato 
abbastanza per giudicarne ; in generale, la lettura mi costò 
sforzo continuo ; sia che la serie di queste idee non è inte- 
ressante per me, sia che lo stile istesso sia poco atto a m- 
vitare, sia che ieri io non fossi in buona disposizione, perchè 
realmente aveva incomodi allo stomaco. Qualunque sia la ra- 
gione del fenomeno, a me è sembrato un minuto dissecatore 
delle fibre delle idee ; e vi ho veduto più la fatica e l' osti- 
nazione di scavare in una oscura caverna, che la m.aestria di 
far balenar idee grandi, interessanti, e nuovamente accozzate. 
Te ne dirò il mio giudizio, dopo una lettura esatta ; poiché 
ora non vi ho data che una corsa leggera ; e potrebbe darsi 
eh' io mi ritrattassi di quello che ora avanzo con te solo. 
Due bei quadri mi hanno colpito : una alla pag. 48, e l'altro 
alla fine della pag. 1 1 7, e alla seguente. Quasi crederei che 
ivi egli avesse pensato di fare il ritratto suo, contrapponendolo 
a quei eh' ei crede i nostri ; e una ritoccata a questo tasto 
mi pare di conoscerla alla pag. 161 ('). Vedrò cosa ne pensi. 
Con questa occasione t' invio pure la prolusione del P. Lam- 



guente : " 11 Signor Giuseppe Galeazzi Reg o Stampatore e Librare in Milano ha 
" ultimamente pubblicato il seguente Libro intitolato Ricerche intorno alla natura 
" dello Stile, in 8 gr. di pag. 164. Il Signor Marchese Beccaria è l'Autore di 
" questo Libro. Esso ha già fatto conoscere il suo ingegno grande e svegliato, 
" nell'altra sua celebre opera 'Dei 'Delitti e delle 'Pene, la quale di parecchi 
" elogi è stata onorata. Questo solo potrebbe bastare per far raccomandato a' 
" Leggitori anche il presente frutto di si felice penna. Lo scopo del nostro Au- 
" tore non è di dare tutt'i precetti dell'eloquenza, e della poesia, ma soltanto di 
" trattare in modo particolare dell'espressione o sia dello stile, che delle due belle 
" Arti suaccennate è la parte emulatrice dell'invenzione e perpetuatrice delle più 
" grandi ed importanti verità „. Un annuncio analogo ma più succinto, è dato 
anche nel Ristretto ecc , 1770, n. 31, 7 dicembre, p. 240, in cui Vincenzio Landi, 
" Dispcnsatore in Firenze „ di quel periodico, offre il libro del Beccaria " legato, 
" al prezzo di Paoli tre „. 

(I) Nel primo de' passi indicati il Beccaria distingue gli uomini che bramano 
studiare sé stessi, ritirati nella solitudine, da coloro che, per sottrarsi a siffatta 
tormentosa considerazione, " si gettano nel minuto e sempre uniforme vortice della 
" vita comune ^ ; nel secondo dipinge " la bonarietà y, dote dell'animo che si ri- 
flette nello stile di chi la possiede. A p. 161 rintuzza le accuse che " le anime 
" scarse e sterili „ muovono agli " uomini di entusiasmo „. 



— 17 — 

bertenghi, fratello di Luisino ('); e così ti tengo sul giorno 
delle poche nostre manifatture. 

Sono due sere che me la passo deliziosamente, dettando. 
Sai di che? Detto un libro, dal quale ne spero un po' di 
riputazione ; un libro che contenga le teorie e principi gene- 
rali della finanza e della Economia pubblica. Ho la testa piena 
d' idee ; e il mio solo imbarazzo si è la scelta ; ma il prin- 
cipio va bene, e ne sono contento. Ti parrà strano eh' io 
detti un'opera, dalla quale ho idea di farmi del nome; ma 
sappi che, siccome mi trovo la testa già mobiliata d'idee, 
poco he da pensare sul campo; e tutto sta nel cacciar indietro 
la mercanzia, che vorrebbe uscire anche inopportunamente ; poi 
sono avvezzo, a dettare e ho presente la traccia, come se la 
leggessi ; poi la fatica meccanica dello scrivere essendo quella 
che mi ributta dal fare, tolgo, così, di mezzo l' ostacolo, e 
lascio sgorgare il primo getto il quale, se potrò condurlo sino 
a una certa massa, sono sicuro di me medesimo che non lo 
abbandonerò. Mi pare che tutto coli dai principi che hai letti 



(I) Fratello di Luigi, ma più anziano di lui. .Antonio Lambertenghi, entrato 
giovinetto nell'ordine dei Chierici Regolari Somaschi, sepp)e con i suoi rapidi pro- 
gressi negli studi letterari ingreiziarsi i suoi Superiori, che Io destinarono ad inse- 
gnare belle lettere nel loro collegio a Brescia. Dopo vari anni di siffatto tirocinio, 
il Lambertenghi, desideroso di riavvicinarsi alla famiglia, fece pratiche per tornare 
a Milano, e poiché nel 1 769 si trattava di ricostituire la università di Pavia, pre- 
sentò al conte di Firmian una domanda per ottenere la cattedra d' eloquenza 
(lett. di Pietro Verri a D. Ilario Corte, del 22 agosto 1 769, in CASATI, Lett. 
e senili ined. di P. V., v. IV, p. 106 sg.). La sua richiesta non potè essere 
esaudita ; ma S. E. il .Ministro, che lo conosceva personalmente, come soggetto 
colto, amabile e di buona società, gh fece avere in quella vece la cattedra di 
Filosofia morale: cfr. Nuooe di div. Corti, 1769, n. 50, Il dicembre, corr. da 
Milano, 9 die. Ed in quest' ufficio il Lambertenghi s'adagiò tranquillamente per 
quasi trent'einni. Ei lasciò difatti 1' insegnamento solo nel 1 796. Mori in patria 
del 1812. Ne! 1846 un suo antico scolaro gli pose all'Università un affettuoso ri- 
cordo. Ved. Mem. e Doc. per la stor. dell' Unicers. di Pavia, v. 1, p. 461, 467. 

La Prolusione qui rammentata è un hbercolo in ottavo, di pp. 33, col titolo 
seguente: ORAZIONE - RECITATA - PER L'APRIMENTO DELLA 
NUOVA CATTEDRA - DI FILOSOFIA MORALE - DA - ANTONIO 
LAMBERTENGHI - C. R. S. - Regio Professore - nella Università - di 
Pa\ia - In MILANO. 1770. Appresso Giuseppe Galeazzi - Regio Stampatore - 
Con licenza de' Superiori. 



— 18 — 

nella mia ultima scrittura sui grani ('); e che di là ne caverò 
le teorie per i tributi, per le monete, gì' interessi del denaro, 
la circolazione di esso ; e, in somma, per galoppare su quel 
medesimo cavallo per tutto il paese. Penso, esaurita che abbia 
la mente, di rileggere i migliori scrittori di queste materie, 
e aggiungere, a suo luogo, le nuove idee che mi faranno 
nascere ; e allora poi rimpastare e ripulire colla mia mano 
quest'ammasso, e darvi una forma. La vendetta ch'io farò 
col professore d'economia pubblica (2) sarà d'insegnargliela. Io, 
però, penso di non citare mai fatti ; se sono i municipali di 
Milano, essi poco possono interessare ; e, altronde, possono 
espormi una seconda volta alla maligna accusa di avere o 
pregiudicato al credito del paese o offeso il governo; se poi 
sono fatti di nazioni grandi ed estere, non potrei citarli che 
sulla fede altrui; e si presenta il fianco al discredito, se non 
sono veri o sussistenti. Ho dunque cambiato idea : non penso 
più ai grani, penso a qualche cosa di più esteso ; e l' emu- 
lazione del libro di Beccaria ha prodotto quest'effetto ; tutto 
sta aver tempo ; ma se mi lasciano venti sere in libertà di 
seguito, il colpo sarà fatto. Il mio Sandrino sarà il giudice 
mio, prima che nessuno mi giudichi. 

Le notizie de' progressi de' russi le credo in parte, ma 
non al segno che si decantano 0). Per ciò che spetta l'armata 
al Danubio, io sono persuasissimo che 1' artiglieria russa è la 
prima dell' Europa, e che 1' austriaca è la seconda '• sono con- 
vinto che dieci mila soldati russi metteranno in fuga per la 
automatica loro disciplina, quando sieno bene comandati, anche 
cento mila furiosi e indisciplinati turchi. Ma sin che non sento 



(1) Già fin da! giugno, inviando ad Alessandro il ms. del libro Sulle leggi 
vincolanti, Pietro gli aveva scritto: " Vengo un momento al mio libro.... Il prin- 
cipio ti doveva piacere : vi sono i semi di una teoria universale della Economia 

" pubblica, la quale distruggerebbe tanti deliri d'autori, che più declamano di 
" quello che ragionino „ (Cari., v. Ili, p. 340). E cfr. lett. XI, p. 28 di 
questo volume. 

(2) Col Beccaria, che s'intende ! 

(3) Cfr. lettera precedente, p. 13. Lo scetticismo di Pietro non era vera- 
mente fuori di luogo, quando si tenga conto delle frottole che i russofìli spaccia- 
vano per favorire speculazioni di borsa.... proprio come succede anch'adesso I 



— 19 — 

sicuramente preso Bender, non credo tutt'i vantaggi che si 
spacciano ('). Non v'è altra speranza ne' russi che colla somma 
rapidità della conquista ; un cuntatore turco farebbe svanire 
il disegno della Moscovia, troppo povera per sopportare lun- 
gamente una sì furiosa profusione di denaro, quale l' attuale. 
Il credito è il solo mezzo per i russi da trovare imprestiti ; e i 
turchi nemmeno sanno che vi siano gazzettieri in Europa ; 
ne hanno bisogno della nostra opinione. Temo, per ciò, 
d' artifìcio nelle nuove che si spargono ; ma vorrei pure che 
la patria di Pericle, di Milziade, di Platone e di tanti uomini 
venerabili, cambiasse destino, e che sulle loro ossa onorate 
non passeggiasse l'oppressore d'una avvilita e ingegnosa nazione. 
Questa volta ho chiaccherato col mio Sandrino a modo 
mio, perchè ti ho potuto scrivere di sera, senza interrompi- 
menti ; vada per le altre. Ti abbraccio coli' anima e colla più 
tenera amicizia. Vogliami bene, fa i miei rispetti alla tua 

dolce amica. Addio. 11 tuo 

Pietro. 



VI (140). 
Jl Pietro. 



Roma, 6 ottobre 1770. 



Ti mando, per mezzo del corriere Cattaneo, ventuna 
sorte di gerani. Sedici ne ho trovate qui ; sei mi sono venute 
da Firenze. Farò diligenza anche a Napoli. Mi dicono che 
bisogna seminarli a marzo ; altrimenti, seminandoli ora, mar- 

(1) Già fin dall'S settembre da Varsavia si scriveva che Bender era caduto 
in potere de* Russi; ma, diceva il Ristretto, 1770, n. 21, 5 ottobre, p. 163, 
" questa nuova l'abbiamo avuta più volte, e sempre non vera, onde prima di 
" crederla, ne attenderemo i sicuri riscontri ^. E difatti, Bender non cadde che, 
dopo cinquantasette giorni d'assedio, nelle mani del conte Panin, la notte dal 26 
al 27 settembre. Ved. Ristr. cit., 1770, n. 25, 2 novembre, p. Ì95 ; n. 27, 
16 novembre, p. 212; // nuouo 'Post., 1770, n. XLIII, 13 ottobre, corr. da 
Varsavia, 1 2 settembre ; n. XLVI, 3 nov., corr. da Varsavia, 6, 7 ottobre, ecc. 
Un ampia Relazione dell' espugnazione dell' importantissima piazza, si legge ne! 
Nuovo 'Post, dell' 8 e 1 5 dicembre, nn. LI-LII, datata da Pietroburgo, 26 ottobre . 



— 20 - 

ciscono i semi, e non fanno nulla. Basta : questo è tuo me- 
stiere. 

La caccia del toro è bellissima. Considero che sarà stata 
una bella spesa il fare l'anfiteatro. II solo asino ha fatto il 
suo dovere. Il sonetto non mi par pessimo. Almeno, non vi 
è cattivo umore, co;i:e, per lo più, hanno le satire romane, 
piene di malignità e fiele incredibile ('). 

Per ora, non ti rispondo in politica, perchè mi si è fatto 
tardi. Dirò, intanto, che in Roma non vi è gabella sul vino 
a minuto, e che vi sono una gran quantità di bettole. Le 
mercanzie, o tutte o quasi tutte, si doganano a valore. Vi 
sono per questo gli stimatori pubblici. Essi stimano la merce, 
e si paga di dogana il sedici per cento. I mercanti, adunque, 
cercano di corrompere i stimatori, i quali si fanno temere, 
appunto per essere comprati. Ma su questi punti meglio l'or- 
dinario venturo, perchè me ne informerò. 

Ti sono obbligato della parte che prendi alla perdita del 
Padre Leseur (2). Era il più buon vecchio del mondo. Sono gente 
semplice e buona, che studia tutta la vita, e perciò di costumi 
senza arte. Jacquier, poi, è un uomo sensibile, e benefico 
sommamente. II suo compagno si crede che fosse profondo 
calcolatore, ma, quello che è certo, si è che Jacquier è un 
uomo d' una estensione di cognizioni somma. Egli ha studiato 
incredibilmente in sua vita. Matematico di prima sfera ; ag- 
giungi una erudizione generale: la storia ecclesiastica, che ha 
insegnata per vent'anni ; poi le lingue inglese, greca ed e- 
braica, oltre l' italiana e latina e francese, come è naturale ; e 
cognizione di quanto si è scritto di meglio in esse tutte. Ag- 
giungi anche la musica ; egli ha suonato bene la viola da 
gamba, così detta. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. Cento 
cose alla tua amica buona. 

Alessandro. 



(1) Risponde alla narrazione d'una mal riuscita festa milanese, fattagli da 
Pietro nella lett. del 29 settembre: cfr. Cari., v. Ili, p. 477. 

(2) Cfr. lett. cit. ; Cari., v. Ili, p. 477. 



— 21 — 

VII (344) 
Al Fratello. 



Milano, 13 ottobre 1770. 



Sei sempre il mio caro Sandrino. Mi sono preziosi i ge- 
rani, che mi hai mandati; veramente preziosi, perchè da noi 
appena se ne conosce una dozzina; e se nasceranno, come 
spero, tu mi rendi l' uomo invidiabile ai nostri botanici, i 
quali si vanno moltiplicando dopo l'esempio dei Galiari (U. Ti 
sono obbligato d' una così numerosa famiglia. Dopo la noja 
di lungo seccante lavoro, interrotto sempre, io trovo la mia 
consolazione a visitare i miei vegetabili, a inaffiarli, a pulirli, 
drizzarli, liberarli dagl' insetti, levargli le foglie cattive, ecc. 
L'anima si riposa; nessuno mi parla; la mia attenzione è 
sopra oggetti placidissimi, e che non mi svegliano alcuna 
passione ; è un quarto d'ora di bene per me ; e tu me lo 
rendi più interessante. Te ne ringrazio mille volte. 

Ti sono obbligato delle notizie che mi dai sulla libertà 
delle minute vendite del vino in Roma. Dimmi : le bettole 
sono costì tanto cagione di risse, e tanto frequentate? E pesan- 
tissimo il vostro tributo del sedici per cento. Da noi a un 
di presso le merci non pagano il sei per cento, e strilliamo ! 

Seguito a sfogare le mie idee; detto quattro ore circa 
per giorno; e ciò è la sera. Sin ora si sono scritte settanta 
colonne ; e non mi pare che siamo alla quarta parte del primo 
getto. Luisino mi fa coraggio ; gli pare che questa mercanzia, 
per avere ridotta queste classe di cognizioni a un principio 
solo, abbia un carattere ongmale, e che possa sorpassare chi 
mi ha preceduto. A me pure sembra che la cosa vada bene. 
Non bisogna fare economia di carta. 

Questa sera (questa sera è il 12, perchè domani chi sa 
se avrò tempo), questa sera ho stanca la testa ; e ti lascio 

(1) Galiari o Galiori ? La parola è di dubbia lettura, né sappiamo chiarire 
'allusione. 



— 22 



così. A buon conto, se domani non ho comodo di scrivere, 

ricordati de' miei sinceri e cordiali rispetti alla tua virtuosa 

amica, ricevi un abbraccio coli' anima dal tuo 

Pietro. 



Vili (341). 
Jl Pietro, 



Roma, 10 ottobre 1770. 



Si seguita a dire, e si sa da alcuni ufficiali italiani di 
quartiere in Corsica, e venuti qui nello stato a visitare i loro 
parenti, che l'isola è piena di assassini, che uccidono i fran- 
cesi, come a caccia. Ultimamente è stata ivi imposta una de- 
cima. Questo ha determinato molti malcontenti a tal guerra ('). 

Un gesuita per la vecchiaia era rimasto a Palermo. Si è 
scoperto che era stato fatto Provinciale, colla facoltà di rice- 
vere terziari, de' quali ne fece un buon ingaggio. E arrestato 
colle sue patenti e lettere. 

Ora ti dò notizie esatte : attendi queste, e non le altre. 
In Roma v'è gabella sulla vendita del vino a minuto e si 
chiama la Gabella dello Studio, perchè è applicata alla uni- 
versità della Sapienza. Sono soggetti a questa, quelli che ven- 
dono il vino a minuto, comperato, cosicché ne sono esenti 
i proprietari, che lo volessero vendere a minuto. Succede qui 
pure che gli osti fanno un patto coll'appaltatore per redimersi 
dalla vessazione delle visite. 

Le mercanzie, molte, come dissi, si doganano a stima ; e 
per questo v'è lo stimatore, come nell'ultima mia. 

Penso alla tua idea di mandare all'Accademia di Man- 
tova lo scritto sui grani. Benché questa adunanza sia oscura, 
pure mi pare un atto conforme al zelo del servigio regio, di 
comunicarle i propri lumi in materie pubbliche, nelle quali 
essa ha eccitato la nazione a pensare. Gli auspici imperiali 

(1) Erano i Granfioni, o sieno i Corsi indipendenti, rifugiati ne' dintorni 
d'Aiaccio, che continuavano a venir alle mani coi Francesi ; contro di loro nel 
dicembre il Conte di Marbeuf si disponeva ad inviare un grosso corpo di truppe 
a Mezzano. Cfr. %islTetto di noi., 1770, n. 32, p. 255, ecc. 



— 23 — 

la rendono considerabile, e poi, alla fine, bisogna che qual- 
cheduno sia il primo. Anzi, mi pare atto da ministro zelante 
l'esser il primo che mostri riguardi per questa società, eretta 
dal proprio principe. Le tue meditazioni in questa materia 
sono tue, e non di ufficio ; per conseguenza ne puoi disporre 
come ti piace. Pertanto, penso come te, esser cosa ben fatta, 
almeno certo non avere nessun mconveniente questo concorso 
al premio. Non è egli Maria Teresa che t'invita colla voce 
di quella adunanza, da lei eretta, a comunicare le tue medi- 
tazioni (')? 

Leggerò, adunque, attentamente quello scritto, e ostilmente 
ti dirò ogni cosa che mi faccia impressione. Sarò rigoroso, 
massimamente su ogni tratto vivo che vi possa essere. Lasciati 
pelare. Vorrei che non ci fosse che nuda e semplice e con- 
cisa e ordinata serie di verità, rinunciando alla immaginazione 
e a qualunque elettrico stile. La tranquillità fa, generalmente, 
grande impressione. Sarò impertinente ; lascia fare. Addio. 

Ho conosciuto Kock : è uomo amabile (2). Ti abbraccio. 
Cento rispetti alla tua cara Maddalena. 

Sono convinto. E dimostrato dal fatto e dalla ragione che 
sono minori gl'inconvenienti di far pagare a valore le merci 
che non si pesano e non si misurano, lo ti ho scritto, senza 
esser nulla convinto di quanto diceva. Lasciava massimamente 
fuori due dati. L'uno che il gabelliere e non il principale 
comprerebbe la merce stimata meno : l'altra, che in questi ge- 
neri l'utile del mercante arriva al venti per cento, e, per con- 
seguenza, il quindici per cento, che gli darebbe il gabelliere, 
Io punisce con guadagno minore sul frutto, oltre anche la re- 
stituzione di un minor capitale, perchè, in caso di compra del 
gabelliere, il mercante avrebbe ribassato per frode lo stesso 
capitale. E, finalmente, è dimostrata assurda e sproporziona- 
tissima legge quella che tassi una dogana a merci che non si 

(1) Se non proprio Maria Teresa, i suoi ufficiali rappresentanti avevano più 
volte stimolato Pietro a mandare scritti suoi per le pubblicazioni dell'Accademia 
mantovana. Ne reca documento un'altra lettera di lui, in data 5 dicembre 1770, 
conservata appunto in quell'archivio accademico, diretta probabilmente a D. P. 
Salandri. 

(2) Cfr. lett. I, p. 5 di questo volume. 



— 24 — 

misurano e non si pesano, ed avanti che la stima a valore si 
allontani dal giusto quanto una tariffa generale ed arbitraria, 
vi vuole assai, e generale ed arbitraria dev esser, non essendo 
possibile il far un dato specificato delle tabacchiere, catene 
d'orologio, curadenti, fìbbie, ecc. ; merci mutabili dalla moda 
e di infinita differenza nella stessa classe. Sono convintissimo ('), 

Alessandro. 



IX (345). 
Al Fratello. 

Milano, 17 ottobre 1770. 

Vedo dalla cara tua lettera del IO che sei disposto colla 
santa tua amicizia a esaminare il mio scritto sui grani di 
nuovo (2) ; ma spero che dalle seguenti mie lettere avrai veduto 
che ho mutato idea e che, conseguentemente, il tuo lavoro 
sarebbe inopportuno. La cosa va avanti, siamo alla pagina 
centotrentacmquesima, e non è esaurita la sene delle idee ; e 
in molti luoghi, per non annoiarmi a dettare delle cose che 
già ho scritte, pongo degli ecc., da riempirsi poi nella revi- 
sione. Le mie serate le ho libere, e le impiego deliziosamente 
così. Mi pare che farò qualche cosa di buono ; molto vi è di 
assolutamente intatto dagli altri ; molto vi è di contrario alle 
opinioni più decantate, e che ha l'aria di paradosso ; eppure, 
a mio parere, è verità provata; tutto insieme, seppur lo vedo 
bene, debb'essere roba interessante, e per la estensione degli 
oggetti e per il numero e per un tuono originale e nuovo. 
Molti scrittori hanno trattato bene di alcuni lati di quest'edi- 
lìzio; ma nessuno l'ha ridotto a unità, a un tratto insieme, 
che emani da alcuni semplici principi. Questi principi sono i 
medesimi della prima parte de' grani, ma posti in maggior 

(1) Questo paragrafo risponde alle osservazioni che Pietro aveva sottoposte 
al fratello intorno al " tributo a valore ^ nella lett. del 29 settembre. Ved. Cari., 
V. Hi, p. 475 sg. 

(2) Cfr. lett. Vili ; p. 23 di questo volume. 



— 25 — 

luce. Non vedo l'ora di avere esaurito questo getto per met- 
tervi mano a ricomporle e mandartelo e averne la tua critica. 
Se posso farmi un nome per questa strada, ella è ben più 
nobile, più indipendente, e più vasta dell'altra, che non mi 
dava che tedio, fatica e amarezza. La mia anima si solleva 
dopo di questa passione rinata : guardo con minore importanza 
i piccoli intrighi ; faccio il mio ufficio, come un affare secon- 
dano, come una possessione da custodirsi ; ma, se non m in- 
ganno, credo d'essere preparato a vedere tutte le inconse- 
guenze, senza grande sentimento. Mi aspetto un nome europeo, 
e mi pare di non averne una vana lusinga. Scrivo, però, in 
modo da non lasciar trapelare il minimo umore ne indicare 
mai i disordini di nessun paese, m particolare ; escimino le 
teorie, e niente di più ; non presenterò certamente il fianco 
ne a Roma ne al ministero. Una placida filosofia mi guida 
per mano ; e considero gli elementi della prosperità nazionale, 
come si considerano le leggi del moto. Credo che dovrei 
avere per lettori molti ministri in ogni paese ; dei filosofi, e 
anche degli uomini puramente colti, perchè l'argomento è in- 
teressante. Un po' di quiete che continui, siamo in porto ; e 
si potrebbe per questa primavera avere ascoltato il giudizio 
del pubblico ; al quale, però, voglio presentarmi incognito. 
Aubert sarebbe il mio uomoC); vorrei un bell'in quarto, ottima 
carta e margine, e il carattere della prima edizione di Bec- 
caria (2), con maggiore distanza nelle linee ; saranno venti o trenta 
zecchini che vi rimetterò; ma saranno spesi bene, ^rattanto 
Luisino solo e tu siete al fatto di questo secreto. E meglio 
che la opinione pubblica imponga a tante cicale che mi stri- 
dono d'intorno; e sarebbe una vera vanità l'aspettarsi che al- 
cuni pochi mi decorassero a segno di darmi una opinione. 
Prendiamocela da noi, e mettiamoli nel caso di avere per noi 
dei riguardi sur parole, se non ne sanno avere per intimo 
sentimento. 

(1) E con lui, difatti, annodò addì 24 ottobre le prime trattative per la 
stampa con una lettera che più innanzi riportiamo. 

(2) La prima " edizione y, intende, dei libro Dei delitti e delie pene, uscita 
a Livorno nel luglio 1764 pe' tipi dell'abb. Coltellni; vei G. CHIAPPINI, 
L' JItIc della Stampa in Livorno, Livorno, 1904, p. 66 sg. 



— 26 — 

Scusami ; ma sono pieno delle mie idee, e te le verso ad- 
dosso tutte quante. 

Non abbiamo novità. Oggi trasmetto il mio Piano ; gli altri 
sono già stati presentati. Alla amabile amica i miei rispetti. 

Ti abbraccio e sono sempre il tuo 

Pietro. 



X (342). 
Jl Pietro. 



Roma, 13 ottobre 1770. 



Sto leggendo il tuo scritto, come ho detto ('). Non sapevo 
V enciclopedia di Voltaire, e mi fa specie che sia tanto volu- 
minosa. Mi pare impossibile che un uomo tale faccia un grosso 
libro ; non credevo mai che si desse ai volumi in foglio. 

Ho sentito parlare del libro de la nature, che fa strepito in 
Francia per la sua empietà ; è il più ardito di tutti gli empi. 
Distrugge ogni cosa dai fondamenti (-). 

Fai benissimo a custodire il tuo balsamo (3). Così va bene. 
Stiamo forti su quest'articolo. 

Se ritornerà da me il figlio della portinara, l'aiuterò in 
quello che posso. 

Cercherò distinte notizie sui sali. Quello che per adesso 

(1) Cfr. lett. Vili, p. 23 di questo volume. 

(2) Paul Thyry, barone d'Holbach (1723-1789), aveva da pochi mesi mandato 
fuori a Londra i due volumi Le Système de la Nature, ou des loys du monde 
physique et du monde maral, celandosi però dietro il nome del defunto Mirabaud, 
già Segretario perpetuo dell'Accademia Francese. 11 libro andò a ruba : se ne fecero 
due edizioni nel torso del 1770, e lo si ristampò poi nel '71, '74, 75, 77. 
Cfr. QUÉRARD, La France liti., IV, p. 119. 11 Voltaire, gongolante, così ne 
scriveva l'S agosto 1770, alla marchesa du Deffant : " Un diable d'homme, in- 
" spire par Belzébuth, vient de publier un livre intitulé Système de la Nature, 
" dans lequel il croit démontrer à chaque page qu'il n'y a point de Dieu. Ce 
" livre effraye tout le monde, et tout le monde le veut lire ^. VOLTAIRE, Cor- 
respond. in Oeuvres compiei., to. XIII, p. 46. E cfr. anche MORELLET, Mémoires 
inéd., Paris, 1822, to. 1, p. 138 sgg.; GALIANI, Correspond.. lettre LXIX, à 
mad. d'Epinay, lo. I, p. 256 sg. 

(3) Cfr. lett. III, p. 9 di questo voi. .allude al Piano già tante volte ricordato. 



— 27 — 

so, è che molto sale se ne fa nello stato, e si paga tre soldi 
di Milano la libra di dodici once, purgato e bianco, come 
quello che costì si usa alle tavole. 

L'Abate mi scrive e mi manda una licenza di libri proi- 
biti per la conferma ; vorrebbe estenderla anche ad Elvezio ; 
proverò, ma mi par difficile. L'Abate mi risponde, contento 
della mia, dice che mi è assai obbligato per la delicatezza, 
con cui gli ho scritto. Vedi pertanto, tu, che non la volevi 
consegnare, perchè troppo sincera. E un palato per cui ci 
vuole mostarda. La sua condotta colla Brioschi è da insensato. 
Non v'è sugo di sorta alcuna. Mi scrisse, due anni sono, 
dandomi notizia ch'egli, dopo gli suoi entusiasmi di Parma, 
era tornato come prima, e aggiunse esclamando: Quid est liomof 
Ma doveva dire Quis sum ego!; perchè non è colpa della na- 
tura umana, s'egli ha della stoppa nella testa. Io non mi stu- 
pirei nulla, se da un giorno all'altro, tornasse da capo. Non 
v'è fondo alcuno. II Cavaliere pure è lo stesso. L'ho giudi- 
cato, inappellabilmente ; ma gli accordo qualche cosa di me- 
glio. Hai ragione di chiamarla n razza seconda ii. Sono buona 
gente, e nulla più. Vorrei sapere m che piede sei coll'Abate. 
Se siete l'uno in faccia dell'altro, comodamente, e famigliari; 
se v'è mezzo di parlare di qualche cosa, il che mi par diffi- 
cile, benché sieno tante le cose di questo mondo. Egli mi 
disse nell'ultima che, benché fossimo fratelli, potevamo dire 
di non conoscerci. Ha gran torto, quanto a me. 

Pensando la peggio delle cortesie di Firmian ('), dico che 
possono essere segni cattivi, o offici alla Corte (2). Così pure 
dell'altro. Possono però anche provare buone nuove. Ti parlo 
chiaro, perchè, comunque sia la cosa, non può pregiudicare; 
anzi credo che sarebbe vantaggio il primo caso. Il torto rima- 
manendo sicuramente al malabile calunniatore, l'accusato gua- 
dagna sempre. Sono mie idee, e sono tranquillissimo, te lo 
assicuro. 

Addio, caro eterno, mio dolce amico. Ti abbraccio. 1 miei 
rispetti alla tua buona Maddalena. 

( 1 ) Le parole : cortesie di Firmian in cifra. 

(2) Le parole : offici alla Corte (cioè come quelli di Ilario Corte) in cifra. 



— 28 — 

Non ti ho detto che, avendo data una copia del mio ma- 
noscritto all'abate Vaulcelles ('), egli la fece vedere a Parigi a 
qualche suo amico, e, fra gli altri, alla moglie di monsieur 
Suard, uno degli autori della Gazzetta Letteraria (2) ; ed essa mi 
fece interpellare dal Padre Jacquier, se le volevo permettere 
di tradurla, e stamparla. Io ho risposto che mi faceva gran 
piacere l'offerta, ma che non volevo, amando più la tranquil- 
lità che ogni altra cosa. 

Alessandro. 



XI (346). 
Jl Fratello. 

Milano, 20 ottobre 1770. 

Sinora la materia ha somministrato ; tutte le serate ho det- 
tato per quattro ore di seguito; siamo a pagine censeltanta, 
ma le idee massiccie sono esaurite ; e questa sera, naturalmente, 
terminerò. Un libro senza fatti, senza dettagli, e tutto di mere 
teorie, non può essere tanto voluminoso. Penso adunque di 
fermarmi, e ripigliare da capo, ripassando di mia mano, acco- 
modando, e aggiugnendo tante cose, che, per non perdere il 
calore delle idee che volevano farsi strada, ho lasciate a parte. 
ì principi sono quasi tutti i medesimi che restano indicati 
nella prima parte sui grani ; e con seguito ragionamento, da 
una cosa nell'altra, sono passato a parlare di tutti gli oggetti 
della politica interna d'uno stato : banchi, monete, circolazione, 
agricoltura, tributi, popolazione, cambi, esportazioni, ecc. Non 
vedo l'ora di essere giudicato dal mio Sandrino. 

Ho scorso qualche pezzo di Beccaria. Ieri solamente ho 
avute le sue lezioni di questo secondo anno ; sono assai mi- 
gliori delle prime, e m qualche angolo s'accostano a quello 
che ho detto io. L'ammasso delle novità che ho io, per altro, 

(1) Sopra costui cfr. Cart., v. II, p. 228. 

(2) Madama Suard, è la celebre figliuola del libraio Panckoucke, nata a 
Lilla nel 1750, e maritatasi verso il 1775 con Giambattista Antonio Suard, al 
quale prestò come collaboratrice preziosi aiuti. 



- 29 — 

supera assai. Non vorrei che quest' illustre reclamasse poi per 
qualche idea che s'assomigli, e mi chiamasse plagiario. S'egli 
stamperà le sue lezioni, quali sono, non potrà certamente so- 
stenere simile accusa. Io ho molte cose interessanti, ruiove, che 
hanno l'aspetto d'un paradosso, e che sono opposte a quanto 
si crede e si è scritto. Credo, per esempio, utili le grandi 
città e la popolazione conservata, e lo provo; credo utile l'ac- 
crescimento della massa di denaro circolante, e lo provo. 

Il libro di Beccaria è il soggetto della maldicenza del 
paese (0. Io credeva che gli onori passati ne avessero imposto; 
ma il fatto si è che v' è un desiderio universale di vederlo 
abbassato. Ha fatto uno sproposito insigne a farlo stampare m 
Milano ; e la roba mia non vi verrà mai, se non coperta dai 
suffragi favorevoli d'altri paesi. Veramente la maniera colla 
quale quest' opera è scritta, ributta. Costa una estrema fatica 
a seguitarlo; e non sempre si è ricompensati della fatica; che 
scopri l'oscurità nascere molte volte dalla trascuratezza di or- 
dinare le espressioni più che dalla sublimità della idea. Tal 
volta, manca di precisione, a segno che fa stupore, lo trovo 
alcuni tratti, per esempio le prime tre righe della pag. 27, 
degne d'Arlecchino in serietà (~). Mi pare che poco rumore 
debba fare questo libro ; con tutto ciò vedremo. Io non l' ho 
potuto leggere sinora che alla pagina ventisettesima. 

D'Alembert scrive a Frisi da Ferney, che ritornava a Lio- 
ne (^), e forse per questa volta era sospeso il viaggio d'Italia. 
Non dà però il caso per disperato. La sanità di D'Alembert 
è migliorata ; quella di Voltaire decade assai. V'è stato il gio- 
vane Mazzucchelli, non so se lo conosci, di bellissima figura, 
scolaro di Beccaria, che andò a Ferney espressamente per ve- 



(1) Le Ricerche sullo Stile. 

(2) Eccole : " Ma i! piacere delle cose sensibili non si fa sentire nell'animo 
" dell'uomo se non per mezzo delle sensazioni : dunque la bellezza dello stile di- 
" penderà immediatamente dallo esprimersi di quelle „, ecc. Op. cit., p. 27. 

(3) Se prestiam fede ali Indice generale in ordine alfabetico di sette codd. 
esistenti nella (Bill. Ambros. di Milano, contr. Y 148-154 P. Sup., conte- 
nenti lettere autografe di div. celebri scienziati al P. Paolo Frisi, compilato 

da Enrico Giordano (Milano, Tip. Bellini, s. a), nel carteggio del celebre Bar- 
nabita non esiste oggi veruna lettera di M. D'Alembert a lui diretta. 



— se- 
dere Voltaire, e restò a pranzo, mentre v'era D'Alembert H). 
Egli è entusiasta di loro, ed essi sono sensibili a lui. 

Il libro de la Nature e talmente empio, che mi dicono 
che si sforza di provare quest'orribile paradosso, che chiunque 
crede l'esistenza di un Dio, non può essere virtuoso. Socrate, 
Marc' Aurelio, Traiano, ecc., erano dunque uomini che non 
avevano virtù ! 

Hai fatto bene a non permettere che Suard stampasse la 
traduzione. Il riposo, la sicurezza sono beni maggiori di ogni 
fumo di lode ; e per quanta cautela tu abbia avuta nello scri- 
vere, le pazzie passate sono tante, che non si possono vedere 
o ascoltare, veridicamente, senza ribrezzo ; sentimento che non 
si può risvegliare innocuamente, quando si passeggiano le ce- 
neri di Tullio e di Cesare. 

Addio, amico eterno del mio cuore : debbo finire. Alla 
tua cara Marchesa i miei rispetti. Ti abbraccio e sono sem- 
pre il tuo. 

P. S. — Ricordati di farmi di tempo in tempo confidenza 
dello stato della piccola tua cassa, per conoscere se m questo 
mese posso disporre altrimenti o come. 

Mi dimenticava di scriverti che l'altro ieri è finalmente 
venuta con una lettera del signor principe di Kaunitz la for- 
male chiamata di Luisino. Egli partirà al principio del mese; 
forse sarà in compagnia di Fedeli (2). Acquisto un appoggio. 



(1) Cfr. leti. I, p. 2 di questo volume. 

(2) Giulio Fedeli, primo de' figliuoli che il conte Giov. Antonio, patrizio e 
decurione milanese, 'j* 1754, ebbe dalla nobile Maria Giuseppa Ferrari, fu de' XII 
di Provvisione, nel 1 769 Decurione, Gentiluomo di Camera delle LL. MM., ecc. 
Sposò in prime nozze D. Giulia Salazar; poi, morta questa, contrasse nuove nozze 
con Gabriella d' .Piazzo di Vercelli nel 1 783. Ma non avendo avuto figli, la sua 
famiglia, oriunda di Monza, s' estinse con lui, che morì il 2 1 febbraio 1 789, 
d'anni settantadue, lasciando erede universale l'Ospedale Maggiore. Cfr. CANETTA, 
L'Osped. ^^aggiore, cit., P. V., p. 188, n. 141. La sua quadreria passò per 
suo volere al principe di Kevenhiiller. 11 Fedeli godeva molta simpatia a Vienna, 
e quand'egli nel 1771 ritornò a Milano, Maria Teresa l'incaricò di consegnare 
all'arciduca Ferdinando una sua lettera, che comincia con un amichevole bisticcio : 
" Le fidèle comte Fideli vous porterà celle-ci „. Ved. A. v. ARNETH, Briefe 
dcT Kaiserin tyXT. "Uh. an ihre Kinder u. Frcunde, Wien, 1881, v. I, p. 79, 
13 ottobre. 



31 



ma perdo un amico e un consolatore. Non mi resta nessuno, 
col quale sfogare gli affari e le passioni ; il cielo che dat nivem 
sicut lanam (^), mi darà manco passioni! 

Amen. PlETRO. 



XII (343). 



A Pietro. 



Or 



(2). 



Roma, 17 ottobre 1770. 



Ti prego di perdonarmi l'impertinenza, e ti abbraccio ca- 
ramente. Volendo, come spero, fare una pezza più grossa in 
questa materia, crederei che potessi lasciare di concorrere par- 
zialmente al premio de' grani (3), giacche ripeteresti quella parte 
nell'opera universale. Allora potresti dedicare il pezzo grosso 
all'Accademia, senza concorrere a premio alcuno su questi 
particolari quesiti. E più nobile e glorioso. Mi pare. 

Ricevo il libro di Beccaria. Amico, mi fa sbadigliare. 
Vedrai che non avrà entusiasmo dal pubblico. Opera confusa, 
inesatta, senza fondo, senza appoggio di esempi, il che è l'a- 
nima di tal materia, o con esempi ridicoli, quei pochi. Non 
vorrei, in una parola, esserne l'autore. Ne parleremo. Non 
accusare il tuo povero stomaco, se hai sbadigliato. Vi trovo, 
però, anche del buono : infine l'Autore è uomo d'ingegno assai. 
Ma è tessuta assai male. Ne parleremo. Addio. Le due mar- 
chese ti salutano. Ti confermo che la marchesa Sparapani è 
contentissima della tua attenzione. Ti sono tanto obbligato, 

caro amico. 

Alessandro. 

(1) Vcd. Psalm. CXLVII, 16. 

(2) Le prime tre facciate di questa lettera sono occupate da osservazioni e 
postille concernenti il contenuto e la forma dell'opera di Pietro Salle leggi vin- 
colanti ; frutto della seconda ed inutile revisione intrapresane da Alessandro ; 
cfr. lett. X, p. 26 di questo volume. Noi omettiamo tutte queste riflessioni che 
sono oggimai sfornite d'interesse. 

(3) Il premio bandito dall' Accademia di Mantova : cfr. lett. I, p. 4 di 
questo volume. 



— 32 — 

XIII (347). 
Al Fratello. 



Milano, 24 ottobre 1770. 



Trovo tanto giuste le tue critiche, che nel rifondere la 
materia, quasi tutti li aveva corretti da me i passi che ti hanno 
dispiaciuto. Due cose, però, ho in contrario. La teoria gene- 
rale del prezzo, per necessità, bisogna annunziarla in ragione 
semplice de' compratori e inversa de' venditori ; e ciò perchè 
una teoria di quantità non può esprimersi esattamente se non 
adoperi i vocaboli della scienza delle quantità!'). L'altra è che 
il tributo è eguale a sterilità, quando è sui fondi, cioè, il fondo 
produce trenta ; questa total produzione è la quantità della 
fecondità. Suppongo dieci bisogna che si consumi per il vitto 
dell'agricoltore. Restano venti di netto. Se si imponga il tri- 
buto del cinquanta per cento , resteranno al proprietario soli 
dieci, e non venti di netto. Sarà dunque, come se la totale 
fecondità del fondo fosse venti (2). 

(1) Nelle sue osservazioni sul libro del fratello, Alessandro aveva scritto : 
" Lascerei generalmente la lingua algebraica, come troppo ormai di moda. Onde 
" alle frasi eguale, più, ragione composta, diretta, inversa, ecc. e simili, so- 
" stituirei frasi più corte e comuni, e non men espressive. Si tratta di esser in- 
" teso da tutti. D'Alembert trovava questo difetto pure nei 'Delitti e le Pene. 
" E piccolo merito il sapere quei termini; non sono necessari; sono oscuri al co- 
" mune de' lettori, portano la lingua d' una scienza ad un' altra disparata senza 
" necessità ; e, come ho detto, si sono resi troppo famigliari in ogni sorte di libro : 
" fino M."" Thomas ne' suoi Elogi è pieno di calcules, sagesse calculante, ecc. „. 

(2) Pietro stabiliva nel suo libro che il tributo " rispetto alle terre ed all'a- 
" gricoltura è sempre uguale a sterilità „. 11 principio pareva discutibile ad Ales- 
sandro : " Non mi è chiaro (egli avvertiva). Forse dice : il tributo della terra è 
" sempre, in proporzione, cagione di sterilità. I .° dico che non so come qui venga 
" a proposito questo principio. 2." non lo credo esatto, il tributo sino a un certo 
" segno essendo stimolo dell'industria „. Udite le spiegazioni del fratello, Alessandro, 
non soddisfatto, tornava a muovergli obbiezioni nelle note critiche alle Medita- 
zioni suir Economia politica, e precisamente al § XXXVI, " I tributi fanno 
" l'effetto della sterilità, ecc. y. " Qui ripeto che non sono persuaso che il tributo 



— 33 — 

Ma scrivo troppo di fretta. Vado ripassando quello che ho 
dettato. Accontentati di un abbraccio in furia, ma coll'anima. 
Mi sono care le tue critiche ; vedo il cuore e la mia felicità 
in ogni tua azione. Alla dolce tua amica mille cose da mia 
parte. Ti abbraccio. 1 miei rispetti alla signora marchesa 
Sparapani. Sono sempre il tuo 

Pietro. 



XIV n48). 
^41 Fratello. 

Milano, 27 ottobre 1770. 

Sinora non è giunto il corriere. Abbiamo una stagione as- 
sai piovosa (') ed è naturale il ritardo. Io seguito ad essere solo, 
isolato, in casa ; anche 1' Abate è partito e passo le mie se- 
rate sei o sette ore in vera solitudine, ripassando quello che 
ho scritto e facendovi le aggiunte e le correzioni. Non vedo 
l'ora di darlo alle tue mani, e mi pare che vi siano delle viste 
interessanti e nuove, ma non tutte nuove per te, perchè ho 
fatto conto in quest'opera di riporvi quel poco di buono, che, 
per azzardo, era sparso negli altri manoscritti che hai , e sui 
Grani o per le Regalie, ecc. 

" sulle terre sia " eguale a sterilità ^ , perchè ciò sarebbe quando il tributo uscisse 
" dallo stato, senza più rientrarci, ma quando vi ricade come rugiada, questo non è. 
" La terra ha realmente prodotto quel frutto il quale, invece di essere goduto dal 
" proprietario, è passato, per mezzo del principe, a nutrire altri cittadini utili e 
* necessari allo stato * ; ecc. Pietro non si lasciò smuovere; e così nel passo delle 
^TiCeditazioni, come in quello del libro Sulle leggi vincolanti, lasciò immutato il 
testo primitivo. Cfr. Scritli vari, ed. Carcano, v. I, p. 239, p. 254. 

(1) 11 mal tempo fu generale in quell'autunno in tutt' Italia ; le gazzette ri- 
boccano di racconti tristitsimi; Venezia sui primi di novembre rimase tutta quanta 
allagata (v. T^Jslretto delle noi., 1770, n. 26, p, 208); a Genova infuriò un 
turbine, che danneggiò parecchie navi (ibid., n. 29, p. 231); l'escrescenza d'acque 
n2Ì fiumi Panaro e Secchia devastò la pianuia ci Carpi, del Finale, la provincia 
di Novi, quella di Novellara, il Brescellese, ecc. (ibid., n. 30, p. 237), recando 
grave danno al Parmigiano ; Pistoia sofferse pur essa parecchio (:bid., n. 30, p. 239); 
e Firenze sulla fine d'ottobre fu innondata dall'Arno (// nuovo Postigl., 1770, 
n. XLVI, 3 novembre, corr. da Firenze, 26 ottobre. 



— 34 — 

Ho letto ieri le lezioni del secondo anno di Beccaria ; po- 
chissime viste nuove , una raccolta di cose dette dagli altri, 
alcuni deliri, delle pitture di felicissima immaginazione, dei 
lampi d'eloquenza, e, nel fondo, nozioni confuse e volgari del- 
l'arte, stese verbosissimamente ; queste sono le sue lezioni. Di 
più , v' è r adulazione di sostenere la tesi del suo protettore 
Carli; egli non approva universalmente e in ogni caso la li- 
bertà di commercio de' grani ; egli dice quando i Monti pub- 
blici ribassano gì' interessi, offerendo il capitale a chi lo vuole, 
se non si ricercano i capitali è segno che l' agricoltura è al 
sommo apice di perfezione ; perchè , se potesse migliorare , 
prenderebbero i capitali e migliorerebbero i fondi; quasi che 
l'abitudine, l' inerzia, i pregiudizi fossero zero e che fossero 
sinonimi potersi fare un guadagno coli' industria e intrapren- 
dersi un guadagno. Varie proposizioni simili ha dettate, come 
questa, che, dovunque il prezzo de' generi s' accresce, ivi è 
prova di commercio attivo. In tutta l' Europa , da dieci anni 
a questa parte, sono innalzati i prezzi del pane, vino, carne, 
olio, ecc. Se tutti guadagnassero, chi perderebbe? Sono vil- 
lanie d' un' anima servile, che imprime gli errori nelle menti 
de' giovani confidatigli, e, per avere un protettore, vende, per 
quanto è in lui, il ben pubblico. Mi fa sdegno propriamente. 
Io non voglio toccarlo nel mio libro, ma, tranquillamente, vo- 
glio provare l'errore. 

L'Abate è dunque in campagna. Tu mi ricercasti come 
io viva con lui e come possiamo fare dei dialoghi ('). Ti assi- 
curo che vi è molta aridità di spirito fra di noi. Io, assoluta- 
mente, non lo posso stimare ; e per quanto mi copra, egli lo 
travvede e questa è la base della reciproca nostra esistenza. 
Egli ha infinitamente più piacere a stare colla signora Brioschi, 
che con me ; e sin qui non posso lamentarmene ; quello che 
mi umilia si è il vedere che egli ha più piacere a guidare in 
biroccio e ad ammazzare le quaglie, che non a stare colla si- 
gnora Brioschi, la quale è la media proporzionale fra le qua- 
glie e i cavalli e il tuo povero Pietro. Il buon uomo ha il 
cerebro di giuncata ; l'anno passato aveva qualche debito che 

(1) Ved. lett. X, p. 26 di questo volume. 



— 35 — 

lo inquietava ; io l' ho saldato e messo in caso di stare in 
equilibrio. Ora spende signorilmente in abiti affatto superflui; 
e mi andava, giorni sono, predicando la massima che chi più 
spende meno spende, Poverino, lasciamolo dove sta. Questa 
mattina, prima di partire, mi chiamò se sarei andato a Bias- 
sono. n Signor no ", dissi, " Ma perchè, soggiunse, quando 
■ vi veniste per poco ! u " Per poco (replicai) sarebbe cer- 

* tamente minor noia che per molto, ma quando delle noie 
n ne posso prendere zero, lo preferisco ancora a poco ". E 
con questo bel detto ci siamo separati. Poveretto, lasciamolo 
al suo livello. 

Ti manderò presto un nuovo tomo del vecchio di Ferney; 
vi è una Sophonysbe, tragedia, che mi piace ; il restante è 
roba altrui, già veduta e leggera (''. 

Addio, mio dolce amico. Alla tua buona Margherita i 
miei distintissimi rispetti. Amami e credimi sempre il tuo. 

PS. — Si va scoprendo la immensa guglia, posta in cima 
al Duomo. Ora levano i ponti ; è cosa veramente ridicola e 
bestiale; e lo è tanto, che non v'è un uomo solo che la trovi 
passibile. Il trionfo della ragione è per Frisi ; ma ancora han 
rabbia, perchè aveva ragione <2). Se ti piace d'avere un bel rame 
grande, che mostra il fianco del Duomo colla guglia e tutto, 
io r ho e non mi preme ; e, a caso lo trovi buouo per un 
mobile di stanza, te lo spedirò ; se no, neimneno mi darò la 
minima fatica di spediterlo 0). Dimmelo però, perchè la stra- 

(1 ) Si tratta della raccolta in tre volumi in ottavo, pubblicata a Berlino nel 
1769, sotto il titolo Les Choses utiles et agréables, in cui il Voltaire fece inserire 
parecchi suoi scritti già pubblicati. Tra essi vi è la Sophon\)sbe, " tragèdie en 

* cinq actes de M. Mairet, réparé à neuf ". Ved. QUÉRARD, La Frante littér., 
V. X. p. 345. n.o 309; BENGESCO, op. cit., v. 1. 

(2) Cfr. la lett. di Pietro del \° settembre, in Cari., v. Ili, p. 441 sg. 

(3) Questa stampa, d'esimia rarità, giacché ne sono (a quanto sembra) prive 
le più importanti raccolte della città nostra, era stata eseguita da Giovanni Bel- 
loli, calcografo oscuro, nativo di Verona, appena ricordato dallo ZANI. 

Secondochè apprendiamo dai registri della Fabbrica del Duomo egli ricevette 
addì 20 agosto 1770. lire centocinquanta, " per sua mercede d'aver intagliato in 

* rame il modello rappresentante la gran guglia, come pure d'aver pulito gli altJi 

* rami rappresentanti un fianco del Duomo ". Ved. Annali della Fabbr. del 
Duomo, ecc.. Milano. 1885. v. VI. p. 192. 



36 — 



nezza della fabbrica e la sua mole può meritare la curiosità. 
Nuovamente ti abbraccio. 



Pietro. 



XV (344). 
J Pietro. 



Roma, 20 ottobre 1770. 



Io ti prego, oltre tanto che mi hai dato, a pagarmi due 
debiti che ho, uno qui con D. Giaco no Lecchi ('), ed uno a 
Londra per residuo di commissioni. A Don Giacomo, fatti i 
nostri conti , compresa la commissione di Londra e le spese, 
che qui gli ho fatte m rami e solfi , devo per totale saldo 
soldi quarantadue , moneta di Milano. Ho ritardato molto a 
fare i conti, perchè sapeva che la somma non era grossa. A 
Londra, poi, devo di più. Ti piego adunque a far rimettere dal 
Chinetti (2) nelle sue commissioni al signor Luigi Baumgartner 
da mia parte scellmi sedici e soldi otto (16.8), moneta inglese, 
il che , a un di presso , nel cambio corrisponderà al più a 
ventotto lire di Milano. Io devo da molto tempo saldare questo 
conto : così piccola somma non la posso rimettere , se non 
unendola a qualche cambiale ; ne vedo occasione più oppor- 
tuna del Chinetti, il di cui corrispondente, se non 1' ha mu- 
tato, è questo stesso signor Luigi Baumgartner. Perdonami se 
sono incessante ne' miei guadagni. O.tre tanto che mi dai , 
profitto di tutte le commissioni. 

Vedo che ti fondi siile prime notizie che ti diedi della 
vendita del vino a minuto, che sono insussistenti, come avrai 
veduto PK Ora ti aggiungo che le bettole in Roma sono sem- 
pre piene, massimamente i giorni di festa ; e che quasi tutte 
le risse e gli omicidi si fanno in quelle. 

Delle Ricerche sullo Stile ti dirò che non ho potuto pas- 
sare la pagina ottantaseiesima. Mi annoia potentemente. Egli 

(1) Sul Lecchi ritornato a Milano da qualche mesa ved. Cari., v. III, p. 412. 

(2) Cfr. Cari., v. HI, p. 405. 

(3) Cfr. lett. VI. p. 20 e leti. Vili, p. 22 di questo volume. 



— 37 — 

ha poco fondo di quella erudizione eh' egli vuol deprimere, 
ma che è 1' anima di tali opere ; e se la passa con teoremi 
generali. Io avrei voluto che con gran scelta e giudizio fosse 
tutta r opera provata con esempi ben analizzati. Gli esempi 
avrebbero ripercossa una luce chiarissima di riverbero su le 
dottrine, e avre obero resa l'opera più florida ed amena. Così 
è arida e vuota al sommo ; oltre di che, non si può esser 
persuaso delle massime, senza vederne l'applicazione. iMi sem- 
bra un ciarlatano che invita a gran voce co* vasi di balsamo 
vuoti. Egli ha gran torto di volere star sempre nelle nuvole, 
di provare ogni cosa a priori e di sdegnare l'erudizione. Con 
che mai si può rimontare in questa materia a principi gene- 
rali della eloquenza, se non se colla osservazione sugli autori 
e colla esperienza de' sentimenii del cuore umano? Se io mi 
fossi fatto il progetto di simil opera, avrei esaminati i prin- 
cipali pezzi di stile antichi e moderni; avrei penetrato quanto 
avessi potuto quali erano i tasti che fanno più impressione ; 
avrei fatta 1' anatomia ai poeci , agli oratori , ad ogni opera 
classica di stile ; e credo che, a poco a poco, me ne sareb- 
bero usciti i nervi e tendini, e i muscoli anche più minuti ed 
avrei veduto forse i punti comuni d' onde partono. Non per 
questo avrei messe tante cose nella mia opera, ma l' estratto 
e gli esempi più singolari e interessanti. Laddove in tutta 
questa grand'opera non trovo che due o tre meschini passi di 
Virgiho e di Ovidio ; povertà invero degna di un giovine, che 
studia Retorica. tL, per dire qualche cosa particolarmente, trovo 
la prefazione curiosissima, dove fa le sue scuse al pubblico, 
prima, perchè l'opera non è perfezionata; secondariamente, 
perchè abbia scritto in una materia straniera al suo instituto ; 
aggiungendo di più che, nientedimeno, lo stile pure ha con- 
nessione alla economia pubblica, il che non so come avvenga, 
se mai non fosse la connessione del Sibillone ('). La trascu- 
ri) Sibillone dicevasi nel settecento un ' esercizio di divertimento lettrrario, 
* ti:, quale colui che si finge essere la Sibilla, rispo.nde alcuna cosa strana alla 
' proposta, e si dee poi da uno o Jue, cne si dicon gli interpreti, trovare la con- 
' tormità tra la proposta e la risposta, mostrando che l'una conviene ottimamente 
' con l'allra ". Cosi li Fanfani. allegato dal TOMMASEO-BELLINI. T>iz. della 
lin^'.:s Hai. , S. V. 



— 38 — 

ranza apparisce in molte parti del suo stile, mentre ne fa un 
trattato; ed egli è certo che è stile noioso il suo. Egli, avendo 
avuto fortuna nell' altra sua opera, nella espressione : " Quel 
■ dolce fremito che provano le anime sensibili n ('); ha in 
questa posto n il fremito n dapertutto: nella prefazione: " in- 
n terno fremito b (2) ; e poi, un'altra volta ancora, nella stessa: 
R Quel sempre medesimo fremito interno n, ecc. (3). Nel capi- 
tolo I : B Sentirà un maggior numero di corde sensibili fre- 
n mere n (**); nel capitolo secondo: " ci sentiamo di fremere 
B interiormente n (^); nel capitolo terzo : u quella puntura e 
B quel fremito interiore b, ecc. (6). 

Intorno agli esempi, poi, è comico quello di " sguainar la 
" spada e snudar il ferro b ('^), dove trova tanta sublimità in 
questo e tanta trivialità in quello, a me parendo a un dipresso 
la stessa cosa, a differenza anche che lo " snudare n ad un 
ferro, può avere un lato di buffone e lo " sguainare b è più 
a proposito, perchè esce dalla u guaina b. La differenza pure 
tra u cocchio n e carrozza b è cosa che fa meraviglia, come 
si possa dire con tanta serietà (8). I versi di Virgilio : Extinctum 
nymphae, etc, trovo che, malgrado 1' autore e Condillac, sa- 
rebbero ristessi, anche mutata sintassi (9). E finalmente loda 
assai Virgilio d'aver detto Campos, ubi Troja fuit; e biasima 
il povero Ovidio del Seges ubi Troja fuit, per ragioni ridi- 
cole ('0). Io, anzi, trovo migliore l'espressione di Ovidio, per- 
chè essa dà una idea più compiuta della distruzione di Troja, 
esprimendo che talmente fu devastata, che né se ne vedono 

(1) Beccaria, Dei delitti e delle pene, Milano, Claisici. 1822, p. 11. 

(2) Beccaria, Ricerche intorno alla natura dello stile, Milano, Galeazzì» 
1770, ' A chi legge „, p. 15. 

(3) Ibid., p. 18. 

(4) Op. cit., cap. I, p. 30. 

(5) Op. cit., cap. II, p. 43. 

(6) Op. cit., cap. Ili, p. 53. 

(7) Op. cit., cap. 1, p. 30 sg. 

(8) Op. cit., cap. 11, p. 44. 

(9) Op. cit., cap. 1, p. 39. 11 Beccaria stes»o dichiara d'aver cavato * que- 
' st esempio dall'eccellente saggio sull'origine delle cognizioni umane d^li'abb. d 

' Condillac ,. 

(10) Op. cit., cap. IV, p. 59. 



— 39 — 

mine ne vestigia alcuna, ma perfino nasce il grano nel suo 
fondo, il che è contrasto di estremi, più forte di composi 0. 
Ma non vi è carta. Addio. 

Alessandro. 

XVI (345) (2). 
A Pietro. 

Roma, 24 ottobre 1770. 

La posta non è ancora arrivata. Saranno le acque. Qui ab- 
biamo un vero diluvio f^^). Quest'anno non fai la vita vagabonda, 
non fai trattamenti, stai in casa ; intanto, io guadagno di aver 
sempre le tue care lettere. 

Il libro di Beccaria l' ho lasciato dove t' ho detto ed è 
difficile che lo finisca. Mi pare impossibile che piaccia gene- 
ralmente e affermo profeticamente che parrà una gran caduta. 
Eccettuati due o tre squarci, non vi si riconosce l'autore dei 
Delitti e delle Pene. V è un' aridità che fa sete. 

I gerani ti nasceranno bene, se li seminerai a marzo. Tu 
credevi che fossimo barbari, ma siamo brava gente. Abbiamo 
un buon orto botanico; e, se ti occorre altro, parla. Trovo che 
hai scelto una bella provincia del regno erborario. 1 gerani 
hanno odore grato e fiori ; ma dammene la definizione : che 
si chiama " geranio r\? (^) 

(1) Non sarà inutile, dopo questa gragnuola secca, udire l'equanime avviso 
del Morellet intorno al libro del Beccaria da lui tradotto in francese: " Cet ou- 
" vrage, plein de vues fines et d'analyses profondes, est souvent obscur et parce 
" que l'auteur n'y a pas développé assez nettement des idées très-abstraites et 
" parce qu'il a negligé d'appuyer sa théorie d'asser d'exemples. Je dis dans la 
" préface que je nai pas toujours par dissiper cette obscurité; mais Ics défauts 
" de l'ou vrage leùssent encore beaucoup de place aux pensées utiles et justes ". 
v7(Cém. inéd., to. I, p. 198. E ved. anche la lettera al Beccaria stesso di Con- 
dorcet, ». d., ma 1770, in LANDRY, op. cit. 

(2) Il numero manca nell'autografo. 

(3) Cfr. ^uotìo T^ostiglione , 1770, n. XLVI, 3 novembre, Roma, 27 ot- 
tobre; n. XLVIl, IO novembre, Roma, 3 novembre. 

(4) A questa domanda Alessandro risponde da sé medesimo in lett. LVII, 
de presente volume. 



.— 40 — 

Sono arrivati a Livorno alcuni legni da guerra inglesi ('). 
Si è detto che questa flotta sia per la Corsica ; ma alcuni inglesi 
mi dicono che sono per ricuperare una certa isola, di cui mi 
dimenticai il nome, che sta verso lo stretto Magellanico, tolta 
dagli spagnuoli '2). L' ambasciatore inglese è andato all' udienza 
del re di Spagna e gh ha dato nove ore di tempo a rispon- 
dere se vuol restituire quell' isola. Sono citazioni Feciali, da 
Romano 0). 

Qui si dubita se D'Alembert venga, lo ho citate le no- 
tizie che mi hai date. Si dice che per la sua salute non possa 
continuare il viaggio (^\ Lo credo; se arriverà a Milano, 
vedrai che delicata persona egli è d* anima e di corpo. E 
piccolo, magro, con un collo sottilissimo. 

La posta non è venuta, e sta per partire 1' altra. Ti ab- 
braccio con tutto il cuore, mio caro, eterno amico. Vorrei che 
andasti avanti nel dettare. Partorisci; fa scriver tutto; lascia 
sfogo alle idee tutte; dici bene, non far economia di carta. 
Poi depureremo. Addio. MA salutano caramente i buoni MP. 

Alessandro. 

(1) Una corrispondenza da Livorno, in data del 26 agosto, in Ristretlo di 
noi., 1770, n. 20, p. 159, attesta che le navi inglesi provenienti da Gibilterra, 
ancoratesi in quel porto ne* giorni 20 e 21, erano tre : la fregata da guerra, il 
Monreale, una nave di linea, il Niger, ed un'altra fregata, l'Edgar. Altre do- 
dici navi di linea ed alcune fregate diedero fondo più tardi nello stesso porto ; 
la flotta inglese, però, prima della fine del mese, ripigliò il suo corso nel Medi- 
terraneo. Cfr. Ristr. cit., 1770, n. 21, p. 167 sg. 

(2) Quello accennato così fuggevolmente dal Verri è episodio assai rilevante 
della storia coloniale inglese d'allora. Nel 1770 la Corte di Spagna s'era pre- 
fissa di rivendicare i òuoi diritti sull'arcipelago delle isole Falkland o Malovine, 
che la Francia le aveva cedute, ma di cui gli Inglesi s'erano impadroniti da più 
tempo. Per questo fine una spedizione organizzata dal governatore di Buenos-Ayres 
si portò nelle isole e vi distrusse la stazione di Porto Egmont, stabilita nell'isola 
di Ovest dall'Inghilterra. Questa però non tollerò l'affronto : il paese fu tosto in 
agitazione ; si dichiarò dal re offeso l'onore della corona. Un' ambasciata mi- 
nacciosa fu mandata alla corte di Madrid, che finì per cedere. Così le Malovine 
ritornarono in dominio dell'Inghilterra; ma la controversia sopita, non spenta, ti 
riaccese nel 1820 e durò ancora a lungo. 

(3) I giornali recano notizie un poco diverse : « Il Corriere, spedito a Madrid 
* il dì 21 sp. ha ordine di non aspettare più di 48 ore la risposta di quella Corte '.', 
Nuovo Postigl. 1770, n. XLVIII, Londra. 21 novembre. E cfr. ibid., n. XLIX; 
Londra, 2 novembre ; L, I dicembre, Londra, 6 novembre, ecc. 

(4) Cfr. lett. XI di questo volume. 



— 41 — 
XVII (349). 

Jll Fratello. 

Milano. 31 ottobre 1770. 

Tutto quello che mi scrivi a proposito del libro di Bec- 
caria, lo trovo luminoso e esattamente vero *^'). Egli è un vero 
saltimbanco, che ha i vasi vuoti e grida, siccome me lo di- 
pingi. Vi trovo la smania, lo stento, l' impegno di non essere 
mai di meno d' un uomo, che fa stupore e sorpresa. Questo 
è il tono predominante nel libro ; e per essere a quella ele- 
vazione, egli si aiuta accennando tutti gli episodi possibili e 
le possibili relazioni del suo soggetto cogli esseri più dispa- 
rati ; egli, piuttosto che lasciarsi vedere chiaramente al suo vero 
livello, s'ammanta di un giro di frasi e d' una strana sintassi, 
nella quale appena poi ritrovi un senso comune. Ti spaccia 
la sua mercanzia con una mirabile sicurezza. Io non ti posso 
dar conto di quest'opera che sino alla pagina cinquantesima ; 
non ho potuto andare più in là. Che vuol egli dire con quel 
suo mirabile epifonema alla fine della pagina quarantaquattre- 
sima e principio della seguente : Il tempo è u una successione 
i» d' idee per gli esseri sensibili ? (2) n Forse, che vi sono 
degli esseri " non sensibili n che abbiano idee? u II tempo è una 
u quantità alla quale debbono aver considerazione tutte le 
u scienze n? La teologia, la geometria, la logica, la chimica, 
che considerazione debbono mai al tempo ! Se mi vuol dire 
che ogni cosa s' impara e si fa col tempo, è un bel precetto, 
che ognuno lo sa ; se mi vuol dire qualche altra cosa, e quale 
potrebbe essere mai? Che sono poi quelle " operazioni este, 
« riori n dell' intelletto ? Egli non opera, se non dove è e se 
gli effetti li chiama " operazioni n, diremo che anche la fab- 

(1) Cfr. lett. XV sgg. di questo volume. 

(2) " Tanto è vero che il tempo (che altro non è per noi che la successione 
" delle idee degli esseri sensibili) è una quantità alla quale non la scienza del 

* moto solamente, ma le scienze tutte e le belle arti e la politica debbono avere 

* considerazione ; perchè tutte le più fine e le più sottili ed interiori egualmente 
' che le più complicate e più grossolane ed esteriori operazioni dell' intelletto 
" sotto l'inesorabile suo dominio si fanno e si manifestano ", Rie. cit., p. 44 sg, 



- 42 — 

brica di S. Pietro è una esteriore operazione dell' intelletto. 
Io vi trovo assolutamente un linguaggio, che non è ne preciso 
ne da filosofo. In fine della medesima pagina quarantacinque- 
sima con sicurezza somma mi asserisce che il problema, che 
è l'oggetto della meccanica, sia il " massimo effetto nel tempo 
u minimo n ('). Vi manca un dato essenziale, cioè: u colla mi- 
« nima azione n. Trovo precisamente che questo libro è scritto 
più da poeta che da pensatore ; ma io non oso prevedere il 
giudizio pubblico. Anche la prolusione, che fece era cosa po- 
verissima e inferiore a vari libri pubblicati su quelle materie ; 
eppure, te 1' han tradotta in francese e in inglese. 11 rim- 
bombo della prima opera dura tuttavia. Ma, se non gli mando a 
regalare il nostro tavolino, colle circostanze d' allora, non farà 
mai più un libro che lo renda teatralmente impertinente, come 
allora ha fatto. Qui, da noi, su questo secondo libro comune- 
mente se ne parla male, come di roba, che non capisce nem- 
meno r autore. Questo è il giudizio della sciocchezza che 
vorrebbe vendicarsi : ma sono curioso di vedere che figura 
debba fare per l' Europa. Tradurlo sarà difficile, perchè quel 
" cocchio n e quel " snudare il ferro n, ecc., saranno bel- 
lissimi intoppi per la traduzione, ammeno che non gli si usasse 
l'amicizia di preterire que' pochi esempi. 

Di monsieur D'Alembert ti dico adunque che ho letta la 
di lui lettera a Frisi, scritta da Ferney, in cui dice eh' egli 
non passava a Torino, che aveva mutata idea, ritornava a Lione 
e forse il viaggio era differito a un altro anno ; forse da Lione 
sarebbe anco venuto a Genova, da dove passare a Milano; 
ma questa determinazione non l'ha presa perchè stia male di 
salute, anzi scrive che si è rimesso assai bene; solamente Vol- 
taire va decadendo e lo scrive con sentimento. Forse egli 
non ha voluto passare per Torino, da dove è partito disgu- 
stato il nostro celebre Carburi dalle piante colle béquilles (2). 



(1) "Così veniamo ad ottenere un più grand' effetto in più breve tempo, 

* problema che non è solo l'oggetto de' meccanici, ma della morale e della 

* politica, anzi di tutta la filosofia '. Op. cit„ p. 45 sg. 

(2) Questa frase ha d'uopo di schiarimenti. Nel 1765, Alessandro Verri, 
menntr'era in viaggio alla volta di Parigi, s'incontrò a Lione col conte Giambat- 



— 43 — 

Credo che in Torino un uomo di lettere e di genio vi stia 
assai male. 

Lambertenghi ti saluta. Partirà il giorno 1 5 col conte Fe- 
deli per Vienna, dove dovrebbero arrivare verso il 25 del me- 
se (U. Qui aspettiamo la decisione e la nomina dei soggetti. 
Io mi aspetto d'essere nella amministrazione. 

Oggi otto ti spedirò la roba che ho dettata e ti prevengo, 
implorando dalla tua dolce amicizia un attento eseune e una 
critica severa. Moltissime di queste idee le devi sapere a me- 
moria ; alcune però ti giungeranno nuove. Ho incorporato qua 
dentro tutto quel poco di buono che ho lasciato correre in 
diverse scritture. Tu esaminerai, farai le tue critiche, mi rispe- 
dirai il manoscritto colle critiche. Il manoscritto è in colonna; 
potresti in margine colle lettere ovvero co' numeri fare i ri- 
chiami e sopra una carta volante o un quinternetto scrivere i 
tuoi pensieri. Io accomoderei e poi vorrei spedirlo in Livorno, 
per averlo pubblicato prima di quaresima. Preparati a farmi 
questo piacere. So che me lo farai, caro Sandrino. 

I tuoi grandiosi debiti e con Lecchi e con l'inglese saranno 
soddisfatti. 

Amami, perchè ti amo sempre colla stessa energia. Cari 
MA, vogliate bene a 

Pietro. 



lista Carburi, celebre medico greco, nativo d'ArgostoIi di Cefalonia, fratello di 
Marino, l'insigne ingegnere, e di Marco, chimico non meno insigne, con cui i] 
LANDRY, op. cit., p. 169, l'ha confuso. Giambattista, che era di ritorno dalla 
capitale francese, avendo udito il giovine italiano paragonare gli alberi de' giar- 
dini francesi a' storpi, che si reggono colle grucce, ne ripetè come propria la 
facezia, suscitando con gli " arbres avec des béquilles „ il riso de' presenti e 
la più violenta indignazione del Verri, che se ne querelò amaramente, scrivendo 
al fratello (leti, del 18-21 novembre 1766). 

11 Carburi, che dal 1750 copriva una cattedra nell'Ateneo torinese, stanco 
della vita piemontese, aveva nel 1770 chiesto ed ottenuto il riposo, e si prepa- 
rava a rimpatriare, quando la contessa di Artois, bisognosa de' suoi soccorsi, lo 
fé' pregare di recarsi a Parigi. Egli annuì, si recò colà e vi rimase fino al 1795, 
nel qual anno rivarcò le Alpi per ricondursi in Italia, anzi a Padova, presso il 
fratello Marco, dove, insegnando sempre, visse alcuni anni. Cfr. la sua biografia 
in De TIPALDO, Biografia degli Italiani illustri, to, IX, p. 107 sgg. 

(I) Cfr. lett. XXV, di questo volume. 



— 44 — 

XVIII (346). 
Jl Pietro. 

Roma, 27 ottobre 1770. 

Rispondo a due tue care. Prendo l'occasione per scrivere 
a mio padre, a cui non ho scritto da qualche tempo. Mi pare 
che abbia fatto bene a lasciare al Cavaliere anche l'anticipa- 
zione. Sarebbe stata una durezza, avendo fatto tanto la cattiva 
vita. 

Bravo e poi bravo. Andiamo avanti. Ho piacere che ti 
sei risolto a fare un'opera di tante idee, che ti bollono in testa. 
Che serve scrivere ora di un ramo, ora dell'altro? Andiamo 
al tronco. Bravo: calamus scribae velociter scribsntis 0). Siamo 
a censettanta pagine, ma temo che siano colonne semplice- 
mente. Vorrei che fossero di quei gran lenzuoli , sul quali è 
scritto il caro Democrito <2). Mi piace assai assai l'ossatura : ban- 
chi, monete, agricoltura, tributi, ecc. Vedremo un poco che 
dirai sulle gran città e sulla popolazione coacervata. Farai 
un capo d'opera. N'ho piacere assai. Ti farai un nome. Che 
bella materia e quante belle cose dirai ! Mi viene in testa un 
ramo della legislazione, ommesso, per quanto io credo, finora, 
o poco trattato : e questo è la esecuzione delle leggi. E tanto 
vero che questo capo mi è parso interessante, che ho messo, 
tempo fa, una nota sul mio saggio, che sta nel Caffè in tal 
materia P). In tutti i paesi si lagnano di avere leggi buone, ma 
che non si eseguiscono. Vorrei dunque entrare in materia e 
meditare come questo succeda : esaminare di qual natura debba 
essere il corpo depositario delle leggi, quai sieno i mezzi più 
efficaci per preservarle dalla inosservanza, quai sieno i vermi, 
che corrodono questo argine continuamente. Sono idee nubilose, 
ma le vado tasteggiando e trovo che i legislatori non hanno 
curata tanto questa parte, quanto la bontà e utilità intrinseca 

(1) Psalm. XLIV. 2. 

(2) Sul Democrlo cfr. Cart.. v. IH. p. 32. 33. 48. 

(3) Forse il sp.7^io Sulle leggi civili o l'altro Della interpretazione delle 
leggi, cKe entrambi si leggono ne! tomo secondo del Caffè (ed. 2" di Venezia, 
1766. V. II. p. 213 sgg.; 374 spg ). 



— 45 — 

delle leggi ; eppure bisognava curare e luna e l'altra egual- 
mente, giacche una buona legge o confidata da eseguirsi ad 
un ceto corrotto o il di cui interesse è in opposizione, oppure 
promulgata, senza considerazione talvolta a circostanze singolari 
di un governo corrotto, o simil roba , è lo stesso che nessuna 
legge ; anzi, peggio, perchè una legge disobbedita è un male, 
come hai detto più volte. Chi sa che le ottime leggi non sieno 
cattive per un governo corrotto e che le leggi istesse, in tal 
caso, debbano alquanto piegarsi alla corruttela per essere utili 
quanto il possano ? Trovo anche necessario in ogni governo un 
ceto custode ed esaminatore perpetuo delle leggi ; e questo 
ceto bisognerebbe organizzarlo in maniera che sempre avesse 
pili utile e più autorità ; più ritrovasse nei magistrati trangres- 
sioni di leggi e più nelle leggi stesse delle mancanze alla 
pubblica felicità ; come Aldo Manuzio dava mezzo paolo ogni 
errore di stampa, che scoprissero gli scolari di Padova ; e così 
le sue stampe sono senza errori. Infine, come nei tributi, così 
in ogni legge la massima forza sta nella esecuzione, ossia per- 
cezione, per seguitare il paragone. Amico caro, se tu trovassi 
qualche buona cosa in questa via, ne avrei un sommo piacere, 
perchè mi sento pieno e non so partorire nulla se non degli 
aborti. Provaci, se mai escisse qualche favilla da questa dura 
selce. 

Addio, mio caro amico. Tu mi dici, al solito, che ti 
dia nuove della mia cassa ; ed io ti dico che per il venturo 
novembre sicuramente sono provveduto e forse anche per tutto 
dicembre, cosicché spererei di portarmi sino al semestre di mio 
padre. Ti abbraccio caramente e ti ringrazio coll'anima di tanti 
benefici. Addio, eterno amico del mio cuore. Cento rispetti alla 
tua cara Amica. 

Alessandro. 

XIX (350). 
JI Fratello. 

Milano, 3 novembre 1770. 

Ti replico che col corriere venturo ti spedisco il lavoro, 
che ho fatto nel mese passato. Vedo che lo vorresti grosso ; 



— 46 — 

ma un libro di pure idee e teorie, senza fatti alcuni, senza 
combattere obbiezioni frivole; un libro, che sia il semplice 
risultato di meditazioni, non lo puoi aspettare voluminoso. Egli 
sarà circa della mole di quello dello stile. Molte idee già le 
hai. ma alcune no ; alcuni tratti, che erano appena accennati 
e ti saranno sembrati proporzioni azzardate, qui le troverai nella 
loro luce ; fra gli altri quella che il tributo sulle terre è uguale 
a sterilità ('). Provo che David Hume ha torto nel credere che, 
a misura che in uno stato s'accresce il denaro, s' incariscano 
le cose, ossia ve ne voglia di più per averne (2). Vi sono delle 
pitture e delle similitudini, di tempo in tempo, che variano lo 
stile e dovrebbero lasciare una immagine fìssa di quello che 
ho voluto dire. In somma, nell'ordinario venturo vedrai di che 
si tratta. Ti prego, abbadami anche agli errori piccoli e di 
ortografia o di ripetizioni troppo vicine, perchè io, attualmente, 
sono caldo, ne posso scorgerli e nel mese venturo non avrò 
tempo. Fammi una toeletta da par tuo, perchè mi rimanderai 
poi il manoscritto medesimo corretto e quello servirà. 

Quanto alla tua grande idea sulla forza esecutrice delle 
leggi, essa mi giunge nuova e non vi ho pensato. Mi pare 
che vi sarebbero cose eccellenti da trovare e che la miniera 
sia felicissima. Il Parlamento d'Inghilterra è un corpo, che in 
gran parte esercita questa funzione ; i Censori di Roma, forse, 
avevano qualche simile ufficio. Ma il corpo esecutivo dovrebbe 
nelle sue funzioni essere e mantenersi indipendente dal legis- 
latore e dai giudici. Come ottenere ciò ne' governi comuni? 
Bisognerebbe che il corpo censorio non potesse mai aver parte 
nel governo, perchè, altrimenti, avrebbe connivenza ne' disor- 
dini. Bisognerebbe che il corpo censorio fosse nel caso di 
sentire tutti mali dell'abuso, per avere zelo a ripararlo, e, nel 
tempo stesso, non sentisse i mali dell'abuso, perchè, se può 
sentirli, può essere schiacciato dal governo e timidamente ta- 
cerebbe. Eccoti alla maladettissima contraddizione che sempre 
s'incontra, quando nelle cose politiche si pensa alla perpetuità 

(1) Cfr. lett. XIII, di questo volume. 

(2) La confuteizione dell'opinione di D. Hume si fa, senza però nominarlo, al 
§ XIII delie Meditazioni, intitolato: « Del valore del danaro e dell'influenza che 
* ha su l'industria ". Cfr. Scritti vari cit., p. 164-65. 



— 47 — 

e all'ottimo. II governo inglese sempre mi pare quello, che si 
accosta alla perfezione. Una Camera de' Comuni, che si muta, 
che comanda all' Erario, dove ogni membro è stato semphce 
cittadino e tornerà ad esserlo, ma che, durante le sue funzioni, 
è sicura che tiene il legislatore nella dipendenza e per essere 
essa parte del legislatore e per essere il tesoriere dello Stato; 
questo corpo mi pare che sia il più felicemente disposto per 
conservare le leggi buone e riformare le cattive e tenere in 
vigore la esecuzione. Io ho un lampo nel mio manoscritto sulla 
conformità de' costumi colle leggi. Credo evidente che deb- 
bono coincidere ; ma credo che la divergenza sia una disap- 
provazione e un dissenso degli uomini ; e che dal grado di 
questa si possa misurare la infelicità d'un popolo. In que' paesi, 
dove ogni cittadino crede di far bene, arrestando il ladro, il 
sicario, ecc., e consegnandolo colle sue mani al giudice, è 
segno che i costumi approvano la giustizia criminale ; dove un 
uomo ingenuo si disonora nel farlo, è segno che nella pubblica 
opinione queste leggi sono l'organo della tirannia e della 
sola forza, a cui è cosa vergognosa il servire. Ne parlo a 
proposito dell'onore, che rende macchiato chi non paga i de- 
biti di giuoco e non chi non paga i tributi e altri debiti civili. 
Queste sono le idee immature, che mi svegli in testa. Pensaci, 
scrivi, va avanti e dà al pubblico qualche cosa. Ma l'argo- 
mento mi pare troppo delicato e scabroso ; se ne puoi trovare 
o nelle belle arti o nelle belle lettere o nella erudizione, la- 
sciando stare i governi, sarà un partito più sano. 

Il libro di Beccaria mi ha fatto diventare autore ; ora, 
caro Sandrino, ne hai due libri, il suo e il mio; vedrei pur 
volentieri che cacciassi fuori il tuo capo e dire una volta : 
adsum; e poi, dentro di nuovo nel guscio, per un paio d'anni. 
Tu hai le tue mattinate libere ; hai la tua Margherita che t'in- 
tende, colla quale puoi parlare. Se è fattibile, sarebbe pure 
ben fatto ! 

Addio, mio dolcissimo. Cari MA, ricevete i saluti di 
cuore di 

Pietro. 



- 48 — 

XX (347). 
A "Pietro. 

Roma, 31 ottobre 1770. 

Quand'anche non ti avesse persuaso nessuna delle mie cri- 
tiche, non me ne meraviglierei, perchè dico tutto quello, che 
mi viene in testa. Capisco che dove non potrai far di meno 
di usare i termini matematici, te ne devi servire ; ma, secondo 
me, il meno che potrai, perchè, quantunque in queste materie 
pure si tratti di quantità, è però anche vero che ciò si fa di 
passaggio, cosicché la lingua che deve dominare, è quella da 
uomo di Stato. Torno a insistere che non vorrei la frase che 
il tributo sulle terre è n eguale a sterilità n, perchè, non ostante 
quanto mi dici, bisognerebbe almeno aggiungere " per il pro- 
li prietario n O; non essendo mai eguale a sterilità, né per il 
n principe n, né per la n nazione n, che dal tributo ricava la 
forza dello Stato e la difesa. 

Mi scrivi di fretta e n'ho piacere assai. E segno che sei 
riscaldato bene nel tuo lavoro e perciò è cosa perfetta. Non 
vedo l'ora di vedere il frutto delle tue « notti autunnali », che 
saranno meglio delle n Attiche n. Ma preparati alle critiche 
le più sofìstiche ed ostili del mondo. Voglio che passi per 
l'acqua e il fuoco ; almeno per quanto io posso. 

Il senatore di Roma Rezzonico, nipote del fu Papa, è 
andato a Venezia. I Veneziani gli fanno quest' entimema : o 
ella parte e non caverà dal nostro stato le sue entrate ; o ella 
vi rimane e allora è padrone del suo. Cosicché i Pantaloni 
ci vogliono portar via 1' unico avanzo dell'Augusto Senato (2). 
Questo è certo : si dice poi che abbiano fatta man bassa su 
tutti i frati, togliendo loro tutt'i beni caduchi, dei quali se ne 
faranno due porzioni: una alla Serenissima Repubblica, l'altra 

(1) Ed infatti P. Verri ha scritto nel § XXXIII : « [il tributo] è una vera 
* sterilità politica rispetto al proprietario attuale ". Op. cit., v. 1, p. 227. 

(2) Non pare però che facessero troppo sul serio, se il Rezzonico si ri- 
conduceva ufficialmente a Roma la sera dell' Il dicembre 1770, come risulta da 
una corrispondenza da Roma, in data 15 dicembre, inserita nel Rislr. di noi., 
1770, n. 32, 21 dicembre, p. 253. 



— 49 — 

servirà a dare circa venti soldi milanesi per testa ad ogni frate 
ed il rimanente, (se ve ne sarà) per i poveri nobili. Aggiun- 
gono che il Papa voglia proibire ogni importazione di merci 
veneziane. 

Addio, mio caro eterno amico. Cento rispetti alla tua 
amica. MA salutano coH'anima i buoni MP. La marchesa Spa- 
rapani ti saluta caramente. Ella invecchia, povera donna ; e 
son di quelle persone, alle quali bisognerebbe aggiunger gli 
anni delle cattive. Addio, caro amico. 

Dei sali (1) 

11 saie in Roma e nello Stato va per appalto. L'appaltatore lo vende due 
bajocchi la libra di dodici once, il bianco fino ; il che corrisponde a tre soldi 
milanesi. Le saline sono nello Stato, altre a Cervia, altre ad Ostia. Esse bastano 
a fornire tutto lo Stato. Se non bastano, per qualche accidente, l'appaltatore 
compra il forastiere, per lo più di Trapani. Le Comunità sono obbligate al sale 
sforzoso, d'onde ne nascono le conseguenze che sai. che altre sicno sollevate assai, 
altre aggravatissime. Questo sale sforzoso è stato imposto su i catasti della popo- 
lazione fatti, ove più, ove meno anticamente, né si va correggendo secondo la 
verità, ma si seguono i vecchi catasti. So che la campagna è desolata da questa 
imposta e che ben spesso la " mano regia ", come qui dicono, porta via al 
povero contadino mobili, letto e ogni cosa. 

Alessandro. 



XXI (348). 
A "Pietro. 

Roma, 3 novembre 1770. 

Mi fai un sommo piacere se mi spedisci il rame delia 
guglia, su cui bisognerebbe mettere la parrucca a due tomi 
dell'architetto i^ì. Vedrò che figura vi fa mai questa gran mac- 
china. 

(1) Queste notizie son aggiunte in calce alla lettera. 

(2) Era costui Francesco Croce, che nel 1 762 aveva ricevuto dalla Con- 
gregazione della Cassina 1' incarico d' " proporre il disegno y della gran gu- 
glia " con riguardo specialmente agli intendimenti che aveva in proposito il fu 
arch. Merlo y. Annali della Fabbr. del Duomo di i^ilano, Milano, 1885, 
V. VI. p. 184. E cfr. Cari., v. III. p. 441. CUSANI, Storia di Milano, v. IV. p.60. 



— 50 — 

Hai le tue brave sei e sette ore per sera Ubere e non è 
piccola cosa. Avrai lavorato come un granatiere. Non vedo il 
momento di vedere la tua roba. Io ho perduta l'abitudine di 
studiare alla sera e me ne trovo assai meglio. Alla mattina, 
il tutto compreso, sono sempre cinque ore ; e poi ho finito. 
Pranzo tardi, l'estate e l'inverno; E la sola maniera di studiare, 
senza offendere ne lo stomaco, ne gli occhi. Nella mia gran 
mattina vi si contiene anche una velocissima passeggiata, con 
che non soffro il minimo incomodo di quella stessa applicazione, 
che mi aveva mezzo ruinato. 

Non sono nulla curioso di leggere le lezioni di Beccaria 
e sono persuasissimo che devono essere cattive. Egli non ha 
fondo e copre, come può, tutti i vuoti colla eloquenza ; ma 
qui non è affare di eloquenza. Alla lunga è impossibile che 
quell'uomo conservi la sua riputazione. Le sue ricerche sullo 
stile le ho lasciate a mezzo e non mi par possibile di finirle. 
Così deve succedere a tutti. 

Avevo curiosità di sapere qualche dettaglio del come vivi 
coll'Abate. E un uomo curioso assai. Che seccatore ! ti viene 
a consigliare di andare a Biassono. Un invito simile è sciocco 
all'estremo, perchè non gli conviene, se non fosse altro per 
qualche anno, che avete di mezzo, di assumersi la carica di 
consigliere, che, in verità, non gli appartiene punto ; e poi 
questo bel consiglio, da vero seccatore, vuol dire : n Fratello, 
n portatevi un po' meglio col vostro signor padre e la vostra 
n signora madre; venite a baciar loro la mano, non mancate 
n di far loro quest'atto di rispetto ben dovuto, ecc.,ecc n. Che 
sciocchezza d'insegnare a vivere colla sua testa ! Positivamente 
tutti due questi fratelli sono sorprendenti per l'insensibilità, che 
hanno al merito. Che hanno fatto, infine, costoro al mondo, che 
veder ragazze, passeggiare, andar a teatro e in biroccio.-^ Eppure, 
colla testa smobigUata, il signor Abate sorride e si persuade 
di esser qualche cosa. Confesso esser cosa insopportabile il 
mancar di riguardi massimamente quando si lavora tutta la vita 
per meritarli. Ma queste due buone persone non sono capaci 
di stimar nulla e sono gente da prendersi all'ingrosso. Figu- 
rati che il Cavaliere, che per altro è galantuomo assai, parlando 
di te colla nostra marchesa Sparapani, le disse che n eri un 



— si- 
li buon giovane n, con aria cordiale, se vuoi; ma la marchesa 
ne iu disgustatissima, trovando quest'elogio tanto ridicolo alla 
sua età e col suo piccolo capitale, per un uomo del tuo cre- 
dito, esperienza e sapere. E mi disse, in confidenza, cento 
cose, trovando degna di compatimento questa scarsità di lode 
tanto mal a proposito ; dicendomi ch'ella, che aveva sentite 
alcune tue lettere e che ne aveva ricevuta una, trovava che 
tutt'altro era il vocabolario, con cui bisognava mostrarti la do- 
vuta stima. Ma che vogliamo fare? di me pure con tutta cor- 
dialità credo che dicesse tutt'al più ch'il ero un buon giovane r; 
e così se la passano questa cara gente ! 

Addio : ti abbraccio con tutto il cuore. MA salutano ca- 
ramente MP, eterni buoni amici 

Alessandro. 



XXII (351). 
Al Fratello. 

Milano, 7 novembre 1770. 

In quest'ordinario mi mancano tue lettere ; io me ne sto 
tranquillo, perchè mi appoggio ai nostri patti. Il mio Sandrino 
sta bene ; e al minimo male che avesse, la Marchesa lo scri- 
verebbe; ella ha tanta bontà e amicizia, che lo farebbe sicu- 
ramente. Non lo fa; dunque, sta benissimo; sarà andato a fare 
una gita per la campagna e perciò non avrà scritto : oppure, 
alla posta avranno avuto bisogno di tempo maggiore per leg- 
gere delicatamente e sapere i nostri affari e la lettera, se è 
stracciata, si perderà ; se si può accomodare, l'avrò da qui a 
tre giorni. Così è; così vado dicendo a me stesso e dico bene 
e indovino e non voglio ascoltare nessuna inquietudine. 

Con quest'ordinario, adunque, ricevi il tuo nipotino, che 
te lo spedisco franco per la posta. Se mi mettessi in capo di 
fare un'opera più estesa, sarebbe una chimera. Il tempo mi 
manca e ne' ritagli non si può ; bisogna avere un seguito di 
giornate placide e sacrificare a un sol pensiero per fare un 
tutt'insieme ; altrimenti, a pezzi di mosaico arrischierei di porvi 
ripetizioni, contraddizioni e fare una cosa dove una parte cor- 



— 52 — 

rispondesse male coll'altra ; ed è una rara fortuna ch'io abbia 
avuto un mese di seguito, come è stato ora. Dunque, giudica 
sui seguenti punti. 1 ) Se questo libro, quale è, sia capace di 
dare all'autore una considerazione vera e reale ; 2) se sia p^r 
aggiungere alla opmione ovvero per lasciarla dov'è, perchè sai 
cosa dice Rousseau : n Una torre, molte volte, mi la vedere 
n non la somma potenza, ma i limiti di essa e dico : perchè 
n non farla ancora più alta ? n Capisco che è cosa sommamente 
delicata il rispondere a questi due problemi : ma ardisci, pensa 
e scrivi da uomo ingenuo e da mio amico, che ama non il 
piacere solo momentaneo d'un elogio, ma la somma totale degli 
elogi e della opinione. Sia libero ; non te ne ho mai pregato 
con tanto impegno, come ora ; e mi aspetto dalla tua incor- 
rotta amicizia che vorrai bene alla mia gloria. O questo m'alza 
sul livello e lo dò ; o non m' alza e lasciamolo. Io stesso, 
giorni sono, ne giudicava freddamente ; in questi ultimi giorni 
mi torna a piacere. Chi sa quando ho indovinato ! Dunque, 
prima decidi questi due punti. Se mai giudichi che convenga 
e sia utile il farla pubblica, allora poniti a ripulirvi le mac- 
chie ; e poi mi restituirai il manoscritto, indirizzandomelo per 
la posta, acciocché mi serva del medesimo per la edizione. Se 
hai per le mani qualche autore economista, dagli un'occhiata 
per confronto. In somma, sono nelle tue mani e mi ^ido ; e 
quando dovesse riuscire a niente quello che è fatto, il piacere 
l'ho già goduto in buona parte colla geniale occupeizione. Scri- 
vimi ingenuamente la impressione che ti fa e leggi di seguito 
più che si può. 

Noi siamo nella incertezza solita. Non è nominato niente ; 
anzi in questi giorni la Congregazione dello Stato riceve la 
commissione di esporre le sue idee sulla nuova amministrazione. 
Ancora vi vorranno otto giorni, per lo meno, prima che ciò 
sia fatto : dagli le riflessioni del governo, il viaggio, il tempo 
per ritornare, la risoluzione della Corte e parrà che abbia torlo 
il calendario di dire che siamo inoltrati nel penultimo mese. 

Cristianie') è uomo di molta testa e molte cognizioni ; ha 



(I) Il nome è in cifra. Questo ritratto del conte Luigi Cristiani ( " pittura 
vera ", come la definisce Alessandro) si può raffrontare coHallro che Pietro 



— 53 — 

il dono della parola ; ha moltissima attività ; non credo che 
sia ne onesto, ne benefico, ne di cuore ; ma(0 capisce che il 
vero interesse è comparirlo (2). Lampi arditi e grandi, non chi- 
merici e fattibili; piccole passioni, curiosità, maneggi, vanità (^) 
formano quell'impasto. Mi accarezza e cerca e visita W spes- 
sissimo ; non si può mostrare maggior caso, e, posso dire, ri- 
spetto. La sua commissione è odiosa. A Vienna sono (5) deboli ; 
pare scoraggito. Parte per Mantova, dove è quello che son 
io nelle Ferme. Sarà contróleur, non ne dubito; ma non 
so se riuscirà a mettere un sistema ; ha troppi cabaloni (^) in- 
tomo. Questo dettaglio forse ti sarà interessante 

Addio, cerca adunque il tuo pacchettino < franco » alla 
posta ; leggilo, giudica e fa i miei rispetti alla buona e rispet- 
tabile Marchesa. 

Pietro. 



XXllI r352). 
Jll Fratello. 

Milano, 10 novembre 1770. 

Ho fatto legare il secondo tomo delle nostre ad familiares. 
Sono due terribili tomi, legati in vitello, fra due tavole di 
legno, in vece di cartone ; sono libri di peso, sono la mia de- 
lizia. Al primo tomo ho potuto farvi l'indice 0), ma a questo se- 
condo, sinora, non l'ho potuto. Sai tu che, senza avvedercene, 
avremo fatto un deposito di anecdote de* nostri tempi che in- 

ne colori sulla fine del 1771, dopo il suo ritorno da Vienna, al fratello; a 
identità dei tratti essenziali prova quanto fosse ponderato, checché abbia scritto 
il Cusani, il giudizio del Nostro. 

(1) Le parole ne onesto-ma in cifra. 

(2) comparirlo in cifra. 

(3) Le jjarole ptccole-vanità sono in cifra. 

(4) Le parole mi acc. -visita sono m cifra. 

(5) Le parole La sua-sono in cifra, come tutto il resto fino a non ne dubito. 

(6) Le parole se-cabaloni in cifre. 

(7) Esso non era certo annesso al volume, dove non ve n'ha traccia ; forse 
costituiva un libretto a sé. che è andato disperso. 



_ 54 — 

teresserà ! Coli' indice alla mano si potrebbe cavare una cro- 
naca, che facesse vedere la verità della condotta del nostro 
eroe, del Poeta e simili; le più minute vicende della guerra sa- 
cerdotale co' sovrani e cento simili cose. Ho meco parte del- 
l'anima del mio Sandrino. 

Il corriere Testone (0 nell'ordinario scorso ha voluto gra- 
ziosamente portare il pacchetto per te ; non volle pagamento ed 
io gli ho mandato due bottiglie di buono e squisito Malaga. 
Spero che avrà avuta premura di consegnarti il pacchetto ; egli 
è un pulito uomo e se potessi, al mio ritorno, aver insaponato 
e ripulito l'amico, potresti consegnarlo a lui ; ciò pure nel caso 
che tu sia per il sì, poiché altrimenti non vi sarebbe premura. 

Quell'idea di considerare gli uomini ristretti in massa e al- 
lontanati, è un principio da cavarne molte conseguenze. Egli è 
certo che l'uomo, isolato perfettamente, è un essere debolis- 
simo; l'attività, il numero delle idee si moltiplicarono nella 
constipazione ; l'uomo di studio si lega co' secoli passati, colle 
nazioni remote, co' pochi cittadini, che gli sono all' unissono 
e così si forma; tutto fermenta e vegeta, quando è coacervato 
il genere umano ; tutto dorme e languisce, quando è diviso. 

Se ciò è, dunque, i costumi, le leggi, il senso della mo- 
rale, della libertà, della giustizia, tutto dipende da questa di- 
radcizione o ammucchiamento. Un popolo ammucchiato non 
può essere stabilmente schiavo ; e può esserlo un popolo sparso, 
perchè il secondo ha meno energia per resistere ; e può ogni 
uomo soffrire la forza e la prepotenza, che l'opprima, senza 
che vi sia la nazione di mezzo, spettatrice e giudice fra l'uomo 
e il governo. Forse il vero spirito delle leggi scaturisce da 
questo principio, assai più che dal clima ; forse dalla diversa 
posizione dipende il decidere se convenga più un governo che 
un altro. Quello, che ho applicato alla economia politica può 



( 1 ) Costui si chiamava realmente Francesco " Testone , e non " Testori " 
e nel Calendario della Corte per l'anno 1770, Milano, presso G. Galeazzi, 
R. Stamp., p. 24, il suo nome figura in questa forma accanto a quelli degli 
altri Corrieri : Francesco Testone fa le veci d'altri Corrieri „. Sicché, sebbene 
i due fratelli lo dican replicatamente * Tesìori y, abbiam creduto opportuno 
sostituire la forma data dai documenti a quella da loro impiegata. 



— 55 — 

estendersi. Tutto ciò te lo se rivo come una idea immatura, 
ma intravvedo che qualche cosa vi puoi esser sotto. 

Le Ferme di Mantova restano abolite, come quelle di 
Milano; si indennizzeranno^ i Fermieri cogli stessi principi. 

Si discorre fra di noi che l'Arcivescovo pensi a rinunziare (i) ; 
alcuni dicono, a monsignor Archinto, Maggiordomo ; altri a 
Erba, che è dei nostri Monsignori selvatici (2). lo credo che 
Pozzobonelli abbia bastante giudizio per non ripudiare una 
sposa, che gli dà ventimila buoni scudi l'anno e che lo rende 
la persona più venerata della sua patria. Per monsignor 
Archinto, poi, farebbe una pazzia, ora che è sicuro di avere 
le sue brave calze rosse, di abbandonar Roma, dove un car- 
dinale è un principe del sangue, e venire a Milano, dove chi 
sa che trattamento avrà, venendo l'Arciduca! 0). 

Sin qui ho scritto, prima che giungano le lettere. Domani 
il resto ; spero che ne avrò di tue lettere e le aspetto con 
impazienza. Ti abbraccio e vado a cena. 

Ho ricevuto le due tue lettere in questo punto del 31 
passato e 3 corrente. Mi consolano. Non ho più tempo. Cari 
MA, vogliate bene a 

Pietro. 



(1) Il Pozzobonelli aveva già avuto a combatter parecchio con Vienna, ma 
quando nel 1770 il Governo manifestò il proposito di sottoporre i seminari al 
metodo generale di studi, dicendoli altrettante diramazioni delle università, egli 
spinse l'opposizione al segno da offrire di rinunziare all'arcivescovato, piuttosto che 
pregiudicare i suoi diritti. " La sua fermezza (dice il CUSANI, Storia di Mil., 
" V. IV, p. ! 76) vinse il partito " ; e il principe di Kaunitz, in nome dell' Im- 
peratrice, scrisse il 22 dicembre 1770 una lettera al conte di Firmian pregandolo 
d'indurre il porporato a recedere dalla sua risoluzione. Ma intanto qualche cosa 
n'era traspirato. 

(2) Si tratta di Benedetto Erba dei marchesi di Mondonico, secondogenito 
del march. D. Alessandro e di D. Apollonia Trotti. Esso era canonico ordinario 
del Duomo; decano dal 1759, nel 1776 salì alla dignità d'Arciprete. 

(3) Il conte Giovanni Archinto, terzogenito di Filippo, Grande di Spagna, ed 
Giulia Borromeo, nato il IO agosto 1736 a Milano ed entrato in prelatura 
era stato da Clemente XIII destinato Nunzio a Firenze. Clemente XIV lo fece 
Segretario de' Memoriali e poi nel Concistoro segreto del 17 ottobre 1770 suo 
Maggiordomo (cfr. Risir. di' Noi., 1770, n. 25, 2 novembre, p. 197); dignità, 
che schiudeva la via al cardinalato. Egli ebbe difatti la porpora da Pio Vi i} 

13 aprile 1776. Morì in patria l'anno 1799. 



— 5b — 

XXIV (349). 
A Pietro. 

Roma, 6 novembre 1 770. 

Ti sono tanto obbligato che mi paghi i miei debiti ('), Di 
Beccaria penso sempre lo stesso ; mi pare impossibile che il 
suo libro faccia strepito, perchè sicuramente è noioso eccessi- 
vamente. Quell'uomo, senza di te, non sa e non saprà mai scri- 
vere. 

Aubert mi scrive che è stampato, già da qualche setti- 
mana, il primo volume della Enciclopedia; che aveva sospesa 
l'edizione, aspettando il Granduca (2) ; ma, vedendo che ritarda 
assai, lo pubblica e me ne manda gli esemplari per gli asso- 
ciati (3). E un caso ben raro il ritrovare uno stampatore così 
galantuomo. 11 prezzo non può essere più discreto. 

Ho piacere che tu mi dia le nuove esatte di Monsieur 
D'Alembert, di cui qui si dicono mille contrarietà, che or 
venga or non venga ; ed avendo io detto che non viene per 
adesso, sulle tue notizie, mi è stata citata contro una lettera 
del cardinal Bernis. Sempre ho dubitato se venisse, perchè, 
avendolo conosciuto, so che mi parlava de' viaggi come di una 
cosa disastrosissima, a meno che si abbiano tutti i comodi ; il 
che egli non può avere, perchè non è ricco (4). 

Salutami caramente Lambertenghi : non so se debba ralle- 

(1) Cfr. lelt XV, p. 36 di questo volume. 

(2) I Reali di Toscana s'erano recati a visitare la Corte di Vienna al prim> 
di luglio (cfr. Nuovo Post., 1770, n. XXXI, 21 luglio, corr. da Vienna, 7 luglio) 
Avevano annunziato il loro ritorno per la fine d'ottobre ; ma poi non lasciaron 
Vienna che il 5 novembre (cfr. Ristretto di noi., 1770, n. 27, 16 novembre, 
p. 213; tACuovo "Postigl., 1770, n. XL VII, Vienna, 3 novembre). Nel ritomo 
si trattennero, festeggiati, a Verona, a Vicenza ed a Venezia (Ristr. cit., n. 28, 
23 novembre, p. 223), conservando però l'incognito. Il 22 rientravano in Firenze 
(Nuove di div. Corti, 1770, n. 49, 3 dicembre, p. 39 i). 

(3) Cfr. Carteggio v. Ili, p. 426. Neil' agosto l'Aubert prometteva di dar 
fuori il primo volume " fra due mesi y. 

(4) Cfr. anche GABIANI, Corresp.. lett. 84, v. 1, p. 309, lettre à M""' d'E- 
pinay, 24 nov. 1770. 



— 57 — 

grarmi della sua chiamata. Egli avvantaggerà, ma tu perdi un 
buon amico. Vorrei sapere che impressione fa nel paese questa 
spedizione. Mi figuro che avrà una somma considerazione. Suo 
padre, che lo voleva tenere incurvato sul Carpano degli Sta- 
tuti ('), ora che dice, vedendolo volare alla Capitale? Quante 
mutazioni ! L'urna della sorte si va rimescendo e sinora i 
miei amici guadagnano. Stiamo aspettando la decisione del 
nuovo sistema : ogni posta mi par di averne la nuova. 

Dunque, fra otto giorni avrò la tua roba : non ti dubitare 
che sarà criticata quanto si potrà. 

Addio, caro, eterno amico del mio cuore ; ti abbraccio. 
MA salutano caramente i buoni MP. 

Alessandro. 



XXV n53). 

Al Fratello. 

Milano, 14 novembre 1770. 

Non ho avuto tempo l'ultimo ordinario di rispondere alle 
due tue care lettere. L'Abate e Giovanni sono due esseri flosci 
di loro constituzione, incapaci di energia ; conseguentemente, 
non hanno, ne possono avere ne amore, ne odio forti, ne possono 
conoscere la sensazione « stima >, la quale è uno stato del- 
l'animo fatto veramente per pochi. Io mi ricordo che, nel giorno 
medesimo, io vidi per la prima volta Maria Teresa e Meta- 
stasio e parlai all'una e all'altro i.^) ; aveva allora ventitre in 
ventiquattro anni ; so che mi pareva d'essere in presenza di un 



(1) Il « Carpano degli Statuti » è la ponderosissima opera, più volte stam- 
pata, data alla luce nel 1 583 dal giureconsulto milanese Orazio Carpani : Lu- 
cubraliones in ius municipale, quae appellant Statala Mediolani. Cfr. ARGE- 
LATI, S/i/. ScTiplor. Mediolan., v. l, parte 11, e. 323-24 ; PREDARl, Bihliogr. 
encicloped. milanese, Milano, 1857, p. 83. 

(2) Della visita a Maria Teresa, seguita in Vienna il 7 marzo 1760, subito 
dopo il suo ritorno dall' esercito, parla Pietro nella XVI delle sue Lettere da 
Vienna, edite in CASATJ, Lett. e scritti ined., v. I, p. 116 sgg. Ma di quella 
al Metastasio nulla dice. 



— 58 — 

nume con Metastasio ; pareva ch'egli dovesse penetrare nella 
mia anima e vedervi dentro ; mi pareva d'essere in quel mo- 
mento un soggetto d'invidia, perchè con un uomo illustre, am- 
mirato da tanti ; e aveva più rispetto nell'anima per il poeta, 
che per la sovrana. Ivi, a Vienna, in un pranzo di rispetto, 
vi fu chi cominciò a parlare di scienze e a dare del ridicolo 
a New^ton ; io, che era assai imbarazzato sempre nel mondo, 
non mi potei contenere e dissi che se Newton fosse comparso, 
io mi sarei creduto onorato di baciargli la mano. Non mi di- 
menticherò mai mai dell'entusiasmo, ch'io stesso ho fatto na- 
scere nel mio Sandrino ; dopo i grandi uommi che ho citato, 
ho torto di parlare di me ; ma, allora, tu non avevi niente 
d'acquistato ; eri in pura natura, ed io aveva qualche cosa di 
più di te: questo « qualche cosa ^^ è bastato, perchè mi mo- 
strassi stima e propensione. Non cerchiamo niente da que' due 
buoni giovani ; e tanto è vero, che io non vi pretendo, quanto 
che di nessuna delle cose mie mi passa nemmeno in mente 
d'intendere cosa ne pensino. 11 Piano nessuno di casa lo ha 
veduto; il manoscritto, che ti ho spedito, non lo vedrà l'Abate 
se non dopo la stampa, lo, realmente, mi trovo meglio, quando 
sono perfettamente solo, che con un ^^ testa a testa » con lui. 
Sono in questo punto mutato, in questi sei anni, che non ci 
vediamo... ; non sono sei, è vero; comincia ora il quinto. Sono 
mutato in questo, che non ho più l'inquietudine d'essere sti- 
mato; se non ho luogo di parlare, se non si bada a una mia 
proposizione, se si sostiene una, tesi, che a me paia falsa, non 
mi scaldo, né mi sento più rosicare. Forse, questo nasce, perchè 
mi accorgo che il voto pubblico è in favor mio e sono cre- 
duto avere del senso comune; forse ancora, ciò nasce perchè, 
dando ora meno tempo alla meditazione e alla istruzione, ho 
meno ragione di farmi ricompensare la fatica; forse, l'età me- 
desima mi rende meno irritabile. 

A proposito della opinione pubblica, ti dirò che la Con- 
gregazione dello Stato, non so come, ha potuto vedere il mio 
Piano e che non cessano di predicarmi per un buon patriota, 
per un uomo onesto, giusto e trovano che anche è scritto bene. 
Questo è talmente vero che hanno ordinato a chi scrive per 
la Congregazione, incaricata pure di dire le sue occorrenze. 



— 59 — 

hanno, dico, ordinato d'intendersela con me e ascoltare il naie 
parere sulla rimostranza che vogliono fare. Quanto prima te 
lo spedirò pure questo Piano in abito di gala. 

Figurati se sto cum timore et tremore (V', aspettando il tuo 
giudizio sull'altra faccenda ! Mi pare che quello scritto sia mi- 
gliore della metà al fine. Quelle idee sono ridotte a chiarezza 
e nessun altro ne ha scritto così, a portata di ognuno e con 
precisione. Mi pare, almeno, che la cosa sia così. Scorro in 
queste serate gli autori economici e non mi sgomento. Aubert 
è pronto a servirmi ; io vorrei il carattere silvia, che è quello 
della prima edizione dei T)elitti e Pene; lo vorrei in quarto 
grande, come l'edizione di Voltaire di Ginevra e verrebbe a 
riuscire circa pagine duecentoventiquattro (2). Ma, tomo a ripe- 
tere, se non è cosa che mi possa dare un nome, è meglio lasciarne 



(\) Espressione, che ricorre spessissimo nelle Sacre Carte : cfr. p. es. S. PAOLO 
II Cor. 15. 

(2) Nella lettera scritta il 24 ottobre a G. Aubert per manifestargli il suo pro- 
posito di dar mano alla stampa delle ^Meditazioni con somma sollecitudine, cosi 
Pietro aveva esposti i suoi desideri : " Vorrei che adunque seguissero le cose 
" che son per dire : 1 ° che nessuno sap)esse chi ne è 1' autore sin tanto che io 
" medesimo non lo sveli ; 2° che si stampasse e pubblicasse prima di Quaresima ; 
" 3° che l'edizione fosse in un bell'ottavo col carattere della prima edizione de' 
" Delitti e T^ene, interponendo uno spazio maggiore da riga a riga ; A" che la 

* carta fosse più bella e più grande di quella edizione. E che fosse ben cor- 

* retta la stampa. Per ottenere questo intento, io non farò nessuna proposizione 

* e starò senza replica a pagare quello che V. S. IH.™* mi dirà che paghi. 

* Anzi, se costì la carta non sia facile ad aversi come la vorrei, o si può far 
" venire da Olanda o da Inghilterra, per mio conto, ovvero la posso sf)edire io 
" stesso di quella che si fa sul Bresciano, che è colore un po' celeste e bella 

* assai. Se per far venire anticipatamente la carta, occorre che io faccia un fondo, 

* non ha che d'avvisarmelo. La mole del libro non sarà maggiore di quella 

* delio Stile, che ha stampato il Galesizzi *. 

* Eccole adunque detto il fatto mio. Aspetto dalia parzialissima amicizia sua 

* una risposta tanto decisa e ferma, quanto Io sono le capitolazioni d'una piazza 

* fierchè p>ossa io prendere sicuramente le mie misure e sul temfX) e sul secreto. 

* Scusi se opero con Lei con tanta franchezza e ingenuità lombarda, ma so il 
' suo carattere a prova, e, fra i galantuomini, come siamo noi due, si va spedi- 
" tamente e non v' è da temere ". A questa lettera, pervenutagli con qualche 
ritardo, l' Aubert rispondeva il 5 novembre, dichiarandosi pronto ad eseguir ap- 
puntino tutte le istruzioni ricevute, nella misura dei possibile ed inviando i pre- 
ventivi per le spese di stampa. 



— 60 — 

il pensiero. Scrivendo sull'innesto ( 1) o sopra altri argomenti, io 
era fuori della mia nicchia, e poteva, come dilettante, esibire 
le cose mediocri ; ma nella economia politica, se non posso 
essere un distinto professore, non voglio comparire. 

Domattina partirà Luisino ; egli era il solo amico, col quale 
poteva aprirmi ; e se ne va. Guarda l'Accademia de' Pugni 
diventata come il popolo Israelita ! Chi sa che figure buffone 
ci tocca ancora da fare in questa commedia della vita ! Cerco 
di stordirmi ; ma, quando la natura vince, sono assai sensibile 
alla partenza di Lambertenghi. Spero che si farà onore e che 
farà fortuna. 

Il marchese Bossi va a viaggiare l'Italia; mi ha parlato di 
te, desidera di trattarti ; io ti dico che avrai piacere di trat- 
tarlo ; è un uomo decente, educato, niente maligno, ha un 
tuono di buona compagnia; io lo conosco da ventanni, lo puoi 
presentare alla Marchesa, che non si farà torto sicuramente (2). 
Puoi fare una eccezione dalla regola ; e sta sicuro che non è 
uomo ne di tracasserie, ne di curiosità milanese. Tu conosci 
suo padre, che parlava a casa Porta di Giovanni Huss e del 
concilio di Costanza (^). Parte fra pochi giorni, ma verrà costì 
da qui a un mese circa, perchè si trattiene in Toscana. 

Io sto aspettando con dubitazione il giudizio pubblico sullo 
Stile. Da noi, generalmente, se ne parla come d'un libro inin- 



(1) Allude alla lunga ed accurata dissertazione sull'innesto del vaiuolo da lui 
inserita ne' numeri 34-38 del Caffé, to. 11, pp. 252-85, della quale si fece anche 
una tiratura a parte, in Milano, per il Galeazzi, 1 766, in-8, pp. 1 09, senza nome 
d'autore. Vedi G. MELZI, Dizion. d'opere anon. e pseudon., Milano, 1852, 
to. II, p. 35; e cfr. BIANCHI, &ogio stor. di P. V., Catal. I delle op. edite, 
p. 294, n. 4. 

(2) 11 marchese D. Benigno Bossi (1 731-1815) non ha lasciato molta traccia 
di sé nei documenti nel tempo; ei trascorse la vita lungi dalle agitazioni politiche. 
Morto nel 1815, ottantaquatrenne, senza prole (egli aveva sposato Antonia Mo- 
neta, di bassa estrazione e il marchesato passò in quel Benigno Bossi, figlio 
di Giovanni suo fratello, che si rese ben noto nella storia del nostro risorg mento 
Ved. LlTTA, Famiglie celebri d'Italia, disp. 181, Bossi di Milano (a cura di 
F. Odorici), tav. Uh G. DE CASTRO. 

(3) 11 marchese j Galeazzo di Fabrizio Benigno (n. 1699), GCC, decurione 
nel 1735, percorse la carriera degli uffici municipali. Aveva sposato D. Eleo- 
nora Della Porta, per cui ved. Cari., v. IH, p. 228. 



— 61 — 

telligibile ; d'una selva di sogni, scritta con pessimo stile, ecc.; 
ma il giudizio di Milano non è quello di Europa. Le oscil- 
lazioni della prima opera durano; e, siccome si è fatta l'apo- 
teosi della mediocrissima sua prolusione della cattedra, si po- 
trebbe anche divinizzare questa Apocalissi. Per me il mio 
giudizio l'ho dato ; ho letto qualche pagina anche più in là 
e sono giunto alla pagina ottanta. Amico, non vi trovo il lin- 
guaggio della precisione ; anzi, tutto al contrario, vi trovo cento 
sogni. Nel fatto, domando io, distingueremo noi facilmente l'idea 
« principale » dalle « accessorie >?('). La prima ottava del Tasso, 
saranno idee principali i due primi versi e il restante acces- 
sorie o no? Se sì, passeremo cinque o sei ottave prima di 
trovare un'altra idea principale ; e allora come percuoteranno 
tutt' insieme la fantasia la principale colle satelliti? Frisi trova 
migliore quest' opera della prima. Sai perchè ? Perchè l' ha 
approvata per la stampa (2), e perchè, quasi in ogni pagina, si 
parla d'idee principali e accessorie; onde crede che tutto emani 
da un solo principio e sia un tutto insieme. Pare impossibile, 
vivendo con Frisi, d'immaginarsi ch'egli abbia potuto farsi un 
nome in una scienza che è una esattissima logica ! Non ho 
conosciuto uomo, che in genere di letteratura abbia meno senso 
di lui. 

Faccio mettere la tela alla carta del Duomo e te la spe- 
dirò quanto prima. 

Ricevo la tua del 6. Aubert è galantuomo e io tratto con 
lui come tale. Mostra già tutta la premura per la mia edizione; 
il contratto, che gli propongo, è questo, lo spenderò il capi- 
tale per la stampa. Caverò cinquanta esemplari per me. Aubert 
assisterà alla edizione e alla vendita. Sino al rimborso dello 
speso sarà roba mia ; il dippiù tutto suo 0). 



(1) Cfr. BECCARIA, %icerche cit.. cap. I, p. 23 sgg. 

(2) Difatti VAdmittitur in data " 17 settembre 1770 " è sottoscritto: " D. 

"Paulus Frisius C. R. ". 

(3) Tali erano difatti i patti, che, dopo d'avere ricevuto dall'Aubert i pre- 
ventivi della spesa totale (il tipografo livornese calcolava per un'opera, da 12 a 
14 fogli, in carattere sihio, in sesto di grand'ottavo, la somma di L. 26.13.4 j)er 
500 copie; di L. 34.15 per 750 e L. 43.16.8 per 1000). P. Verri, sempre 
generoso, gli aveva profferte. Ma 1* Aubert, dal canto suo, gareggiando seco lui 



62 — 



D'Alembert ora credo che non vi sia più speranza di ve- 
derlo in Italia ; dopo l' ultima lettera, scritta a Frisi, non ve 
n'è più notizia. 

Sono agitato per la partenza di Luisino. Figurati che ri- 
guardi si hanno per lui ! Sommi. Anche a me di riverbero 
questo dà vantaggio. Non ho più tempo. Sono e sarò sempre 
il tuo buon amico. Cari MA, amici eterni di MP. 

Pietro. 



XXVI (350). 
Jl Pietro. 

Roma, 10 novembre 1770. 

Ottimamente ; coll'ordinario venturo mi mandi il tuo lavoro. 
Non sono malcontento della mole ; s'egli arriva a vicino ducente 
facciate in ottavo grande, è abbastanza. E poi una rapidità 
straordinaria il tesserlo in meno di un mese. Bisogna esser pie- 
nissimo della materia. Mi figuro che ti sentirai sgravato : le 
tante idee, che ti bollivano in testa, si sono sedate e ciascuna 
e al suo posto ('). Succede come delle camere, ove sieno con- 
fusi i mobili, paiono più di quando sono in ordme ; talvolta pare 
che dal fermento della mente ne uscirà un gran volume in 
foglio ; e poi si dirada la materia e la scelta giudiziosa ci 
riduce ad un ristretto numero d'idee principali. Bravo, me ne 

in gentilezza, gli replicava : " Dalla compitiss. sua ho sempre maggior riscontro 

* del di Lei animo generoso, per la condizione che mi esebisce per la con- 

* saputa stampa ; ed io, profittandone, sono a dirLe che faremo così : faremo 

* conto che l'autore mi faccia dono dell'opera ed io la stamperò a mio conto 

* e somministrerò al medesimo quelle copie che gli faranno bisogno. E. contenta 
" V. S. llL'ii^*? lo lo sono moltissimo ". Naturalmente, il Verri accondiscese 
con lieto animo alla proposta, pur dichiarandosi pronto, se il libro non avesse 
avuto lo spaccio, che se ne riprometteva, ad indennizzare l'amico Editore. 

( I ) Così la pensava Pietro stesso : " La mia vita è talmente occupata nelle 

* brighe del mio ufficio (ei scriveva il 29 novembre all'Aubert), che è stato un 

* miracolo che abbia potuto avere in quest' autunno un mese di tempo per sfo- 

* gare le mie idee con qualche tranquillità. Mi bollivano in mente, e quasi mi 

* incomodavano, e mi pare esser sollevato ora che le ho distese in questo scritto ". 



— 63 — 

consolo: hai partorito, felicemente, il nostro almeno quintoge- 
nito politico, ma che metteremo al rango di primogenito. Non 
vedo l'ora di leggerlo. 

Quando non lavori tu sull'idea della forza esecutrice delie 
leggi, io non vi ho altre idee che quelle confuse, che ti ho 
detto. Hai ragione, e trovo luminoso quanto mi dici e mi 
dispiace che non vuoi pensarvi. Basta : tienti a parte quest'ar- 
gomento di scorta, se mai ti escisse qualche lampo per esso. 
Generalmente, però, in questa, come nelle altre scienze spe- 
culative, anzi in tutte, mi pare che sempre bisogni tenere il 
metodo della fìsica sperimentale, cioè l'indagazione della na- 
tura ne' casi particolari, perchè dico che la generalità non è 
che il punto comune delle particolarità ; e come nella fisica si 
sono scoperte alcune proprietà della materia e le leggi del 
moto e della gravità si sono stabilite per averle osservate in 
tutti i casi particolari ; così pure, in politica, mi pare che nulla 
si possa stabilire, se non coll'esame dei dettagli de' governi. 
Per esempio, si tratta di meditare un metodo per eseguire le 
buone leggi : bisogna considerare nelle varie nazioni quelle, che 
non sono eseguite e ritrovarne il perchè ; e ritrovando la stessa 
cagione in differenti nazioni e tempi e per differenti leggi, 
allora avremo in mano il principio generale. Senza questo me- 
todo, io non saprei donde incominciare. Onde io sono sempre 
un gran partitante della istoria e della erudizione ben usata H). 
Hai pure ragione di aggiungere che l'argomento è troppo de- 
licato e che è meglio lasciar stare i governi, de' quali non si 
può mai scriver bene. Vorresti che stampassi io pure : ma che 
dirò io, sgraziato, al genere umano, dopo che il meglio che 
ho saputo fare, lo devo tener sepolto (2) ! La mia cara amica 
vorrebbe pure che stampassi qualche cosa, che non desse presa 
né ai preti né ai principi ; vorrebbe una specie d'instruzione 
sulla morale, i costumi ed altre materie, per una donna, scritto 



(1) E da tener gran conto di questa dichieu'azione, la quale mostra come il 
Verri non condividesse per gli eruditi e gli antiquari il disprezzo, che generalmente 
gli si attribuisce, neppur quando scriveva nel Caffé ; cfr. FERRARI, op. cit., 
p. 55 sg. 

(2) Allude alla sua Storia d'Italia 



— 64 — 

con eleganza, chiarezza e facilità. Ma sono così poche le cose, 
che si possono dire e quasi tutte quelle, che mi vengono in 
mente bisogna tacerle ; cosicché ormai non rimane di stampa- 
bile che la cifra algebraica, in cui sono ignorante. Basta ; in 
gran lontananza vedo qualche cosa ; e mi pare che in una 
specie di romanzo si potrebbe mettere tutto quello, che mi desse 
l'immaginazione e la filosofìa su vari oggetti della vita umana. 
Ma sono cose, di cui bisogna prima farne uno scheletro; al- 
trimenti, non se ne può sperare nulla. Faccio anche conto di 
procurarmi la meschina gloria di traduttore. Il mio vecchio 
greco, trovandomi bastevolmente instrutto, vuole che traduca 
qualche cosa d'inedito finora ; e mi ha promesso di trovarmelo. 
Egli ha studiato tutta la sua vita negli archivi di Roma ; ha 
fatte delle scoperte interessanti, massimamente per la storia bi- 
zantina, di cui ha ritrovato un autore affatto perduto; e se v'è 
modo di tradurre qualche cosa di nuovo, egli me lo troverà ('). 
Potrei poi dar saggio e della intelligenza della lingua e di 
qualche erudizione e giudizio con delle note a proposito. Basta; 
intanto, andiamo sempre avanti, che se la mente sarà piena di 
qualche cosa, non potrò tenere la penna d'oca. Vado facendo 
annotazioni di mano in mano che leggo. Qualche cosa, alla 
fine, ne deve uscire. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio coll'anima. 
MA salutano caramente i buoni amici MP. 

Alessandro. 



XXVll (354). 
Jll Fratello. 

Milano, 17 novembre 1770. 

Il giorno 1 5, la mattina, è partito Luisino. Ti assicuro, 
caro Sandrino, che ne sono inconsolabile. Oh, che solitudine, 
che tristezza è la mia! Mi dico a me stesso tutto quello che 



(1) Si tratta di quel D. Raffaele Vernazza, custode dei m»s. greci de'la Va- 
ticana, del quale già s'è discorso in Cari. v. Ili, p. 85 sg, 



— 65 — 

vi è di favorevole ; ma non vi è compenso nel perdere quel 
solo uomo, che viveva con me, all'unissono delle mie passioni, 
d'un secreto provato, d'una discrezione a tutta prova. L'abi- 
tudine contratta dopo la tua partenza .... non hai idea della 
corrispondenza, che passava fra noi due ; il bisogno, dopo che 
tu sei partito, si era accresciuto in me. Prima era divisa la mia 
confidenza ; dopo le mutazioni accadute, egli era precisamente 
il solo ; giacche dell'Abate io ti ripeto che non è ne può es- 
sere mai quello, che si chiama amico», perchè troppo poca 
analogia vi è fra le nostre due anime. Mi pare ch'ei vada 
perdendo ogni dì più la logica ; spende da vero pazzo ; io non 
m'intrigo de' fatti suoi ; figurati che ho ora ha preso genio per 
le serrature ben fatte e ne provvede, senza avere sito per met- 
terle in uso, soltanto per la possibilità di aver occasione di 
usarne! Non ha capito che chi ha quattrini può aver roba, 
ma chi ha roba, difficilmente, trova i quattrini che ha spesi. 
Non ne parliamo più. Egli è anche dispettoso e quasi pre- 
tende di rimproverare a me che trovi la sua logica poco esatta 
in alcune piccole dispute ! E un matto, senza malignità ; ma 
quasi dubito se un giorno potremo far casa con lui ; per me 
ho vissuto meglio solo ne' giorni passati. 

Luisino adunque è partito col conte Fedeli, che lo ha vo- 
luto per compagno gratis (^). Ha un buon posto in una carrozza 
comoda e con un compagno buon uomo. Credo che al 26 
o 27 dovrà essere in Vienna. Egli dovrà lavorare sotto al si- 
gnor consigliere Sperges immediatamente ; la figura, i costumi, 
le cognizioni sue, la sua attività alla fatica, tutto gli promette 
una buona riuscita. Non ci scriveremo per ora ; questo è il 
nostro patto. A che giova l'eccitare la gelosia di chi può farci 
del bene e del male! 

Ho ricevuta una lettera, finalmente, da Lloyd. E a Londra 
e sta bene. Mi consola (2). 

La tua Storia mi spiace che stia sepolta. Dimmi : colla 



(1) Cfr. lettera XI, p. 30 di questo volume. 

(2) Sopra il Lloyd, vedi Cari., v. Ili, p. 181. Alla leUera di lui il Verri 
rispose affettuosamente con altra, assai lunga, in data 19 novembre 1770, inserita 
nel Copialettere, to. C, p. 27. 

5 



— 66 - 

protezione che avessi dalla Corte o dal Ministro, potresti tu 
essere sicuro, pubblicandola? Nemmen io so darti un parere 
su di ciò, perchè, realmente, sarei inconsolabile se avessi dei 
cattivi umori. Io ti so dire che il signor consigliere Sperges 
conosce le cose tue e avrebbe desiderato d' impiegarti ; ha 
molta stima per te, e potrebbe procurarti la protezione del mi- 
nistro. Su questo particolare io ti scrivo tutte le idee informi 
che ho, acciocché scelga o rifiuti. Non ho più tempo; il resto 
ad altra volta. Cari MA, amate 

Pietro. 



xxvm (35i) ('). 

Jl "Pietro. 

Roma, 4 novembre 1770. 

Non so come non abbi avuta l'ultima ; io ti ho scritto. Spero 
che poi l'avrai ricevuta. Sarò breve, perchè la posta è giunta 
tardissimo e rispondo allo zio, che mi manda cinquanta scudi 
romani e sessanta tavolette di cioccolata (2). Non lascia di esser 
obbligante il regalo ; e poi mi scrive anche una lettera cordiale, 
senza seccature. 

Ricevo il tuo scritto. Ho scorso l'indice, ho veduto qualche 
tratto. Lasciati servire, lo aspettavo con impazienza : non ti 
dubitare che mi servirò di tutta la libertà dell'amicizia. Dirò 
quello che penso, sino all'ultimo sospetto. Riposati intieramente 
sulla mia buona fede. Non ti rispondo che sarà ben detto quello 
che dirò ; ma ti rispondo che dirò quello che sento, religio- 
samente. Io criticherò la tua opera e tu le mie critiche. Sono 
sorpreso che abbi fatto tanto in un mese. Ma non ne potevi 

(1) Manca il numero progressivo e nell'autografo e nel copialettere. 

(2) La cioccolatta di Milano godeva di molta riputazione. S'inviava comune- 
mente come regalo per le Feste Natalizie ; ed il CUSANI, Storia di Milano, cit., 
V. IV, p. 74 n., ci narra come ogni anno il cardinal Pozzobonelli ne spedisse una 
provvista a papa Benedetto XIV, che aveva seco lui relazioni amichevoli ed 
antiche. 



— 67 — 

più : le molle del cerebro ti sforzavano. Mi hanno molto 
interessato le nuove, che mi dai in cifra. Sono pitture vive. Mio 
zio mi dice che qui viene monsignor Erba ed il contino Im- 
bonati. Dimmi di loro qualche cosa; massimamente del primo, 
di cui mi hai parlato talvolta. 

Addio, mio eterno amico. Domani subito dò addosso al tuo 
lavoro. Sciabola, fucile, baionetta, picca, lascia fare : hic me, 
hic seca. Addio. 

Alessandro. 



XXIX (355), 
JJI Fratello. 

Milano, 21 novembre 1770. 

L'ordinario venturo l'aspetto con ansietà vera per leggere 
cosa pensi della roba mia. Attendo dalla tua sacra amicizia 
una critica severa, come me la prometti, e un giudizio libero. 
Il tratto delle Lotterie l'ho da me già raddolcito (0; forse era 
il canto solo, per cui poteva dar presa. 

Erba (2) è uomo d'un carattere più toscano, che lombardo; 
dolce, pieghevole, sempre uniforme, paziente e lontano da ogni 
impeto. Di suo fondo ha amato assai le donne ; non so se l'età 
gli abbia cambiata passione ; ma era un miscuglio di divozione, 
di temperamento, accordati con una decente aria di mondo. 
Non lo credo capace espressamente di amareggiare alcuno ; 
non lo credo ne invidioso, ne maligno ; ma credo che dolce- 
mente egli procurerà di far fortuna e che nessuna nicchia sa- 
rebbe troppo lontana per lui. Dividendo il genere umano in 
due parti uguali, una de' buoni, l'altra de' malvagi, egli sarebbe 
della prima parte. Per Imbonati (^) non è ancora un essere to- 



(1) Ved. Meditaz., § XXXI, in Scritti vari cit., p. I. p, 222 sgg. 

(2) Il nome in cifra. Mons. Benedetto Erba, per cui ved. la nota alla leti. 
XIII del presente volume. 

(3) li nome in cifra. Giovanni Carlo Raffaele Pasquale Imbonati (1753-1805) 
unico maschio nato al conte D. Giuseppe Maria dalle sue nozze con D. Tullia 
Francesca Bicetti de' Buttinoni da Treviglio. Ved. P. BUZZETTI, / conti Irti- 



— 68 — 

talmente sviluppato e non ne so nulla, eccetto che ha già 
ricevuto l'unzione mercuriale : 

Dans les àmes bien nées la valeur etc. (1). 

Ho fretta. Ti abbraccio. Alla tua amabile M. mille rispetti. 
Sono sempre il tuo. 

Pietro. 



XXX (352). 
Jl "Pietro. 

Roma, 17 novembre 1770. 

Non ti posso mandare col Testone il manoscritto. Abbi 
flemma ; non è cosa da rivedersi in tre giorni, giacche questa 
sera egli parte. Non sono ancora alla metà ; e ti assicuro che 
le mattinate sono impiegate in questo, come puoi esserne per- 
suaso. Benché abbia letto quanto hai scritto finora in queste 
materie, pure, questo libro mi ferma spesso e devo talvolta 
tornare indietro. La stoffa è fitta assai e bisogna tendere i nervi 
del cerebro. Lasciati servire. Voglio far l'oracolo. Il venturo 
ordinario ti spedirò e il libro e le mie osservazioni ; ossia tutte 
le idee, che mi sono venute alla mente, tali e quali si sono 
presentate. E un prodigio questo lavoro in un mese. E gela- 
tina vera. 

Ho dato a leggere al padre Jacquier il libro dello Stile: 
egli parla con somma moderazione ; mi ha detto che aveva 
trovata bella la divisione della materia e qualche tratto , ma 



bonati a Cavallasca, Como, Ostinelli, 1896, cap. Ili, p. 30 sgg. Pietro ne 
aveva cantata la nascita, mentre si trovava a Vienna, in un'Anacreontica, che 
non condusse a termine ; la sua guarigione da una " pericolosa malattia ' (un- 
dicenne, nel 1 764, era stato colpito dal vaiuolo) fu celebrata da G. Panni : 
cfr. SALVERAGLIO, Le odi dell' ab. G. P., p. 200. 

(I) P. CORNEILLE, Le Od, acte II. Scène II (D. Rodrigue) : 

Je Buis jeune, il est vrai ; mais aux àmes bien oées 
La valeui n'attend point le nombre des années. 



— 69 — 

che varie cose erano poco lavorate e non si capivano varie 
altre ; ed avendogli io fatto osservare gli esempi di « cocchio . , 
e n carrozza h, n sguainar la spada n, e n snudare il ferro n, 
accordò ch'erano ridicoli e finì col dire che di quel libro se 
ne poteva fare un buono ''). Monsignor Stai, poi, l'autore del 
poema sulla filosofia newtoniana '2), dice apertamente che in un 
autore, che insegni lo stile, la prima cosa è averne un buono 
€ che non ne conosceva di peggiore di queste T^icerche. 

Frattanto che ti mandi le mie critiche, ricevi altri sei semi 
di gerani, che o troverai all'ufficio della posta o ti consegnerà 
il corriere, non sapendoti dire se per l'uno o l'altro mezzo 
l'avrai, perchè ho mandato il servitore con ordine che trovi il 
corriere ; e, se non lo trova, metta il pacchettino alla posta ; 
e chiudo la lettera, prima della risposta. 

Io pure mi trovo una biblioteca carissima di lettere. Le 
ripasso spesso e le mie ancora. Credo utilissima questa lettura 
per conoscer se stesso. Si vede, di mano in mano, le passioni, 
le idee, lo stile, se si va avanti o indietro. Per esempio, ho 
ripassato, qualche mese fa, il Principio della Natura^^); e ri- 
devo con un gusto grandissimo, e mi pareva scritto da un 
altro. Lessi pure, giorni sono, la Rinunzia alla Crusca ed il 
Promemoria ^^); e vi trovo un buon umore, che non ho più. 



(1) Si raffronti questo giudizio coll'altro del Morellet, da noi riferito in nota 
alla lett. XV, p. 39 di questo volume. 

(2) Benedetto Stay, raguseo (17 14- 1801), segretario delle lettere latine sotto 
il pontificato di Clemente Xlll e di Clemente XIV, godette di gran reputazione 
ai suoi tempi per due poemi latini; il primo Philosophiae versibus traditae libri 
sex (Romae ! 747, ed, sec.) in cui espose le dottrine cariesiane; il secondo, in 
quattro libri, destinato ad illustrare i concetti di Newton il quale col titolo 'Phi- 
losophiae recenlioris libri IV, vide la luce in Roma nel 760, illustrato di figure 
geometriche e di formole algebriche dal P. R. Boscovich. Francesco Benaglio ne 
fece una versione italiana che rimase inedita. Ved. ADEMOLLO, Corilla Olim- 
pica, , p. 440; BERTANA, /n Arcadia, Saighe Profili, p. 212; G. MAUGAIN, 
Étudi sur revolution intellect. de l' Italie de 1657 à 1750 enciron, Paris, 
1909. Il partie, eh. 111. p. 187. 

(3) 11 Comentariolo d' uri Qalantuomo di mal'urrìore che ha ragiotìe sulla 
definizione : l' uomo e un animale ragionevole ecc., inserito nel Caffé, to. II, 

p. 281-320. 

(4) La Rinunzia alla Crusca ed il Promemoria al Vocabolario della Crusca, 
due su'ticoli inseriti nel Caffè, to I, p. 47 e 298. 



— 70 — 

Non sono melanconico, sono tranquillissimo, ma il fatto è che 
quella febbre di capriccio non me la trovo più. Bisogna che 
sia diventato un uomo di garbo e me ne dispiace assai. Spero, 
per altro, che i semi restino ancora e un poco d'inafìiamento, 
che vi si facesse, spunterebbero. 

Si disse anche in Roma che Pozzobonelli rinunci. Certo 
che la cara sposa gli ha portato in dote ventimila scudi annui ; 
ma, forse, un tratto di malinconia può fargli fare questo passo. 
Erba viene, come ho già sentito; e, posta la rinunzia, vi trovo 
il perchè. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio coll'anima, 
MA salutano con tutto il cuore MP. 

Alessandro. 



XXXI (356). 
Jl fratello. 

Milano, 24 novembre 1770. 

L'Ordinario sinora non è giunto ; sto aspettando la tua sen- 
tenza ; qualunque ella sia, è inappellabile per me. Sento le 
viscere paterne, che fanno la loro parte ; mi spiacerebbe di 
essermi pasciuto per un mese d'una chimera ; ma è meglio mille 
volte che questa verità mi venga detta da me stesso, che sta 
in Roma, dal mio Sosia, prima che me la dica il genere umano. 
O alzarmi un gradino più di quello che sono e fare dello 
strepito, o restarmene cheto e tranquillo. Autore, puramente 
autore, non lo voglio essere. Io, a dirtela, caro Sandrino, me 
l'aspetto bravamente nella schiena ; e sono già rassegnato a 
questo : nella tua ultima mi dici che ne hai scorsi de' tratti 
e non mi dici altro ; questo è segno cattivo. Sicuramente, avrei 
più piacere se la cosa riuscisse ; ma sta certo, che non avrò 
un momento di amarezza con te, se mi disinganni ; anzi, sa- 
ranno, in qualunque maniera, o un disinganno o un ripulimento, 
saranno, dico, nuovi atti della tua santa amicizia. Ho io scritto 
veramente un buon libro ? Non lo so, davvero ; lo saprò, 
quando verranno le lettere ; questo è lo stato sincero della mia 



— 71 — 

anima. So che il fondo di quello scritto è vero ; ma se sieno 
veri atti a interessare e da giudicarsi superiori al livello co- 
mune, non lo so. Mi pare che nessun uomo possa essere giu- 
dice di se medesimo in simil caso ; perchè io posso bene di- 
stinguere il vero dal falso in una materia, sulla quale ho me- 
ditato ; ma siccome il viaggio si fa per gradi insensibili e non 
si sbalza mai da una volgare verità in una sublime, ma si 
trascorrono lentamente le intermedie, così non si può da se 
conoscere il viaggio che si è fatto ; non sono diafane le verità 
intermedie e non posso paragonare il livello, a cui era anni 
sono, con quello, a cui mi trovo presentemente. Morellet aveva 
ragione di non valutare tutte le citazioni di quella mia prima 
opera ('); io ne ho trascorso de' pezzi; il fondo è vero; è ma- 
raviglia l'avere ammassati tanti fatti, in mezzo alla ignoranza 
somma e al mistero d'anni sono ; il libro è buono anche al dì 
d'oggi, ma, allora, credeva troppo all'arte ; era come un medico 
tedesco, che vuole far tutto con droghe ; e nel mestiere bisogna 
dubitare molto, lasciar fare tutto all'uomo e servirsi della legge, 
fiancheggiando il naturale corso dell'uomo, non mai urtandolo 
di fronte o spingendolo alle spalle. Gli autori, per lo più, o 
declamano o ripetono vari pregiudizi o, per combatterne alcuni, 
in contraria ruunt . Locke ne' suoi discorsi è il solo, che mi 
soddisfi, dei vari che, a salto, ho riletti in questi giorni. Mo- 
rellet aveva ragione ; ma anch'io non aveva torto, adoperando 
tutti i mezzi per far nascere opinione de' miei studi e avendo 
tutti riguardi alla natura de' giudici, dai quali doveva dipen- 
dere la sentenza sopra il lavoro di tre anni. Forse lo scritto 
che hai nelle mani sarebbe stato allora giudicato una metafisica 
buona a poco o a nulla. Lo ripeto : o un nome o niente ; o 
scuotere la curiosità o nemmeno sollecitarla. Giudica ; sia un 
implacabile Minosse. Aspetto questa benedetta posta con im- 

(1) Le Considerazioni sul Commercio dello Slato di 'Ridiano, opera divita 
in tre parti, dal Verri scritta nel 1 763 ed affidata due anni più tardi ad Ales- 
sandro, perchè, andando a Parigi, la sottoponesse, come fece, al giudizio dell'A- 
bate Morellet. Questi non sembrò farne gran caso, il che contribuì ad irritar 
alquanto Pietro, il quale non si curò più di mantenere carteggio con lui (cfr. la 
lettera ad Alessandro, in data IO aprile 1767). Ma più tardi, come si vede di 
qui, egli riconobbe che il filosofo francese aveva in molta parte ragione. 



— 11 — 

pazienza. A buon conto, aspettiamocela nella schiena ; questo 
è il partito migliore. 

Ho il primo tomo della nuova nuovissima opera del vec- 
chio di Ferney. Ha per titolo : Questions sur V ^ncyclopédie ; 
è pagine trecentosettanta e contiene la lettera A. iX). Pare che le 
cose che ci ha date nei Mélanges, nel TXzionario Filosofico, 
in tante altre cose distaccate, ce le voglia ora consegnéu^e in 
alfabeto. Io, però, ho letto il primo tomo con piacere. Aspetto 
che fra pochi dì ritorni la Maddalena, perchè lo legga, e poi 
te lo invio, unitamente a un altra brochure dello stesso, che ha 
per titolo Les choses curieuses et utiles, dove non vi è, per 
altro, degno del titolo che la Sofonisha, tragedia, che mi piace (2). 
Aspetto nella settimana ventura il secondo, poi il terzo tomo 
di questa Enciclopedia ; e tutta questa roba verrà a te, che 
spero sarai il primo nel paese ad averla; come lo sono, io stesso, 
il primo in Milano, perchè lo stampatore ginevrino me li spe- 
disce, bagnati, per la posta ; e colle revisioni attuali non si 
permetterà che passino ; nemmeno col tempo. 

L'altra sera mi sono riscaldato un po' coll'Abate. Egli, 
come abbiamo detto, non conosce la n stima n ; né cerca di 
mantenersela, che è il peggio. Cena e pranza con me. Io per 
conversazione parlava di qualche anecdota buffona, che aveva 
letta ; egli ha sempre la gravità scolastica, perchè non sente 
e si irrita sul timore di essere disprezzato. Egli, di più, risponde 
quasi sempre con una obbiezione, ch'egli annunzia come trion- 
fante. Così fece ; la obbiezione, al solito, era assai frivola, ed 
io dimostrai che era tale. Egli prese un tuono sdegnato, perchè 
dice che io lo prendo come uno sciocco. Non mi potei con- 

(1) Cfr. BENGESCO. Voltaire: Bibliogr. de ses oeuvres, to. I. p 420; se- 
condo il quale il primo tomo delle Questions, uscito nel 1770, consta di 2 fogU 
preliminari, 377 pagine ed una pagina non numerata per 1' (errata, e racchiude 
44 articoli, de* quali il primo è A e l'ultimo Jlpocalypse ; sicché la restante 
parte della lettera A (43 articoli, da Apocalypse ad Axe) sta nel tomo secondo 
di pp. 390. 

(2) Les Choses uliles et agréahles (tale è il titolo esatto della raccolta, stam- 
pata a Ginevra nel 1770 in tre tomi) racchiudono nel tomo terzo la Sopbonisbe, 
tragedia in cinque atti del Mairet che il Voltaire aveva " réparée à neuf ". 

Ved. QUÉRARD, La F-ance litlér.. to. X, p. 319; BENGESCO, op. cit.. y. 1, 
p. 75 sg., n. 285. 



— 73 — 

tenere e gli dissi che quel tuono di rimprovero non gli stava 
bene ; che io non lo usava con lui, e, in conseguenza, doveva 
avere la bontà di disfarsene meco ; che già da più volte l'ho 
dissimulato, ma ora gli ho detto che non mi squadra. « Il mio 
B progetto è di guardarvi e trattarvi come mio eguale, perfet- 
I tamente, quantunque l'età mi dia un tristo avvantaggio sopra 
R di voi. Se a voi accomoda di prendere una superiorità meco, 
H sarà meglio vederci meno, perchè non sarà possibile acco- 
R modarci. Quando una cosa l'ho meditata e la espongo a voi, 
n può essere che sia una cosa chimerica e falsa, ma avete 
I torto di credere che, al primo slancio, voi ne scoprirete la 
R falsità che io non vi ho potuta vedere ; e se io vi provo che 
R il vostro trionfo sopra me è di paglia, prendetevene a voi, 
n che cercate sempre il trionfo. Io vi stimo ; ma il più sicuro 
n mezzo per possedere la stima, si è quello di operare per 
R meritarsela, come appunto voi fate n. La conversazione prese 
una piega e si terminò con urbanità ; e mi parve che rientrasse 
in se stesso ; ma la mia bile era tale, che non ho potuto dor- 
mire la notte. Quell'uomo ha degli occhi, che vedono gli oggetti 
diversi assai da quello, che li vedo io ; è assai pesante e in- 
comodo il vivere con lui; e talvolta è persino indiscreto. Io 
ho voluto sfogarmi e dirti tutto. 

Oggi o dom.ani Luisino sarà al termine del viaggio; ne ho 
nuove del terzo giorno dalla partenza ; era contentissimo di 
Fedeli e contentissimo di Brescia, dove ha veduto una divinità 
(dice egli) nella contessa Archetti: Cj Venere, Calipso, Frine, 
Ebe; tutto era riunito; ne fa una descrizione da uomo incantato. 

Ricevo la tua cara lettera. Mi fai arrabbiare ; non posso 
sapere cosa ne pensi ; sei come una giovine civetta. Se non 
mi consoli, dopo avermi fatto aspettar tanto, aspettati che ti 
scriva roba dell'altro mondo. No, caro Sandrino; decidi come 
senti, e ti amerò sempre. Cari MA, vogliate bene a 

Pietro. 



(4) La dama, che aveva suscitato tanto trasporti, era forse D. Margherita 
Condulmer de' Tolentini di Venezia, la quale aveva sposato il march. Gio. Batt. 
Archetti di Breacia ; matrimonio infelice, che fu poi discioito. 



74 



XXXII (353)0). 
J "Pietro. 

Roma, 21 novembre 1770. 

Ti mando per la staffetta d'oggi il manoscritto nello stesso 
involto, in cui l'ho ricevuto (2). Dio sa quanto ti costerà: na- 
turalmente, lo dovrai pagare a peso di lettere. Ma non posso 
fare altrimenti. Figurati che ricevetti il giorno 14 alle ventidue 
ore il tuo manoscritto, e volendo rispedire collo stesso corriere 
Testone, bisognava che il giorno 17, alla sera, io avessi ogni 
cosa in pronto. Leggere con attenzione, procurare che sfugga 
nulla porta del tbinpo e non ho voluto precipitare. Onde abbi 
pazienza ; non v'è rimedio. Vedi che ti mando della roba. Or 
dunque, scendendo dalla cattedra, ti confermo che è cosa so- 
lida assai e da farti onore molto (5). Io non ho letto che quasi 
nulla in questo genere, ma, sicuramente, niente di simile. Ho 
un gran piacere, vedendo che nella cara tua, che ricevo que- 
st'oggi ("*), tu pure dici quello, che io ti ho scritto sopra ; cioè, 
che il libro è migliore dalla metà alla fine, ma io non dirò 

(1) 11 numero manca e nell'autografo e nel copialettere. 

(2) Alla lettera son unite diciotto carte, che racchiudono le " Osservazioni * 
di Alessandro al lavoro di Pietro. 

(3) Stacchiamo dalle " Osservazioni " il " Giudicio generale " di Alessandro 
sul nuovo lavoro fraterno. " L'opera da principio mi parve troppo meta- 
" fìsica, né vedevo l'utilità delle finissime indagazioni sul danaro e su! prezzo ; 

* e trovo che questa non è la parte che possa generalmente far più effetto nel- 
" l'opera. Ma poi cresce, germoglia, fiorisce, e vengono i squarci luminosi sugli 

* interessi del danaro, sui banchi, sul bilancio, gli assiomi dell'agricoltura, i cinque 
" canoni del tributo ; lo squarcio del Lotto, il carattere, massimamente, del mi- 

* nistro di Finanza, che formano un capo d'opera. Lo stile è austero e grave, 
" come dev'essere ; traspira l'umanità del cittadino e le vaste cognizioni del mi- 
nistro sono ridotte a facili elementi. L'opera, crescendo, si rischiara mirabilmente, 

" finché, passata la metà, giunge ad una franchezza di stile, di espressione, ad un 
" maneggio ed impasto così sicuro e artificioso, che non saprei né mutare una 
sillaba oltre quanto é detto, né pensare o scrivere meglio, non avendone nem- 
meno idea. E questo devo dire in omaggio alla verità, a p>arte l'amicizia. Onde 
" si stampi assolutamente ". 

(4) Ved. lett. XXV, di questo volume. 



— 75 — 

dalla metà, ma da due terzi alla fine. Ma il fatto è che tutto il 
corpo dell'opera, e più s'accosta alla fine, è scritto con una 
sicurezza, lume e possesso di materia sommo, di modo che, 
quanto a me, mi ha incantato ; e, quanto al pubbHco, io credo 
che dovrebbe farti un nome, perchè nessuno ha scritto cosi. 
Vedi quel buon abate Genovesi, che era tanto diffuso e cru- 
scante, che nome ha avuto ! Vedo con trasporto che tu ti fidi 
del mio voto. Io non posso che dirti : n mi fa nell'animo il tal 
B effetto la tal cosa che tu scrivi n; e certo io te gli ho detti 
questi effetti, come sono stati esattamente. Mi ricordo ora che 
ho desiderato che in qualche parte inserissi le molte buone 
cose, che puoi dire sulle leggi commerciali, sui fallimenti e 
su tanto che hai detto nella tua prima opera. Forse, qualche 
innesto saresti a tempo a farlo. Vedi se sia opportuno, e non 
abbi fretta, mi ti raccomando. Profitta dei pochi avanzi di tempo, 
ma lima e rilima più che puoi. E qui mi occorre di aggiun- 
gere che nella prefazione hai un pensiero, che coincide con 
quella di Beccaria, perchè tu pure fai le scuse che l'opera 
non è perfetta. Hai poi dei tratti di stile così corretto, maturo 
e nobile, che m'incantano. 11 tuo manoscritto è già alla posta; 
ma mi ricordo di quello, dove dici che una nazione non deve pen- 
sare a far conquiste prima di esser n fortissima, ove giace» (H; 
ed altrove : n Gli uomini muoiono ed i sistemi restano n (2). Son 
pezzi da Tacito. Questi non sono ornamenti, non è declama- 
zione ; sono cose e cose vibrate, senza pretensione o belletto. 
Ma bisogna che finisca. Adunque ti prevengo sulle mie critiche, 
che ho scritto ogni mia idea, né ti devi stupire se vi fossero 
delle difficoltà affatto insussistenti. Se non vagliono nulla, come 
sarà, naturalmente, ne ho maggior piacere ; e se vagliono qual- 
che cosa, tu mi devi ricompensare della mia fatica con una 
grazia, che ti domando; e questa è due n preziosi stracchini «, 
de' quali vorrei fare un piccolo regalo alle mie buone signore. 
Vedrò Bossi con piacere. Lo conosco ; è un galantuomo. 
Ti prego di dire a nostro zio, che ho ricevuto le sessanta ta- 
volette della sua ottima cioccolata e che lo ringrazio di nuovo 

(1) Vedi Medilaz., § XXV, in Scrilli vari cit., v. 1. p. 200. 

(2) Ved. Medilaz., § XXXIX, in op. cit., v. I, p. 246. 



— 76 — 

Se Frisio stima le Ricerche, io non stimo punto ne quelle, 
ne il suo giudizio. Non tutti i matematici sono così ; ti assi- 
curo che questo P. Jacquier è un gran buon galantuomo ; 
è un uomo, che ha consumata tutta la sua vita negli studi, 
conservando la maggior moderazione ed avendo gusto assai 
per ogni genere di letteratura. Prendo dell'amicizia per questo 
buon vecchio. Ha il cuore benefico, al sommo, e capace di 
somma amicizia ed è onesto a tutta prova. Conserva, da uomo 
saggio, tutta la decenza del suo stato, ma, sotto il cappuccio v'è 
l'uomo e l'uomo grande. Frisio ha un non so che di sprez- 
zante e di trascurato, che rende talvolta ingrata la sua società. 

Addio, mio caro amico ; possano le mie dozzinali critiche 
farti il piacere che mi ha fatta la tua opera! 

Addio MA; salutano con tutto il cuore MP. 

Alessandro. 



XXXIII (357). 
Jl Fratello. 

Milano, 28 novembre 1770. 

Ti scrivo, o, per dir meglio, ti detto poche righe, perchè 
sono impaziente di metter mano all'opera e profittare delle tue 
sensatissime critiche, che ricevo unitamente al manoscritto. Non 
ti so esprimere quanto ti sia obbligato. Aspettava il tuo voto 
con impazienza somma ; e dipendeva da quello il dare la cosa 
per fatta o no. Ho scorso le tue osservazioni ; mi pare che 
hai ragione sempre. Nell'Ordinario venturo te ne renderò un 
conto più esatto. Sarai servito per gli stracchini. Nostro padre 
ti ha scritto l'affare dei Certosini ; sin ora io non te ne ho 
scritto niente, perchè non v'è niente di sicuro e tutto s'ap- 
poggia a probabilità. 

Pietro. 



77 — 



XXXIV (358). 
JJI Fratello. 

Milano, I dicembre 1770(1). 

Tutto è accomodato e il giorno cinque partirà l'amico per 
la Toscana. Ti dirò le ragioni che mi determinano a far presto. 
Primieramente, se questo concilierà opinione e opinione sul 
mestiere per cui sono pagato, questo sarà un motivo di più 
agli amici per sostenermi e ai nemici per essere più cauti. Il 
sistema presentemente non si può fare che posticcio e soggetto 
ai consecutivi rattoppamenti ; e con una riputazione vi sarà 
sempre un appoggio di più. L'anno venturo è anno, in cui 
comincia un sistema, che deve rendersi stabile ; ergo, quello 
che s'ha da fare, bisogna farlo presto ; perchè la manofattura 
porta tempo; e dopo questa, avanti che sia ben conosciuta, vi 
vorrà del tempo ancora. Secondariamente, dopo i tratti che il 
nostro eroe ha usati meco per scavalcarmi, se avesse potuto, 
sarà una vendetta assai dolce se potrò contemporaneamente 
con lui vendere la mia droga e vederla più stimata ; e questo 
sarà un colpo decisivo per metterlo al suo livello. In terzo 
luogo è un vero prodigio, che io abbia avuto un mese di pace ; 
almeno per un anno ancora, non posso sperare nemmeno una 
settimana libera; onde il trattenere di più l'opera non contri- 
buirebbe a migliorarla, perchè non ardirei mettervi mano di 
ritaglio, per timore di contradire a qualche altra parte e rom- 
pere quella armonia d'una cosa fusa tutta di seguito. Spero 
che sarai persuaso tu pure che conviene adunque far presto 
la prova. Nessuno sa il secreto; nemmeno Frisi, che pure ogni 
giorno è da me; ed io potrò godere dell'incognito e non lasciar 
comparire nulla a Milano, se le onde di quel sasso, gettato 
in Toscana, non si stendono, naturalmente, sino a noi; onde 
non arrischio nulla. 

Ora ti voglio dar conto della mia opinione su passi, che 

(1) Sigillata doppia. 



^ - 78 — 

hai trovati degni di osservazione, acciocché veda l'uso, che ho 
fatto della tua amicizia ('). 

La nuova dei Certosini è vera. Essi rientrano, per un re- 
cente dispaccio, in possesso di tutti i beni che avevano ni 
prima, unicamente coU'obbligo di spendere in limosine cen- 
tomila lire annue, delle quali trentamila saranno in loro arbitrio. 
Il numero dei monaci loro potrà dilatarsi anche a cinquanta; 
in somma tutto quello che è accaduto, si vede che è stato 
veramente interinaimente e per provvisione (2). 

Sinora non è giunta la posta di Roma ed è tempo che 
termini. Aspetto fra giorni la mia Maddalena che ripassi il Po. 
Ti ricordi di quel ii Po n, che pronunciavi con tanta compia- 
cenza e il n tergere n ecc. ecc. ? Bisogna che abbiamo la 
sapienza di diventar frivoli ancora. Cari MA, amate 

Pietro. 



XXXV (354). 

J Pietro. 

Roma, 24 novembre 1770. 

Sento intimamente quanto perdi colla partenza di Lamber- 
tenghi e tanto più, quanto di questo non hai compenso alcuno. 
Egli è un uomo onesto, instrutto, delicato e di gran giudizio, 
e, sicuramente, farà la sua fortuna. Io mi sento molta amicizia 
per lui, è uno con cui ho incominciati gli studi legali e l'ho 
conosciuto anche prima di te. Intendo che è una pena somma 
il non avere anima vivente con cui parlare de' tuoi studi. 
Esser mosso da una serie d'idee importanti e non poterle co- 
municare con nessuno, è uno stato violento. Molto più, per 

(1) Qui vi è nel ms. un eie. Pietro non ha fatto trascrivere le risposte alle 
osservazioni de! fratello. 

(2) Anche le Nuove di dio. Carli, 1770, 10 dicembre, recano in una cor- 
rispondenza da Milano, in data 8 dicembre, p. 399 sgg., la notizia che con editto 
imperiale de' 5 novembre i Monaci della Certosa presso Pavia erano stati ri- 
messi nella piena amministrazione dei loro beni, sotto varie condizioni pure riferite. 



— 79 — 

questa circostanza, devi stampare il tuo libro. Almeno, parlerai 
con tutti quelli che studiano la politica. In casa non hai nessuno. 
Nostro zio mi scrive dell'Abate, che ii sta benissimo, e non lascia 
R di divertirsi n. Frisio non legga niente affatto. Carpani è un 
entusiasta e ) ; il Poeta ^^2)^ poi, peggio. Radanaschi ha scritto 
qualche cosa sul sale 0) ; ma nessuno è al tuo livello. Figurati 
lo stato del mio cuore. Tu mi ricolmi di benefìci tutti i giorni, 
ed io ti ho abbandonato. Benché non abbia fatti i tuoi studi, 
pure il dialogo fra di noi non sarebbe arido. Ma gente, che 
s'interessi di nulla, come in casa, è difficile ritrovarne. Vedo 
che io devo tutto a te e tu nulla a me ; e quell'istesso sen- 
timento che mi fa fare questa triste riflessione, mi obbliga a 
star lontano dal mio benefattore. Non è gran consolazione il 
dirti che mi rattrista la solitudine m cui sei rimasto ; ma è 
così. Capisco troppo quanto sei isolato nelle tue idee, e so 
quello che proverei io. Se in lontananza scrivendo, si può dar 
sfogo alle idee, io ti prego assai di farlo sempre meco. Ogni 
volta che mi parli di politica, mi consoli, perchè mi dai un'oc- 
casione di scriverti in materie, che ti fanno piacere. Spero assai 
nella tua opera. Mi par molto difficile che non ti faccia un 
nome assai distinto. Mi sembra che abbi una maniera affatto 
diversa dagli altri. Da quanto mi ricordo d'aver letto, sono la 
maggior parte alquanto ciarlatani. Taluni si diffondono a pro- 
vare le cose chiare con un grande apparato di teorie ed altri 
stanno semplicemente a fatti di dettaglio. Tu, al contrario, 
esponi delle teorie, la di cui applicazione al fatto si presenta 

(1) Pietro, meno benevolo, l'aveva definito, come i lettori rammenteranno, 
* il Taylor della politica " ! Cfr. Cari., v. Ili, p. 251. 

(2) Il Carli. 

(3) Vi ha qui, probabilmenle, un equivoco di nomi. Un marchese Ermes 
Radanaschi, marito di D. Vittoria Crivelli, G. C. C, de' LX Deeurioni, aveva 
vissuto a Milano nella prima metà del secolo XVIII; ma egli era morto, senza 
eredi, diciott' anni innanzi. Né, d'altra parte, mai s'era occupato di problemi eco- 
nomici. Noi sospettiamo dunque che Alessandro abbia chiamato " Radanaschi ", 
per abbaglio, il marchese Giambattista Fraganeschi, Oratore per Cremona, noto 
cultore di studi economici, che, fino dal 1733, aveva proposto di fare del sale 
un oggetto di monopolio fiscale, onde formarne la base d'una riforma dell'impo- 
sta sui redditi e profitti personali. Ved. C. A. CONIGLIANI, G. B. Fragane- 
schi e le questioni tributarie in Lombardia nel sec. XVIII, Modena, Vincenzi, 1898. 



— so- 
da se. Somma chiarezza, facilità ed è una catena seguita. Inoltre, 
molte cose sono assolutamente nuove ; altre sono nuove nella 
maniera di esporle ; e sempre lo stile invita assai per la ele- 
ganza e nobiltà sua. 

Ho saputo che Odazzi ha avuto in Napoli una cattedra di 
ius pubblico (1). Genovesi non se ne fidava; e so che, benché, 
per onestà, abbia scritto in suo favore, egli lo stimava un com- 
mediante di sentimento. Addio, mio caro, eterno amico: ricor- 
dati di me. MA. salutano con tutto il cuore MP. 

Ti accludo una conferma della licenza de' libri proibiti 
per Carlo, che me ne ha incaricato. Ti voglio aggiungere una 
notizia sulla nostra Annona. Anni sono, si fece un editto per 
cui si stabilì che l'Annona del papa avrebbe comprato il grano 
dai particolari al prezzo di sessantacinque paoli il rubbio che 
è la misura del paese. Questo prezzo è medio. Ne succede 
che molti lo vendono al papa, ossia alla Camera, per avere 
lo sfogo, altronde impedito dalie tratte, che ora si concedono 
ora si negano, secondo pare ai direttori. La Camera, poi, 
quando si vede aggravata di grano, lo vende agli esteri; co- 
sicché si riduce in questo sistema ad essere il principe mono- 
polista di questa merce. Niente di meno, negli ultimi anni ed 
anche presentemente si dà con facilità la tratta agli esteri, per- 
chè il raccolto è stato abbondante. Da questo difettoso sistema» 
n'è nato molto utile, perchè è sempre men male di quello di 
prima, quando le tratte non si concedevano, che con cento 
difficoltà. L'agricoltura è cresciuta (2). E molti campi, ch'erano 

stati messi ad erba, si seminano a grani. 

Alessandro. 

(1) Così sul conto di lui scriveva ad un anonimo corrispondente, in una let- 
tera inedita del 28 aprile 1 772, l'abb. Galiani : " U. Troiano Odazzi è stato 
" qui benissimo situato. Ha una carica futura col soldo corrente. Dovrà inse- 
" gnare non so quali scienze in un collegio di nobili da erigersi co' beni di Ge- 

* suiti, che è cosa assai lontana. Intanto ha 300 ducati l'anno. Deve tanta buona 
" sorte al conte di Kaunitz, che lo raccomandò alla Sovrana, sicché la sua for- 

* tuna viene originalmente da Milano. Chi l'avria creduto? ". {Carte Galiani, 
mc8. presso la soc. Napolet. di Storia Patria, voi XXX, e. 120, p. 156: comu- 
nic. del d.r F. Nicolini). 

(2) Una corrispondenza da Roma, 8 settembre, ai Ristr. di not, 1 770 
n. 18,14 settembre 139 annunziava difatti che * S. Santità, imp>egnato a pro- 

* teggere l'agricoltura " aveva " concesso diverse Tratte di grani nella somma pei 
" adesso di 13 mila Rubbi ". 



81 — 



XXXVI (355). 
Jl T>ietro. 

Rema, 28 novembre 1770. 

Mi dici che hai raddolcito il tratto sulle lotterie ; ma io 
non l'ho trovato aspro in nulla. Mi è parso che scrivessi con 
cautela e non vorrei che me lo indebolissi, perchè mi piace 
assai. Pure, se trovi la maniera di dire lo stesso con termini 
più miti e circospetti, è sempre meglio. Ormai bisognerà in- 
trodurre di nuovo gli antichi apologi per parlare di politica, 
giacche la buona è in opposizione col fatto. Se tu sei ansioso 
di vedere le mie osservazioni, io non lo sono m.eno di sapere 
che effetto ti fanno. 

Aubert mi manda il primo volume ('). 

Si racconta del re di Napoli la seguente burla. Fece ulti- 
mamente un accampamento (2) e diede ordine che chiunque 
abate vi venisse fosse preso in una coperta da quattro uomini 
e in quella battesse il sedere in terra, non so poi quante volte ; 
il che con una parola, escita in questa occasione alla luce del 
mondo, chiamasi n ammantare ii 0). Due abati fiorentini si 
presentano : fu loro intimata la sentenza ed incominciò uno 
a subirla, levandosi l'abito. Il secondo, che patisce di con- 
vulsioni, pregava per la grazia ; ed il suo compagno si offriva 
a subir la pena per lui un' altra volta, ma non gli fu con- 
cesso ; ed entrambi, l' un dopo V altro, furono adunque " am- 

(1) Dell' Enciclopédia stampata a Livorno. 

(2) Forse nella foresta di Prescano, " qui est nofre Compiègne ", come no- 
tava l'abb. Galiani, che vi si era portato nell* ultima settimana di dicembre 1770 
per far la sua corte al sovrano: cfr. Corresp., v. I, p. 382, lett. 5 genn. 1771. 

(3) Questo termine, se napoletano, manca ai dizionari dialettali da noi ve- 
duti (Andreoli, D'A.iibra)" Alessandro, da buon antiquario, avrebbe dovuto sa- 
pere che la sagaiio, vale a dire il brutto scherzo di far saltare in aria altrui a 
mezzo di un mantello (sagum), era stato familiarissima ai soldati romani e che 
al vocabolo latino risponde il berne francese ed il berta ("dar la berta ", "ber- 
" teggiare ") italiano. Cfr. PORCELLINI - DE VlT, s. v. Sagaiio, Sagum ; DU 
Gange s. v. Bemiscrist; LlTPRÉ, Dici, de la langue frane., s. v. ^er- 
ne, ecc. Naturalmente la Crusca non ne sa nulla! 

6 



— 82 — 

n mantati ii con gran divertimento degli spettatori. Si presentò 
pure un grosso abate, D. Rafaele Lopez, che è della so- 
cietà della principessa Francavilla, e a quello il re, per 
essergli noto, fece la grazia, dicendo: n Chisso è de nostri n. 
Questo fatto è confermato da molte lettere; e qui, ultimamente, 
passarono i due stessi abati fiorentini, che lo confermarono, a 
quanto si dice ('). Io, però, non ho veduta nessuna lettera e 
lascio la verità al suo luogo ; ma il paese ne parla comune- 
mente, come di cosa indubitabile. Bisogna anche star sempre 
col sospetto che si carichino queste novelle, perchè si tratta 
di un principe che ha scacciati i gesuiti e che ha tolto Bene- 
vento e che vuole la rivocazione dei breve di Parma. > 
Mio caro amico, ti abbraccio con tutto il cuore. MA sa- 
lutano coir anima i buoni MP. 

Alessandro. 



XXXVII 059). 
Al Fratello. 

Milano, 5 dicembre 1770. 

Neil' ordinario scorso ti ho scritto tanto, che ne hai prov- 
visione anche per questo. Accontentati, perchè ho poco tempo. 
Oggi aspetto di ritorno la Maddalena ; oggi spedisco il mano- 

(I) G. Casanova, Mém. óctHs par lui méme, Paris, Garnier, to. VII!, eh. V, 
p. 148 sgg., dice d'aver assistito egli medesimo, durante una sua visita a Portici, 
al singolare spettacolo del re che si faceva " ammantare " e costringeva i suoi 
cortigiani a fare lo stesso ; e racconta con molti particolari " le bcrnage " di due 
giovani nobili fiorentini, brutti e contraffatti, allor allora sbarcati a Napoli in- 
sieme al loro precettore. Può darsi che si tratti o del medesimo aneddoto, ma 
profondamente alterato, o d'altro assai somigliante. E nota difatti la mania d> 
Ferdinando per codesto divertimento; fin da fanciullo, se diamo retta alle mal- 
dicenze goraniane, " il prenoit des lapins, des chiens ou des chats, et s'amusoit à 
" les faire berner jusqu'à ce qu'ils eu crévassent. En fin pour rendre le plaisir 
" plus vif, il désira voir berner des hommes, ce que son governeur trouva très- 
" raisonnable : des paysans, des soldats , des ouvriers et jusqu'à des seignetirs de 
' la cour servirent ainsi de jouet à cet enfant couronné; mais un ordre de 
" Charles 111 interrompit ce noble divertissemenls... " GORANI, Mémoirss se- 
CTzts et criliques des cours, etc, Paris, 1794, v. I, p. 20 sg. 



— 83 — 

scritto in Toscana ('). S'inoltra già l'ultimo mese della Ferma e 
non si sa chi sieno gli amministratori e tutto è ancora da farsi. 
Vorrei che l'amico, che spedisco, avesse buon incontro. Questo 
solleticherebbe assai più la mia ambizione di quel che sia il 
trionfo sopra alcuni uomini oscuri , dei quali 1' esistenza sarà 
dimenticata fra pochi anni. 

Se il divertimento del re di Napoli si verifica, è vera- 
mente strano e contradditorio ai principi. L'im.peratore disse 
di quei due cugini, che a quel di Parma la natura aveva 
fatto niente per prepararne l'educazione : e a quel di Napoli 
ella aveva fatto tutto, ma gli era mancata l'educazione (2). 
Simili divertimenti, per altro, non si vedono con piacere ; 
egli è il leone, che scherza coi conigli. 

Addio, caro Sandrino. Io ho qui tre tomi del vecchio di 
Ferney, intitolati Questìons sur V Encyclopédie ; ha messo per 
ordine alfabetico mollo di quello che già ha detto e qualche 
cosa di non detto ; differisco, perchè voglio che la Maddalena 
li scorra, e poi, subito, trotteranno al mio Sandrino. Ho dato 
commissione per avere buoni stracchini. 

Cari MA, ricevete i saluti di cuore di MP. 

Pietro. 



XXXVllI (356). 
A Pietro. 

Roma, I dicembre 1770. 

Se avessi potuto figurarmi che stavi in pena per sapere 
l'impressione che mi aveva fatta il libro, te l'avrei subito scritto. 
Basta; a quest'ora, hai letto e riletto il mio parere; e, adesso, 
desidero io di sapere se ho torto o ragione. Mi pare che tu 
abbi una moderazione di pensare poco proporzionata alla si- 
curezza che ti dovrebbero dare i profondi tuoi lumi. Come 
mai, per sapere se il tuo libro è buono o no, ti rapporti ad 

(1) Cfr. le». XLVIII, di questo voi. 

(2) Si confronlino i giudizi che sul bizzarro caraftsre di re Ferdinando dà 
anche il CASANOVA, Mém. cit., loc. cit. 



— 84 — 

un uomo che non può giudicare che a mente nuda e col solo 
senso comune? Io, di queste materie non so che quanto mi 
hai insegnato; e tu da moki anni vi nuoti. Pure, non hai torto: 
MoHère leggeva le sue commedie alla serva. Gli uomini del 
mestiere hanno delle ostinazioni, dei pregiudizi, una logica fit- 
tizia e tutta la mente artificiale; un galantuomo di buon senso, 
nuovo alla materia, giudica a seconda delle mere naturali im- 
pulsioni e può meglio congetturare dell'effetto, che farà l'opera 
nel pubblico, perchè il pubblico è composto la maggior parte 
di simili a lui. Pochi sono i lettori profondamente applicati ad 
un genere qualunque di studio. Mi rincresce che ti ho riman- 
dato il manoscritto. Così hai voluto; ma l'avrei tenuto volen- 
tieri sino alla pubblicazione della stampa. L'avrei potuto scor- 
rere qualche altra volta. Ma diffìcilmente vi avrei a dire ancora 
qualche cosa. Ti posso assicurare che ho voluto intendere ed 
essere persuaso di tutto. Quello che ne intesi bene ne mi 
persuase, tutto è notato. 

Ricevo da mio padre per me una cambiale di cento scudi, 
ed un' altra per il Cavaliere. Si può girare come si vuole 
una cambiale per Malta; ma è sempre lo stesso, quanto alla 
perdita. Qui non vi sono quattrini : e a mandarli fuori di paese 
vi si perde sempre. La migliore è di girare la cambiale a 
questo Segretario della Religione, il quale la trasmette in va- 
luta a Malta ; così ho sempre fatto. Sai quanto perdiamo a 
mandare danari a Firenze in cambiale? Il sette per cento. A 
un di presso, così, con tutti i paesi ; almeno con nessuno si 
guadagna certamente. Perciò avrei creduto meglio il prender 
la cambiale per Malta a dirittura da Milane. 

La posta è arrivata tardissimo e non ho tempo di rispon- 
dere a mio padre. Intanto, gli puoi dare la notizia, se vuoi, 
che ho ricevute le cambiali e l'ordinario prossimo gli scriverò. 

Ricevo pure una lettera con quest' indirizzo : « Al signor 
« Carlo Rovedino: ricapito all'Illmo Signor Conte D. Alessan- 
« dro Verri ■^". Questo Rovedino dev'essere il figlio della por- 
tinara e ne cercherò conto ('). Fu da me, qualche giorno sono, 
a cercarmi un zecchino in imprestito per vestirsi ; io gliene ha 

([) Cfr. leu. di questo voi. 



— 85 — 

regalato mezzo e non V ho veduto più. Mi ha detto che si 
era accomodato in una bottega da parrucchiere a quindici paoH 
il mese. 

Ti compatisco assai per le dispute coli' Abate. Gli sciocchi 
sono irritabilissimi. Che noia dev'essere discorrere, senza esser 
mai ne inteso, ne ascoltato ! Gli hai parlato chiaro e bene ; forse 
lo stile chiaro assai va meglio con questi caratteri. Ma tu, sul 
fatto, vedrai cento cose che non posso sapere. Un giovine 
grave, senza nessuna vivacità, con somma pretensione, vuoto 
di testa, che voga, perchè teme di esser creduto quello, che 
è, dev'essere una società incomodissima. Tutto cascherà per 
terra ; niente varrà. Oh, avessi un portoghesino, che conosco, 
di diciannove anni, pieno di cognizioni e di sale ! O almeno 
avessi il tuo povero galantuomo Alessandro, aspro ed emicra- 
nista, se vuoi, ma che, almeno, conosce la stima e gusta la 
ragione ! Ma il tuo Alessandro ti sta lontano per quella sen- 
sibilità, che gli hai sviluppata. Lo ricolmi di benefici ed egli 
non concorre a renderti la vita aggradevole in nulla. Addio, 
eterno mio amico. Lasciamo queste idee. MA salutano cara- 
mente MP. 

P. S. È morto in Roma, giorni sono, l'oculista Taylor, 
disputando colla serva di casa della mortalità dell' anima ('). 

Alessandro. 



XXXIX (360). 

Al Fratello. 

Milano, 8 dicembre 1770. 

Di fretta. Siamo nella incertezza solita. La cosa è tanto 
strana che non pare credibile. Si tratta d' un fondo d' ammi- 

(1) Da fvlilano, dove la sua presenza e le sue cure avevano dato tanto da 
discorrere a' nostri due fratelli (v. Cari,, v. Ili, passim, e Indice), \\ famigerato 
oculista erasi ricondotto a Roma, faeendo rimbombare le gazzette dell'eco de' 
trionfi riportati a Genova, a Torino, ad Alessandria, a Parma, a Mantova, a 
Cremona, a Modena, a Bologna {Nuove di dio. Ccrli, 1770, n. 14,2 aprile 



— 86 — 

nistrare, di cui l'annua rendita, tutto in complesso, è più di 
sei milioni ; fondo imbrogliatissimo e di cui nessuno ha pra- 
tica. Si tratta di rifare tutti i contratti, che scadono con questo 
mese. Mancano pochi giorni, e non si sa come o da chi si 
dovrà amministrare la Ferma, la Macina di Milano, la Dogana, 
i Bollini, ecc. ecc.! Io ho da lavorare molto. La Maddalena 
è comparsa in Milano e se n'è ripartita per Gessate per una 
settimana. 1 tuoi stracchini sono presso di me e pajon buoni. 
Te li spedirò quanto prima. Ti abbraccio coll'anima. Cari 

MA, vogHate bene a 

Pietro. 



XL (357). 
J Pietro. 



Roma, 5 decembre 1770. 



Mi detti in quest'ordinario poche righe e tanto meglio, 
perchè vedo che sei occupato delle mie osservazioni. Sarei 
stupitissimo, se avessi qualche volta ragione, fuorché per alcune 
difficoltà grammaticali. Ma, in quanto alla sostanza delle idee, 
sarebbe strano che chi vi pensa un'ora trovasse un paralogismo 
in chi vi pensa gli anni. Ho veduta una lettera di monsieur 
Melon, che adesso sta a Parigi, e un anno fa era qui, secre- 
tario d'Ambasciata (') nella quale parla di un'opera, che vor- 
rebbe fare per ridurre a calcolo la politica ; egli parla delle 
seguenti opere, come di libri che hanno fatto parlare molto di 
se a Parigi : Origine et progrès d'une science nouvelle, la Phy- 
siocratie : Les ^phémérides du Citoyen ; un'opera di monsieur 
Quesnay, un'altra di monsieur de la Rivière (2). Naturalmente» 

p. 112, Milano, 31 marzo; n. 18, 30 aprile, p. 144. Genova, 27 aprile; 
n. 26, 25 giugno, p. 207, Bologna, 19 giugno). Sicché solo da pochi mesi egli 
doveva essere rientrato nella città eterna, quando la morte lo colse. La sua 
scomparsa, non singolare, non par destasse alcun rumore : nessun giornale ebbe 
a parlarne, talché s'è finora creduto ch'egli avesse finito di vivere solo nel 1772, 

(1) Per il Melon ved. Cari., v. II. p. 54,60, ecc. 

(2) Sono propriamente gli anni tra i! 1764 ed il 1770 quelli, che videro svol- 
gersi, fiorire e quindi rap'damente decadere lo scuola ffsiocratica, di cui fu duce 



— 87 — 

avrai letto tutta questa roba ; e dimmene qualche cosa. Ho 
pure scorso il prospetto del Dizionario di Morellet ; mi pare 
verboso e mi stanca. 

V'è una voce, che una gran quantità di forzati sieno fug- 
giti dalle galere di Napoli ; e si dice fino a cinquecento. Ma 
finora non si verifica (1'. Sarebbe un grosso impiccio. E vero 
che hanno da passare assai prima di venirci a visitare : ma non 
so se qui abbiam.o cinquecento buoni soldati. Non vi sono che 
i Corsi, atti a sparare il fucile. Essi sono quasi tutti disertori 
e la maggior parte è stata in azione. Ma gli altri sono Ro- 
mani e tanto basta. 

Ti sono obbligato assai, che mi voglia mandare gli strac- 
chini. Io non ti ho mai voluto seccare con queste noiose com- 
missioni ; ma, in occasione de' miei sudori letterari per la re- 
visione della pezza n magna n, ho creduto di potere inoltrarmi. 

Addio, eterno amico del mio cuore. MA salutano col- 
l'anima MP. Alessandro. 

XLI (361). 

Jll Fratello. 

Milano, 12 dicembre 1770. 

Avrai trovato dalle osservazioni, che ti ho trasmesse, quanto 
caso abbia fatto dei tuoi pensieri per migliorare il mio libro. 

supremo il dottor Francesco Quesnay, autore del celebre Tableau, comparso 
luce nel 1758; scuola così coscienziosamente illustrata nell'opera magistrale di 
G. WEULERSEE, Le mouvemenl Physiocratique en France (c/e 1 756 à 1 770). 
Paris, Alcan, 1910, voi. due. Gli scritti, de* quali Alessandro parla qui un po' 
coufusamente, sono {'Origine et progres d'urie science nouvelle, opera di Dupont 
(de Nemours), uscita nel dicembre 1767, in cui l'ardente apostolo della Fisio- 
crazia aveva riassunto e compendiato, a fine di propaganda e per consiglio, di- 
cesi, del Diderot, il poderoso volume di P. - Fr. - Joach. Henri Le Mercier de 
la Rivière, L'ordn naturel et essenliel des sociéles politiques, stampato pochi 
mesi prima. Cfr, WEULERSEE, op. cit., v. 1, p. 127 sgg. In quanto alle Éphé- 
merides da citoyen, si tratta, come i lettori sanno, del primordio letterario fon- 
dato e diretto dall'ab. Nicola Bandeau, il quale divenne nel 1 767 l'organo della 
setta fisiocratica, e dopo la partenza del suo fondatore per la Polonia, ucci sotto, 
la direzione di Dupont fino all'anno 1772. Ved. WEULERSEE, op, cit., v. 5, 
p. 99 sg.; 126 sgg.: 159, ecc. 

( 1 ) Si doveva trattar d'uua frottola. 



— 83 — 

Non solamente avevi ragione in grammatica, ma avevi ragione 
nelle teorie nella maggior parte delle tue critiche. La data del 
tempo, dacché io medito su questi oggetti, è un avvantaggio 
tanto sterile e tristo, quanto quello degli anni; e il calore, col 
quale ho sfogate le mie idee, doveva, per necessità, lasciar 
luooo a un tranquillo filosofo, sebbene non avvezzo a pensare 
su di questi argomenti, di farvi delle utili correzioni. Ti rin- 
orazio della notizia, che mi dai sulle idee di monsieur Melon. 
I libri, che mi accenni, li conosco ; si accostano assai alla 
precisione ; ma peccano per il difetto comune de' francesi. 
Gli Enciclopedisti, in favore della umanità e della patria, com- 
battono il sistema della Ferma Generale ; e, andando al solito 
all'estremo, sostengono essere ingiusto e incautamente collocato 
ogni tributo, che non sia immediatamente sulle terre ; e questo 
è il punto principale trattato da questi nuovi autori* '). Escludono 
dal numero dei riproduttori gli artigiani e i manufattori e li 
chiamano n classe sterile n (2); perciò hai veduto che nel mio 
libro, parlando della riproduzione, ho detto che tanto è crea- 
zione quella che si opera nei campi, convertendosi l'aria, la 
terra e l'acqua in grano, quanto lo è la conversione del glu- 
tine d'un insetto in un velluto (3). Io credo che quei signori ab- 
biano portato la tesi più in là del giusto e che anche la ri- 
produzione annua delle manifatture sia una creazione reale, di 
valore ; conseguentemente, ch'ella sia un fondo censibile e che 
il versar tutto sulle terre scoraggerebbe troppo l'agricoltura ('*). 
Della morte di Taylor non se ne sa qui altra notizia, fuori 
che quella che m'è venuta per parte tua. Dei due abati fio- 
rentini a Napoli n'è venuta la notizia per più lettere e si tiene 
per cosa avverata. 

(1) Il Verri par qui fare una cosa sola degli Enciclopedisti e degli Eco- 
nomisli, mentre, com" è noto, i primi non si confusero mai coi secondi, che anzi 
combatterono. La teoria che l'agricoltura sola dà un reddito netto e che soltanto 
il reddito territoriale può risollevare le finanze nazionali, è la base del movi- 
mento fisiocratico. Cfr. WEULERSEE, op. cit., v. 1, p. 103 sgg. 

(2) Come si dimostrasse sterile l'industria, altro caposaldo della scuola fi- 
siocratica, è da veder presso WEULERSEE, op. cit., v. I, p, 280-304. 

(3) Ved. Meda. suU'econ. poi., § 111 in ScritU vari cit., v, I, p. 125 sg. 

(4) Ved. op. cit., § XXXlll, in Scritti cit., v. 1, p. 225 sgg. 



— 89 — 

Niente di nuovo sinora per la nuova Amministrazione. 
Pare impossibile che persone inesperte possano immediata- 
mente cominciare a dar moto ad una macchina così intralciata 
e vasta, in così breve tempo, senza una somma confu- 
sione ; mancano diciannove giorni al termine dell'anno ; e 
noi siamo in quello stato, in cui vivevamo quattro mesi sono. 
Quello che v' è di più strano ancora si è che i Fermieri por- 
tano tutto quello spirito violento con tutto il vigore, che era 
naturale che avessero al principio. Io non dubiterò se nella 
nuova Amministrazione possa aver luogo ; dico, solamente, che 
le cose anche più essenziali son guidate per strade e con me- 
todi, che non si possono prevedere. 

io sto bene; aspetto qualche riscontro da Livorno; e poco 
m'importa degli affari pubblici, contento di non mancare a me 
stesso e di potermi in ogni occasione giustificare. 

Col corriere di quest'oggi ti mando quattro stracchini ec- 
cellentissimi. Te li spedisco, franchi, con la marca: C. A. V. 
Abbia la precauzione di farli aprire in casa tua e lasciargli 
prendere un po' d'aria prima di farli avere alla Marchesa. 
Scusami se detto e non scrivo, perchè sono un pò stanco. 

-Pietro. 



XLII {362). 
^41 Fratello. 

Milano, 15 dicembre i770. 

Non è giunta la posta e oggi aspetto la mia Maddalena 
da Gessate e pranzerà meco; onde ti scrivo anticipatamente. 
Tutto è in quiete, ccme prima; non v' è disposizione alcuna 
per una amministrazione, che incomincia fra sedici giorni. Non 
so se lo debba all' uso del sapone ovvero alla filosofia, ma 
sento il mio animo assai in calma e indifferente. Mi preme 
più l'amico di Livorno e un po' di fama, di quello che mi 
interessi la opinione di alcuni pochi, viziosi e oscuri, lo ho 
fatto il possibile perchè l'amico di Livorno non mi dia ram- 
marico, ma temo delle tracasserie dalla parte del nostro eroe ; 



— 90 — 

egli è colpito troppo vivamente e nella materia e per la con- 
temporaneità col suo tentativo, di cui niente si parla. 

Addio ; spero che avrai ricevuti i stracchini coU'ordinario 
passato e gli avrai ricevuti senza spesa, perchè tali te li ho 
spediti. A buon conto ti avviso che sono una cassettina colla 
marca C. Jl. %). e nient'altro. Cari MA, vogliate bene a 

Pietro. 



XLIÌI (358). 
A Phtro. 



Ronia. 8 dicembre 1770. 



Ricevo la risposta alle mie osservazioni, della quale sono 
contentissimo, essendo stupito d'aver avuto spesso ragione. 
L'amico, adunque, è già partito il giorno 5, per la Toscana; 
e così va bene. Tu non sei in istato di più ritoccare il qua- 
dro, che, altronde, adesso mi pare terminato ; e quello che si 
ha a fare, si può farlo presto. Non lascia mai un momento 
r u incognito II, ne con Frisi, ne con nessuno; quando si par- 
lerà dell'opera, allora poni il capo fuori della finestra. Trovo 
che sono convinto delle tue risposte ne' punti controversi. Mi 
rimane però qualche piccolo dubbio (0. 

Sono molto lusingato che ti sia servito di quanto ho detto» 
come mi venne in mente, sull' idea platonica di non volere 
che vi siano meri consumatori e delle mutazioni al bellissimo 
paragone dell'uva spremuta. Accetta, caro amico, anche questo 
poco scolo di austera critica, che ti mando per non lasciare 
di dirti, candidamente e spartanamente, ogni mio dubbio. 

Ti voglio pregare di un nuovo servizio, giacche sempre 
bisogna che ricorra a te. La mia Margherita desidererebbe 
due disegni da maschera, avendo sentito che in Milano se ne 
possono avere, sia dal teatro, sia da qualche ballerino parti- 
colare. Ella desidera un disegno di u domino u alla francese per 

(I) Seguono nell'autografo sei facciate all' incirca di discussione sopra punt 
speciali. Esse sono state omesse nel copialettere e per questa ragione la soppri- 
miamo noi pure. 



— 91 — 

donna, tutto compito, per ballo di parata ; e un altro disegno 
di maschera di mezzo carattere, di buon garbo, ma non co- 
mune, cosicché u abbia della novità ti. Mi obbligherai, tu sai 
quanto, a compiacermi in una cosa in cui possa compiacere 
la mia cara Margherita. 

Addio, scusami. MA salutano i cari M. P. 

"P. 5. Ho ricevuta la lettera d'oggi in ottimo stato. 

Alessandro. 



XLIV (359). 
Jl Pietro. 

Roma, 12 dicembre 1770. 

Ormai, da un ordinario all' altro mi aspetto, aprendo la 
tua lettera, di avere notizia di un decisivo dispaccio dalla 
Corte. Il tempo mi pare che stringa assai ; ne so come, in 
pochi giorni, si possa dar sistema anche provvisionale ad una 
macchina così grande. Ti sono obbligato, perchè pensi a spe- 
dirmi dei libri. E sempre un regalo ben venuto ; ma non mi 
mandare quello che ti piace di avere, perchè tanto, alla fine, 
ogni cosa giunge anche da noi. 

Ho letto i giorni passati il commentario di Voltaire a 
/ delitti e le pene ' ' ) ; e mi pare che potevo risparmiare di 
leggerlo, dopo cinque anni che non mi ero data questa pena. 
E cosa, come avrai veduto, tanto superficiale, che bisogna 
avere il suo credito per gettarla al pubblico. E appena un 
mediocre portafoglio ; inoltre, non mi pare che mostri gran 
stima del libro, che commenta, il quale, certo, vale assai più 
delle sue annotazioni. Qui tutti guardano lo Stile come un 
libro oscuro e malissimo scritto. 

Uno dei due abati, che furono posti nella coperta a Na- 
poli, è l'abate del Turco, fiorentino, che ho conosciuto a Pisa, 

(1) E Toperetìa pubblicata s. 1. di sf, (ma Ginevra), nel 1766, sotto il ti- 
tolo : Commenlairs sur li livre dss délils et des peines par un avocai de province, 
cfr. QUÈRAND, la France liltér. to, X, p. 292 ; BENGESCO, op. cit. to. II, 
p. 173 sgg. 



- 92 — 

dove ha qualche impiego, a quanto mi pare ('). Egli traduce 
Omero in ottava rima assai bene ; io sono associato, e ne ho 
già avuti due canti, e mi rammarico che mi hanno gettato in 
aria il mio grecista (2). 

Oggi ho lettere del Cavaliere. Egli mi dice che le nove 
di Levante sono sempre più favorevoli ai moscoviti. 

L'Abate gli ha scritto che vorrebbe ottenere una croce di 
grazia ed egli è entrato con ardore in questo progetto. Mi scrive, 

(1) Sebbene l'abb. Giovanni Del Turco abbia indubbiamente appartenuto 
all'antichissima casata fiorentina di questo nome, vanamente si ricercherebbe noti- 
zia di lui presso A. GOTTI, Ricordanze della nohil famiglia Tlosse'li-Del Turco. 
traile da ' suoi Jlrchitìi, Firenze, tip. Calasanziana, 1 890 ; il che prova che 
gli archivi eran disordinati o che il sig. Gotti poco conosceva il suo mestiere. Co- 
munque sia di ciò, l'abbate Giovanni, nobile, ma povero, s era acconciato a co- 
prire il posto di vicebibliotecario dello Stndio di Pisa, non senza affrettare coi 
veti sorti migliori (cfr. LANDRY, op. cit., p. 296, leti, di Cos. Mari al Bec- 
caria). Dedito agli studi letterari e filosofici, egli aveva stampato nel 1765 una 
Illustrazione ai principi matematici di Isacco SyCcuìton (Livorno, in 4°); e quat- 
tr'anni dopo, la versione della famDsa Istruzione di S. M, C. Caterina II Im- 
peratrice dilli T^ussie alla Deputaz. sopra il Piano di un nuovo Codice di 
Ltggi, dedicandola al conte Alessio Or\ow, potentisfimo ministro della Czarina 
(Pisa, A. Pizzorno, 1769, ed anche Firenze, Bonducci, st. anno, ma senza il 
Regolamento). Sicché, quando nel dicembre la nave russa / tre Primati venne ad 
ancorarsi nel porto di Livorno, recanda a bordo l'Orlow in persona, l'abbate si 
affrettò a portarsi colà per rendere omaggio al supremo comandante della flotta 
russa nel Levante ottomano. Ne fu accolto benissi.Tio : troppo bene, anzi, perchè 
l'Orlow, ch'erasi recato al Lazzaretto per scontarvi la quarantina, avendolo voluto 
abbracciare, il povero abbate fu forzato a rimanere in quarantena pur lui I Evi- 
dentemente, i suoi rapporti coi grandi d;lla terra non gli portarono fortuna I Cfr. 
Ristr. di not.. 1770. n. 31, 14 die, p, 248, Livorno 12 dicembre. 

(2) Già nel 1767 in Firenze, pe' tipi di G. B. Stecchi, e G. Pagani, era 
uscito il tomo primo della Iliade di Omero, trasportata in ottava rima da Gioo, 
Del ^nurco, 4° p., pp. 79, che conteneva la sola prefazione. Il canto primo^ 
dedicato ai soci dell'Accademia Etrusca di Cortona, vide la luce l'anno stesso, in 
un fascic. in 4° picc. di IO fogli numerati, seguito un anno appresso dal canto II, 
comparso in altro fascicolo in 4'^ picc. di p. 9 n., dedicato al conte di Firmian. 
Ma poi nulla più se ne vide : la stampa forse fu troncata per la mancanza 
d'associati. Qual ne fosse ad ogni modo la canone, intorno al saggio del Fio- 
rentino s è addensato un obblio cosi profondo, che il suo nome non è neppur 
menzionato fra quelli dei numerosi traduttori italiani dell' IliaJe d'Omero, registrati 
nella Bibliotheca Script. Class, et Qraecor. ei Lalinor. del Klussmann (Leipsig, 
1909, P. 1, p. 631). 



— 95 — 

adunque, Giovanni, se lo avessi modo di far fare una raccoman- 
dazione del cardinale Secretario di Stato al Gran Mastro ; e 
vorrebbe due di lui lettere, una indirizzata al Gran Mastro, 
e l'altra a lui, da presentarsi parimenti allo stesso Gran Ma- 
stro. Io non tratto nessuno, com'egli sa; molto meno cardinali; 
ne sono in istato di cercare di sbalzo simil cosa. Aggiunge 
che, se io non posso far questo, glielo scriva, perchè avrà 
ricorso a te, acciocché gli ottenga da Vienna qualche lettera. 
Che te ne pare di questa smania? Se potessi attaccare al 
petto dell'Abate anche tutta la santa croce, lo farei volentieri; 
ma che io debba andare così facilmente dal cardinale Secre- 
tario di Stato, che non mi conosce, a chiamargli una grazia 
di questa sorte, è cosa stranissima. Intanto te ne avviso, ac- 
ciocché sappi questo progetto, in cui si sono riscaldati en- 
trambi malamente. La croce, che io consiglierei di attaccarsi 
l'Abate, sarebbe costumi più conformi al suo stato, in appa- 
renza, e il mobigliarsi meglio la testa, che est locanda! 

Addio, mio caro amico. Aspetto dispacci da Vienna. Che 
pena! tutto va adagio. MA salutano i cari MP. 

Alessandro, 



XLV (363). 



Jll Fratello. 



Milano. 19 dicembre 1770. 



Ho ricevute due tue care lettere, quella dell' Ordinario 
scorso e quella del corrente. Sui punti controversi non mi 
hai convinto. Vedo che a te non piace che le verità, che di 
loro natura sono semplici e piane, siano talvolta annunziate 
con pretensione e con una nebbia all'intorno. Amico, ve ne 
sono forse di lor natura, verità, che, per la loro elevazione, 
sieno oscure? Io credo che la scala, per cui vi si giunge, sia 
di gradini tanto piccoli, che i salti non si fanno mai, quando 
l'abile architetto sappia guidar bene. Ma l'arte dello scrivere» 
a mio giudizio, è appunto quella di grandeggiare a proposito 
e lasciare qnalche pezzo oscuro, in mezzo a molte cose lim- 



— 94 - 

pide ; questo toglie l'uniiormità nello stile; questo fa lavorare 
anche il lettore, che sdegnerebbesi d'essere sempre paziente; 
questa, insomma, è parte essenziale dell'arte. Dammi qualun- 
que pezzo d'eloquenza di quei, che chiamansi sublimi, lascia- 
melo spolpare e te lo traduco in una idea trivialissima. Il 
pezzo di Bacone : Infirmarum Virtutum apud vulgus laus est, 
mediarum admiratio, sublimarum sensus nullus vuol dire 
u che nessuno giudica delle cose che non intende n. Anche i 
principi talmente diversi, che fa maraviglia. 

Non abbiamo novità alcuna ; tutto è in oscurità, eppure si 
crede che la Amministrazione comincerà da qui a dodici 
giorni e di più che, oltre la Ferma, vi si unisce la impresa 
civica della Macina e la Dogana; e questa riunione, che 
toglie al Banco di S. Ambrogio e al Monte Civico la am- 
ministrazione, è un colpo decisivo per queste due casse. 

Luisino scrive da Vienna che io sono stimato molto, che 
sarò poco contento del dispaccio sulla Amministrazione ('); ma 
che tutto, in seguito, anderà a dovere. 

Devo finire. Cari MA, vogliate bene a 

Pietro. 



XLVi (364). 

Jll Fratello. 

Milano, 22 dicembre 1770. 

Ti aspetti nuove della Amministrazione e anche per ora 
ne farai senza. Mancano dieci giorni al principiare, anzi soli 
nove giorni. Si tratta di regolare tutta in anima e in corpo 
la Finanza ; si tratta che di duecentocinquanta cassieri, che 
ricevono il denaro, nessuno può essere obbligato per un con- 
tratto verso la nuova Amministrazione, se prima non si fa il 
contratto e si riconosce la cauzione : questi cassieri, sparsi 
nello Stato dall' estremità confinante col Mantovano all' altra, 
che confina co' Svizzeri e Grigioni, vi vogliono giorni per 
'avvisarli, ecc. ecc. In somma, io che sono sul fatto, ti assicuro 

(I) Da Luisino a amministrazione il testo è in cifra. 



che in quest'epoca è assolutamente impossibile il prevedere mai 
dal passato l'avvenire nella nostra politica, perchè ella tran- 
scende le leggi ordinarie. Eppure, tutti i dispacci, che vanno 
arrivando quasi ogni ordinario, parlano della nuova Ammini- 
strazione. Son Manicheo; e v' è ragione di esserlo. 

In queste circostanze io ti scrivo sempre in una furia dia- 
bolica e sempre a riprese; e, conseguentemente, non dò quella 
soddisfazione, che vorrei alle tue care lettere. Però, non mi 
dimentico l'essenziale. Il disegno d'abito da maschera è già 
commesso al più valente in questo genere ; e presto l'avrai, 
se piace a me ; se non mi piace, se ne farà un altro e ab- 
biate flemma, che non voglio che andiate vestiti con un gusto 
diverso dal mio. 

Io ho bella e all'ordine la gran carta del fianco del Duo- 
mo e te la spedirò dopo le feste, perchè vi è più economia 
e i corrieri servono a miglior patto; allora avrai i libri. 

Per la croce dell'Abate io trovo ragionevole che la cer- 
chi. Uno, vestito coll'abito da prete, non può, al suo aspetto 
farsi distinguere dal volgo altrimenti, se non diventando pre- 
Iato o cavaliere di Malta. Non può avere ne lusso negli abiti, 
né chiave d'oro, ecc. Anch' io, volontieri, contribuirei a questo 
fine ; ma, piuttosto che fare perciò anticamera o brigare o di- 
ventare un seccatore, io preferirei lo spendere duecento zec- 
chini e ottenere per giustizia questa distinzione. Fai benissimo 
a non uscire dal tuo genere di vita e a non mischiartene di 
aver lettere da un ministro, che né conosci, né ti giova cono- 
scere, né puoi conoscere senza sommo scompiglio di tutto il 
tuo sistema. Il saggio in questa terra fa mille volte più volon- 
tieri lo spettatore, che l'attore. Io ne sono tanto e poi tanto 
seccato di farlo, che, se potessi sbrigarmene, lo farei volon- 
tieri. Un po' di nome acquistato colle lettere, una discreta for- 
tuna di beni, sanità, vita illibata e pura, forse, una amabile 
compagna ; questo sarebbe il mio paradiso terrestre. Cosa è 
questa ambizione in miniatura, circoscritta a una piccola pro- 
vincia nebbiosa, collocata in un canto d'Italia? Aggiungi a 
ciò l'andamento sempre impensato delle cose! Ambizione d'es- 
sere il servo de' servi! Basta; conformiamoci ai tempi e spe- 
riamo di migliori. Quando, però, penso alle buone grazie che 



— 9b — 

in Napoli si fanno agli abati forestieri e anche grecisti, ti con- 
fesso che trovo la nostra situazione deliziosa. Non può un 
uomo, che ragioni, intraprendere più il viaggio di Napoli : tro- 
verai verisimile la storia de' Cesari, dopo ciòC); e se si tro- 
vano esecutori di sì fatti ordini, siamo già sulla strada di vedersi 
eseguire qualunque cosa si sia. 

Da noi si dà per sicuro che l'arciduca Ferdinando sposerà 
la principessa entro l'anno venturo (2). Si fabbricherà una porta 
magnifica e nobilissima al luogo di Porta Renza; il disegno 
è di Vanvitelli e sarà la spesa di dieci mila zecchini. Il si- 
gnor duca di Modena seguiterà ad avere i suoi soldi e starà 
in Corte, come ora vi sta, a quanto si aice. 

Si vocifera che i Fermieri abbiano fatte proposizioni di 
sborso notabile, a condizione d'avere qualche interessenza nella 
amministrazione; e si vuole che un corriere, straordinariamente 
spedito dieci giorni sono a Vienna, abbia questo progetto. 
Videbimus. 

Mi pesa più il non sapere sinora conto dell'amico di Li- 
vorno. Ma non sono giunte le lettere dell'ordinario ancora. 

Ho il primo tomo deW Enciclopedia di Livorno ; mi pare 
bellissima edizione e a prezzo assai tenue. 

Il nostro Eroe è persuasissimo che sia eccellente la sua 
opera e guarda con compassione chi non la intende; il che, 
presso lui, è sinonimo di chi non applaudisce (^). Ti dirò che 
se i discorsi del giovine Tvlazzucchelli, che fu ultimamente a 
Ferney, non sono esagerati , quel Vecchio è talmente en- 
tusiasta, che dice vorrebbe venire da noi per conoscere il 
nostro Eroe ! Per altro, hai ragione ; il commentario è una 
povera cosa. 

Addio, mio intimo e dolce amico ; cari MA, vogliate 
bene a Pietro. 

(1) Pietro non pensava forse d'averla azzeccata tanto giusta; SVETONIO, nella 
Vita di Oltane, e. 2, narra di costui: " Ferebatur vagari noctibus solitus, atque in- 
validum " quemque obviorum vel potulentum corripere, ac distento sago in sublime 
iactare. " 

(2) Cfr. lett. di questo volume. 

(3) Altrettanto scriveva Pietro all'Auberl, il 29 novembre, chiedendogli che 
cosa pensasse del libro del Beccaria : " L'Autore disse che a Milano nessuno lo 
" avrebbe inteso e per la mia parte non lo renderò falso profeta y. 



— 97 — 

XLVU (360), 

Jl "Pietro. 

Roma, 15 dicembre 1770. 

È veramente cosa incredibile che non sia ancora venuta 
la risoluzione da Vienna; io me la aspetto, con impazienza 
grande, da un ordinario all'altro ; e penso che bisognerà asso- 
lutamente dare delle disposizioni interinali. Chi sa come si 
pensa! Basta; un sistema stabile, come dici, non è possibile 
farlo in così breve tempo; e se si pretendesse di farlo, non 
lo sarebbe di fatto, perchè gl'inconvenienti, che nascerebbero 
obbligherebbero alla riforma. 

Abbiamo dei vascelli moscoviti a Livorno che vengono 
a raccomodarsi, avendo molto sofferto per gli cattivi tempi O. 

L'abate Guasco ha pubblicato, dopo che è in Roma, un 
libro grosso in quarto sulle statue degli antichi (2); mi dicono 
che è un vasto portafoglio di anecdote erudite in questo genere. 

Scusami se ti ripeto il mio piccolo debito con Londra, 
perchè mi fanno paura i molti tuoi affari e temo che te ne 
possa dimenticare. 

Addio, caro amico del mio cuore : ti abbraccio. MA sa- 
lutano caramente MP. Alessandro. 

XLVIII (365). 

Jll Fratello. 

Milano, 26 dicembre 1770. 

Coll'ordinario d'oggi riceverai dal corriere Cattaneo la gran 
carta del fianco del Duomo. In breve ti spedirò i libri. 

(l).La nave deirammiraglio russo, ch'aveva a bordo l'Orlow. erasi appunto 
rifugiata a Livorno, perchè una fierissima burrasca, da cui altri bastimenti mc- 
scoviti eran stati distrutti, le aveva troncalo l'albero maestro. Ved. Rislr. d, not 
1770 n 30 p 240. Livorno, 5 dicembre. Altre navi russe, più o meno mal- 
conce', le tennero poi dietro il 9 ed il 10 dello stesso mese; c(r. Risir. ist.. n. 30. 
p. 248, Livorno, 12 die; n. 32. 21 die. p. 256, Livorno, 19 dicembre. 

(2) T)e l'usage des stalues chez les Jlnciens. Essai islorique. A. Bruxelles, 
chez i L. de Bouhers, Imorimeur-Libraire, MDCCLXVIII, in 4. p. 504, più 
dodici tavole finemente e incise in rame dal De Boubers. L'opera, divisa ,n tre 
parti e preceduta da un'introduzione, è dedicata al duca di Savoia. 



— 98 — 

L' amico è a Livorno ed è caro ad Aubert, che me ne 
scrive con entusiasmo ; brucia di voglia di produrlo e ne va- 
ticina tutt' i beni •'). Videbimus. E inutile eh' io ti scriva che non 
c*è niente di nuovo; quid est quod erit nisì quod fuit...?. 

La principessa Melzi tiene tavola in Corte ; non pranza 
più colla principessa Maria, ma il Duca va dalla Melzi a 
pranzo ; ella esce colle carrozze di Corte, ma, libera ; e in- 
vece fanno il servizio di Grande Maitresse, un mese in giro, le 
tre anziane Crivelli, Confalonieri e Arconati(2). Ella è moglie 
del Duca, tanto quanto la Simonetti e fa la figura medesima (3). 
Si dà sicuro che nell'anno venturo si farà l'augusto matrimonio 
<lella principessa Maria e avremo l'Arciduca in Milano. Non 
ho più tempo. Ti abbraccio. Cari MA, sempre buoni e cari 
amici di 

Pietro. 

Oh, se va bene a Livorno! Questa è la più nobile e cara 
consolazione. 



(1) Ecco le parole stesse dell' Aubert, nella lettera in data 17 dicembre: 
^Questa mattina ho ricevuto il ms. Ho dato un'occhiata all'indice, e son restato 
^ sorpreso a vedere di quante e quali materie interessanti si parli. Ho poi dato 
"una scorsa a fuggita d'occhio qua e là, e mi pare di dovermi assicurare d'un 
" incontro, che emuli quello dei Delitti e pene. Non ci ho voluto perder tempo 
^ sopra per passarlo, sollecitando, nelle mani del sig. Auditore nostro, non jjer 
^ Y imprimatur, ma per una approvazione verbale. Sbrigato eh'ei me lo avrà, ci 
' farò subito metter mano, parendomi un' ora mille di poterlo far fuori, e sopra- 
tutto di meditarvi su, in occasione di riveder le stampe.... y. 

(2) Le dame, nominate nel 1 764 da Maria Teresa per prestare servizio 
presso la principessa Maria Beatrice Ricciarda d'Este, futura sposa dell'arciduca 
Ferdinando, sotto la direzione della Maggiorduma Maggiore, principessa Melzi, 
erano sei; le tre qui ricordate, però, la contessa Marianna Crivelli nata Colloredo, 
e la contessa Anna Confalonieri nata Bigli, soltanto son beffate in una satira 
del tempo: (cfr. .RO DA VENEGONE, Uria satira milarìeie del 1764, in 
// Libro e la stampa, n. VI, 1912, p. 85, sgg.), ma non già la marchesa 
Enrichetta Arconati, nata de Tiremont, che forse aveva preso il luogo lasciato 
vacante dalla marchesa Gallarati nata Monti. 

(3) Per la principessa Melzi, ved. Cari. v. Ili, p. 455. 



— 99 — 

XLIX (366). 

Al Fratello. 

Milano, 29 dicembre 1770. 

La posta tarda anche da noi. Ho ricevuta la tua del 19, 
ma quella d'oggi sinora non è giunta. Noi però abbiamo una 
bella stagione. Sono impaziente d'intendere se ti sieno arrivati 
sani gli stracchini. Nostro zio mi dice che ti ha spedito dei 
salsicciotti ; ed io, col Cattaneo, nello scorso ordinario, ti ho 
spedito la u magna carta n, su cui è delineato il fianco del 
Duomo, capo d'opera del capriccio longobardo ! 

Ti darò nuova del nostro amico Lambertenghi. Egli è par- 
tito da Milano accompagnato col conte Fedeli. Più di dicias- 
sette giorni è durato il viaggio, in una vecchia carrozza, che 
si è rotta più volte, a segno, che dieci poste distante da Vienna, 
si sfasciò affatto e tutti i viandanti ne ebbero delle contusioni. 
I domestici ne furono i più maltrattati, e incapaci di conti- 
nuare il viaggio. Fedeli e Lambertenghi si dovettero collocare 
In un canestro di posta ; e, soli, senza saper parlare, terminare 
il lor viaggio, a ciel sereno, sotto un clima assai rigido. Ag- 
giugni a questa dose di malora, l'imbecillità del conte, che 
non faceva che strillare e urlare ad ogni sognato pericolo. 

Il povero Lambertenghi ti farà memoria del tuo famoso 
viaggio a Parigi. A queste disgrazie un' altra se ne aggiugne 
per l'amico, che il suo equipaggio appena ieri è partito da 
Milano; e che, frattanto, egli ha poche camiscie con se. Queste 
sono le operazioni del suo cattivo genio. Il buon genio, però, 
l'ha fatto accogliere sotto ottimi auspici nel Dipartimento. Egli 
comincia già a lavorare e si loda moltissimo della sua situa- 
zione. Tutte queste nuove le ho da' suoi parenti, perchè siamo 
<I'accordo di non scriverci, sacrificando ogni curiosità all' es- 
senziale benessere suo e mio, giacche colla nostra morale sa- 
rebbe questo il solo appiglio, che potrebbe aver la cabala e 
al quale non mancherebbe di mirare. 

Ricevo la tua del 22 in questo punto. Son dunque arri- 
vati in buono stato gli stracchini ; me ne consolo. Sei tanto 



— 100 — 

ingegnoso a valutare le più piccole cose, eh' io posso fare per 
te! La spesa del porto non è tanto eccessiva, quanto la credi. 

Per il tuo debito di Londra la commissione l' ho data da 
molto tempo. Chinetti trova degli imbrogli ; primo, perchè i 
Baumgartner sono due e non sa quale ; poi, perchè non sa 
e non vuole intendere che il soldo schellino si divide in do- 
dici altri soldi, come appunto il soldo nostro in altrettanti de- 
nari. Il nostro Ghelfi, al quale detto, è incaricato di persua- 
derlo su questo secondo articolo; e, quanto al primo, basta 
domandare chi è il creditore. Insomma, non ci pensare, che il 
debito è pagato. Ti avviserò del riscontro. 

Hai ragione di aspettarti in questa lettera una delle due : 
o la nomina degli amministratori o il disinganno sulla nuova 
amministrazione ; eppure io ti dico una terza cosa in data del 
29 dicembre ; cioè che comincerà la nuova amministrazione 
da qui a tre giorni e non è venuto per anco il dispaccio della 
amministrazione. Naturalmente, col primo ordinario te ne dirò 
qualche cosa. 

Scusami se son costretto a servirmi d'altrui carattere. 

Pietro. 



L (361). 
Jl Pietro. 



Roma. 19 dicembre 1770. 



La posta non è ancora venuta e fra poco parte il pre- 
sente ordinario. Le pioggie ci hanno annoiato potentemente. 
Sono mesi intieri, che vediamo poche volte il sole, a cui po- 
tremmo lasciare il complimento, che si dice aver lasciato un 
ambasciatore, partendo da Londra. 1 tetti, le muraglie sono 
piene di erba; nelle strade, vicine alle muraglie, se v' è un 
po' di terra non calpestata, essa pure verdeggia. Io maledico 
queste piogge, massimamente nella presente occasione, perchè 
mi ritardano le nuove delle cose tue. Mi aspetto con impa- 
zienza la notizia di un dispaccio, che mai non viene. Ormai 
credo che si possa prolungare il presente sistema per un al- 



tr'anno ; non so come si possa fare diversamente. Ti prego a 
scusarmi, se ti ho date tante commissioni e di pagar debiti 
e di stracchini e di carte da maschera : non v' è che l'ami- 
cizia che possa far pensare a questi oggetti ; ma non posso 
ricorrere che a te. 

Il generale Koch mi ha parlato di te con stima ed è conten- 
tissimo della società di Milano. Generalmente, tutti i fora- 
stieri lo sono, il che non avrei sospettato, prima di viaggiare ('). 
Ci trovano cordiali e capaci di amicizia. Certo, che in Italia 
non credo che vi sia cùtà, che abbia più l'aria di un Parigi 
mancato, come la nostra. V è una quantità di gente, che non 
pensa ad altro che a divertirsi; si dà facilmente da mangiare; 
in una sera, al teatro, si conosce tutto il paese; il forastiere 
trotta alle ventidue ore al Bastione, dopo d'aver ben pranzato; 
poi, va al teatro a sfiorare le belle lombarde; a capo a due set- 
timane parte e crede Milano un paese delizioso (2). Altronde, 
Torino è regolare, Firenze, minuta, Roma, grave, Napoli, di- 
sordinata. 

Addio, caro amico del mio cuore. Ti abbraccio coll'anima. 

Alessandro. 

LI {362). 
A Pietro. 

Roma, 22 dicembre 1770. 

Ho ricevuto quattro ottimi stracchini, de' quali mi sono 
fatto un grande onore colle mie signore e ti sono tanto ob- 

(1) Egli stesso, infatti, da Parigi aveva già scritto al fratello: " General- 
" mente qui noi Milanesi passiamo per i migliori fra gì' Italiani; e Milano, al dire 
" di questi vi sono qui che qui incontro, è preferito ad ogni altra città della no- 
" stra penisola, quanto alla ospitalità ed ai comodi che vi gode un forestiero „. 

(2) Tra i tanti che potrebbero esser addotti, alleghiamo il giudizio di quel 
Presidente De Brosses, così caro allo Stendhal, ei pure " milanesissimo „ : " Me 
* voilà de retour à Milan pour en partir dans deux jours, à mon grand regret ; 
" car les Milanois sont les milleures gens d'Italie, si je ne me trompe, pleins de 
'prévenance et qui nous ont traités avec tonte sorte de bonnes manières: leurs 
' moeurs ne différent presque en rien de celles des Francois „. CH. DE BROSSES, 
Leltres fam.lCeres écriles d'Ilal'.e en 1 739 et ì 740, ed. R. Colomb, Paris, 
Garnier, v. I, p. 103. 



— 102 — 

bligato. Te ne ho cercati due e me ne dai quattro. Tu stai 
occupato al tuo libro, ai tuoi affari; sei nella crudele aspet- 
tazione che mai non si decide del tuo destino ; eppure hai 
l'amicizia di pensare tanto diligentemente a queste capricciose 
commissioni, che ti vado gettando addosso l'una dopo l'altra. Ti 
sono obbligatissimo. Quattro stracchini fanno cavare il cappello, 
in Roma, a chiunque : due sono un regalo da cardinale. Ti 
sono obbligatissimo; è un regalo magnifico, che mi hai fatto; 
e Dio sa quanto ti costa per la posta quella gran cassa ! 

Credo diffìcilmente che Monsieur Melon farà qualche cosa 
di buono. Egli ha spirito e cognizioni, ma è francese; perciò 
non può far di meno degli epigrammi. 

La posta d'oggi non è arrivata e v'è tempo assai, prima 
che venga, perchè l'ultima arrivò tre giorni dopo. 

Ti mando tre formole di buon capo d'anno, meno fervo- 
rose di quelle dell'anno passato, che ti hanno fatto ridere tanto, 
che il signor Verga rimase col pettine alzato ('); ma, non so 
che sia, oggi non aveva la vera vena di queste materie. Per 
altro, spero che vi troverai la dovuta unzione. 

Io rimango stupito all'eccesso della lentezza, con cui vanno 
le cose nostre. Mi pare impossibile che il primo di gennaro 
vi debba essere in Milano una rivoluzione così grande, senza 
che ancora non se ne sappia nulla. Non so che dire. Stupisco 
assai e taccio. Non mi posso persuadere che finirà la Ferma 
fra quindici giorni. 

Addio, caro mio amico. Aspetto nuove ; ogni lettera, che 
dissigillo, me le aspetto. Addio; MA salutano i buoni amici 
eterni MP. 

Dimmi quanto ti è costato il porto de' stracchini; ho paura 

che ti abbia portata una spesa grossissima. 

Alessandro. 

LII (363) 
Jì Pietro. 

Roma, 26 dicembre 1770. 

Quanto a quel poco scolo di politica che mi rimaneva, te 
la rinuncio; non ho più nulla a dire. Io ho corsa la mia lan- 

( 1 ) Cfr. Cari., V. II, p. 1 07 ; il " signor Verga " era il parrucchiere di Pietro Verri. 



- 103 — 

c»a; e, se non ti persuado, non me ne maraviglio, perchè i» 
stesso non sapeva troppo quello che diceva. Mi aspettavo, 
questa volta, la notizia di un dispaccio sulle cose pendenti; 
ma il silenzio è profondissimo. Io non so che pensare e non 
so immaginarmi come, senza sommi sconcerti, si possa orga- 
nizzare in pochi giorni macchina tanto grande. L' altra posta 
restai senza tue lettere per mia colpa, perchè, avendo veduto 
che il corriere antecedente tardò tre giorni, pensai che avrebbe 
fatto lo stesso l'ordinario seguente; e mandai a prendere le 
lettere, quando la posta era già chiusa. Vado leggendo a 
qualche riga al giorno il libro di Beccaria; e di precisione 
non se ne vede mai. 

Ti voglio dire qualche cosa del mio maestro greco (0, giac- 
ché ognuno ha d'avere il suo onesto sfogo nelle proprie ma- 
terie. Questo è un vecchio studiatore instancabile e di una 
immensa lettura nel suo genere. E dotto, perciò greco, ma 
è un uomo semplicissimo, come lo sono, per lo più, i gran 
lavoratori. Egli sapeva che si erano perdute varie opere inte- 
ressanti della storia bizantina. Si pose in capo di farne una 
caccia diligentissima ; e incominciò a correr d/etro a un certo 
Giorgio Mariolo, storico del secolo duodecimo, di cui vari 
facevano menzione. A capo a otto anni trovò Giorgio Mar- 
iolo in originale greco. E un volume in foglio grande. Rias- 
sume tutta la storia bizantina e corregge molti sbagli de' suoi an- 
tecessori (2). In seguito trovò Giorgio Pranza, storico del secolo 
decimoquarto, parimenti in originale greco (3). Queste due sco- 
perte sono interessanti; oltre molte altre minori, che ha fatto 

(1) Il Vernozza. 

(2) Veramente i quattro libri del Xpovixòv oóvto|i,ov 1% Statp ópov XP°"-"*" 
Ypufujv te Hai è^'^l'f'l'^'ùv aoWv^kv v.al Guvxeoèv dtiò Tecupfiov à|ia'r) xoXoii 
non era restato così ignoto agli studiosi di storia bizantina, come pare crederlo il 
Verri. Certo era ancora inedito nella massima parte, perchè la prima edizione 
integrale ne uscì a Pietroburgo nel 1859, a cura d'Ed. de Murali, ved. KRUM- 
BACHER, Gesch. der byzanlin. LitleratuT, Munchen, 1891, p. 128 sgg. ; 
POTTHAST, Bibl. Hisl. Meda JJevi, Berlin, 1896, v. I, p. 499. 

(3) Anche per il Phrantzes, fiorito ne! sec. XV, non nel XIV, è a dire 
lo stesso che dell' Amurtolos. Il testo greco non vide la luce che nel 1798, ma 
già nel 1604 n'era uscita una poco felice redazione latina di Jacopo Pontano: 
cfr. RUMBACHER, op. cit., v, I, p. 105 sgg ; POTTHAST, op. cit., v. II, p. 326. 



— i04 — 

e va facendo, perchè in Roma vi sono, in questo genere, 
delle cose importanti, essendo qui concorsi molti greci dal- 
l'assedio di Costantinopoli ; oltre di che e in alcune case par- 
ticolari e nella biblioteca Vaticana si trovano riunite delle 
bellissime cose, perchè è bellissima l'erudizione, che è un 
poco la mia infermità, benché dispiaccia tanto a Beccaria. 
Nella casa Corsini, fra le altre cose, si ritrova la biblioteca 
Machiavello, avendola avuta per eredità, colle sue annotazioni 
in margine e vari manoscritti. In alcune case, che hanno avuti 
cardinali colti e che trattarono gli affari esteri, vi sono rac- 
colte di memorie, di croniche, di anecdote, di trattati colle 
Corti, di relazioni di ambasciatori a loro principi, ecc., va- 
stissime: e qui, in casa Gentili, la Marchesa ha nell'eredità 
di suo zio, ch'era Cardinale Datario (0, una raccolta di tal ge- 
nere, stimatissima. La Marchesa madre la tiene custodita con 
gelosia, perchè teme che il Papa gliela domandi, come gli è 
successo di altre cose ; ma a me la lascerà vedere e spero 
di ricavarne non poco, per lume della mia storia, tanto negli 
ultimi tempi, quanto negli anteriori ; giacché so da chi l' ha 
scorsa, che è molta importante. 

Addio, caro amico del mio cuore : ti abbraccio caramente, 
e ricordati di me. MA salutano coll'anima i buoni MP. 

Alessandro. 

LUI (364). 
A "Pietro. 

Roma, 29 dicembre 1770. 

Aspetta e aspetta e mai viene nuova da Vienna. Io non 
so più che dire ; e certamente è impossibile di dar le dovute 

(1) Antonio Saverio Genlili (1681-1753), elevato alla porpora da papa 
Clemente XII il 24 settembre 1731, aveva molta propensione per le lettere ed 
i letterati, e fu il protettore dell'Accademia degli Infecondi, su cui rampollò 
l'Arcadia: cfr. CANCELLIERI, // mercato, il lago, dell'Acqua Vergine ed il 
Palazzo Panf oliano nel Circo Agonale detta Piazza Navona, Roma, 1811, p. 107, 
n. 6. e MORONI, 'Dizion., v. XXIX, p. 14 sgg. Egli era stato fatto Datario, 
nel maggio del 1731 e dopo la sua elezione a Cardinale venne riconfermato 
nella Dataria col titolo di Prodatario. 



- 105 — 

disposizioni. Benché non sia del mestiere, capisco benissimo 
che, se per un piccolo regolamento di una casa, ci vogliono 
alcuni giorni di tempo a preparare molto più, per un pezzo 
di globo, che arriva quasi, io credo, al grado. 

Ti sono gratissimo che in questo tempo di dubitazione 
abbi l'amicizia di pensare agli abiti da maschera, di cui t'ho 
pregato. Lascia venire qualche buona nuova e poi vi penserai. 
Riceverò con piacere la carta del gran berettone di pulcinella 
messo sul nostro Duomo e i libri. Aspetta pure, quanto vuoi, 
finche trovi un corriere, che ti serva a buon mercato. 

Quanto alla croce dell'Abate, ti ripeto lo stesso. Non solo 
sarebbe una franchezza mirabile il presentarmi al Segretario di 
Stato, che neppure conosco, pregandolo d'interessarsi per un 
mio fratello, a proposito di nulla, ma sarebbe ancora cosa im- 
possibile ad ottenersi. Avrei al più qualche buona parola. 

Se fabbricherete la Porta Renza, come avete fabbricata 
la Corte, farete a poco a poco una bella città. Basta; se fate 
questo monumento, lo pagherete bene, perchè dieci mila zec- 
chini sono una buona dose per una porta; ma, almeno, resterà 
come un ornamento pubblico e molta povera gente vi avrà 
vissuto. A Firenze pure se n' è fatta una per la venuta del- 
l'Arciduca, sei anni fa o più, quanti sono, ma non è di buona 
architettura. Vanvitelli mi pare un brav'uomo assai. Ha le 
idee grandi e nobili. 

Io non ho ricevuta V Enciclopedia ; ma sta a dodici miglia 
da Roma. Ho la maniera d' introdurla. L' ho fatta venire a 
Civitavecchia e di là, con occasioni particolari, la faccio ve- 
nire nelle vicinanze della città ; e con una carrozza cardina- 
lizia entrerà poi, impunemente. Così ho fatto per quanto m è 
venuto da Londra. Aubert è contentissimo della protezione 
del Granduca, il quale ha scritto qui, al suo ministro, di av- 
visarlo della minima procedura o proibizione, che si mac- 
chinasse. 

Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio coli anima. 
MA salutano gli eterni amici MP. 

Alessandro. 



— 106 — 

LIV (367). 
Jll Fratello. 

Milano, 2 gennaio 1771. 

Il giorno 30 dello scaduto furono chiamati dal signor Mi- 
nistro Plenipotenziario cinque amministratori ; e, non essendo 
sinora giunto il dispaccio, preventivamente ha dichiarato che 
essi erano i destinati da S. M. a questa incombenza ('). Ti 
accludo la circolare stesa da me e già trasmessa ai subordinati. 

La Amministrazione va adunque, ma gli utili di quest'anno 
si passeranno ai Fermieri interamente. V'era disputa : i Fer- 
mieri volevano un milione e mezzo ; si voleva dar loro un 
milione, e non più, per gli utili di quest'anno. Così tutto il 
percepito dal 1766 sino alla fine del 1771 sarà realmente dei 
Fermieri Soci per due terzi e invece di durare nove anni, 
percependo due terzi, dura sei, percependo tutto (2). Questo in- 
teresse, che ha il Fermiere è il motivo per cui il signor Pie- 
tro Venini porrà sulle lettere e mandati la cifra delle sue ini- 
ziali, come vedi nell'esemplare. Egli non avrà cessione, ne 
voto, ne ingerenza nell'amministrazione, ne permesso di firmare 
altro che con quella cifra. Io sono il primo nel rango, ma 
non affatto niente di più. Vedremo il dispaccio. V'è sempre 
tempo per fare un passo avanti e non bisogna mai esporsi a 
farlo indietro. 

(1) Le Nuove di dio. Corti, 1771, n. 1, p. 8, recarono essere pure, ia 
data di Milano, 5 gennaio questa notizia : " L'Imperatrice Regina Apostolica nostra 
' clementissima Sovrana ha nominati i seguenti personaggi Amministratori delle 
" R. Finanze di questo suo Ducato di Milano, cioè gli lUustriss. Consiglieri Si- 
" gnori Conte Pietro Verri, Don Steffano de' Lottinger, Marchese Antonio Mo- 
" linari, il signor Questore Conte Galeazzo Arconali, ed il signor Conte Pietro 
" Secchi. Essi hanno già al principio del presente anno assunta la suddetta 
"amministrazione „. 

(2) Ciò era pure stabilito nel § VI del dispaccio or citato : " Per tutto 
"l'anno venturo 1771 l'altro de' rappresentanti della scadente Ferma Generale 

Pietro Venino riterrà nella nuova Amministrazione tutta quella ispezione che sarà 
"necessaria a causare l'interesse de' fermieri generali limitato a dello anno, ba- 
" stando a tale effetto, che senza aver firma o altra apparente facoltà gli vengano 
" prima della spedizione comunicate le minute delle lettere e de' mandati, per 
"essere dal medesimo riconosciuti ed anche rubricati, ecc. „. Nuove cit., p. 48„ 



— 107 — 

Terremo noi i nostri posti ne' tribunali ? Che soldo avremo ? 
Che dipendenza dal Magistrato ? Non si sa. So che il Con- 
siglio non v'entra più e sieno grazie al Cielo. E morto Da- 
miani O e Wilzeck sarà collocato in Toscana (2). Dunque, se 
usciamo noi, il Consiglio si riduce a quattro consiglieri : Pel- 
legrini, Schreck, Montani e La Tour. 11 Poeta dev'esser di 
malumore ; il partito della Ferma è annichilato e vi può 
essere pericolo per il Consiglio medesimo. 

La controlleria non pare che siasi per effettuare così pre- 
sto ; attualmente ci viene annunziata semplicemente una Ca- 
mera de' Conti, nella quale hanno collocato Greppi e Mellerio 
e alla testa Cristiani (3). Il paese si congratula con me ; ma io 
mi riguardo precisamente come al posto di prima, senza per- 
dita e senza promozione. 

Ricevo la tua cara del 26. Non ho tempo. Ti abbraccio, 
coll'anima. Cari MA, vogliate sempre bene a 

Pietro. 

LV (368). 
Jll Fratello. 

Milano, 5 gennaio 1771. 

Di fretta. Appena ho un momento. Ti ringrazio per la tua 
cara lettera. E venuto il dispaccio, ma non l'ho letto. Vi sono 
delle lodi distinte per me. Non si parla di verun soldo per 
nessuno. Sono il più anziano dei cinque e non più. Il paese 
non mi considera fatto un torto. Mi basta. Io, però, nel cuore 
non sono persuaso che sia per andar bene questa unione. Ac- 
cettala. Vale. Cari MA, vogliate bene a 

Pietro. 

(1) D. Francesco Damiani, Commissario dei Fermieri per la Lotteria dì 
Germania e Consigliere nel Supremo R. Consiglio di Pubblica Economia. 

(2) Il conte di Wilzeck, a cui era stato alcuni anni prima assegnato un 
luogo nel Consiglio di Pubblica Economia, in attesa d'una "nicchia migliore,, 
{Cari., V. II, p. 104), aveva di questi mesi ottenuto il titolo di Ministro Pleni- 
potenziario ed Inviato Imperiale presso la Corte di Toscana. Ed infatti il 1 5 di 
marzo 1771 egli giungeva a Firenze: cfr. Nuove di div. Corti n. 13, 1 aprile, p. 103. 

(3) Cfr. il Disp. Imp. del 28 Die, già cit., § I e XVI; in A^uove cit., 
1771, n. 3, p. 23; n. 5, p. 39. 



108 — 



LVI (3t5). 
Jl Pietro. 

Roma, 2 del 1771. 

Il Cattaneo mi ha consegnata in ottimo stato la carta del 
Duomo e sono rimasto nel vedere 1' empietà d'aver posta la 
Santissima Vergine incomoda e sconcia in quell'atto, fra i ful- 
mini. Te ne ringrazio tanto. Ma nuove di Vienna non se ne 
discorre. Ormai dev'esser sicuro che le prime tue lettere mi 
caveranno da una penosa aspettazione. E un fenomeno politico 
singolarissimo e ne sto a contemplare lo sviluppamento. Come 
mai farete a erigere l'amministrazione, la controlleria, gli uf- 
ficiali, i cassieri in cinque giorni ? 

Mio zio mi ha mandati quattro salsicciotti e si sottoscrive : 
vale et tube; e poi n svisceratissimo n. Mi fa nuove instanze 
perchè visiti monsignor Erba, cugino e collega, al quale sento 
che siasi già spedita la patente di seccatore, non so poi con 
che giustizia. Io, a dirtela, non mi sento disposto a vedere 
ne questo, ne altro patriotto, se non quelli che m' indirizzassi. 
Finora non vi ho guadagnato nulla. E poi, questa casa ha il 
sorriso lombardo!'). Egli non sarà stato da me, ne io da lui 
e saremo pace. Ho una vera ripugnanza a trattare questa gente. 

Auber dovrebbe servirti presto, perchè è galantuomo. 
Vorrei che fosse corretto più del suo solito. In un mese si po- 
trebbe stampare. Non mi hai detto specialmente come si di- 
sgustasse con Beccaria e ti prego di mettermene al fatto : ne 
sono curioso. 

Si racconta che, giorni sono, si presentò una persona in 
abito da corriere dal cardinale Marefoschi e fece somme 
instanze per entrare, dicendo avere dispacci che lo riguarda- 
vano. Disputando in anticamera, sull'entrare o non entrare, 
coi gentiluomini, sempre si tenne un fazzoletto alla bocca. Fi- 
nalmente fu introdotto e non trovando il cardinale solo, si 
smarrì ; e, confuso, disse di essere uno stordito, perchè or si 

(1) Che cosa fosse e che cosa significasse il "sorriso lombardo,, è stato 
^à dichiarato altrove: cfr. Cari,, v. II, v. p. 16; v. Ili, p. 300 302, ecc. 



— 109 — 

ricordava che aveva lasciati i dispacci in casa dell'ambascia- 
tore di Venezia, che andava a prenderli e poi subito ritor- 
nava. Partì e non venne. Il cardinale mandò a sapere se 
dall'ambasciatore di Venezia era venuto corriere e seppe che 
nessuno era venuto ; onde si commenta che, essendo quel car- 
dinale antilojolitico, sia questa una vendetta della Società. Il 
fatto viene asserito comunemente ; ma stia il vero a suo luogo. 
Addio, mio caro, eterno amico ; ti abbracccio. MA salu- 
tano i buoni MP. 

Alessandro. 



LVII (369). 

Jl Fratello. 

Milano, 9 gennaio 1771. 

Due squarci del R. Dispaccio de* 28 Dicembre 1 770, 

" Per vie più convalidare, come intendiamo di fare col presente 
" nostro R. Dispaccio, tutto ciò che a norma di dette nostre inten- 
" zioni sarà stato in questo importante argomento già disposto o re- 
" sterà tuttavia da disporsi dal Governo, abbiamo trovato conveniente 
" di qui più precisamente spiegare al medesimo le massime fonda- 
" mentali del nuovo da Noi voluto sistema d'economica amministra- 
" zione, ritenuti ancora i pareri e piani, tanto del Governo che de' 
" tribunali e ministri di ciò specialmente incaricati, come pure quello 
" della Congregazione dello Stato, a noi successivamente trasmessi 
" dal Governo medesimo. Resterà per tanto a Noi riservato il far 
" stendere in appresso e comunicare al Governo il futuro piano. 
" stabile, e le istruzioni, che serviranno di norma certa, e per la ri- 
" spettiva direzione dei nuovi Dipartimenti, come altresì il fissare i 
" soldi de' loro individui, nonché il rango, e le competenze di cia- 
" scuno de' dipartimenti medesimi ('). 

" Il Dipartimento, adunque, per la suddetta Amministrazione sarà 
" composto dal Consigliere Conte D. Pietro Verri, dal quale, e per 
" i diversi saggi, da esso già dati delle sue estese cognizioni, parti- 
" colarmente in materia di Finanze, prima e dopo la rappresentanza 

(1) Questo 'cappello „ non è pubblicato integralmente, ma soltanto riassunto, 
nelle Nuove cit., 1771, n. 3, Milano 19 genn., p. 23. 



— no — 

" da lui lodevolmente sostenuta del Terzo dell'interessenza Camerale 
" nella spirante Ferma Generale, non che per la pratica, acquista- 
" tasi nella interinale amministrazione delle Regalie già redente nel 
" Lodigiano, ne attendiamo de' buoni e utili servizi. Gli altri am- 
" ministratori saranno li Consiglieri Don Stefano Lottinger e Mar- 
" chese Don Antonio Molinari, il Questore Conte Don Galeazzo 
" Arconati e il Conte D. Pietro Secchi, soggetti tutti, il zelo de' 
" quali per il reale e pubblico mteresse ci è assai conosciuto, siccome 
" pure si è fatta conoscere con molto non equivoche riprove la loro 
" abilità, insieme colla instancabile applicazione e plausibile esperienza 
" de' medesimi in affari di Finanze (') «. 

Siccome questo dispaccio è lunghissimo, così trascelgo 
questi due soli articoli, che possono risguardarmi personalmente. 
La sostanza è. Si erige un Corpo d'Amministrazione, composto 
dei cinque soggetti destinati ad amministrare tutte quante le 
rendite della Camera. Si erige non per ora una Controlleria, 
ma una Camera de' Conti, destinata a far tenere un metodo 
uniforme ne' conti d'ogni amministrazione della Lombardia 
Austriaca. Cristiani vi è capo ; sinora non son nominati nel 
suo Corpo, se non Greppi e Meilerio, ma si nomineranno 
altri soggetti. Si è creata una Giunta, di cui è presidente il 
Duca. Questa mattina si convoca ; io pure vi sono chiamato. 
Questa Giunta è incaricata di consultare le riforme da farsi 
nella Finanza. Questa è la seconda Giunta interina, ma più 
splendida. 

Car. A. e F. 

Vengo dalla Giunta. Il Duca presiede: vi sono Firniian, 
Carli, presidente Crivelli, Pecci, io, Lottinger e Cristiani. 
Deve radunarsi periodicamente, ogni settimana. Ti puoi figu- 
rare la bella vita che meno ! 

Da Livorno non so più nulla. Che sia svanito l'entusiasmo 
e che quell'Auditore abbia smontato Aubert! Mi dispiace- 
rebbe (2). 

(1) Questo paragrafo (XIV) del dispaccio si legge in Nuove cit., 1771, 
n. 4, p. 32. 

(2) La cagione del silenzio d' Aubert era da ricercar invece nella scossa di 
terremoto, che si fece sentire in Livorno ai primi di gennaio. Quelle, che se- 
guirono nella notte dal 7 all' 8 e alla giornata seguente non avevano sparso mollo 



— Ili — 

L' imbroglio con Beccaria fu perchè il frate Mainoni 
voleva dapprincipio che ivi stampassero lo Stile e pretendeva 
quaranta zecchini per 1' autore. Poi decampò dai quaranta 
zecchini. Aubert differiva l'edizione ; Beccaria, sempre pau- 
roso che gli rubassero le idee, scrisse una lettera bestialmente 
impertinente, alla quale credo che gli editori abbiano corri- 
sposto sul tuono (U. 

Nell'ordi lario venturo ti spedirò il Dispaccio, che è lungo... 

Cari MA, vogliate bene a 

Pietro. 

LVIII (366). 
Jl Pietro. 

Roma, 6 gennaro 1771. 

Ricevo il settimo languimento nell'ordinario d'oggi, colla 
meravigliosa nuova che, in data del 29. dicembre, non è 
venuto dispaccio per un affare sommo, che deve incominciare 
due giorni dopo. Io dubito assai se riceverò qualche nuova 
il prossimo. Non vi è più criterio per congetturare. Intanto ti 
mando col corriere Cattaneo, di ritorno, altri numero nove 
gerani, che mi sono venuti da Napoli. Credo che avrai una 
buona raccolta ; e, per me, ho spogliata 1' Italia, quanto ho 
potuto. A proposito di gerani, questa è roba di mia giurisdi- 
zione, perchè è parola greca e il mio ricchissimo dizionario, 
che non darei per cento zecchini, mi dice che si chiamano 
gerani questi fiori, perchè cacciano fuori dal calice loro una 
punta che somiglia al becco d'una grua (2). 

allarme nella cittadinanza, la quale invece s'intimorì fortemente ai gagliardi crolli 
del 12. Più di dodicimila persone abbandonarono in fretta Livorno, dove per 
parecchi giorni regnarono la confusione e lo sbigottimento. Cfr. Nuove di dio. 
Carli, 1771, n. 3, 21 genn., p. 22, Livorno, 9 gennaio, n. 4, 28 gennaio, p. 30, 
Livorno, 1 6 gennaio. 

(1) Cfr. Cari., v. Ili, p. 456. Sulle trattative condotte a Livorno dal P. 
Fedele Mainoni son a vedere le lettere di costui al Beccaria, esistenti nella cor- 
rispondenza di quest'ultimo: ved. LANDRY, op. cit., p. 78. 

(2) Forse Alessandro consultava Esichio ; ad ogni modo, la spiegazione eh ei 
reca qui del nome Y^paviov è data da Dioscoride; cfr. H. STEPHANl, The- 
saurus graecae linguae, Parisiis, 1833, voi. Il, p. 582. 



— 112 — 

Ti devo pregare di un favore straordinario, al mio solito ; 
ed è di sapermi dire qualche notizia intorno a codesto con- 
vento della Visitazione delle Salesiane H), circa questi due que- 
siti : 1 ) se sia ricco, o povero ; 2) se sia di rigida o larga 
disciplina. Ti dirò il perchè ti faccia queste interrogazioni, 
acciocché meglio intenda il mio desiderio. La imperatrice 
nostra sovrana vuole stabilire in quel monastero una buona 
educazione per le zitelle nobili. A tal fine ha scritto all'arci- 
vescovo ed egli non so se per sua idea o per suggerimento 
della Corte, cerca in Francia due Salesiane, atte a questa 
incombenza, le quali si debbano trasportare, con larghe con- 
dizioni, a quanto penso, in codesta Visitazione. Una, che è 
ricercata, presentemente è in monastero a Grenoble. Essa è 
sorella d'un cavaliere savoiardo, di molto merito, che è qui 
attualmente di passaggio e che conosco ; esso è quello, che 
mi prega di questo favore. Pertanto, se tu potessi obbligare 
questo buon galantuomo col sapermi dire quanto potessi rica- 
vare e delle entrate e della amministrazione e della armonia 
e del vitto e della regola, mi faresti un sommo piacere. Io 
ti prego di qualche cosa ben disparata dalle tue occupazioni; 
ma se sei in caso di trovarmi qualche notizia, me la darai ; 
e se no, pazienza. Sopra tutto, ben vedi che bisognerebbe 
che fossero notizie sicure, perchè quella povera monaca si 
determinerà in conseguenza. Perdonami, caro amico. 

L'istoria del cardinale Marefoschi, se pur ti è rimasta in 
capo (2), è finita col sapersi che quel corriere era un suo fra- 
tello, errante e miserabile, che, non avendolo veduto da di- 
ciotto anni, non lo riconobbe più e rimase interdetto. 



(1) 11 convento di S. Sofia, in Porta Romana, una volta abitato dagli 
Umiliati, quindi dai Teatini; passato poi alle Orsoline, che vi educavano delle 
fanciulle, nel 1713 venne concesso allo stesso fine alle Madri Salesiane della 
Visitazione. Le quali, "prestandosi... alla voluta spezialmente nobile educazione 
"con tutta cura e dolcezza „, seppero conseguir molto favore in città. Così scrive 
il Bianconi, Nuova Guida di Milano per gli Amanti delle. Belle Arli ecc., 
Milano, Sirtori, MDCCIXXXVII, p. 129 sgg., il quale aggiunge poi che Giu- 
seppe II molto favorì le Salesiane e ne chiamò altre da Chambery, " in aiuto 
della crescente messe ... 

(2) Ved. lett. LVI di questo voi. 



— I!3 - 

Addio, caro amico del mio cuore. Si dice che si tratti la 
restituzione di Benevento ed Avignone. MA salutano con 
tutta l'anima i cari amici MP. 

Io non ti ho nemmeno dato il buon capo d'anno e te Io 
dò adesso ; ma prima di questo benedetto dispaccio, non so 
fare auguri. Venga una volta, o buono o cattivo, giacche, 
alla fine, ogni cosa si deve accomodare e ci leverà da questa 
tortura ! 

Alessandro. 



LIX (370). 
Jll Fratello. 



Milano, 12 gennaro 1771. 



Ti accludo per disteso il dispaccio. Ma sempre ti scrivo 
a tempo rubato e avrei cento cose da dirti, se avessi più 
comodo, acciocché tu fossi un po' al fatto delle cose. Ricevo 
dal Cattaneo i gerani. Tu riceverai coll'ordinario venturo i 
disegni d'abito. Due sono fatti dal sartore del teatro, che è il 
Tiziano ed io gli ho data la idea ; due altri sono disegnati 
dal Riccardi, sotto la direzione della mia Maddalena, che ha 
voluto veramente con zelo servire la tua Margherita e credo 
che accompagnerà con due righe il suo lavoro. Mi piace 
questa dolce idea di famiglia. Prenderò le informazioni della 
Visitazione. D. Giacomo Lecchi è stato pagato dei quarantadue 
soldi, onde sei saldato. A Londra, a quest'ora, dovrebbe es- 
sere pure saldato, ma te ne darò avviso a suo tempo. 

Caro Sandrino, accetta la buona volontà, che avrei di 
scriverti ; e amate, cari MA, gli eterni amici MP. 

Pietro. 



— 114 — 

LX (271). 
Al Fratello. 



Milano, 16 gennaro 1771. 



Sinora non è giunta la posta. Ti detto quattro righe, 
stracco morto, e annoiato. Non si può prevedere se siano per 
andar bene le cose nella Amministrazione. Sinora non vanno 
male ; ma è troppo presto per giudicarne. 

Ho nelle mani un libro freschissimo ; ha il titolo : // vero 
dispotismo ; è stampato dai Svizzeri da un milanese ; è in ot- 
tavo, in due temi. 11 primo pagine duecentocinquantanove ; 
il secondo pagine duecentosettantanove ('). Mi pare un libro da 
dover far molto rumore. L'autore dicesi che sia il marchese 
Corani, giovane che servì prima nelle nostre truppe, poi in 
quelle di Portogallo, e che, rovinato ne' suoi affari, si ritirò 
nei Svizzeri (2). Uno spirito di filantropia e di libertà, franca, 
ma lontana da ogni fanatismo, ha diretto quest'opera. Vi sono 
delle iJee pratiche, luminose, sui veri interessi del sovrano, 
sull'abuso del potere e della religione. Sinora, sono poco più 
che alla metà del prim.o tomo : potrà dispiacere così alla Da- 
teria che ai ministri ; ma dovrebbe eccitare la gratitudine di 
tutti gli altri uomini. Lo stile è di un giovane che non ne ha ; 
talvolta imita / delitti e le pene, con uno sforzo continuo di 
epiteti. Sinora nel paese io solo ne ho una copia. 

In ottobre vi sarà un'Opera magnifica, fatta a spese regie, 

(1) Ecco l'esatlo titolo del libro: IL VERO-DISPOTISMO, Miseris sue- 
currere disco. Virg. Aeneid. 1. I, TOMO I, IN LONDRA, 1770. Il primo tomo 
conta però sette pagine di meno di quanto dice il Verri : esse sono, compreso 
l'Errata o avviso finale, 252 e non 259, La stampa fu fatta a Ginevra. 

(2) Si raccoglie di qui che P. Verri non conosceva punto di persona il 
Corani, quando scriveva questa lettera, ed era molto all'oscuro delle sue vicende 
dames'aclie e delle sue avventure giovanili. Ne risulterebbe quindi falsa l'asserzione 
del Corani stesso che nel 1 768, prima di ritirarsi cioè nel romitaggio di Lucernate 
a dettarvi // vero Dispotismo, egli si fosse in Milano presentato anche al Verri 
oltre che, com' egli scrive, al Beccaria, al Frisi ed al Visconti : il quale ultimo 
(fra parentesi) neppur si trovava allora in patria, v. M. MONNIER, Un a\en- 
turìer italien du siede dernier, Paris, 1884, p. 101 sgg. 



— 115 — 

con due settimane di porta aperta, per l'arrivo del R. Arci- 
duca ; non si sa se allora si celebreranno immediatamente le 
nozze, ovvero s'ei farà alcuni mesi di giro in Italia e lo spo- 
salizio dopo il ritorno, attesa l'età. Avremo cose grandi da 
vedere (•). 

Il signor conte di Firmian ha fatto una corsa a Parma 
per presentare all'Infanta le gioie, che a lei regala l'Augustis- 
sima Madre, in occasione del parto. Fra pochi giorni sarà 
di ritorno (2). 

Il nostro Pasquino dice che la nostra Amministrazione è 
« mala », perchè le iniziali dei nostri cinque nomi formano 
la parola : malus (^). Ti detto questo, pranzando. 

Pietro. 



LXI (367) (4). 
yl Pietro, 

Roma, 9 gennaro 1771. 

La posta non è venuta e bisogna che ti scriva, perchè 
poco manca a partire l'altra. Nevica assai, cosa straordinaria, 
come sai, in Roma ; e bisogna che il corriere abbia cattivis- 
sima strada. Non mancava altro che una pessima stagione a 
ritardarmi le tue nuove in tali circostanze ! Ho mai languito 
tanto e ne sono positivamente aggravato. Chi avrebbe creduto 
che si dovesse aspettare sino alla vigilia questo benedetto di- 
spaccio ? Io quasi mi vado figurando che si sia tanto ritardato 
per fini politici; ma quali? Questo è quello che non saprei. 



(Ij La notizia ufficiale delia venuta dell'Arciduca a Milano non fu però 
comunicata al pubblico dal governo se non alla fine di marzo; cfr. Nuoce di 
dio. Curii, 1771, n. 14, I aprile, p. 104, Milano, 28 marzo. 

(2) Come impariamo da una corrispondenza da Parma, in data 1 5 gennaio, 
inscritta nelle Nuove di div. Corti, 1771, n. 4, 28 genn., il conte di Firmian era 
giunto il giorno 1 1 gennaio " per complimentare „ la duchessa Maria Amalia, che 
aveva dato alla luce il 21 novembre 1770 una bambina. Carolina Teresa Maria, 
e presentarle i doni materni. 

(3) M. Molinari; A. Arconati; L. Lottinger; V, Verri; S. Secchi. 

(4) Non ha numero nel copialettere. 



— 116 — 

Altronde, come mai tanto ritardo, quando vi fu tutto il tempo 
per stabilire le cose con comodo ? Forse la nuova amministra- 
zione non sarà che un cambiamento di vocabolario, lasciando 
gl'istessi soggetti al lor luogo, con poche mutazioni. Se così 
è, gli affari anderanno avanti ; ma, se è vera rivoluzione, è 
impossibile. 

Abbiamo una nuova certa, che saprai a quest' ora, la 
disgrazia di Choiseul. Egli è stato qui ambasciatore ('•. 

Il Chinetti dovrebbe intendere subito i miei conti, se pure 
è vero che fa delle rimesse a Londra, lo devo a Londra 
tanti scellini ; vediamo quanto vale di moneta nostra lo scel- 
lino al cambio presente : andiamo, per esempio, dal Tanzi 
e vediamo quanta moneta milanese vuole per mandare uno 
scellino a Londra. Saranno, per esempio, ora trentadue, ora 
trentatre soldi ; dunque il Chinetti spenda tanti trentadue o 
trentatre soldi, quanti sono i scellini, che deve pagar per mio 
conto a Londra. Mi pare impossibile che non capisca simil 
cosa un mercante, che, io so, spedisce, alle volte, mille ghinee, 
se è vero quello che mi è stato detto dal suo corrispondente. 
Quanto poi all'essere due i fratelli Baumgartner, non importa, 
perchè sono in società e mi scrivono insieme e li conosco 
entrambi. Il mio, però, quello che mi scrive, si chiama Luigi 
e indirizzo a lui sempre le mie lettere : n Al sig. Luigi Baum- 
n gartner n, senza altra individuazione ed egli le riceve e 
risponde. Scusami se parlo tanto di questo sommo affare, per 
il quale però ti ringrazio assai. 

Ti abbraccio, sperando tue nuove da un momento all'altro. 
Addio. Il Cattaneo mi ha fatto levare dalla posta la n magna 
n carta ii del Duomo, senza farmi spender nulla, benché si 
usi anche col n franco n di pagare qualche cosa, che si 
chiama n consegna n. Mi ha fatte cento cortesie e mi voleva 
baciar la mano. 

Alessandro. 



(1) Choiseul aveva lascialo Versailles per recarsi nella sua terra di Chantelon, 
luogo d'esilio destinalogli, il 24 dicembre 1770. Sui particolari della sua fulminea 
caduta si può vedere F. MASSON, Le card, di Bernis depuis son minislère 
{1778-1794), Paris, 1884, p. 169 e sgg. 



— 117 - 

LXII r367 bis; (1). 
A Pietro. 

Roma, 9 gennaro 1771. 

Sigillata l'altra e mandata alla posta, ricevo la tua cara 
del 2 corrente colle nuove e ti rispondo di fretta. Non an- 
cora posso abbandonarmi ad una congratulazione. Ma pure il 
principio è fausto. Sei il primo nominato degli amministratori : 
Greppi è nella Camera de' Conti ; pare adunque che tu debba 
esser il capo dell'Amministrazione. Fai ottimamente a non af- 
fettare nessuna superiorità. Non sei « poeta ». Aspettiamo il 
dispaccio. Mi pare che i Fermieri abbiano avuto quanto po- 
tevano avere. Invece di participare due terzi di utile per un 
novennio, participano il totale per sei anni ; il che è lo stesso 
in buona aritmetica. Trovo giusto il partito, ma come dar loro 
quel terzo d' utile, che S. M. ha già percepito e probabil- 
mente speso? La Camera ha ella danaro in cassa? Io resto, 
come te, sospeso. Resta da vedere in che modo sei il primo: 
che autorità, che soldo ? 

Addio, ti ringrazio di questa nuova ; ma, dispaccio, vieni ! 
Sono bastantemente contento. Sopra di te non si può più 
mettere nessuno, se non il Governo. Temevo di Greppi, per 
il suo credito e la sua esperienza. Addio, addio ; sia felice. 

Alessandro. 

LXIII (368) (2). 
A Pietro. 

Roma, 12 gennaro 1771. 

Ricevo la tua del 5, colla nuova del dispaccio, che non 
hai però ancora letto. Mi scrivi di fretta e finora non so nulla 
ne della autorità, ne del soldo. Mi dici che sei il più anziano 
de* cinque e non più ; e questo mi pare strano, perchè un 
corpo senza capo non può vivere. Vi vuole almeno chi unisca 
la sessione e raccolga voti. 

(1) Nell'autografo ha il numero 367 ; nel copialettere (per errore) il num. 361. 

(2) Il numero 368 è nel copialettere. 



— 118 — 

Il conte Guasco, seccatore famoso, mi va annoiando, per- 
chè vorrebbe che gU dassi una lettera per te ed essa é per un 
presidente Boulanger, che io non conosco. E curiosa cosa il 
cercare una lettera per un uomo, che non si conosce. Io gli 
vado replicando che tu non hai tempo d'introdurre forestieri 
e che, tutt'al più, lo potresti presentare al signor conte di 
Firmian ; ed egli dice che tanto gli basta e va insistendo. 

Ho ricevuto V Enciclopedia. La stampa mi pare molto bella 
e buon mercato. 

Ti abbraccio, di fretta, io pure, perchè ho ritardato a 
scriverti, aspettando la posta, che è giunta tardissimo. Addio, 
mio caro amico, in quest'ordinario mi aspettava una copia 
del dispaccio. 

Alessandro. 

LXiV (372). 
Jll Fratello. 

Milano, 19 gennaro 1771. 

Ricevo due lettere in data del 9 gennaio. Scusami, se 
detto. Era stabilito che io fossi vicepresidente (0; e si stava 
per effettuarlo, malgrado Firmian, che non voleva un capo ; 
ma una lettera di lui, assai calda in mia accusa, (2) ha mu- 
tato il registro. L' accusa 0) è una vera e provata calunnia. 
Di fatto, Sperges può ("*) tutto ; è buono, ma imbecille (5). 
Avrai lette le tracce di questo avvenimento. Per ora non ho 
tempo di scriverti di più. Luisino è ammesso alla confidenza (6), 
senza riserva ; ma è piuttosto paziente e lo dev'essere. 

Carlo, qui presente, ti abbraccia caramente. E ti aggiungo 
il secondo dispaccio (^). 

Pietro. 

(1) Le parole io fossi oicepr. sono in cifra. 

(2) Le parole malgrado-accusa son pressoché tutte in cifra 

(3) La parola accusa è in cifra. 

(4) Le parole calunnia-pub sono in cifra. 

(5) La parola imbecille è in cifra. 

(6) La parola Luisino-confidenza sono in cifra. 

(7) Il dispaccio manca nel copialettere. 



— 119 



LXV (373). 

I 

Jl Fratello. 

Milano, 23 gennaro 1771. 

La Lombardia (0 è regolata così : Kaunitz (2) non sa, ne 
si cura di nulla; Firmian '3) Io imita perfettamente. I secretari, 
Lottinger ed altra feccia di (4) uomini da questa parte, fanno 
tutto ; preparano le lettere e Firm.ian sottoscrive (5), senza 
nemmeno darvi un'occhiata (6). Dall'altra parte vi è della 
buona volontà e della debolezza (7) che la rende nulla. Qui 
l'impudenza non ha limiti (S). Il solo articolo, sul quale 
si è tenuto lassù fermo, è la Ferma da abolire (9j ; ma, 
quanto al modo, si è a tutto piegato. Lottinger, che sarebbe 
il primo ('0), se io non vi fossi, rende Firmian calunniatore CO 
con tutta la imprudenza. E soggetto a dimostrazione : il che 
si è fatto. Luisino scrive che il primo anno sarò presidente ('2), 
soltanto che abbia pazienza e indolenza. La prima è più dif- 
fìcile, la seconda, facilissima, ed una degna retribuzione, che 
già mi sento nel cuore. Le cose anderanno m.ale sicuramente (' 3). 

Noi non abbiamo veruna novità. Del libro Tacilo stile non 
se ne parla e nemmeno da Parigi credo che ne sia venuto 
nessun riscontro. L'autore non è più tanto fastoso; anzi, giorni 
sono, l'occasione ha portato ch'io dovessi parlar seco ; e l'ho 
trovato talmente buono che pare quel di prima. Il discorso 
era sull' economia pubblica e senza vanità ti posso dire che 

(1) La Lombardia in cifra. 

(2) In cifra. 

(3) In cifra. 

(4) Le parole I-cfi in cifra. 

(5) Le parole (utto-soltoscrive in cifra. 

(6) Occhiala in cifra. 

(7) Debolezza in cifra. 

(8) Le parole qui-limiii in cifra. 

(9) Le parole lassù-abolire in cifra. 

(10) Le parole piegato-primo in cifra. 

(11) Le parole Firm. calunn. in cifra. 

(12) Le parole Luisinc-prss. in cifra. 

(13) Le parole male-sicur. in cifra. 



— 120 — 

dei due egli non faceva la figura di maestro. Non ho fatto 
monopolio, perchè ei non è più a tempo a rubarmi le idee. 

Ricevo da Livorno il frontispizio e l'indice. Dice Aubert 
che cento esemplari gli ha già venduti al Molini e che ha 
già quasi assicurato le spese della edizione, appena incomin- 
ciata, e che questi ne trasmetterà ne' suoi fratelli di Londra 
e di Parigi. L' augurio è buono. Il terremoto ha portato 
questa dilazione (0. 

Nella lista dei morti vi sono la marchesa Paola Tri- 
vulzi (2) e quel patetico tagliatore di Faraone, conte Sola, il 
padre (3). Carlo ti abbraccia caramente. 

Pietro. 



( 1 ) "Le frequenti scosse di terremoto che tuttavia si fan sentire e che 
" hanno spopolato di due terzi la città, han disturbato talmente che né il ms. 

" stato dato a stampare né io ho dato a V. S. 111. ma alcun avviso su questo sog 
"getto... Questa mattina il ms. è andato nelle mani dei compositori. Prima di 
" lutto ho fatto fare il frontispizio e l' indice, e n' ho fatti già stampare un cen- 
" tinaro separatamente per spargergli dapertutto in guisa di manifesto... Frattanto, 
" trovandosi qui il signor Molini, glien' ho vendute cento copie a due paoli l'una, 
" e gli ho fatto questa agevolezza, perché egli ne manderà subito buona parte 
" ai suoi fratelli a Parigi ed a Londra. Ecco, a buon conto, quasi che assicurata 
"con queste cento copie la spesa dell'edizione; augurio felice I „ Lett. di G. 
Aubert, 16 genn. 1771. 

(2) D. Paola Pertusati del conte Luca, presidente del Senato, aveva dato 
la mano di sposa al marchese Giorgio Teodoro Trivulzio, vedovo di Elena Arese 
(f 1 7 1 5) ; ma stette seco ben poco, perch' ei morì nel 171 8. La moglie gli 
sopravvisse lunghissimamente. Nell'ultimo suo testamento, in data del 13 genn. 1771, 
che si legge ntWj^rchivio del march. Trivulzio, Jl-Z, voi. Ili, p. 500 (Bibl. 
Trivulziana), essa, annullando le precedenti disposizioni sue del 1747, 1748, 1764, 
1769, nomina in proprio erede il pronipote march. Giorgio Trivulzio ed elegge 
a luogo di sua sepoltura la chiesa di S. Francesco da Paola in P. N. 

(3) Cristoforo Sola, figlio del conte Ercole e marito di D. Antonia Cotta 
di Francesco GCC, ha lasciato ricordo di sé nelle cronache milanesi, come di 
uno spensierato gaudente, d'un indomabile giuocatore, che, "deviando dall'indirizzo 
" tracciatogli da un degno padre, teneva banco di faraone nei ridotti del Teatro 
"e vi perdeva a dirotta „; F. CALVI // Patriziato Milanese, p. 215. Oltreché 
del " patetico gioco „ , come lo definiva il Parini, D. Cristoforo si compiaceva 
anche di ospitare nella sua villa di Cantù uomini quali il Cimarosa ed il Pas- 
seroni e quest'ultimo, riconoscente, gli dedicava una strofa del Cicerone, dove 
lo dice " il re dei galantuomini, quantunque abbia la faccia un po' severa.... „ 



— 121 — 

LXVI (370)0). 

A Pietro. 

Roma, 16 gcnnaro 1771. 

Ricevo due squarci del dispaccio : dal primo ricavo che 
finora non vi è sistema e che l'autorità e il soldo restano in 
sospeso ; dal secondo ricavo una somma probabilità che sia 
al capo dell'Amministrazione chi è nominato in primo luogo 
ed è distinto con un elogio a parte, intanto che gli altri sono 
ammucchiati in un solo. Ne sono contento e aspetto con im- 
pazienza tutta la pezza. Trovo che la cosa vuol andare a 
lungo, perchè vedo che n in appresso h si stenderanno le istru- 
zioni e si esamineranno i piani. Non capisco poi la Giunta 
sulle riforme, posto che è stato già scritto da tutti i dicasteri 
e dal governo su di esse. Sono già mandati tutti i piani : che 
altro mai rimane a dire ? Basta ; spero assai e quell'elogio a 
parte lo trovo molto significante. 

Ti compatisco delle noie ; giunte e poi giunte, sono sec- 
cature grandi ; ma fervei opus; quando sarà stabilito il sistema, 
le cose anderanno da se. 

Ho fatto un impiccio da Brighella per risparmiarti una 
noia. Ti ho detto che il conte Guasco degli occhiali verdi è 
venuto cercandomi una lettera per te, a favore d un presi- 
dente parlamentario di Parigi, che non conosco. Non sa- 
pendo come liberarmi delle sue instanze, senza ridurmi ad 
una secca negativa, gli ho detto che mi avevi scritto coU'ul- 
rimo ordinario che, nel sistema nuovo dell'Amministrazione, 
dovevi fare alcune visite locali che ti avrebbero tenuto assente 
non saprei quanto. Mi sono ridotto al u mendacio n, per ri- 
sparmiarti un togato. Mi dicono che è alquanto noioso ; e 
questa gente dapertutto ha il suo tuono particolare. Ho sca- 
ricato la tempesta su Frisio, tanto da non negargli totalmente 
una lettera e per rendere verisimile la escita. Pertanto sono 
sforzato a dare questa curiosa lettera a Frisio, che, per amor 
del cielo, non vorrei che m'imitasse. Pure, questo presidente 

(1) L'autografo reca il numero 369. 



— 122 — 

si fermerà poco, perchè deve presto ritornare alle sue incom- 
benze. Non desidera che di essere presentato al conte di Fir- 
mian, per cui ha già una lettera. 

Ti ringrazio del racconto della storia di Livorno. Il P. 
Mainoni ha ritrovato tanto amabile la mole dello Stile, che 
lo ha valutato quaranta zecchini; ma, davvero, io non lo stam- 
perei per questo prezzo. 

Siamo senza legna, senza carbone, senza butirro, senza 
ova, olio e di che non manchiamo? Il tutto a forza di mettere 
i prezzi a tutto. Essi sono inferiori al giusto ; e perciò, nessuno 
vuol vendere ('). Figurati che alcuni sono ridotti a bruciare 
le panche del letto per far cuocere il pranzo. Sopra di me 
abita un vecchio prete, che serve a Palazzo e che è comodo. 
Questa mattina monto in cucina, a caso, e trovo il mio vicino 
che mi rubava la legna. Rimase confuso, attonito ; non ardì 
di portarmela via e la ripose di nuovo, facendomi cento scuse 
e dicendomi che si era presa questa libertà per poi restituir- 
mela, ma che non aveva più neppure un tizzone. Ritorniamo 
allo stato di natura. 

Addio, MA salutano caramente i buoni MP. 

Alessandro. 

LXVII (374). 

Jl Fratello. 

Milano, 26 gennaro 1771. 

La stessa incertezza che hai e la difficoltà, che trovi a 
comprendere lo spirito della riforma di queste finanze, la sento 

( 1 ) Una corrispondenza da Roma, in data 26 gennaio, alle Nuove di dio. 
Corti, 1771, n. 5, 4 febbraio, p. 33, dopo aver constatati i danni, affermava 
già approntati i rimedi : " La mancanza che si cominciava qui a sentire dell'olio, 
" del carbone e della legna è stala tosto riparata da' pronti provvedimenti da 
essa (Sua Santità) dati. Monsignor Allievi s' è per ordine pontificio reso a' Porti 
"del Tevere, per far caricar legna e carbone, e tosto è ricomparsa qui l'ab- 
" bondanza di detti generi, non meno che quella dell' olio per la spedizione fatta 
"da Monsignor Spinelh nell'Umbria,,. Ma il gazzettiere mentiva allegramenìe, se 
dobbiamo prestar fede a quanto il Verri ritornava a scrivere nella leti, di 
questo volume ed altrove. 



— 123 — 

ancor io e son ben lontano dal poterti schiarire i dubbi ra- 
gionevolissimi che promovi. Sarà quel che Dio vorrà ; è il 
più bel detto fra tutti i detti del mondo. Il mio animo, pre- 
sentemente, è in quello stato, in cui si trovava quando sei 
partito ; cioè, non ho in vista altro se non il tempo, in cui 
per obbligo debbo annoiarmi e il soldo che mi si vorrà dare 
in ricompensa. 

Ricevo da Livorno il primo foglio; sono contento dell'ele- 
leganza e della correzione. 

Io non so finire di ringraziarti, perchè mi abbi liberato dal 
pericolo di presentar quel presidente. Frisi se n' incaricò vo- 
lentieri. Dio ti benedica anche per questo ! 

Scommetterei che, in mezzo alla penuria, in cui siete, di 
legna, olio, ecc., tutti esclameranno perchè si tengan in vigore 
quei principi che l'hanno fatta nascere. E veramente inaspeitata 
la risoluzione di quel prete di Palazzo che aggrediva la tua legna. 

Sto aspettando impazientemente il venturo ordinario per 
aver le nuove della tua cara amica. Sono in pena e per te 
e per lei. Credo che i purganti sieno assai buoni; almeno 
tali gli ho provati io. Capisco quanto devi soffrire, ne sono 
inquieto e per lei e per te ; perchè chi fa la felicità del mio 
Alessandro ha tutti i diritti sul mio cuore ; e per la tua 
Margherita si aggiungono tutte le relazioni uniformi al suo 
merito personale. Falle i miei veri rispetti. 

Pietro. 



LXVIII (310) H). 

Jl Pietro. 

Roma, 18 gennro 1771 

Ricevo il dispaccio, e te ne sono molto obbligato. Non 
ti saprei che dire, come neppur tu non sapresti profetizzare 
che debba essere. Tutto è interinale. In somma, la vera Am- 
ministrazione, attualmente, è la Giunta, perchè i soli affari, 
che non ammettono dilazione, restano agli amministratori. Il 

(1) L' autografo reca il nuhiero 370. 



— 124 — 

punto, poi, più misterioso è come il Magistrato e l'Ammini- 
strazione debbano essere corpi " separati n ma " connessi n, 
e la connessione è tale, che trovo in un sito detto : n tanto i 
u due suddetti corpi amministratori n, ecc. ('). Basta; non saprei 
che dire. Se la semplicità è necessaria, mi pare una macchina 
alquanto complicata ; ma aspettiamo gli oracoli superiori. 

Ti scrivo breve, perchè la mia cara amica sta a letto da 
tre giorni con una infiammazione d'occhi, che ieri 1' ha tor- 
mentata venti ore continue. Grazie al cielo incomincio a re- 
spirare e ora sta meglio. Che pena veder soffrire una tal per- 
sona ! Addio, mio dolce consolatore. Ti sono obbligato, ma 
assai, perchè mi abbi compiaciuto negli abiti da maschera. 
Sei adorabile : ti presti colla più delicata amicizia a' miei de- 
sideri e rendi importante ogni piacere, che si fa ad una cara 
amica. Ti abbraccio con tutto il cuore ; e ringrazia la cara 
Marchesa, che mi ha favorito (2). Addio, anime buone, ricorda- 
tevi di noi. MA salutano i buoni amici MP. 

Alessandro. 

LXIX (375). 
Al Fratello. 

Milano, 30 gennaro 1771. 

Mi consolo che si è diminuito il mal d'occhi e non ti so 
esprimere quanto mi sia cara l'accoglienza che la Marchesa 
ha voluto fare all'attenzione della contessina Isimbardi. Te la 
nomino, perchè, se la lettera sarà indirizzata alla marchesa 
Isimbardi, andrà in mano di sua cognata (3). Ti posso assicurare 

(1) "Siccome dovrà necessariamente passare qualche intervallo di tempo 
" fino a che tanto i due suddetti Corpi Amministratori quanto la Camera dei 
^ Conti possono da noi venir muniti delle rispettive loro istruzioni „, ecc.; Disp. 
28 die. 1770. § X. 

(2) Alessandro chiama qui per uno de' suoi soliti lapsus calami " marchesa „ 
D. Maddalena Isimbardi Beccaria. 

(3j Mentre Maddalena Beccaria aveva sposato Giulio Cesare Isimbardi, il 
secondogenito, al quale per pura cortesia era attribuito il titolo di conte, D. Mar- 
gherita Croce (1748-1797) erasi maritata a Giampietro Camillo, il primogenito, 
che aveva titolo di marchese. Costei dunque era la " marchesa Isimbardi „ e 
^icn la Beccaria. 



— 125 — 

che la contessa per tre mattine ha avuto in casa il Riccardi, 
gH ha fatti vedere i suoi abiti, gli ha comunicate le sue idee 
e che si è fatta accomodar la testa, per questo solo, vera- 
mente con cuore e con premura. Sarà sensibilissima all'aggra- 
dimento della Marchesa, alla quale fa' i miei più distinti 
rispetti. 

L'autore è veramente quel Corani, che e stato teco in 
collegio ed è attualmente cadetto. Ho sbagliato nel chiamarlo 
marchese ; suo fratello è conte ; e questo titolo lo danno an- 
che a lui. Si è rovinato facendo spese eccedenti e in Porto- 
gallo e nella Germania. Attualmente so ch'egli è povero e 
desiderei che non lo fosse ; il suo libro mi ha fatto nascere 
amicizia per lui. Dopo quello che ha scritto sulla superstizione 
e su gli ordini regolari, pare ch'egli abbia rinunziato all'Italia, 
dove ufficialmente vivrebbe tranquillo. 

Qui tutto è in sospeso. Pozzobonelli non rinunzia più. 
Daverio è fatto senatore onorario. L'abate Vismara era vice- 
sconomo ; è fatto questore onorario (0. Non si sa dove vada a 
terminare ; per lo meno, questo sarebbe per il rango nelle 
sessioni. Nell'Amministrazione è fatto primo segretario il Rot- 
tigni, impresaro, socio del Greppi, fallito (2); secondo segretario 
sarà Scorza, che da dieci anni dirige la secreteria della 
Ferma (3). 

Il P. Frisi ti scrive, ecc. 

Pietro 



(1) li'ab. D. Gaetano Vismara era stato chiamato all'ufficio di vice-eco- 
nomo nel 1768. Nel corso del 1770 ei s'era recato a Vienna, dove aveva 
presentati i suoi omaggi all' Imperatrice (una lettera di questa al figlio Ferdinando, 
in data 17 genn. 1771, lo dice in viaggio alla volta di Milano; ved. ^riefe der 
Kaiser. Maria Ther., v. I. 

(2) Rocco Rotigni di Gandino aveva fatto parte della Ferma Generale fin 
dall'origine (I750j: cfr. CUSANI, Storia di Milano, voi. Ili, p. 262. 

(3) Altro fra i più palesi nemici di Pietro : passò più tardi alla Camera 
de' Conti e nel 1 784 era Ispettore Generale alla Revisione ed al Bilancio del 
Commercio annesso alla Camera stessa. G. GHELFI, nelle sue inedite Memorie 
appartenenti alla vita e agli studi di P. V., e. 12 (ms. autografo presso 
l'Archivio Sormani Verri) lo dice " uomo per altro di non mediocre ingegna 
in affari " della Daziaria „ . 



126 — 



LXX (371)- 

Roma, 23 gennaro 1771. 

Ricevo sul partire della posta la tua cara lettera. Benedetta 
poi la cara Marchesa (') e benedetto Te e tutti quanti che ci 
avete mandate con tanta puntualità cinque carte da maschera 
accompagnate da una santa lettera della sensibile amica ! Io 
non voglio entrare in questa sacra materia. La Marchesa, come 
sai, è ancora col mal d'occhi ; si va rimettendo, ma non può 
soffrire la luce, onde neppur scrivere. Sente nel più vivo del 
cuore gratitudine ed amicizia somma per la tua cara amica ; 
m'impone di anticiparle li suoi ringraziamenti, e li primi ca- 
ratteri che potrà formare saranno diretti a Lei. Troviamo ben 
inventati i disegni ; l'assortimento de* colori è armonioso, e 
v'è molto da profittare, ma il male è che la Marchesa, oltre 
star male lei, ha la sua vecchia socera agli estremi; onde, 
fraielli cari, per questo carnevale non ne faremo nulla. La 
tua buona e rispettabile amica si è data la pena di fare un 
catalogo di spiegazione ; ed insomma ci ha favorito con una 
premura degna del suo cuore. La Marchesa scriverà sabato, 
quando aprirà gli occhi. 

Il marchese Corani, autore del Vero T)ispotismo, non può 
e^ser altro che il cadetto Corani, con cui sono stato in col- 
legio e che è diventato marchese forse colla morte del fratello; 
il che io non so se sia accaduto, ma mi pare che tu me Io 
scrivessi (2), Questo cadetto servì in Cermania ; mostrava dello 
spirito e della bontà ; amava infinitamente la storia; era entu- 
siasta del militare a segno che facevamo de' reggimenti d'uo- 
mini di cera, e con delle chiavi femmme facevamo de* can- 
noni ; e con quelli la guerra valorosamente. Le palle erano 
grano turco ; e con una ben livellata cannonata mi è riuscito 
talvolta di liquefare mezza compagnia. La notte questo Corani 



(1) Si tratta sempre della Isimbardi Beccaria. 

(2) Pietro non gli aveva mai scritto nulla di simile, perchè nulla di simile 
era avvenuto. 



— 127 — 

faceva la sentinella con un puntale di compasso su di un ba- 
stone ('). Se per altro egli è questo tale, credo che, a meno non 
si sia ruinato in qualche maniera, dovrebbe vivere discretamente. 
Il primogenito poi, se mai vive (2), non può essere, perchè 
ne ha servito, a quanto io penso, giammai, ne può essere di 
prima gioventù, ne aveva spirito. Vedrei volentieri con tutto 
tuo comodo quest'opera. 

Addio, addio : cento saluti da parte nostra alla cara Mad- 
dalena ; ed io ti abbraccio coU'anima. 

Alessandro. 



LXXI (312) (3). 
Jl Pietro. 

Roma, 26 gennaro 1771. 

Ricevo il secondo dispaccio, e sono contento dell'elogio 
inarcato e speciale che ti si fa. Quanto a tutto ciò che mi 



(1) G. Corani, Mémoìres pour servir à l'Histoire de ma vie, ms. auto- 
grafo presso la Società Storica Lombarda (v. I, e. XIII) ricorda questi trastulli 
fanciulleschi in una pagina così caratteristica che non resistiamo al piacere 
di citarla : " Peu da jours après cette premiere évasion ayant eu 1' occasion de 
" voir maneuvrer la gamison et de la voir exercer à feu, je pris un gòut subii 
' pour le métier de la guerre, j'employai tout l'argent que j'avois pu me procurer 
" à acheter de la ciré, du papier de differentes couleurs, du fil d'a[r]chal, de la 
" poudre et des dragées de plombs. Je ne manquas point d'adresse et je pus faire 
"un grand nombre de soldats parfaitement habillés et armés en uniforme. J'ea 
' fis aussi pour le rei de Prusse et quelques clefs percées me tinrent lieu de 

* canons. La grande tab'.e qui était au milieu de notre chambre était remplie de 

* mes troupes, de mon artillerie, de tous mes attirailes de guerre et me croyant 

* deja un general en chef je donnois des ordres à mes camarades qui me secon- 

* daient avec empressement. Je ne me bornais pas à des plans d' altaque et de 

* défende et à mes salves de mes troupes de ciré ; mais me croyant devenu un 
" hablle tactitien, je dressais mes compagnons de chambrée a des évolutions et à 
" des combats. Nous nous metiions sur les revers de nos chaises, qui étaient en 
^ bois, et nous nous livrions des battailles assez mdes pour des jeunes gens de 

* notre àgé, car j'étois le plus àgé de la chambrée „. E cfr. MONNIER, op. cit. 

(2) E il conte Cesare, così odiato dal fratello, che 1' ha dipinto nelle sue 
Memorie sotto i più foschi colori: ved. MONNlER, op. cit. 

(3) Tanto nell'autogrEifo quanto nel copialettere non v' ha numero. 



— 128 — 

dici in numeri, ti dirò che penso che, talvolta, un buon amico 
serve meglio col non opporsi di fronte, ma di fianco, a poco 
a poco ; e gli affari possono andare a male, perchè i più po- 
tenti non sieno soddisfatti delle scelte. Basta ; mi piace anche 
la sola intenzione e ne spero l'effetto con qualche tempo. 
Non posso dir di più, perchè ti scrivo dalla stanza, ossia 
carcere, della Marchesa, dove non ho la mia lingua numerica. 
La Marchesa, pertanto, con suo dispiacere non è ancora in 
istato di scrivere alla tua amabile Maddalena. Gli occhi tut- 
tavia non reggono alla luce ; ma lo spero per il venturo or- 
dinario. Intanto, ella le riconferma i suoi sentimenti coU'anima; 
e che anima buona, mio caro amico ! Se queste due care 
persone si conoscessero personalmente, si troverebbero subito 
bene insieme. Sono due frutti rari. Fossero esse felici come 
meritano ! 

Ieri sono stato alla biblioteca di Propaganda e vi sono 
molte belle curiosità. Vi sono più di cento volumi cinesi di 
storia, di scienze e di teologia, de' quali, però, nessuno in- 
tende nulla, perchè gli alunni chinesi stanno a Napoli, non 
potendo vivere nel clima di Roma ; ed essi ancora poco ne 
intendono, perchè, come sai, è un grand'uomo nella China 
chi sa leggere. Uno di questi alunni, che era il più dotto, 
leggeva soltanto trecento caratteri. Ho veduto pure vari ma- 
noscritti turchi, ritrovati sulla nave sultana, presa tempo fa, 
dai cavalieri di Malta ; e, fra essi, il giornale de' tributi che 
quel pachà andava riscuotendo nelle provincie. Ho veduto la 
prima stampa del Giunti del concilio di Trento, coll'autentica 
firma manoscritta di tre notari di quel concilio e varie anno- 
tazioni di un vescovo, che vi era. Poi fa piacere il vedere 
dizionari e libri d'ogni lingua e alunni d'ogni nazione. 

Addio, caro amico del mio cuore, ti abbraccio. MA sa- 
lutano caramente MP. 

Alessandro. 



— 129 — 



LXXII (376). 

Jll Fratello. 

Milano. 2 febbraro 1771. 

Speravo d' intendere migliori nuove della tua Margherita ; 
le aspetto con impazienza nel venturo ordinario. Fa pena al- 
risimbardi egualmente e s'interessa di vero cuore. Che feli- 
cità, se potessimo vivere insieme ! Per me, volorvtieri mi sot- 
toscriverei a vivere il resto de' miei giorni in Roma e ab- 
bandonare un paese, dove l'azzardo mi ha fatto nascere e 
dove vi sono più cabale condensate, di quelle forse che si 
trovano ne' più vasti imperi. Perchè non può realizzarsi questa 
idea ! 

Meno una vita assai noiosa. Le sessioni periodiche del- 
l'Amministrazione sono ogni giorno ; se m'annoiava al Consiglio, 
che le fa tre volte la settimana, figurati che presentemente 
aspetto la festa, come un ragazzo che va a scuola. Io poi, 
naturalmente, lavoro assai più degli altri e la necessità lo 
vuole, perchè gli appuntamenti debbono andare alla Corte, e, 
naturalmente, sotto questi principi saranno letti ; e, sebbene 
io non sia di più d'un altro, quanto al rango e al titolo, è 
naturale ch'io sarò riguardato come il maggior colpevole d'ogni 
altro, se gli affari apparissero diretti irregolarmente. 

Quanto al titolo e al rango, però, ricevo una lettera da 
S. A. il principe di Kaunitz e nella sopraccarta mi qualifica : 
n Primo Consigliere Amministratore delle R. Ducali Finanze 
n in Milano n . In questa lettera graziosamente accoglie i miei 
ringraziamenti. Per far meglio te la trascrivo : 

IllustrissÌTno Signore, 

Mi hanno somministrato un argomento di sincera compiacenza li 
sentimenti d' intima riconoscenza verso S. M., spiegatimi da V. S. 
111."^* con sua degli 1 1 corrente per l'onorifica sua destinazione 
presso la nuova Amministrazione di codeste R. D. Finanze. 

Li saggi dati da V. S. 111.'"* nelle varie incombenze del passato 
suo ministero e la fiducia, eh' Ella sarà per continuare sulle stesse 

9 



— I3U — 

tracce a distinguersi nel Reale servigio, mi hanno determinato ad 
abbracciare con piacere l'opportunità della recente rivoluzione per 
procurarle da S. M. questa ben meritata convenienza, che in faccia 
al Pubblico le rendesse giustizia e le procurasse campo di far co- 
noscere vieppiù il suo zelo, attività ed applicazione. 

Siccome, poi, ho reso in tutti gl'incontri a V. S. 111.™^ la dovuta 
giustizia, cosi mi lusingo ch'Ella mi somministrerà frequenti le occa- 
sioni di poter anche in avvenire rilevare il di Lei merito presso la 
Maestà Sua, per comprovarle quella distinta stima e considerazione, 
con cui sono e sarò sempre. Di V. S, 111.'^* 

Vienna, 24 gennaro 1771. 

Devotiss." ed obb!ig.'i^° Servitore 
KAUNITZ RITTBERG. 

Nella Giunta ebdomadaria, a cui presiede il Duca, sinora 
sono chiamato anch'io e credo che vi sarò di piede stabile. 
Ma, caro Sandrino, l'esperienza acquistata, l'aspetto che han 
tutte le cose e le ostruzioni, delle quali non ho mai potuto 
guarire, mi fanno sinceramente desiderare tranquillità e vita 
privata. Tu sei il vero Savio agli occhi miei. Si crede che 
Beccaria sarà nel Consiglio, ma non è cosa certa (' '. 

Pietro. 



LXXIlì (377). 

Jll Fratello. 

Milano, 6 febbraro 1771. 

Non ho ricevuto tue lettere in quest'ordinario ; e questo 
mi fa assai pena per gli occhi della Marchesa. Ma sarà per 
aver più tempo d'accordare il sigillo alla posta. Sono annoiato 
assai. Mi tocca di fare una specie di vita da Foro, per tre 
buone ore, periodicamente. L'aveva scappata dal Consiglio 
ed ora ricado nella bragia. 

11 diavolo porti le finanze, l'economia, le cabale, i seccatori 

(1) La nomina del Beccaria a membro del R. Consiglio Supremo d'Economia 
seguì difatti nell'aprile. 



— 131 - 

e tutta questa bella prospettiva, che mi sta sempre avanti gli 
occhi ! Scusami, se ti detto breve ; cioè mentre sono a tavola 
con Carlo, che ti saluta. !1 signor conte di Firmian anderà à 
Vienna questa primavera per intendersela intorno a ciò, che 
ha riguardo all' augusto matrimonio. Vi sono ottime nuove di 
Luisino. Per ora non più : ti abbraccio. 

Pietro. 

LXXIV (373) (I). 
A Pietro. 

Roma, 29 gennaro 1771 (2). 

Margarita scrive a Maddalena ; e non puoi credere quanto 
piacere le abbia fatta la sua lettera. Finalmente gli occhi 
stanno meglio, ma vanno adagio. 

Aubert, ossia la Società Enciclopedica mi fanno un tiro, 
che mi disgusta assai. Mi mandano un manifesto in cui, sul 
pretesto che devono ristampare il primo volume, crescono il 
prezzo della associazione (3). Questa è mala fede aperta e lim- 

(1) Manca il numero così nell'autografo come nel copialettere. 

(2) Alessandro, per errore di penna, ha scritto " 1770,, invece di * 1771 „. 

(3) Ecco il testo di quest' " Avviso „ che, male interpretato, fece montare 
tanto sulle furie l' irascibile gentiluomo : 

AViS 

DES EDITEURS DE L'ENCICLOPÉDIE 

DE LIVOURNE. 

Nous sommes trop flattés du succès de la nouvelle Edition de l'Encyclo- 
pédie que nous donnona au Public, pour que nous négligions rien de ce qui peut 
nous attirer de plus en plus sa confiance. A peine le premier volume a-l-il paru, 
que la muUiplicité des souscripteurs nous a mis dans la nécessité de le réimprimer, 
avec une partie du second, ce qui nous engagé dans des nouvelles dépendes 
imprévues et onéreuses. 

En conséquence, le prix de la souscription, qui continuerà à étre ouverte 
pendant l'année 1771, sera de 4 piastres de 8 réaux, pour chaque tome de 
discours, et de 7 pour chaque tome de Planches, sans y comprendre le port- 
prix toujours inférieur à celui de Liucques. 

Nous suppléerons par des Cartons qui contiendront X errala aux notes e . 
observation qui nous ont été ou pourront étre comuniquées après coup. Nou 
pouvons assurer les souscripteurs qu'ils n'auront pas heu de reconnoìtre qu 



— 132 — 

pida : finito il contratto, non è in balia del venditore di ac- 
crescere a suo modo il prezzo ; e di questo passo, quando 
ce ne avranno dati tre o quattro volumi, faranno di noi quello 
che vorranno. Io scrivo ad Aubert che i miei associati, stoma- 
cati da questa cabala, intendono rescisso il contratto e ri- 
mandano il primo volume, ricorrendo a' rispettivi consoli per 
il rimborso. Quanto a me, poi, che gli ho tante obbligazioni, 
mi faccia pagare tutto quello che vuole ; ma così non ha da 
essere per quei galantuomini, che, lusingati dal buon prezzo 
e dalle buone informazioni, ch'io diedi loro della onestà dello 
stampatore, si sono indotti a fare un contratto, già tanto scre- 
ditato, qual' è l'associazione de' libri. 

Aubert, pure, mi ha mandato un foglio della tua opera, 
stampa bella assai. Mi conferma anch'esso che ne manda al 
Molini duecento copie. Adesso in Londra fermenta la politica 
su tutti gli oggetti ; spero, assolutamente, che sarà letto assai. 

Mi piace la cifra di questa volta anche più dell'altra. Se 
altro non si vuole che pazienza e indolenza (0, non mi par 
difficile condizione. Spero bene assai. 

Ho ricevuta un'altra lettera per Carlo Rovedino, figlio della 
portinara, ma non l'ho più veduto, ne so dove stia. Farò dili- 
genza. Addio : la posta parte. MA salutano MP. Saluta 
caramente Carlo ; Ghelfi pure : Lanterna mia, stiamo in buona 
salute, che quel eh' è stato e stato ! (2) ® 

Alessandro. 



notre Edition se fait en pays étranger, parce que quelques Francois, connus très 
avantageusement dans la république des lettres, veulent bien veiller à tout ce qui 
concerne l'Orthografhe les Notes. 

Au reste les anclens et les nouveaux souscripteurs recevront le second vo- 
lume à-peu-près dans le méme tems: à l'égard du premier, qui doit étre réimprimé 
en caractere neuf de Londres, les nouveaux souscripteurs le recevront dans un 

terme convenable. 

A Livourne le 2 Janvier 1771. 

(1) Le parole pazienza e indolenza sono in cifra. 

(2) Giorgio Ghelfi, dopo la batosta toccata a cagione della Lanterna Cu- 
riosa, era sempre malandato di salute, ciò che preoccupava Pietro a lui affezio- 
nato assai ed affliggeva di conseguenza Alessandro. 



133 



LXXV (374). 
A "Pietro. 

Roma, 2 febbaro 1771. 

Hai indovinato che, essendo noi in penuria d'ogni cosa, 
generalmente si esclama perchè con leggi coattive si prenda 
la roba a chi l'ha e si Essi il buon mercato. Se non avessimo 
pane, sarebbe carestia perfetta. Carni non ve ne sono ; dicono 
perchè sono usciti tutti i buoi in Toscana. Il fatto è che il 
prezzo delle merci, che mancano è per legge inferiore al loro 
vero valore ; e per questo i proprietari o non vendono o tra- 
fugano agli esteri, che pagano meglio. Per non volere assu- 
mersi l'odiosità di crescere le tariffe de' prezzi, si assumono 
l'altra maggiore odiosità di lasciare il paese affatto sprovveduto. 
Quando il Papa esce, gridano : n Legna, carbone, olio, 
B carne, ecc. n. Volendo, poi, lasciare sempre intatte queste 
tariffe, lasciano, per connivenza, che i macellari diano più 
ossa che carne ed inoltre meno del giusto peso ; il che, 
adesso, succede comunemente con grandissime strida d'ognuno ; 
ma non può esser altrimenti. L'olio e la legna e il carbone 
mancano per lo stesso motivo. Se gli esteri offrono dieci, qui 
vogliono che si venda sei. Manda adunque fuori la tua opera, 
che spero sradicherà i pregiudizi. E chiara, luminosa e breve ; 
ne abbiamo bisogno assai e tutti i governi. Sono anch'io con- 
tento della stampa di Livorno. 

Finora tu non mi parli dell' accrescimento di prezzo fatto 
alla Enciclopedia. E una vera bricconata, come lo sono quasi 
tutte queste associazioni. Ho scritto chiaro ad Aubert. 

La Marchesa sta bene e ti saluta ; e vi ringrazia tutti 
quanti della vostra cara amicizia. Addio, caro amico del mio 
cuore ; ti abbraccio. 

Dimmi se devo seguitare l'indirizzo, come ho fatto finora, 
oppure chiamarti n Amministratore n e non più n Consigliere n. 
Frisio s'incarica del Presidente, che mi dicono essere alquanto 
noioso ; gli sono obbligato, ma è di passaggio. 

Alessandro. 



— 134 — 

LXXVI (378). 

Al Fratello. 

Milano, 9 febbraro 1771. 

Ricevo in quest' ordinario le care tue 29 scorso e 2 cor- 
rente ; e così quella, che mi mancava nello scorso ordinario. 
Ti riscontro prima di aver ricapitato la lettera della graziosis- 
sima amica, piena di cuore, d'anima e di bontà. Anche ieri 
sera la mia Maddalena diceva che la vuol pregare a farla 
sua n commissioniera n in Milano ; e veramente ha grandis- 
sima voglia di servirla e d'avere la sua amicizia. Io mi con- 
solo che sia guarita del mal d' occhi ; falle i miei veri rispetti. 
Non v' è forestiere che venga da Roma, col senso comune, 
che non conosca e onori la Marchesa ; e tutti dicon bene 
anche del mio Sandrino, senza però dir niente di nuovo per 
me. Non ho veduto nessun forestiere di distinzione, che non 
abbia parlato con mille elogi di lei e di te. 

10 sono stabilmente chiamato alle giunte governative. Il 
Duca fa da presidente per il sedere ; il signor conte di Fir- 
mian lo fa per tutto il resto. Carli aveva preso il passo al 
presidente Crivelli, consigliere di stato, più anziano di lui. 
Per rescritto della Corte ha dovuto tornarlo a cedere a Cri- 
velli. Gli altri individui della Giunta sono : Pecci, Cristiani, 
Lottinger ed io. In materia di finanze l'autorità governativa 
sta presso questo corpo, dove ciascuno può far registrar il 
voto, quando lo voglia, sugli appuntamenti, che si trasmettono 
a Vienna. 

11 marchese di Condorcet scrive al P. Frisi di abbracciarti 
teneramente. Il Reverendissimo, che è qui presente e che non 
ha membri di tal lunghezza per eseguir la commissione, ti 
saluta in nome proprio e in quello di Condorcet. 

Ho preso le informazioni intorno al nuovo monastero della 
Visitazione e non ti ho risposto prima per risponderti con 
maggior sicurezza. Monastero povero piuttosto che ricco ; 



— 135 — 

apparentemente vivono in concordia, ma chi può sapere la 
verità ! 

Io non ho inteso il nuovo manifesto di Livorno se non 
come una diffìdazione agli associati nuovamente da farsi, non 
mai ai fatti. Non 1' ho meco, ma certamente, non potranno 
mai pretendere che il contratto sia valido, mutate le condi- 
zioni ; e faran male i lor negozi in vista deW enciclopedia di 
Firenze (') e di quell'altra di Yverdun'2), oltre la ristampa di 
Parigi. Per me non farò mai mal'opera ad Aubert, ma non 
potrò difenderlo in questo caso. 

I motivi della carestia di Roma tendono a principi troppo 
radicati e profondi ; e la logica del paese deve essere natu- 
ralmente appoggiata tutta sull'autorità, niente sulla ragione ; 
è troppo difficile che si muti, sinché dura la generazione at- 
tuale. Questa lettera la detto pranzando. Carlo ti saluta. 

Pietro. 

LXXVII (379). 

Al Fratello. 

Milano, 13 febbraro 1771. 

Sinora non è giunto l'ordinario di Roma ed è molto na- 
turale, attesa la gran quantità di neve caduta. Anche da noi 
ne abbiamo un buon mezzo braccio ; il che ha disturbato tutte 
le barche (3) ed altri rumori del carnovale. Già sai che da tre 
anni non si fanno più le gran feste magnifiche in Coree, perchè 
il Duca trova meglio non farle. Quest'anno vi è la compagnia 
de' cavalieri che daranno sabato una gran festa di ballo, 
quasi a tutta la nobiltà, in casa Calderari, sul corso di Porta 
Romana. 

(1) Vorrà dire quella di Lucca. 

(2) La diffusione della ristampa deW Enciclopedia curata ad Yverdun dal 
noto De Felice era in Italia affidata al libraio milanese Galeazzi: cfr. Nuove di 
dio. Carli, 1770, n. 36, 3 settembre, p. 288. 

(3) * Barche „ in Lombardia si dicevano e si dicono que' carri " imitanti 
nella forma della cassa un barcone „, che, inghirlandati e dipinti, servivano per 
mascherate in tempo di carnevale. Ved. CHERUBINI, Vocabolo mil. Hai, v. I, 
p. 72. 



— 136 - 

Ieri sera è accaduto un caso strano. Il dottor Stampa, che 
è il norcino del Teatro, e che di più, da due anni a questa 
parte, scrive una gazzetlina del nostro paese, sul gusto di 
quella del vostro Bargello (salva, però, la decenza assai mag- 
giore, che conserva il Bargello di Roma) ; il nostro dottor 
Stampa, adunque, che componeva una calunniosa cronaca 
scandalosa, è stato visitato da Nostro Signore con una basto- 
natura, data con discrezione però (glie ne ha impresse le orme 
su una mano e sul viso); e con una pistola alla mano è stato 
costretto scrivere un attestato, da lui sottoscritto, delle basto- 
nate ricevute. Quel che v* è di più strano, si è il vedere tutti 
i suffragi, senza eccezione d'un solo, rivolti ad applaudire que- 
sto fatto. Quest'Aretino non aveva risparmiato ne dame, ne 
signore, ne persona alcuna ('). Il fatto si dice eseguito da un ca- 
valier pavese Candiani, fratello d'un tuo compagno di collegio 
e attuai capitano nel reggimento, che sta di guarnigione in 
Castello ; egli era stato ultimamente maltrattato con una ca- 
lunniosa maldicenza (2). Il paziente ha ricorso e al Governo e 

(I) Nessuna traccia di questo curioso aneddoto si ritrova nelle cronache del 
tempo. Ed inutilmente per aver qualche notizia del dottor Stampa e del suo 
gazzettino sono stati esplorati que' fondi del R. Archivio di Stato di Milano 
(Giustizia, Polizia, Sludi) dove si poteva nutrire speranza di rinvenirne il ricordo. 
Egli era il chirurgo del Teatro Ducale. 

Ne parla invece G. B. Borrani nel suo Tìiario Milanese, ms. della bibl. 
Ambrosiana (N. S. 30) anno 1771 al fol. 15-16: "In detto mese (Aprile) fu 
" intimato il bando da tutto questo Stato al Sig. D.r Stampa celebre poeta del 
" Regio Ducal Teatro. Componendo egli in ogni settimana un certo Gazzettino 
" manoscritto per distribuirlo nelle conversazioni e per inviarlo a Torino usava 
" uno stile satirico e rendea pubbliche certe cose, che per carità e per politica 
" era meglio tenerle occulte. Ultimamente scrivendo di una cantatrice, che so- 
" stenea il personaggio di prima donna nel Teatro avanzossi ad intaccar l'onore 
" e della medesima e di certo sig. Capitano, ch'era di guardia al Ducal Pa- 
" lazzo. Saputo ciò 1' uffiziale partossi alla di lui casa e lo caricò di bastonate, 
" obbligandolo anzi a fargli in iscritto il confesso di averle ricevute. Impegnossi 
" poi un tale affare onde per alcuni giorni fu detenuto in prigione il D.r Stampa 
" e r uffiziale per alcuni giorni soffrì l'arresto, ma quegli fu poi intimato il bando 
" da tutto Io Stato y. Il Borrani aggiunge pure che in detta occasione poi girò 
per la città un componimento poetico, che egli riporta per esteso, 

(2) Si tratterà certamente del conte D. Giuseppe Candiani, capitano, che 
8Ì trova ricordato fra i gentiluomini di Camera delle LL. MM. nell'elenco dei 
Nobili ammessi a Corte del 1776 (cfr. CALVI, // Palriz. milan., p. 475). 



al re di Sardegna, a cui ha spedito una staffetta. Sarà un af- 
fare, che forse porterà conseguenza; ma, naturalmente, la gaz- 
zetta non si farà altro. 

Il signor conte di Firmian ha data la nuova d'una ribel- 
lione, successa in Nantes colla morte di ottocento cittadini e 
cinquecento soldati. Sinora non ne sappiamo nulla di più (0. 
Dall'istesso canale si sa esiliato il principe di Condè. Io, però, 
ne aspetto la conferma ; il Duca non ne sa nulla. 

Non ti potresti figurare quanto sia stata cara alla mia 
Maddalena la lettera della tua Marchesa. 

In questo punto ricevo la cara tua dei 6. 

Pietro. 



LXXVIIl (375). 
Jl Pietro. 

Roma, 6 febbraro 1771. 

Tu mi scrivi breve per gli affari ed io debbo fare lo 
stesso per la dissipazione. La Marchesa vuole che il suo po- 
vero grecista faccia carnevale; vado alle feste di ballo, al 
corso ; siamo in rigoroso incognito per la malattia della suo- 
cera, ma sempre in moto ; e non vi trovo altro piacere che 
quello di essere colla mia buona amica. Accontentati adunque 
di poche righe. 

Ricevo una cambiale e li sono obbligato con tutto il cuore; 
non v'era bisogno. Avendomi regalato lo zio, potevi rispar- 
miare. Sai che te ne cerco, quando sono in bisogno; e tu, in- 
tanto, hai spese straordinarie, mi figuro, per il carnevale, per 
la stampa del libro d'agricoltura (^j e per tante altre cose che 
ti possono occorrere. 

E arrivato il marchese Bossi. Ricevo una lettera di Frisi; 
ti prego a salutarmelo assai e gli sono obbligato che s'inca- 

(1) Erano dicerie prive d'ogni fondamento; cfr. leti. LXXXV di questo 
volume. 

(2) Il volume del Kemler, per cui ved. Car!., v. Ili, p. 365. 



— 138 — 

richi del signor Presidente. Mi scrive obbligantemente, al suo 
solito, e sono molto contento della sua buona e costante ami- 
micizia. Parlerò al P. Jacquier per il libretto del P. LuiniC), 
come desidera Frisi. Non so come abbia fatta la contessa, 
marchesa (^); basta ; a buon conto, ho diretto la lettera dentro 
della tua : e così non anderà in altre mani. 

Addio, caro, eterno amico del mio cuore : ti abbraccio. 
MA salutano con tutta l'anima i buoni MP. 

Alessandro. 



LXXIX (376). 
Jl "Pietro. 

Roma, 9 febbraro I77I. 

Sono contento della pulitissima lettera del signor principe 
e anche della sopraccarta. Spero bene assai ; e mi pare che 
quella espressione n primo Amministratore n sia significante. 
Capisco infinitamente quanto ti devi annoiare e ti compatisco 
assai. Ma spero, poiché presto dovrete finire questo grande 
affollamento ; ed incam.minati gli affari, sai per esperienza che 
non costano tanta fatica. Ma ora è il tempo di n pazienza n 
e n indolenza n. Stiamo forti in questa risoluzione e ne sarai 
sicuramente contento. Tu in questo momento che mi scrivi, 
disgustato, come hai ragione d'essere degli impieghi pubblici» 
desideri la tranquillità privata. Ma rifletti anche alle amarezze 
nauseose, che reca la trascuranza e fino il disprezzo, quando 
non si è impiegato. Hai certo dei momenti di eccessiva noia ; 

(1) Francesco Luini, luganese, nato il 22 marzo 1740, entrato il 3 mag- 
gio 1737 nella C. di G.; matematico ed astronomo di grande fama, che insegnò 
prima matematiche nel Collegio di Brera, poi nelle Scuole Palatine e più tardi 
nell'Università di Pavia, donde si ritirò a Como nel 1778. Morì a Milano il 
7 nov. 1792. Il Luini aveva dato alle stampe nel 1770 una dissertazione inti- 
tolata: Oggetto e principi del metodo flussionario, (Milano, 1770, in 12, p. 44) 
ed è forse di questo scritto che qui è questione. Ved. Bìblioth. de la Camp, 
de Jesus. P. I, Bibliographie. to. V, e. 181-82. 

(2) Allude air errore di titolo di cui già s'è fatto cenno nella nota 3.' alla 
letf. LXIX di questo volume. 



— 139 — 

peggiori dei presenti non li puoi avere ; ma almeno, hai della 
considerazione. Se si vuol vivere a se, bisogna uscire dal 
proprio paese ; ma starci e non significare nulla, è lo stesso 
che avere cento mortificazioni al giorno dentro e fuori di casa. 

Per le ostruzioni non dovresti lasciare di cavalcare. Se non 
lo fai, hai gran torto. Perchè non galoppi una posta ogni due 
o tre giorni? II tempo non ti deve mancare per questo, perchè 
la salute è il primo oggetto • e senza di questa, non vagli 
nulla, ne per te, ne per gì'" r.Itri; onde, secondo me, dovreste 
lasciare i rimedi forti, con":2 le pillole di sapone, e curarti col 
moto violento. Essendo medico, come sei, è strano che non 
pensi e cer necessario il non lasciare lungo tempo le ostruzioni, 
ma subito distruggerle. Più si stabiliscono, più sono pertinacia 
Vengo ad altro. 

Saprai le nuove di Parigi : il Parlamento esiliato ; confi- 
scate le loro cariche, distribuiti e separati in tutto il regno ; 
cosicché non ve ne sono due insieme. E un'epoca conside- 
rabile. 

Addio, mio caro amico. La mia cara Margherita sta bene 
affatto e ti ringrazia tanto per la buona amicizia che e di- 
mostri. Cento rispetti alla tua amabile Maddalena. Addio, addio . 

Alessandro. 

LXXX {380). 

Al Fratello. 

Milano, 16 febbraro 1771. 

Spero che non avrai preso male, che ne' scorsi ordinari 
io ti abbia fatto avere mie nuove con carattere altrui. La mia 
vita è diabolica, non tanto per le incombenze, quanto perchè, 
volendo io, ogni ventiquattr'ore, spenderne sei almeno colla 
mia Maddalena, tempo, in cui non si può fare altro, attese le 
circostanze, ne viene che le poche ore, che mi restano, sono 
affollatissime. Oggi termina il nostro carnevale, coll'aiuto del 
Cielo, e termina con una festa che sarà magnifica. 

Dell'affare del dottor Stampa non v' è novità. La bastona- 
tura è stata più sprezzo, che male fisico. 



— 140 — 

Hai ragione ; non si può reggere alla stolida dimenticanza 
de' nostri cittadini, quando siasi dimesso un impiego ; ma io 
desidererei di non avere più, ne la loro compagnia, ne 1' im- 
piego e vivere a me ; e se lo potessi, mi vedresti facilmente 
alle falde del Tarpeo, salvo di andarmene sul Tamigi o al- 
trove, al primo annoiarmi. Credimi che ti scrivo senza pas- 
sione. Questo piccolo laghetto, nel quale si è sempre in bur- 
rasca, non vai la pena che un galantuomo s* imbarchi. Ma, 
frattanto, bisogna adattarsi, non esser più entusiasta, vivere, ri- 
dere, quando si può, e pascersi di passioni indipendenti da 
oggetti tanto incalcolabili. 

Aubert mi manda roba. Siamo al foglio F., pagina novan- 
tasei. Dice che S. A. R., avendone veduto 1' indice, vuole 
con ansietà averne il primo esemplare (0. Se ha credito quel 
lavoro, avrò la vendetta, che desidero de' miei nemici, cioè 
che sentano che valgo meglio di loro. 

Non abbiamo la conferma dell' affare di Nantes, ne del- 
l'esilio supposto del principe di Condè. 

Addio, mio dolce consolatore, mio eterno amico ; fa i 
miei rispetti alla tua buona Margherita; ricevi un abbraccio 
da chi sarà immutabilmente il tuo 

Pietro. 

LXXXI (381). 

Al Fratello. 

Milano, 20 febbraro 1771. 

Vengo ora dalla Amministrazione, stanco al solito. Ricevo 
la tua carissima del 1 6. Anche noi abbiamo terminato il car- 

(1) "Stamane era composto il foglio G. Tutt'oggi mi son dato da fare in 
" rivedere bozze, prove e riprove di torchio per poterle accludere tre fogli ; ma 
' eccoci alla partenza del Corriere, e non è finita la carta bianca, per poter 

"cominciare la carta-volta; dunque non posso mandarle che il foglio E. F 

"S. A. R. vuol essere il primo ad avere il libro, avendone veduto l'indice, e Io 
"desidera con grande ansietà. Ella si vuol far tributare l'amore de* nostri raar- 
"chesi fiorentini, quando essi sentiranno che si sostiene a spada tratta la libera 
" estrazione delle vettovaglie, giacché da due anni in qua si costumava in Toscana, 
"ma non senza l'esclamazione della plebe e degli ignoranti, che in ogni paese 
"sono i più „. Lett. di G. Aubert, "penultimo giorno di carnevale 1771 „. 



— 141 — 

nevale magnificamente. La splendidezza della festa di ballo è 
giunta a segno, che era illuminato tutto il corso di Porta Ro- 
mana a fanali. Mi ha risvegliate le idee delle città della Ger- 
mania, di Francia e d'Inghilterra ; e, veramente, non fa onore 
all'Italia l'essere tanto meschini da voler star la notte f ralle 
tenebre. Credo che anche Pietroburgo sia illuminato ; non re- 
stano in Europa che la Spagna, il Portogallo e noi (0. 

Ritornando alla festa di ballo, è stata veramente magnifica, 
e servita deliziosamente. L'unico male si era che il luogo, a 
proporzione, era angusto. Io vi son stato fino alle ott ore. La 
mia Maddalena, e per inclinazione e per attenzione per me, non 
ha voluto di più ; ma si è ballato furiosamente. 

Il dottore Stampa è in prigione dal capitano di Giustizia. 
Candiani è in arresto ; credo che questa faccenda si terminerà 
fra pochi giorni ; e così va bene e non avremo d' altro li 
suoi fogli. 

Io sono contentissimo di Aubert. Credo che la quarta set 
timana di quaresima, avrò il compimento dell' opera. Se il 
giudizio sovrano mi è favorevole, anderà bene per il povero 
autore. L'edizione è assai bella. 

Io t'ho promesso dei libri e non ti ho sinora mantenuta 
la parola. Quanto prima sarò galantuomo. Di salute sto pas- 
sabilmente, n, 

Pietro. 

LXXXII (377). 
Jl Pietro. 

Roma, 16 febbraro 1771. 

Finalmente sono finite le dissipazioni. Abbiamo avute tre 
feste da ballo e nell'ultimo la Marchesa si è vestita da dama 

(1) Com'è noto l'illuminazione notturna in Milano non fu introdotta che 
nel 1 786, per volere di Giuseppe II, il quale per far fronte alla spesa " assegnò 
"in parte un fondo sull'erario camerale,,. Ved. P. VERRI, Memoria cronologica 
dei cambiarli, pubblici dello Slato di Milano, 1750-1791, in CASATI, Lelt. e 
scritti ined., v, IV, p, 373, n. 80. Cfr. CUSANI, Storia di Mil, v. IV, p. 106. 
Ma fin dal 1772 l'Imperatrice, intimorita dalle relazioni, che il figlio le aveva 
fatte, spronava Ferdinando a provvedere ad illuminare la città : ved. Briefe der 
Kais. Maria Ther., v. I. 



— 142 — 

A'ecchia, secondo il costume d'un secolo fa, veramente assai 
bene. 

Ho veduto il marchese Bossi, ma non sono stato ancora 
a ritrovarlo. Domani vi vado. Egli ha detto di me, dalla 
duchessa di Bracciano ('), che aveva molto credito in Milano, 
perchè preferiva lo studio ai pubblici impieghi. Non so come 
non abbi avute mie lettere l'ultimo ordinario ; io ti ho scritto 
al solito. La Marchesa sta bene. 

Tu ti annoi potentemente e ti compatisco assai. Andare 
al coro ogni giorno e sentirvi cantar male, dev'esser noiosis- 
sima cosa ; ma dovrebbe presto finire questo grande fermento. 

Non ho nuove da Malta da un pezzo. Non ho neppure 
ancora la risposta da Aubert sull'accrescimento del prezzo 
dell' associazione. Veramente, sono malcontento di questo 
tratto. Scrivo due righe a Frisi e ti abbraccio. Addio. MA 
salutano MP. 

Alessandro. 



LXXXIII (378). 

/l "Pietro. 

Roma, 16 febbraro 1771. 

Tu seguiti a farmi scrivere dal Ghelfi, a tempo rubato, e 
fino mi detti a pranzo. Ti sono tanto obbligato, perchè non 
mi lasci senza tue care nuove ; ma, quando non hai tempo, 
fa scrivere dal Ghelfi la sostanza de' tuoi sentimenti, senza 
interrompere il pranzo, che pure è cosa seria assai. Mi piace 
che il marchese di Condorcet si ricordi di me e accetto con 
autto il piacere l'abbraccio spirituale di Frisi, in di lui nome. 
Saluta Frisi anche una volta da mia parte. Ti sono obbligato delle 
tnotlziedella Visitazione. Sono scarse, ma capisco che è diffìcile 
aver di meglio. Intanto, tu ora hai altro da pensare che si- 
mili brighe. Ho veduto il marchese Bossi ed ora appunto 
viene presentato alla mia Margherita. E un buon galantuomo, 

fi) D. Vittoria Erba OJescaichi nata Corsini: ved. Cari., v. II, p. 77, 
78, 100 e 191. 



— 143 — 

come lo sono tutti di quella casa. Aubert mi risponde varie 
cose. Dice che l'accrescimento del prezzo non riguarda quelli, 
che hanno ricevuto il primo tomo e questo lo sapevo ; ma, 
intanto, tutti dovranno pagare più caro il secondo ; aggiunge 
che nel primo manifesto è stato detto che facilmente, in se- 
guito, si sarebbe dovuto crescere il prezzo per sostenere le 
grandiose spese. Io l'ho perduto e bisognerà che Io rilegga ('). 
Non mi dice nulla della tua stampa ; ma è opera breve e 
che dovrebbe spicciarsi in un mese al più. Le condizioni, poi, 
che gli hai fatte, sono tanto comode per lui, che ti deve ser- 
vire con premura. 

Addio, caro amico intimo del mio cuore ; ti abbraccio 
caramente coll'anima. La mia Margherita è toccatissima dalla 
sensazione, che ha fatta la sua lettera nelle vostre buone anime. 

Vi saluta di cuore. Addio. 

Alessandro. 



LXXXIV (382). 

Jll Fratello. 

Milano. 23 febbraro 1771. 

Anch' oggi pranzo col mio Sandrino spiritualmente. Noi 
avremo i nostri santi pranzi, come i Riformati le loro sante 
cene. In quest'ordinario ti indirizzo, franca per la posta, la 
cassettina con tre volumi di Voltaire, Observations sur l'Ency- 
clopédie e un altro tomo staccato: Les choses curieuses et utiles, 
che ti mando unicamente in favore della tragedia La Sophc- 
Tìysbe. Nella medesima cassettina troverai un esemplare dello 
Stile e una tragedia, alquanto sciocca, stampata da noi, in al- 
legoria del fatto di Portogallo. Questi due ultimi libri li 
manda Carlo, che ti saluta caramente, al Cavaliere a Malta. 
Ti prego adunque d'inoltrarli alla prima occasione. 

Il dottore Stampa è prigione; si crede che il maresciallo (2), 

(1) Ved. Cart.. v. II. p. 210. 

(2) Il conte G. B. Serbelloni, maresciallo comandante dell'Armi in tutta la 
Lombardia Austriica. 



— 144 — 

sdegnato dell'impudenza, pretenda che sia bandito. Il Duca, 
che rideva de' suoi fogli, lo vorrebbe proteggere ; il mare- 
sciallo, per tener la cosa in riga, fa continuare in arresto l'uf- 
ficiale. E bensì vero che questo arresto gli lascia la libertà 
di tutto il Castello e che si dice che la sera, con giudizio, 
nissuno gì' impedisca d' andar a trovare chi vuole, ma cauta- 
mente. L'affare sembra inoltrato a Vienna. 

Ricevo la tua carissima del 16. Ti ringrazio della tua 
somma discrezione, pronta a contentarsi anche delle mie nuove 
scritte per commissione ; ma io ho troppo piacere a discor- 
rerla con te, per volerne dar la cura ad altri, riserbando ciò 
alla fìsica per l'impossibilità. 

Le nuove del monastero della Visitazione le avrei cercate 
in dettaglio, se avessi trovati verificati i due cardini, accen- 
nati da te : ricchezza e concordia ; ma, vedendo che la prima 
manca, ho creduto che non sia più negozio da pensarvi per 
la parente del tuo amico. Sai, altronde, quanto mistero di 
stato sappian far le monache dei loro minimi oggetti. E per- 
sino diffìcile saperne il numero. 

Spero che, trattando Bossi, ti piacerà. Io gli voglio bene 
di cuore : salutamelo mille volte. Egli è mio creditore di un 
paio di cornetti ; ma questo non toglie l'amicizia. Se tornerò 
un'altra volta a questo mondo, me ne ricorderò per saldar la 
partita. 

Io non posso andar in collera con Aubert. Tu ti sei sdi- 
gustato una volta ; Beccaria e Frisi, in seguito. Siamo alla 
pagina centoventotto ; m* aspetto per la Domenica di Passione 
che tutto sarà ultimato. Saran circa duecentocinquanta pagine. 
Luisino scrive (0 che è un problema se si abolisca il 
Consiglio (2), ovvero si occupino i tre posti vacanti, che sono 
quelli di Damiani, Lottinger e mio 0). Se questo colpo suc- 
cede, povera Poesia ! Se no, saranno successori Rogendorf, 
Carpani, Beccaria (4), Forse prima della fine di questo mese 



(1) Luis, scrive in cifra. 

(2) Le parole abolisca il Cons. in cifra. 

(3) Le parole tre-mio in cifra. 

(4) I tre nomi in cifra. 



145 — 



si risolverà ; ma le cose buone e belle non bisogna aspettarle ; 

per cento volte che sono progettate non riescono. 

Cari MA, vogliate sempre bene a 

Pietro, 



LXXXV (319). 
A Pietro. 

Roma. 20 febbraro 1771. 

L'avventura del dottor Stampa è unica nel suo genere. 
Finora sono stati bastonati i gazzettieri, ma che poi dovessero 
anche farne la ricevuta, questa e invenzione affatto nuova. Mi 
e parsa veramente interessante e ci ha fatto ridere tutti quanti, 
giacche si può ridere della bastonatura di simil razza di gente. 
Qui pure successe che due fratelli bastonarono l'autore del 
Gazzettino, così detto, ma lasciarono fuori la bellissima ricevuta. 

Ho parlato in questo momento col segretario d'ambasciata 
di Francia, il quale dice impossibile la nuova di Nantes, 
perchè, essendo quella città di là da Parigi, le ultime lettere 
avrebbero detto qualche cosa. L'esilio poi di Condè lo asse- 
risce assolutamente falso, perchè in questo ordinario l'amba- 
sciatore ha ricevuto molte lettere da vari amici del principe, 
senza cenno alcuno di tale avvenimento. 

Ti accludo una lettera del Cavaliere, che m'è giunta ieri, 
con una anche a me. Egli mi dice che non ha ancora rice- 
vuta la cambiale del semestre ; aggiunge che, se non avesse 
del credito, sarebbe stato in imbroglio ed angustia: io lo com- 
patisco assai, ma, dalla mia parte, gli ho spedito subito tanto 
il suo semestre, quanto una lettera dello zio con dentro, a 
quanto diceva, cinquanta scudi romani. Ma il mare è stato 
burrascoso quest'inverno, fuori del solito; ed io avrei voluto 
che trovasse qualche altro canale, perchè, senza mia negli- 
genza, e da Milano e da Malta mi rimproverano or che 
mancano le lettere, ora che ritardano ; e non vedo l'ora che 
ritorni, per esser fuori di questa faccenda. Io, appena ricevo 
lettere, le spedisco ; appena mi vengono cambiali, le consegno 
al segretario dell'Ordine, che me ne fa la ricevuta, quale con- 
io 



servo fino a che Giovanni mi accusi l'arrivo del suo danaro. 
Ma bisognerebbe che nostro padre anticipasse nello spedirlo, 
perchè ad arrivare fino là vi vuole almeno un mese. 

La mia buona Margherita vi saluta di cuore e prega la 
contessa Maddalena a servirsi di lei in ogni occasione, che 
lo farà coll'anima. Addio, dolce amico del mio cuore ; ti ab- 
braccio. MA salutano i buoni eterni amici MP. 

Alessandro. 



LXXXVI (383). 
Al Fratello. 

Milano, 27 febbraro 1771. 

Le nuove che abbiamo da Vienna sembra che c'intimino 
una vicina guerra e che la casa d'Austria sia per opporsi 
agli ulteriori progressi della Moscovia. Il re di Prussia, in 
questo caso, non resterebbe neutrale e si manifesterebbe una 
lega formidabile del Nord contro il Mezzodì. Se questo è, 
a cosa si riducono le belle speculazioni sulle Finanze e sulla 
Economia ? Il genere umano è ben ridicolo ! Ma sono tanto 
atroci le pazzie, che non si può riderne. Speriamo tuttavia 
che questa nebbia si dissipi. 

Sull'affare, per cui ti scrissi in numeri, non ne ho alcun 
riscontro ulteriore e mi pare tanto buona cosa, che scommet- 
terei non se ne farà nulla. Si dice per cosa sicura che S. E. 
questa primavera anderà a Vienna per concertare la venuta 
del R. Arciduca. 

Io ti scrivo dal tavolo della Amministrazione, Non so se ti 
abbia detto che io sono uno degli individui componenti la 
Giunta governativa di Finanze, dove a pluralità di voti si de- 
cide. Questa si tiene a Corte ogni venerdì, avanti il Duca, 
che è quasi totalmente cieco. 



— 147 — 

Sono ammalati gravemente il questor Castiglione (1) e il conte 
Belloni. Il primo, se manca, resterebbero quattro piazze vacanti 
fra il Consiglio e il Magistrato. 

Stampa è sempre al suo posto dal Capitano di Giustizia. 
Egli, veramente, scriveva con somma indiscrezione e impudenza. 
Cari MA, vogliate bene a 

Pietro. 



LXXXVII (380). 
A Pietro. 

Roma, 22 febbraro 1771. 

Se sei colla stampa al foglio F, sono già sei fogli e mi 
pare che Aubert vada avanti bene. Ho piacere che il Gran- 
duca desideri di leggerti, egli incomincerà a dare il tuono a 
Firenze ; di là si spanderà l'oscillazione. Benché la sostanza e 
la chiarezza dell'opera in se stessa io credo che farà colpo, 
perchè non v' è niente di scritto così in tal genere, pure è 
circostanza favorevole l'avere il suffragio di un sovrano. Se 
avessi viaggiato più lungamente ed avessi avuto campo di 
raccogliere molti fatti interessanti ne' vari governi, rapporto 
alla economia politica, vorrei commentarti. Ma sono sprov- 
visto affatto. 

Io ti voglio parlare un momento de' miei studi. Sono cin- 
que mesi che sto sulla Iliade, della quale ho passati i due 
terzi. Studio almeno cinque ore ; eppure, vado tanto adagio, 
perchè faccio delle annotazioni di lingua, di costruzione, di 
favola e qualche osservazione. I dialetti, le parole di senso 
difficile, il vedere i commenti antichi, il non contentarmi mai, 
mi fanno andare per vittura, ma posso lusingarmi d'intendere, 

(I) Il marchese D. Gerolamo Castigiioni, figlio di D. Carlo e di Elena dei 
marchesi Orsini di Roma, GCC. nel 1730, Vicario di Provvisione nel 1738, 
poi Questore e quindi Presidente del Magistrato Ordinario. Era marito d'Isabella 
Stampa, vedova del marchese A. Sai vago, di Genova, dalla quale ebbe un figlio 
Giuseppe. Ved. LlTTA, Faw. celebri d'Italia, Castighoni di Milano, tav. Ili, 



— 148 — 

quanto 1' hanno inteso gli altri, questo buon cieco. Vado 
nuotando nelle sue lunghe parlate ; dormo talvolta, russando, 
a quelle di Nestore, benché lo chiami n soave parlante « ; 
languisco alle molte ripetizioni ; ma le descrizioni delle bat- 
taglie, la forza selvaggia delle passioni eroiche, la stranezza 
de' costumi e della sua teologia, la naturale energia del suo 
stile mi fanno un gran piacere. Sai che è lunghissimo ; sono 
dodici libri di ben seicento versi l'uno per adequato, cioè in 
tutto versi settemiladuecento almeno. Il vedere i migliori di- 
zionari sui dettagli degli abiti, delle parti del corpo, delle 
navi, delle case e simili porta tempo, giacche in questo lavoro 
ne voglio escire con mia soddisfazione; non per altro che 
per non lasciarmene imporre da qualunque pedante grecista. 
E questo basta per il vecchio poeta. 

Scrivimi pure per mani altrui, che mi basta aver tue 
nuove. Addio, caro amico del mio cuore. Ti abbraccio col- 
l'anima. Addio. MP sono salutati caramente da MA. 

Alessandro. 



LXXXVIII (384). 
Jìl Fratello. 

Milano, 2 maizo 1771. 

Ieri è uscito di prigione il dottor Stampa e 1' arrestato Can- 
diani. Vedremo se il pubblico sarà regalato di altri foglietti. 
Dopo l'abituazione di più anni è diffìcile che se ne astenga; 
anzi, in prigione cercò di scrivere e impiegò la carta a fare 
un foglietto, in cui diceva che il paese è infestato da ladri 
e malviventi, perchè i giudici, invece di occuparsi dei delitti, 
fabbricano i processi sulle cose più frivole e puerili. Vedi se 
è vero il bel detto del mio intimo amico : n L' uomo non si 
n muta n. 

Tutte le apparenze sono che in primavera la Padrona 
entrerà in lizza per opporsi ai progressi de' Russi. La situa- 
zione è scabrosa : starsene inerte spettatrice della conquista 



— 149 — 

probabile di Costantinopoli e di tutte le possessioni europee 
del Turco, egli è lo stesso che lasciarsi circondare da un 
formidabile vicino, che ci potrebbe dar la legge. Dall' altra 
parte, il re di Prussia al momento si unisce colla Russia ; e, 
forse, s'egli minaccia la Moravia e la Boemia, può tenere da 
lui solo in sentinella le nostre forze ; onde non ce ne reste- 
rebbero per soccorrere il Turco. Poveri scrittori, poveri mini- 
stri di economia pubblica! La pace è uno stato straniero al 
genere umano e si vede unicamente di tempo in tempo com- 
parire, perchè fanno bisogno degl' intervalli di riposo per ac- 
quistar le forze per distruggerci. 

Aubert scrive che nella settimana ventura avrà terminato 
il lavoro e che me ne spedirà sessanta esemplari per Genova ('). 
Mi ha trasmesso un biglietto che Odazzi gli scrive da Napoli 
per averne un esemplare e gli chiede e sospetta che ne sia 
l'autore. Il titolo, veramente simile all'altroC^), farà la spia. Il 
Granduca va in questa settimana a Livorno e vedrà quella 
stamperia, che lavora a questo libro. Vedremo. Il Cielo mi 
dia fortuna ; e se in questo la trovo, sono compensato e non 
m'importa più d'essere considerato da que' quattro gatti, che 
s'immischiano della politica longobarda. Il Cielo me la mandi 
buona. 

Ti sono obbligato per la confidenza, che mi fai de' tuoi 
studi. Sei un gran magazziniere e gran roba possiedi e credo 
che sei l'unico, che unisca tanti fatti e tanto criterio e spirito 
di filosofìa. Invidio la tua sorte : vivi in pace e passi le ore 
del giorno ben felici fra uno studio libero e una dolce amica ; 
vivi bene, accresci ogni giorno il tuo essere, ti fiancheggi 
sempre più e ti compia una virilità onorata. 

Il CavaUere nostro fratello pensa di fare la quarta caro- 
vana, non più sulle galere, ma su un bastimento della Reli- 

(1) Le lettere del marzo mancano quasi totalmente nella corrispondenza 
dell' Aubert con Pietro, quale si è conservata nell'archivio Verri-Sormani. 

(2) Allude alle Meditazioni sulla Felicità, da lui pubblicate a Livorno 
(colla falsa data di Londra) nel 1 763, nella tipografia, che l'ab, Colellini aveva 
queir iitess' anno rilevata dal Fantechi. Di ciò nulla sa G. CHIAPPINI, L'arte 
della stampa in Livorno. Note ed appunti storici, Livorno, 1904, n. XII 
p. 61. sgg. 



— 150 - 

gione ; così è più comodo e conosce la marina più in grande. 
Vi bisogna perciò una dispensa del suo Gran Mastro e la 
spera. Ciò riuscendo, egli nel mese venturo parte da Malta 
e se ne va a Marsiglia, dove poi abbandona il sacro legno e 
la divota pirateria. Egli voleva da Marsiglia poi passare a 
Genova, Livorno, Roma. A me pare una scappata retrograda 
e puerile. Meglio vedere Montpellier e le cose di Francia ; 
poi, per Genova, ritornarsene : non so qual partito sia per 
prendere. 

Ti ho scritto dal tavolo dell'Amministrazione. La mia Mad- 
dalena vuole scrivere di nuovo alla tua incomparabile Mar- 
gherita ; mi dice che i sentimenti del cuore le fanno deside- 
rare di scriverle, senza formole di cerimonie e con vera ami- 
cizia ; ma che non osa farlo, se non è sicura eh' ella perciò 
non dubiti del vero rispetto, che sente per lei. Io te lo scrivo 
e, previamente, l'ho assicurata che la sua delicatezza non ha 
fondamento. Cari MA, vogliate sempre bene ai vostri eterni 
amici MP. 

Pietro. 



LXXXIX (381). 
J "Pietro. 

Roma, 27 fcbbraro 1771. 

Mi dici che stai passabilmente di salute e questo m' in- 
quieta. Tu non vuoi fare esercizio, non vuoi trottare, passeg- 
giare ecc. e sempre al tavolino. Questo non è la maniera di 
trattare le ostruzioni. 

Io pure credo che per quaresima la tua opera sarà com- 
pita. Bella stampa ; la carta potrebbe esser meglio. Sono molto 
contento della (enciclopedia; a proposito di che ti denunzio 
che essa è stata introdotta in Roma, con licenza del Papa, e 
si spaccia pubblicamente ai signori associati. Che ti paiono 
queste bagatelle ? Il Granduca è impegnato ; essendo dedicata 
a lui, r ha protetta con ardore. Io ho inteso male, non so 
come, l'ultimo avviso degli editori, che avrai veduto ; risguarda 



— 151 — 

i futuri associati e non i passati ; cosicché scrivo ad Aubert 
perchè scusi l'equivoco. 

Non capisco come il gazzettiere sia in prigione, oltre le 
bastonate. Pare che basti. Si torna a discorrere dei Gesuiti e 
assai. Si dice che sono veramente alla fine ; ma è un pezzo 
che lo sento a dire in Roma. Noi abbiamo fatto ancora tre 
feste di ballo. Primamente bisogna parlarne un mese di se- 
seguito ; trattare lungamente col governo ; poi ritrovare una 
casa dove ballare e mobigliarla. Quest'anno se ne scelse una 
così vecchia, che si è dovuto puntellarla da per tutto, giacche 
qui si balla al primo appartamento e non mai a pian terreno. 
Poi vi è la sala nobile, dove v'è solo il sangue puro. Vedo 
Bossi dalla mia Margherita : è un galantuomo ed ha molto 
buon senso. Lo troviamo dei buoni. 

Addio, caro amico del mio cuore : ti abbraccio. 



XC. (385). 
Al Fratello. 



Alessandro. 



Milano, 6 marzo 1771. 



Poco t'importerà di sapere che il questore Castiglioni se 
n'è andato (U. Ora vi sono due questori e tre consiglieri da 
creare. Il Magistrato si riduce a tre, compreso il presidente, 
perchè Pertusati e Archinti sono inabili per la loro età e 
ben di rado vanno al tribunale. 

Avrei ben piacere che mi dicessi il tuo parere intorno 
Omero, cioè se lo credi un poema, opera d* una mente sola 
ovvero un accozzamento di canti di diversi autori sconnessi. 
Quelle ridicole pitture, che ci fanno della principessa Nausica(2), 
che aveva dei cani d'argento immortali e che lavava la bian- 
cheria, ecc., sono esse in Omero ? Lo credi tu poeta epico 
veramente e paragonabile al Tasso o a Virgilio? Parla, mio 
caro grecista, che a te crederò. 

(1) Il marchese D. Gerolamo, Questore, era morto, secondo il Litta 1*8 
marzo 1771. Evidentemente vi è errore, perchè questa è del 6 e già lo dice 
passato fra i più. 

(2) Nausicaa, figlia di Alcinoo, re dei Feaci, che accolse Ulisse dopo il 
suo naufragio. 



— 152 — 

Fra pochi giorni pianterò i gerani, che mi hai regalati e 
sono curioso di vederne la vegetazione. La mia stanza non 
ha altri addobbi che le stampe, che mi hai regalate e mi sono 
più' care che se fossero dei Raffaelli : il mio piccolo giardino 
è regalo tuo, ma non ho bisogno della tua roba per ricordarmi 
di te. 

Salutami Bossi ; Io conoscerai sempre un galantuomo e 
assai più colto, che non sogliono i nostri paesani. Mi dicono 
ch'ei viaggia per una avventura da romanzo ; non so se sia 
vera, ma te la confido in secreto. Egli era innamorato d'una 
figlia povera ; col pretesto di ritirarla da ogni pericolo, egli 
fece giuocare un confessore, che indusse la marchesa di lui 
madre a prenderla in casa per cameriera, non sapendo che 
fosse nemmeno conosciuta dal figlio. Bossi passò vari mesi, 
cautamente e comodamente, colla sua amante. Questa, sebbene 
vivesse con tutti i comodi, secretamente innamoratasi d' un 
briccone, tradì tutti di casa, rubò e se ne fuggì col suo nuovo 
amante. Non si seppe nulla, nemmeno dell'intrigo con Bossi. 
Dopo qualche tempo, seppe Bossi che la cameriera era nello 
stato di assoluta miseria, abbandonata e rubata dal suo bric- 
cone e che stava in uno spedale della Romagna. Questo lo 
determinò a soccorrerla e a pretestare di veder l'Italia, al che 
si prestarono i suoi parenti. Si dice ch'ella era morta, appunto 
pochi giorni prima che Bossi giungesse per trovarla. Se la 
cosa è così, è un romanzo ben tristo. Addio : cari amici MA 
vogliate bene a 

Pietro. 

XCI. (382). 

Jl "Pietro. 

Roma, 3 marzo 1771 (I). 

Bossi è stato qui dalla Marchesa fino adesso. E uomo che 
guadagna sempre ad essere conosciuto. Ha buon senso, spi- 
rito, naturalezza ; e un caro galantuomo e la Marchesa gli 
vuol bene. Gli ho fatto raccontare il come era tuo creditore. 

(1) Cosi l'autografo come l'esemplare nel copialettere recano « febbraro » 
per « marzo ». Si tratta d'una pura svista di Alessandro. 



— 153 — 

Ti saluta di cuore. Ti sono obbligato, che m'hai fatto cono- 
scere un veramente buon uomo. 

Per questa volta non trovo all'ufficio della posta i libri, che 
mi annunci nella tua ; forse sarà accaduto qualche accidente 
che ha ritardato. Sarà la ventura. Intanto ti ringrazio. 

Uno di questi giorni si presentò alla carrozza del Papa, 
mentre che andava al passeggio, un uomo, che cercò istanta- 
neamente di potergli dire una parola ; a forza d'istanze final- 
mente gli fu concesso d'avvicinarsi al Papa, a cui disse che 
egli era un tale che gli avrebbe insegnato la maniera di pren- 
dere Napoli con tutta facilità. Il Papa allontanò subito 
questo pazzo con buone parole ed ordinò che fosse arrestato : 
non so poi che altro sia successo. 

Si parla sempre de' Gesuiti ed io mi stupisco che se ne 
parli tanto e ancora. 

Addio, caro amico del mio cuore, ti abbraccio. MA sa- 
lutano caramente MP. 

Alessandro. 



XCII (386). 
Al Fratello. 



Milano, 9 marzo I77I. 



Aspettava da Livorno l'ultimazione promessami da Aubert 
e in quest'ordinario ne sono privo. E, però, un languore mor- 
tale per un povero autore, che s'aspettava un po' di credito; 
un libro dettato in dodici giorni, eccoti già passati i quattro 
mesi che me lo aspetto ; qui in Milano nessuno lo sa, senza 
nemmeno eccettuarne Frisi ; ma, poiché lo sa o lo sospetta 
quello sguaiato Odazzi, io tremo che non lo scriva e che non 
mi mandi a vuoto il disegno di conservare il mio incognito; 
ne sono gabbato questa volta, non ho risorsa, perchè in nes- 
sun' altra parte di cognizioni sono tanto in casa mia come in 
queste ; e però vorrei pure che Aubert mi liberasse. Spero, 
dunque, nel prossimo ordinario. 

E curiosa l'anecdota di quel predicatore di Napoli; sarà un 
buon uomo e suddito fanatico ; mi ha fatto piacere quella 



— 154 — 

novelletta. Dei Gesuiti da noi non se ne parla. Ora si vuole 
che noi saremo in pace con tutto il genere umano. Si pensa 
a scegliere un palazzo per alloggiare l'Arciduca ; e la scelta 
caderà o sulla casa Clerici o sulla casa Lambertenghi H) ovvero 
sulla casa Durini ; e quest'ultima mi pare la più confacente. 

Abbiamo due anecdote de* predicatori. 

Il Fogliazzi (2), che predica in Duomo con udienza straordi- 
naria, impazientatosi per del rumore che accadeva, essendo 
una signora soffocata dal popolo, cominciò a dire questa scioc- 
chezza, ch'egli aveva sempre avuto buona opinione de' signori 
milanesi e che non voleva doverla perdere in quel punto ; 

(1 ) Il palazzo Lambertenghi, vicino a Monforte, era già stato designato come 
eventuale alloggio della principessa Renata Melzi, n. d'Harrach, moglie morga- 
natica di Francesco III, duca di Modena, nella lett. CLXXXIX, p. 414 del 
voi. III. Non si era per altro riusciti ad identificare il detto edificio. Ulteriori ri- 
cerche fatte in argomento ci permettono d'affermare che il p?lazzo dei conti 
Lambertenghi è l'attuale casa Taverna in via Monforte n. 35, che nel 1790, co- 
me appare dalle note autografe di Francesco Bellati apposte al Cod. Trivulziano 
n. 1871 dal titolo: Raccolta di stampe incise da Marc' Antonio del Re verso 
l'anno 1730 rappresentanti diversi palazzi, chiese ed altri edifici di Milano > 
sarebbe divenuto proprietà dei marchesi Isimbardi, che vi si trasferirono dalla loro 
abitazione situata in via del Baggio in parrocchia di S. Marcellino, 11 CALVI, 
Fam. not. mil., Isimbardi, tav. Ili, afferma invece che il marchese Gian Pietro 
Isimbardi nel 1775 acquistò il palazzo di borgo Monforte, di ragione del conte 
Gesualdo Lambertenghi. Il Borrani nel suo Diario milanese, 1771, p. 61-62, 
dice che essendo occupato il palazzo ducale dal duca di Modena, fu destinato 
quale abitazione degli sposi il palazzo del defunto generale marchese Clerici, così 
che la vedova di lui dovette trasferire altrove il suo domicilio e gli abitanti della 
via omonima e di via Bassano Forrone furono costretti a sgombrare per far po- 
sto alla Corte, per la quale venne adibita a particolare cappella la, chiesa del 
Luogo Pio della Misericordia, che era contigua al palazzo Clerici. " Furono im- 
biancate — continua il diarista — le muraglie delle due contrade : fu chiuso e 
trasportato in vicinanza della Croce alla Scala il prestino di pan bianco chiamato 
il prestino dei Bossi. " 

(2) L'abate Fogliazzi, priore di S. Nicolò oltre Trebbia in diocesi di Pia- 
cenza. Così ne parla il Borrani nel suo Diario surricordato, 1771, 2 aprile: 
" Terminarono le quaresimali fatiche i Sagri O.atoii, fra i quali aveva riportato 
universale applauso ed una straordinaria udienza non più veduta molti anni ad- 
dietro nella Metropolitana l'abate Fogliazzi Priore di S. Nicolò oltre Trebbia 
Diocesi Piacentina. Robusta ed efficace comparve la di lui eloquenza, ma unita 
a quell'Apostolica semplicità, che si ammira nelle omelie dei Santi Padri e nelle 
opere dei più insigni oratori. " Pure nelle A^uove di div. Corti, 1771, n. 13, 
i " aprile, p. 104, si parla del singolare successo ottenuto in Milano dal Fogliazzi. 



— 155 -- 

poi, soggiunse che aveva inteso come il diavolo si trasformò 
in figura di serpente e che, attualmente, lo era in figura di 
donna e soggiunse indicando : n Parlo a voi. Signora n. 
Questa bestialità l'ha poi salvato un altro giorno, dicendo che 
ognuno aveva le sue debolezze e che egli ne aveva date le 
prove il tal giorno. 

L'altro predicatore poi, cappuccino, a S. Bartolomeo ne 
ha fatto due belle ; la prima nella predica dell'interesse, così 
concluse dicendo : n Gli uomini s'aiutano per così (e fece 
n cenno colla mano del rubare) e le donne per così (e fece 
n colle mani le corna), e Nostro Signore vi benedica n. 
L'altra bella cosa si è che invitò il popolo per domani alla 
predica del diamante e del diaspro. La predica fu poi che 
chi opera bene trova un Dio amante (ecco il Diamante), chi 
opera male trova un Dio aspro (ecco il Diaspro)! Vedi che 
pantomina, che buffoneria ! Sono troppi i pulpiti e bastereb- 
bero tre o quattro nella città nostra, ma vi vorrebbero uomini 
decenti e colti. Noi italiani siamo veramente scurrili nel modo 
di recitare sul pulpito. 

Addio, dolce amico del mio cuore. Carlo ti saluta. Cari 
MA, vogliate bene a 

Pietro. 



xeni (383). 
A "Pietro. 

Roma, 6 marzo "* 1771. 

Ricevo in quest'ordinario la cassetta con dentro sei libri, 
quattro per me, dei quali ti ringrazio al sommo e due per 
Malta. Trovo due seconde di cambio per Giovanni che man- 
derò subito entrambe a Malta, benché non creda possibile 
che vi giungano prima di aprile, perchè almeno vi vogliono 
venti giorni di viaggio e la posta non parte che da qui a 

( 1 ) Anche qui l'autografo reca ancora « febbraio » per « marzo » ; ma 
l'errore è stato corretto nel copia lettere. Alessandro aveva poi scritto « 3 » che 
corresse in « 6 ». 



— 156 — 

sette giorni, a meno che vi sia qualche straordinaria occasione, 
che non mancherò dì ricercare colla maggior premura. 

Ho data una rapida occhiata alle « Questioni enciclope- 
diche » e mi pare molta ripetizione. In un luogo poi si burla 
di Omero con gravissimo mio scandalo e voglij confrontare 
il passo. Omero è stravagante, superstizioso, manca ai giudi- 
zio e di condotta ; era infine il poeta di una barbara na/ione ; 
ma è pittor della natura. Non so se la ^nriade sarà conosciuta 
due mila anni dopo, come lo è stato Omero e lo sarà sem- 
pre, finche si leggerà. 

Ho sentito anche qui dire qualche cosa di una lega contro 
la Moscovia, ma, puramente, voci aeree. Mi rincrescerebbe 
assai che si verificassero; ogni cosa va a monte, ma spero di 
no. Bossi mi ha detto che la Corte ci domandò due milioni 
di zecchini. Mi pare un colpo forte e non verosimile. Le tue 
giunte seguitano; abbiamo « pazienza ed indolenza ». Poco 
possono durare, perchè, in fine, un sistema si ha da prendere. 

Ti devo pregare di una grazia. Un giovine portoghese di 
mia conoscenza studia l'arabo. Dice che le più belle opere 
in questa lingua sono stampate in Milano ('); perciò mi prega 
di sapergli dire se si trovino, presso codesti librai, libri arabi. 
Se ve ne sono, fammene avere la nota, che sentirò poi quello 
che risolverà. Aggiungi il prezzo, per sua regola. Scusami. 

Seguitiamo a vedere Bossi, che ho piacere che conosca la 
mia buona amica. Spero che sarà contento di lei. E un vero 
galantuomo, ha buon criterio, è cordiale, onesto, amabile e 
gli voglio veramente bene. 

Ti saluta caramente. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. Ma sa- 
lutano gli eterni amici buoni MP. 

PS. Ricevo una lettera di Frisi, che mi fa molto piacere. 
Egli è rimasto contentissimo del presidente ed io di lui, che 
mi ha così ben favorito. Salutamelo. Addio. 

Alessandro. 

(Ij Degno di essere ricordato è il 'Uhesaurus linguae arabicae, Mediola- 
ni, ex Ambros. Collegii Typog'^aphia, MDCXXXll, in quattro grossi tomi in f., 
di Antonio Giggi, uno fra i primi dottori dell'Ambrosiana. Quest' opera aveva 
dejtato la meraviglia degli orientalisti contemporanei dell'autore. 



- 157 — 



XCIV (387). 
Al fratello, 



Milano, 13 marzo 1771. 



Ricevo la cara tua del 6. Aspettava in quest' ordinario 
qualche riscontro da Aubert, ma mi vuol far languire. Che 
maledetta impazienza è quella di autore ! Mi rallegro che ti 
sia giunto il pacchetto dei libri. E vero che vi sono delle 
ripetizioni, ma qualche articolo ti piacerà non ostante e ti 
piacerà la Sofonisba. Ivi i Romani sono odiosi e forse somi- 
gliano a quello che erano ; o, almeno, i popoli, che erano 
con loro in guerra, li dovevano trovar tali. Mi farai un pia- 
cere sensibile scrivendovi il risultato delle tue osservazioni 
sulle critiche di Voltaire ad Omero. 

Abbiamo un ordine, venuto con staffetta premurosa da 
Vienna, di fare sollecitamente marciare in Germania tutte le 
truppe della Lombardia, dove resteranno i soli reggimenti ita- 
liani. Nel tempo stesso le lettere di Vienna ci annunziano la 
pace tra la Moscovia e il Turco e pare che il ministro 
prussiano a Vienna sia festeggiato e parte per Pietroburgo 
il principe Lobkovitz, ministro plenipotenziario austriaco. Come 
conciliare questa contraddizione ? Io quasi credo che sia per 
esservi qualche nuvolo sulla Polonia e che noi col re di 
Prussia vi vorremo dare la legge. Videbimus. 

Non sussiste la novella che mi scrivi che la Corte ci do- 
mandi due milioni di zecchini ; si tratta unicamente d'un dono 
gratuito che lo Stato si dispone di fare all'occasione della 
venuta dell'Arciduca di cento mila zecchini; l'insinuazione è 
venuta da Vienna, ma non in canale per formalità, ne col- 
r intervento del governo; onde avrà tutto l'aspetto d'una spon- 
tanea cordialità. 

Fai bene a predicarmi flemma, perchè ve ne fa bisogno. 
Sono un frate da coro e non vi sono nemmeno le ferie. Mi 
pare strano che in Milano siasi mai stampato in arabo e ne 
dovrei sapere qualche cosa, se ciò fosse. Per formalità ne 



— 158 — 

chiederò più esattamente notizia, ma credo che sarà una mera 
formaUtà. Forse nella Biblioteca Ambrosiana vi sarà qualche 
monoscritto, ma cose stampate da noi non lo credo. 

Salutami caramente quell' onest' uomo di Bossi. A Frisi 
dirò quello che m' imponi. Cari e buoni amici MA amate 

Pietro. 



XCV (384) ('). 
A Pietro. 

Roma, 9 marzo 1771. 

Mi rincresce assai che si confermino le nuove di guerra; 
verrebbe molto fuori di proposito, per noi massimamente. Al- 
cuni, per altro, qui non credono ancora che l' Imperatore si 
opponga a' russi. 

E veramente conforme al mio inconcusso assioma : u l'uomo 
non si muta n, la smania del gazzettiere di far foglietti fino 
in prigione. 

Io non ho ancora potuto spedire a Malta le due seconde 
di cambio, perchè la posta non parte fino all'undici prossimo. 
Quello che mi par curioso è che mi manda le seconde, qua- 
sicchè servissero qualche cosa per riscuotere, e, nello stesso 
tempo che mi fa tanta premura e dubita che arrivino a Malta 
a tempo, mi manda dei libri da trasmettere là. 

Ormai siamo autori economici. Bravo; ne ho gusto assai. 
Spero che Aubert mi manderà subito una copia. La stampa 
è veramente bella, la carta pure. DeW Enciclopedia ne sono 
contentissimo : vale uno scudo meno di quella di Lucca ed 
è, senza paragone, più bella. Io non aveva ben inteso l'avviso 
degli editori ; sono contento per me e per i miei compagni, 
che non si sia fatta la solita infedeltà delle associazioni. 

Qui nuove politiche non ne abbiamo nessuna ; e questa 
stessa è una nuova singolarissima, essendo raro un paese dove 

(1) 11 numero manca nell'autografo e nel copialettere. 



— 159 — 

non si sappia nulla affatto degli affari di Corte a segno di 
non potere nemmeno sfogarsi in congetture. I novellisti dima- 
grano, gli abati intisichiscono, i mormoratori inquieti sono pal- 
lidi ; tutti si parlano all'orecchio, sorridono, si danno aria di 
mistero e non sanno nulla. Dei Gesuiti se ne dice al solito 
la fine, che ormai abbiamo detta mille volte. E stata fatta 
una satira de' consiglieri del Parlamento di Parigi, che sono 
condotti alle loro relegazioni da vetturini gesuiti. 

La mia cara Marchesa è sensibilissima al desiderio della 
tua amabile Maddalena e la rimprovera d' essersi ritenuta 
dalla più cordiale famigliarità. Le farà sempre un vero pia- 
cere ogni qual volta le scriverà o si servirà di lei in qualche 
cosa. La lingua del cuore dev' essere quella di così care 
émime. Ti prego di salutarla in suo nome e in mio. 

Addio, mio dolce amico eterno; ti abbraccio con tutto il 
cuore. MA salutano i buoni eterni amici MP. 

Alessandro. 



XCVI (388). 

Jl Fratello. 

Milano, 16 marzo I77I. 

Ti scrivo sempre dal seccantissimo tavolone della R. Am- 
ministrazione. Se il male del Consiglio era un buono narcotico, 
il male presente si è un cantaridi-caustico-bestiale. Io sono di 
gelo e resteresti stupito della mia flemma ; ma flemma, però, 
che non si lascia sopraffare e che dice tranquillamente la ve- 
rità, Aubert mi manda due altri fogli e mi promette il ter- 
mine per il sabbato venturo. 

Ricevo la cara tua del 9. Le nuove nostre, che vengono 
da Vienna, sono di pace ; ma i reggimenti marciano, onde 
non se ne può dare un giudizio. 

Tutta la condotta relativa a Malta ha una logica separata ; 
non bisogna farsene maraviglia ; prendiamo gli uomini per 
quello che sono. 



- 160 — 

Siamo senza novità : è un anno che stiamo aspettando cose 
grandi e sempre nell' universo vi è la minima azione. Dirò 
alla mia Maddalena quanto scrivono quelle amabili e care 
creature di Roma per lei e per me. I vostri sentimenti sono 
ben corrisposti. Ti abbraccio, amico eterno. Cari MA siate 
sempre i buoni amici di 

Pietro. 



XCVÌI (385). 

Jl Pietro. 

Roma, 13 marzo 1771. 

Ricevo una tua cambiale per me di scudi cinquantadue e 
cinquantuno e te ne ringrazio col cuore ; ma finisci tante spe- 
dizioni, perchè me ne hai spedita una anche il mese passato 
e tu hai delle spese. Mio caro benefattore, ti abbraccio. 

Tu mi fai delle questioni su di Omero e te ne sono ob- 
bligato, perchè questo è il mio studio del giorno. Quanto al 
crederlo io opera di una sola mano, lo credo tale ; e, ricor- 
dandomi appunto delle obbiezioni di Giambattista Vico ('), vi 
ho fatta speciale attenzione. Primieramente, ne' primi tempi, 
questo poema non aveva divisioni di canti e fu ne' tempi po- 
steriori che venne diviso in ventiquattro canti tanto Y Iliade che 

(1) Il Wolf ne' suoi Prolegomena ad Howerum (1795) sostenae con nuovi 
e validi argomenti l'opinione emessa, già da altri prima di lui, che al tempo di 
Omero l'uso della acrittura non fosse ancora introdotto in Grecia. La questione 
omerica, agitata per tutto il secolo XIX, continua ancora ardente ed insoluta. 
Contro la tradizione antica intorno ad Omero si era levato inascoltato il Vico, 
che affermava : " Certamente, se, come dalla guerra troiana, così di Omero non 
fossero certi grandi vestigi rimasti, quanti sono i di lui poemi, a tante difficoltà 
si direbbe che Omero fof» ; stato un poeta d' idea, il quale non fu particolar 
uomo in natura. Ma tale e teuite dif&coltà insieme i poemi da lui pervenutici 
sembrano farci cotal forza d'affermarlo per la metà; che quest'Omero sia stato 
un'idea, ovvero un carattere eroico di uomini greci, in quanto essi narravano 
cantando le loro glorie". Cfr. Principi di Scienza nuova, Milano, 1853, P. Ili, 
p. 469. 



- 161 — 

VOdissea. Difatti, almeno nell' Iliade, che sola esamino, il filo 
della narrazione è talmente legato, che mai vi trovo un salto, 
mai la menoma lacuna ; la fine di un canto lega sempre per- 
fettamente col principio del seguente. Lo stile, poi, è sempre 
lo stesso a segno, che v' è una gran quantità di ripetizioni, 
perchè, quando per esprimere una cosa lo può fare con frasi, 
di cui siasi già servito, sempre le ripete. Gli epiteti sempre 
sono gli stessi, perpetuamente ; sempre Achille è « di pie ve- 
li loce », sempre Ettore « del vario cimiero »; sempre Ulisse 
« de* molti consigli n; sempre Giunone « degli occhi bovini », 
sempre Venere « amante del riso n; sempre Giove « amante 
« del fulmine » ; sempre le navi « rostrate », e « curve d'ambe 
« le parti ». Sempre, quando un eroe casca morto, si dice: 
« cascò con rimbombo e strepitarono le armi su di lui, e la 
« nube della morte gli ricoprì gli occhi » . Sempre, quando un 
eroe si arma, si mette prima le scarpe, poi il giaco, poi il 
manto, poi la spada, lo scudo e l'asta e sempre colle stesse 
frasi. Insomma, il colorito è sempre lo stesso, lo stile e il 
dialetto esattamente è sempre l' ionico, senza che si possa mai 
conoscere differenza alcuna notabile o di stile o di lingua. 
Queste ragioni mi fanno dar torto al Vico ; e per ora ti basti 
questa buona « grecata » , che poi ti darò il resto, sperando di 
fare un estratto di questo poema per uso della mia cara amica, 
che ama di conoscerlo per il rapporto, che ha alle belle arti. 

Vedo Bossi spesso e la Marchesa gusta la sua natu- 
rale ed onestissima società. Ci racconta alcune sue avventure 
e la Marchesa si diverte assai. 

Addio, mio caro amico ; ti abbraccio. MA salutano col 
cuore i buoni eterni amici MP. 

PS. Ho ricevuta nuova nell'ultimo ordinario di Malta, non 
dal Cavaliere, ma per parte del secretario, che il Cavaliere 
ha ricevuta la cambiale dell' ultima spedizione, cioè il seme- 
stre. Dillo a Carlo. 

Alessandro. 



— 162 — 

XCVIII (389). 
Al Fratello. 

Milano, 20 marzo 1771. 

Luigi scrive che io sarò chiamato a Vienna; (') che que- 
sto ufficio si farà da Firmian (2) e parimenti uno uguale ne 
riceverà Cristiani (3). Sarà un affare, che durerà due mesi, che 
si impiegheranno ivi nel sistemare gU affari (4). Mi consigUa 
a dire di sì, che deciderà della mia fortuna (5), ed io, ben- 
ché un po' inquieto d'animo, accetto il consiglio. 

La cara amica m' intendi, caro Sandrino. Felice 

te col tuo Omero e colla tua placida filosofìa! Non ho tem- 
po per scriverti più a lungo. Carlo ti saluta e ti prega di 
girare l'annessa cambiale del Cavaliere, come vedrai che 
faccio io con te ; cioè, scrivi : u E per me all'ordine del 
S.' Cav.'^ Gian Pietro Verri n e sottoscrivi. Forse non ti 
spedirà questa cambiale. Ogni momento v' è mutazione, fuori 
che nel desiderio di essere sempre, cari MA, gli amici 
eterni di 

Pietro. 

XCIX (386). 
Jl Pietro. 

Roma, 16 marzo 1771. 

Sono veramente amene le storielle de' tuoi predicatori ! 
Credo che avranno sospeso quel buffone di capuccino. Io ne 
ho pure sentita una dalla marchesa Sparapani, che udì colle 
sue orecchie, anni sono. La predica era su i buoni costumi, 
e, nel più forte della materia, esclamò Sua Paternità : " Presa 

(1) Le parole Luigi - Vienna in cifra. 

(2) Il nome di Firmian in cifra. 

(3) Il nome di Cristiani in cifra. 

(4) Le parole ivi - affari in cifra. 

(5) Le parole di si - fortuna in cifra. 



— 163 — 

u l'Olanda, addio, Paesi Bassi! n. Un'altra pure è buona, ma^ 
non so i nominativi, ne il tempo. Era il panegirico di S. Fran- 
cesco ; il predicatore aveva già paragonato il suo santo coi 
primi e l'aveva dimostrato superiore a tutti in paradiso. Ar- 
riva finalmente al trono dell'Altissimo, ed ivi, fermando il 
torrente della sua orazione, disse : " E qui mi perdo ; ma, se 
u natura regolasse i natali e desse i regni solo a colui, eh' è 
u di regnar capace, forse Arbace era Serse e Serse Arbace n. 
Ma pure il " Diamante ii e il u Diaspro ii sono una gran 
bella cosa. 

Molti inglesi, che abbiamo, ci forniscono vari spettacoli 
ginnastici; fra gli altri quello del calcio. Si mettono tanti per 
parte ; poi, gettano un pallone e a calci devono farlo passare 
un certo segno. Il giuoco dura delle ore alle volte senza de- 
cidersi. E faticosissimo ; si danno de' calci, si buttano per 
terra; è un colpo di vista curioso quando sono molti. 

Questa sera, noi pure dalla Marchesa abbiamo accademia 
segretissima di buffonerie. Saremo il principe Laute, il gene- 
rale Schuvaloff, Verri, un suo parente, il segretario di Fran- 
cia ed io ; e, se vuoi profittare de' nostri lumi in questa ma- 
teria, ti dirò la serie de' giuochi. Aprirà la giostra una gene- 
rale cuscinata ; cioè, un cuscino sotto il braccio in resta, a 
guisa di lancia, l'uno contro l'altro, saltando su di un sol 
piede. Poi si porrà un bastone sopra due sedie, e, stando se- 
duto su quello, con un altro bastone si dovranno gettare in 
terra quattro cappelli. Poi si porrà una pentola di terra rivolta 
col fondo in su, e, seduti su di essa in equilibrio, infileremo 
un ago, se potremo. Poi su della stessa accenderemo una 
candela ; poi, metteremo qualche piccola moneta sotto questa 
pentola e cogli occhi bendati anderemo a romperla con un 
colpo di bastone. Poi il giuoco, detto dai francesi broche en 
cui, cioè, seduti per terra e rannicchiati faremo passare sopra 
dei gomiti e sotto delle ginocchia un legno, legando quindi 
le mani, nelle quali porremo un altro piccolo legno. In que- 
sta positura, trascinandoci sul campo, ci attaccheremo 1* un 
l'altro per gettarci per terra e ne avviene che, quand' uno è 
rivolto in giù, non si può muovere da se, punto. Poi salte- 
remo, nel che io sono il meglio, per tuo avviso, conci osiacchè 



— 164 — 

salto l'altezza di buone sei dita sopra il mio umbilico. L'eser- 
cizio si fa con un mucchio di cuscini, sopra de' quali si 
sbalza. Tienti da conto questa piccola lezione. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano i buoni eterni amici MP. 

Alessandro. 



C (390). 
Jll Fratello. 



Milano, 23 marzo 1771. 



Dell'affare, di cui ti feci parte nell' ultimo ordinario, non 
ne so di più. Alla mia amica non ne ho detto nulla, per non 
eccitare di sentimenti forse fondati sopra un fatto non verifi- 
cabile. La parentesi non sarebbe di gran durata. A buon 
conto, te ne prevengo, acciocché nelle tue lettere di risposta 
tu sii cauto ovvero mi riscontri su un pezzo di carta separato. 
Questa mancanza di sincerità la credo virtuosa frattanto. 

Ho ricevuto il mio libro, sono veramente contento ; V amor 
paterno è grande ed ora comincia la curiosità del giudizio. 
Per un'anima inquieta e un po' viva, come la mia, bisogna 
però confessarlo, che i piaceri di questa fama sono mortali per 
la lentezza. Appunto, sono compiuti i cinque mesi che io ho 
ultimato il manoscritto, quando lo vedo stampato; e forse lan- 
guirò cinque altri mesi prima d'intendere che sia trovato buono 
o cattivo questo lavoro. 

La vostra " cotteria n è invidiabile ! Perchè non posso io 
venire qualche ora, ogni settimana almeno, in questo sacro asilo 
della virtù, della gioia e della bontà, a mondarmi, a puri- 
carmi dell'aria infestata, che respiro, attorniato da seccatori, 
da piccolissimi cabaloni e da ogni genere di pessime cose ! 
Quel broche en cui mi pare una buffoneria deliziosa; le altre 
le conosco e tanto m'ingegnerei di fare la mia figura con voi 
altri ; ma questa è nuova. Bellissima quella del panegerista di 
S. Francesco. Oh che bestia di frate ! 

Nostro padre, al quale solo, per ogni buona precauzione^ 



— 165 — 

ho dovuto far parte di quella eventualità, vi si presterà di 
buona grazia e senza mia inquietudine. 

Addio, amico eterno del mio cuore. I buoni e cari MA 
sono salutati da 

Pietro. 



CI (387). 



A Pietro. 



Roma, 20 marzo 1771. 



Questo benedetto signor Aubert si fa desiderare assai e 
non mi figuravo che ti mancasse di parola. Ti compatisco, 
povero autore; non v'è smania più grande che questa. Io l'ho 
provata e so che è passione vivissima. Abbi pazienza ancora 
un poco ed escirai alla luce del mondo. 

Trovo sempre gran piacere a leggere Voltaire. Quello 
che dice di Omero è, fra le altre cose, che il Sonno, sulla in- 
stigazione di Giunone, venne ad addormentar Giove e partì 
da Ida e da un altro sito, che non mi ricordo ; ed ivi riflette 
n II est beau de partir de deux villes à la fois n. Ma Omero 
non dice che il Sonno partì da Ida e dall'altro sito, ma dice; 
n Partì lasciando Ida e quell' altro luogo fi : ora chi parte da 
un luogo, lascia quello, e, di mano in mano, gl'intermedi, fin- 
che arriva al suo fine. 

Quest'anno pure non avremo la bolla Coenae, e, per non 
pubblicarla, il Papa ha concesso un giubileo alla città, per- 
chè, secondo i canoni, in tempo di giubileo, non si deve 
pubblicare questa bolla. 

Non mi piace la marcia delle truppe ; è cosa chiara che 
almeno la Corte nostra si mette in difesa. 

Mi farai un piacere a dirmi qualche cosa di questi be- 
nedetti libri arabi, perchè il portoghese mi assicura di averne 
veduti molti co' suoi occhi. 

Qui la nuova della partenza de nostri reggimenti fa par- 
lare assai; e di fatti è cosa chiara che, per nulla, non si fanno 



— 166 — 

marciar le truppe da una lontana provincia dello Stato. In 
Fiandra pure è stato spedito lo stesso ordine. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano coir anima MP. 

Alessandro. 



CU (39Ì). 

Al Fratello. 

Milano, 27 marzo 1771. 

Il signor conte di Firmian ha dato parte a tutti i corpi pub- 
blici e magistrati che nel prossimo autunno viene a Milano 
l'arciduca Ferdinando per celebrarvi le nozze e fare da noi 
stabile residenza. 

E stata fatta insinuazione alla Congregazione dello Stato, 
ma non per via di governo, che si aggradirebbe un regalo in 
questa occasione di cento mila zecchini; e credo che si faràC). 
Malgrado l'avanzo, che la Camera faceva d'un milione delle 
nostre lire ogni anno, si è pure tanto aguzzato l'ingegno, che 
siamo in bisogno di questo dono gratuito ; e ciò senza aver 
fatta una sola opera pubblica e senza niente d'essenziale. 

Rapporto a me , non ho nessuna ulteriore novità ; credo 
che sia effettuata quella istanza, di cui ti ho scritto in numeri ; 
e tutto r apparente me lo conferma. Aspettiamone tranquilla- 
mente la soluzione. 

Vorrei pur saper dell'accoglienza del mio libro. Ma quel 
buon galantuomo di Livorno è veramente crudele co' suoi amici 
su quest'articolo. 

Ti dirò che un nostro giovane Mazzucchelli, stato a tro- 

(1) I marchesi Rosales e Freganeschi, quali deputati dello Stato di Mi- 
lano, avevano avuto l'incarico di presentare all'Arciduca governatore il decretato 
dono di centomila zecchini. Giunsero essi a Vienna nella prima metà di giugno. 
Il Rosales fu nominato ciambellano " solo e fuori di promozione ", e, quando nel 
settembre fece ritorno col collega in patria, fu regalato dall'arciduca Ferdinando, 
unitamente al Freganeschi, d' una preziosa tabacchiera d'oro. Cfr. Diario ordi- 
nario, n. 8285. p. 23 e n. 8301, p. 24. 



— 167 — 

vare monsieur de Voltaire nel tempo, in cui eravi d'Alembert, 
dice che quest' ultimo gli ha parlato molto di te con somma 
stima e che s'accorgeva che era ben diverso^il tuono, col qual 
parlava del tuo compagno; di cui, invece, Voltaire era entu- 
siasta. Quel tuo compagno ora aspetta d'essere fatto Consigliere; 
è discreto, umano, è tornato buon' uomo, come tempo fa. 

Ti scrivo sempre di fretta, è una miseria. Disinganna il 
tuo amico sul conto de' libri arabi. Non ve n'è notizia alcuna 
da noi ; e nemmeno credo che vi siano mai stati i caratteri 
di stampa arabi in Milano. Dev'essere certamente un equivoco. 

Addio. Cari MA vogliate bene a 

Pietro. 



CUI (388). 
A Pietro. 

Roma, 24 marzo 1771. 

Questo benedetto tavolone della Amministrazione è infinito; 
non vedo l'ora che gli affari prendino un sistema stabile, per- 
chè allora il tuo animo sarà più tranquillo. Aubert mi deve 
mandare subito la stampa e tarda, non so perchè. Il partito 
che gli hai fatto è così onesto che avrebbe gran torto di non 
servirti colla maggior attenzione. Il suo negozio va bene : la 
Enciclopedia vuol esser un guadagno considerabile. 

Ho parlato con degli ufficiali russi, che si sono trovati alla 
giornata, in cui fu bruciata la flotta turca. Fu uno spettacolo 
terribile il vedere un vascello dopo 1* altro spaccarsi e minarsi 
ed il mar tinto di sangue e su lui i turbanti sopranotando. I 
turchi perdettero quindicimila uomini : i moscoviti non molti ; 
il loro vascello ammiraglio, per altro, si perdette, perchè s'im- 
pegnò nella battaglia con un bastimento turco, da cui non si 
potè staccare più. Il capitano del vascello rnsso, vedendo che 
non poteva staccarsi dal turco, che ardeva, ordinò 1' acqua a 
S. Barbara. Nell'aprirsi il magazzino della polvere, contem- 
poraneamente l'albero maestro della nave turca cascò attra- 



— 168 — 

verso del legno russo ed una scintilla si vide cadere e su- 
bito saltare in aria tult'e due. Questo vascello conteneva la 
cassa militare ed il fiore della truppa. Questi ufficiali mi hanno 
anche parlato di varie isole dell'Arcipelago, dove sono sbar- 
cati, delle donne, dei costumi e della lingua. Ho trovato che 
i loro balli sono come quelli descritti in Omero, precisamente ; 
e qui mi ricordo che anche il giuoco sui cavalli, che fa quel- 
r inglese, che hai veduto, è descritto chiaramente così appunto 
in Omero. Della lingua poi me ne hanno dette alcune parole, 
che hanno imparato; e sono come l'antica; il che già so, per- 
chè il mio maestro è nazionale. Io ho presa la pronunc.a dei 
greci attuali, contro l' opinione di tutti i letterati, i quali so- 
stengono che i greci hanno corrotta la vera pronuncia ; il che 
sostengono con ragioni, che non mi persuadono nulla e mi 
pare ridicolo il vedere gì' inglesi, i tedeschi ed i francesi in* 
segnare la pronuncia ai greci dell'Arcipelago, che l'hanno ri- 
cevuta per tradizione dai loro padri. Certo essi pure l'hanno 
mutata assai, com' è naturale, dopo tanti anni, ma la più pro- 
babile e sempre la loro. Di più se io parlerò in Oriente con 
i greci, sarò inteso ed i letterati colle loro belle dispute non 
lo saranno nulla. Se io vado a sentire la messa greca, la in- 
tendo, e, almeno, ho il vantaggio di poter intendere quel dia- 
letto, che ci rimane dell' antica lingua ; cosicché in qualche 
settimana potei parlare il greco volgare. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio coll'anima. 
Ho veduto qui ottimamente il fratello del signor Luigi Baum- 
gartner, mio corrispondente di Londra ; e gli ho detto che tro- 
verà saldato il mio debito dal signor Chinetti. Gli ho date va- 
rie commissioni per me, per la Marchesa e per gli altri. Per 
me un servizio da tavola per sei persone di terra detta n della 
Regina ii, che è una maiolica forte e fine ; la spesa non passa 
sei zecchini : Ho comperato da lui della bellissime forbici e 
n cabarets u di ferro inverniciato, ecc. 

Ti abbraccio. MA salutano MP. 

Alessandro. 



169 — 



CIV (392). 
Jl Fratello. 



Milano, 30 marzo i771. 



La lettera di Kaunitz a Firmian (') deve essere venuta da 
otto giorni ; non se ne parla (2). Da ciò ne viene, in conse- 
guenza, che Firmian s'oppone. Se Kaunitz (3) che agisce col 
suo nome, cede i^), come è lo stile, mi si accresce l'odiosi- 
tà che mai sono tristo. Cristiani è nel medesimo caso pre- 
cisamente. Mi pare che abbia veramente dei sentimenti (5). 

Mi e carissima la descrizione, che mi fai della battaglia 
russa. 

Ti dirò che ho avuta notizia che siasi stampato un libro 
in Milano : 'thesaurus linguae Arahicae (6); ne avrò più esatta 
relazione e ti saprò dire se ne trovo e il prezzo. 

Torna per la seconda volta la primavera. Nella settimana 
passata abbiamo avuto nn palmo di neve e fortissimo ghiac- 
cio la notte. 

Io ho confidato a Frisi il libro della economia politica, del 
quale nessuno ha nemmeno dubbio o sentore. Egli ha accolta 
la confidenza con somma amicizia e lo legge con attenzione 
e me ne dice tutto il bene; lo trova dedotto, seguito d'uno 
stile buono, e, insomma, me ne dice che è incantato ; non 1 ho 
mai sentito tanto deciso in favore di altro libro e gli sono 
veramente obbligato. Aubert scrive che nel ballotto del se- 
condo tomo dell' (^nc/c/opeJ/a, che si spedisce, vi è un esem- 
plare di questo. Desidero che sia presto nelle tue mani. Vorrei 
che il pubblioo avesse pronunziato prima che giudichino i mila- 
nesi, nemici giurati di ogni cittadino, che s'alzi sul loro livello. 

(1) Le parole a Firmian in cifre. 

(2) Le parole otto-paria in cifra. 

(3) Le parole Firmian- Kaunitz in cifra. 

(4) Le parole nome-cede in cifra. 

(5) Le parole l'odios-Cristiani in cifra ad eccezione di che mai. 

(6) Cfr. lett. xeni di questo voi., p. 156, n. 1. 



— 170 — 

La soldatesca si porrà in marcia per la Germania fra quat- 
tro o cinque giorni, ma la poca cavalleria, che abbiamo, non 
parte così subito, perchè nel Tirolo non vi sono foraggi da 
darci. L'affare del Candiani, che bastonò Stampa, è finito ; 
e Stampa ora sta ritirato in casa sua, non so se per malattia 
o per vergogna. 

Siamo senza nuove. Addio, miei cari amici ; buone anime 
MA vogliate bene a 



Pietro. 



CV (389). 



A "Pietro. 



Roma, 17 marzo 1771. 



Non ho l'animo tranquillo ; vedo che il mio amico si trova 
fra il dovere e la tenerezza. Il conflitto interessa tutta la sen- 
sibilità. Mi pongo esattamente al suo luogo. Ma sono con- 
solato al vedere che esso pensa, come è necessario di pen- 
sare. Non ho dubitato un momento ch'esso comprendesse in 
tutta l'estensione gli assurrdi di un n no n ; ma so quanto gli 
costa un n sì n. Devo scrivere misteriosamente con gran pena; 
ma tu m' intendi ed è per risparmiarti di vedere uscire a poco 
a poco con noiosa lentezza i miei sentimenti dalla cifra. Stimo 
tanto necessario un n sì n, che sarei disperato se l'amico non 
lo avesse detto. Si tratta di riputazione, di credito, di tutto ; 
è Io stesso come se un soldato ricusasse di prendere un posto. 
Con che pretesto colorare un rifiuto? Con che cuore ricusare 
di far il proprio mestiere, essendo pagato? Quanto poi a chi 
potesse, per tenerezza, consigliare diversamente, io dirò colla 
dispotica libertà della santa amicizia che chi ha attaccamento 
ad una persona deve averlo anche al suo onore ed al suo cre- 
dito e non esporlo ad una scena, che gli faccia torto tutta la 
vita. Chi consiglia un n no n dovrà sempre rimproverarsi di 
avere indotto un buon amico a perdere occasione, riputazione 
e tutto. E perchè? Per qualche breve tempo, che sarà anche 
reso brevissimo dalla somma attività di lui e dal bisogno che 
v' è eh' egli assista, personalmente, alle cose incominciate. In 
fine, per la terza persona il quesito è questo precisamente. 



- 171 — 

Vuol' ella un amico ridicolo oppur onorato , accreditato e 
perciò sempre più opportuno alle sue circostanze ; tutto ciò col 
sacrificio di poche settimane ? Ma io ho tanta stima della terza 
persona, che temo di offenderla attribuendole tai sentimenti. 
Ella, in questa occasione, saprà mostrare una vera tenerezza ; 
e, mentre che rispetto i sentimenti della sua cara sensibilità, 
sono persuaso che avrà già pensato tutto quello, che penso. 
Sarei disperato, se, per un caso impossibile, ella non si com- 
binasse colle circostanze ; e s* ella vedesse in un aspetto troppo 
mesto e tetro il sacrificio di breve tempo, che, a mente tran- 
quilla, non le dovrebbe esser motivo che di piacere, attese le 
conseguenze. Sono ansioso di sapere il vero stato dt quelle 
due buone anime; e debba piacere e dispiacere, contro la mia 
intenzione, non voglio lasciare di valermi dei sacrosanti diritti 
dell'amicizia. Ma io forse deliro e m' immagino quello che non 
è, giacche è impossibile che ragioni così evidenti non per- 
suadino chi ha tante adorabili qualità di cuore e di mente. 
Mio caro amico, perdona il disordine e l'ardimento di questa 
lettera. Mi vedi qual sono. Sono tranquillissimo sulla testa del- 
l'amico , ma conosco l'eccellenza del suo cuore. Ma , infine , 
di che si tratta? Di una disgrazia, di un abbandono, di pe- 
ricoH, di affanni? Niente di tutto ciò. Non si tratta che di 
bene. Aspetto con impazienza il venturo ordinario. 

Non ricevo la cambiale per Giovanni, come mi dici. Sarà 
un' altra volta. 

Addio, caro, eterno amico del mio cuore. 11 Caos è in 
moto e non si crea nulla. Ma pure, presto deve apparire la 
tranquillità. Tutti saremo contenti di questa anecdota e non 
ci rimprovereremo dopo la nostra condotta. Addio, ti abbraccio 

coll'anima. 

Alessandro. 

evi (393). 
AI Fratello. 

Milano, 3 aprile 1771. 

In quest'ordinario bisogna eh' io finga di essere senza tue 
lettere per non manifestare quello, che occulto alla mia Mad- 



— 172 — 

dalena. Mi pare che la virtù esiga da me questa mancanza di 
sincerità, risparmiandole una inquietudine prematura, e, forse, 
mancante di soggetto. Almeno il tuo compagno di studi sem- 
pre persiste colla medesima asseveranza; a me non presenta 
verun fenomeno, che indichi cosa alcuna. 

Abbiamo il giovane conte di Kaunitz, al quale si danno 
pranzi numerosissimi : ieri fu dal signor conte di Firmian, ove 
io fui il cinquantaduesimo degli invitati. Il conte di Rosem- 
berg(') e passato a Torino, di dove ritornerà. Sono alloggiati dal 
conte Marliani, colonnello e generale aiutante. Il Greppi aspet- 
tava d'usare questa illustre ospitalità. 

Qui si aspettano delle promozioni. Vi sono le piazze in 
Consiglio di Lottinger, Wilzeck, Damiani e la mia. Vi sono 
in Magistrato quelle di Castiglioni e di Arconati. Tutto e in 
sospeso. O si pensa di amalgamare un corpo solo di due ; o 
non son ben decisi a lasciare fuor dei corpi i nuovi ammini- 
stratori. Chi può indovinare? 

Non so esprimesti quanto senta l'amicizia, che ti ha dettata 
la lettera di quest' ordinario; ma rendimi giustizia in ogni mo- 
mento e credi che il dovere e la convenienza sono i primi 
oggetti sempre che comandano al tuo Pietro. 

Vi sarà guerra? Vi sarà pace? Ciascuno ha la sua opi- 
nione. L'armata nostra d'Ungheria sarà formidabile, Landen ne 
avrà il comando ; ma Cesare viaggia in quei contorni , e, ad 
ogni momento, può diventare il Maresciallo. 

Io non posso che venerare e amare i sentimenti della no- 
stra augusta Madre. Memore che la Porta, sollecitata più volte 
nelle due guerre del suo Regno, non volle mai unirsi ad op- 
primerla, come avrebbe potuto fare e che sempre fu fedele 
alla osservanza de' trattati ; ora vuole rendere la pariglia, e, 
rinunziando ad ogni occasione, che pur sarebbe in sua mano, 
vuole che il suo onesto vicino non sia oppresso. Da una parte, 
io avrei pur veduto con piacere che que' tuoi ingegnosi greci 

(I) Il conte Francesco di Rosemberg era a Napoli nel 1769; ;passato di poi 
in Toscana fu, fino alla fine del 1770, capo del Diparlimenlo di Stato di guerra 
e finanza del Granducato. Cfr. Diario Ordinario, n. 8231, pp, 2-3. Nel 1772 
andò a Parma, Cfr. Briefe, 1, 155. 



— 173 - 

diventassero liberi e che le belle contrade dell'Amore e dello 
Grazie non ubbidissero più a una feroce nazione; ma, a co- 
sto della fede e della gratitudine, non bramo più questa bella 
idea. L'ho sempre detto che Maria Teresa merita le adora- 
zioni ; e mi spiace di essere suo suddito troppo lontano dalla 
residenza ! 

Aspetto nel primo ordinario una tua ostensibile. Cari MA, 
vogliate bene a MP. 
PS. Salutami tanto l'amabile Bossi e digli che io gli perdono 

il suo credito e che dò per saldata la partita. 
PS. Di libri arabi stampati in Milano non ve ne sono. Due 
soli ne ho ritrovati vendibili e sono stampati in Roma : 
Galani ClEMENTIS, CondUalionis Ecdesiae Armenae in 
duas partes, Historialem et Controversialem, divisae , fol., 
tom. I, Roma, 1650, prezzo di L. 9. 

GUADAGNOLl PhILIPPI, Instituthnes linguae Arabicae, 
fol., Romae, 1642, prezzo L. 8. 

Pietro. 



CVII (390). 
Jl Pietro. 

Roma, 29 marzo 1771. 

Aubert mi scrive che mi manda un esemplare delle J^e- 
ditazioni sulV economia politica insieme del secondo volume 
della enciclopedia : ne manda ancora varie copie al suo cor- 
rispondente, Non vedo l'ora di leggerlo stampato. Tu hai la 
smania dell' autore , eh' io pure so quento sia grande ; ma 
Aubert ti ha servito presto perchè è impegnato in altre opere 
voluminose come X Enciclopedia. 

Qui, come ti ho scritto, si è pubblicato un giubileo il 
giovedì santo per tutta la settimana e qualche giorno dopo ; 
e però non si è pubblicata la bolla in coena Domini, non 
essendo conveniente che mentre s' invitano i principi, come 
tutti i cristiani, alla penitenza, vengano scomunicati. Da qui 
vedrai che sappiamo il nostro mondo. 



— 174 — 

La nostra accademia di buffoneria è andata benissimo. 
Io mi sono distinto ai salti, cosicché nessuno ha voluto com- 
petere. Il conte Tarocca (figlio dell'ora morto) si è distinto al 
brache en cui Io ho vinto pure un pallio a correre in ginoc- 
chio. Abbiamo, poi, fatto una azione campale colla cuscinata 
di quattro contro quattro ; ma la mia parte è stata battuta ma- 
lamente, perchè ci hanno cacciati tutti, a mucchio, su di un 
sofà ed ivi massacrati. Io poi e il conte Tarocca (che è un 
giovane amabile assai) abbiamo chiusa 1' accademia con una 
sfida di smorfie mostruose. Tenevamo ciascheduno faccia fac- 
cia una candela per bene illuminarci e ti assicuro che tutta 
r udienza si squagliava in risate ; e noi, sempre più forti al 
punto, abbiamo fatti tutti i brutti visi possibili. 

Questa volta non mi parli della cambiale per Giovanni; 
bisogna che Carlo abbia mutata idea. 

A.ddio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio. MA 
salutano con tutta l'anima MP. 

Alessandro. 

Sermo fiaelis. 

L'ho fatta brutta l'ordinario passato. Mi hai scritto in quel 
tumulto, in cui ti trovavi, e non mi hai detto che nascondevi 
alla Maddalena il nuovo emergente ; anzi dalle tue frasi di 
reticenza dovevo supporre il contrario. Io, adunque, ti ho scritto 
in tal supposto e non so come potrai celare quella lettera, 
quando fossi sul piede di farle vedere sampre. Volevo quasi 
dirti nella presente che non ti aveva scritto l'ordinario passato, 
perchè mi si era fatto troppo tardi o per qualche altro pre- 
testo, affine di darti campo ad accomodare la faccenda; ma 
temo di fare impicci e avrei dispiacere sommo di produrti la 
menoma amarezza. Or dunque ti dico che mi consoli col ri- 
confermarmi la tua risoluzione e che non ve n'è altra e che 
tu non sei capace di prenderne altra. Capisco che ti si farà 
la guerra e avrai delle dispute, ma, infine, intenderai la ne- 
cessità del n sì n ; e lo deve intendere anche chi ama i tuoi 
vantaggi. 

Alessandro. 



— 175 



CVIII (394). 
Jll Fratello. 



Milano. 6 aprile 1771. 



Aubert mi scrive in data del primo del mese e mi dice : 
n In pochi giorni che il libro è fuori sento dirne tutto il bene ; 
" ma io Io aspetto da quelle persone, sulle quali veramente 
II conto e dalle quali non posso ancora saper qualche cosa, 
n Io le prometto di riferirle quel che ne sarà detto, perchè 
n ne aspetto sempre del bene n. Aspetto il ballotto, che m'in- 
dirizza, per Genova, e, tosto che ne abbia una dozzina di 
esemplari, sotto gli auspicii di Frisi gì' invio a monsieur de 
Trudaire da distribuire a D'Alembert, Helvetius , Diderot, 
Morellet, Marmontel, Varon, d' Holbach e altri, che indicherà 
Frisi. Anche a Vienna bisognerà mandarne alcun esemolare. 

Ho parlato col Mazucchelli. E giovane di bellissima hgura 
e di bontà, D'Alembert gli disse che non trovava sag'^io il 
partito di Beccaria di tentare la sorte del pubblico, dopo una 
fortuna sì grande ; che, certamente, il libro Tìei delitti ha molte 
buone cose e che è un buon libro, ma che la scelta del sog- 
getto e le circostanze molto contribuirono al trionfo. Che, in 
ogni caso, egli gli avrebbe raccomandato di essere chiaro e di 
allontanare ogni linguaggio scientifico, perchè tutti i grandi 
uomini cercano il nitore e la evidenza delle idee. Di te gli 
chiese con assai maggiore stima e premura che non fece di 
Beccaria ; il di cui libro sullo stile è morto sepellito ; non si 
ristampa e non se ne parla. 

Vorrei trattenermi teco a rispondere alla amabilissima tua 
di quest'ordinario e sulle graziosissime buffonerie, che vi oc- 
cupano. Mi spiace che sono un po' vecchio ; ma l'anima mia 
è al livello vostro ed avrei pur bisogno di un salutare lava- 
cro e d' una società come la vostra, anime buone, e liberarmi 
dalla minchionaggine, dalla noia e dalla malignità, che respiro 
in quest' aria indiavolata ! Cristiani mi parla spesso di te, della 
tua Storia, di cui ha inteso parlare, di alcune tue cose del 



— 176 — 

Caffè ; egli ti stima assai ed io gli dico sempre : n Alessan- 

n dro ha più giudizio di voi e di me n ; e così la sento. Noi 

qui facciamo la guerra del giuoco del ponte ; non vi sono che 

delle targate da buscare e nessuna gloria a vincere. Ma così 

debb* essere nel migliore de' mondi possibili ! 

Buona e invidiabile unione di MA, ricevete i saluti del 

cuore di 

Pietro. 

CIX (391). 

Jl Pietro. 

Roma, 3 aprile 1771. 

Ho ricevuto ieri una lettera di Giovanni in data degli l 1 
marzo, in cui mi dice che fa conto di venire a Civitavecchia 
colle fregate del Papa. Queste, o sono partite o stanno per par- 
tire a momenti col nuovo inquisitore di Malta; onde, nel pre- 
sente mese o al principio del venturo, saranno di ritorno. Mi 
aggiunge che scrive subito a nostro padre perchè gli mandi 
il denaro con somma sollecitudine. E così tutto è mutato ed 
io non ne intendo nulla. Intanto non gli ho mandati que* due 
libri e ho fatto bene. 

Abbiamo avuta una neve così forte che, a memoria d'uo- 
mini, non si è tale veduta mai in Roma. Durò giorno e notte 
più di quarant'ore e poi gelò. Io lo so meglio d' ogni altro, 
che sono stato assalito a fiere pallottate da tutte e due le Mar- 
chese, madre e figlia. 

Mi spiacerebbe che i miei poveri ^gerani non ti riuscissero 
Sarebbero una buona raccolta. Ma, se questi non fanno il loro 
dovere, ne troveremo degli altri, quando vorrai. 

Lasciati servire che , appena sarà in Roma il tuo libro, ti 
dirò r impressione che farà ; e, benehè tu non ci stimi punto, 
io ti farò vedere che ti stimiamo e spero sarai contento di noi. 

Sui libri arabi si potrebbe cercarne notizie dal lettore delle 
lingue orientali ; credo che sia un domenicano, detto il padre 
Porta ('). E incredibile di quante cose si vada ogni giorno sco- 

(1) Il domenicano P. Porta, lettore di lingue orientali in Milano.', 



— 177 — 

prendo carestia in Roma. Ora non si trovano le cartapecore 
e sai che noi siamo potenti in queste. Le segretarie de' Brevi 
e delle Bolle non sanno come ritrovarle. Si lamentano che 
tutto esce dal paese e che nulla resta per noi. Anche i crini 
da cavallo non si ritrovano più; se uno vuol fare una sedia o 
un sofà, non li ritrova. Per fino manca la calce. V è chi ha 
dovuto per questo sospendere di fabbricare. 

La mia Marchesa è in gravissimo lutto per la morte della 
suocera. Qui non v'è prammatica, di modo che si vestono a 
lutto per un anno tutti i domestici della casa, comprese le ca- 
meriere, il cuoco, il medico, il curiale, lo speziale ; insomma, 
non finisce mai. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio coU'anima. 

MP sono salutati caramente da MA. 

Alessandro. 



ex (395). 
Jll Fratello. 



Milano, IO aprile 1771. 



Firmian risponde a Kaunitz che non ha difficoltà che io e 
Cristiani veniamo a Vienna, ma che sarebbe di suo piacere di 
condurvi ancora Pecci e Lottinger. Sinora Firmian non ha 
detto nulla, lo so da Lambertenghi. Ti prego nelle tue lettere 
di usare della solita precauzione, perchè non ne ho fatto con- 
fidenza. Unicamente ora che si tratta di cosa sicura, ne ho 
ieri tenuto un discorso con Carlo, al quale è venuto in mente 
di volere venir meco, promettendomi assistenza, ma io sono 
imbrogliato. 

Se mi rispondi in numeri , fallo sopra una carta separata. 
Non voglio cominciare prima del tempo a viver male. 

Dov'è l'amico che disragionava teco, avendo una guancia 
gonfiata? Se ciò accade, vi deve essere una effervescenza di 
acidi e alcaU e nessuno sarebbe solo. Sempre viviamo nel- 
l'avvenire , quando abbiamo poco da consolarci col presente. 

Tanto sono lontano dall' essere qual mi credi, che, anzi, 

12 



— 178 — 

aspetto con impazienza e ingenuità il giudizio che si darà co- 
stì da* tuoi amici della roba mia. Oggi ne ho ricevuto il bal- 
lotto. Son persuaso di non aver mai veduta Roma, ma, uni_ 
camente, d'aver vissuto in una pessima società di calabresi e 
genovesi al Nazzareno ('), dove la sola cosa di buono, di cui mi 
ricordo, e una statua di Giulio Cesare, donata dal cardinal 
Albani, che sta dirimpetto alla porta. Essa e la porta sono il 
meglio di quel luogo ! 

Nemmen io capisco nulla de' sistemi di quel nostro fratello 
corsaro. Non saprei prevedere per dove, ne quando ritornerà. 

Sinora nessun geraneo nasce; ma, sinora, non fa caso, 
perchè la stagione e stata troppo rigida. E strano questo fe- 
nomeno, che, dalle notizie che abbiamo, contemporaneamente 
abbraccia tutta la Germania e tutta quanta l' Italia. 

Se vi manca la cartapecora , siete rovinati dalle radici ; 
questa credo che sia la materia prima del vostro prtncipal ramo 
di commercio. Mi pare, però, stranissima questa carestia, per- 
chè di agnelli se ne uccidono in gran quantità in Roma; e, 
forse, vi sarà qualche legge impeditiva 1' uscita delle pelli. 
Senza un vincolo, non mi pare possibile che si vuoti un paese 
mai di nessun genere, di cui fa uso. 

In Milano nessuno nemmeno sospetta che io abbia scritto 
o che esista un nuovo libro. Zitto e godiamocela, se il Cielo 
me la manda buona. Un po' di fumo mi sarebbe caro. 

Addio, mio intimo amico. Sia sempre cauto nel rispon- 
dermi. I miei rispelti alla Marchesa e le mie condoglianze per 
il suo bruno. 

In una costituzione libera queste pompe gentilizie sono ri- 



(1) Fu fondato dal card. Tonti (f 1622) ed affidala alle cure dell'amico 
«uo S. Giuseppe Calasanzio, istitutore degli Scolopi : volle che ti denominasse 
Nazareno in memoria dell'arcivescovado di Nazareth, di cui egli era investito 
A sede del Collegio lasciò il palazzo suo presso la chiavica del Bufalo, da lui 
acquistato dal duca di Sermonela : sorsero p>erò contestazioni per l'eredità e solo, 
nel 1630 il Calasanzo, che fu il primo rettore, aprì il Collegio, che in seguito, 
per ragioni economiche, fu trasferito nel palazzo Rusticucci, indi in quello Giori 
alla salita di S. Onofrio, ove rimase per mezzo secolo. Terminata la lite nel 1689 
fu di nuovo trasferito nel palazzo Tonti, da dove più non fu mosso. Cfr. MO- 
RONI. Dizion. di erud. star. eccl. t. VII, p. 177-188. 



— 179 — 

dicole; ma ne* governi, come sono la maggior parte, è un 
bene che le famiglie d* un ordine distinto colle formalità ri- 
cordino e ai ministri e al popolo d'essere un corpo intermedio 
fra il sovrano e il restante della nazione. Vi è una lettera, 
in testa della Nobiltà francese, a ciascuno de' principi del san- 
gue, sugli affari correnti, che è bella assai. In Francia pare 
vicina una crisi. Ti abbraccio e sono sempre il tuo 

Pietro. 



CXI (392). 
Jl Pietro. 

Roma, 6 aprile 1771. 

Appunto, come dici, si è stampato in Milano il Thesau- 
rus linguae Arahicae del Gigeo; e questo è celebre ed ottimo 
dizionario. Ve ne sono altri stampati, che mi ha nominati il 
portoghese e che ha veduto egli stesso in qualche biblioteca, 
qui in Roma. 

Le fregate del Papa sono partite da Civitavecchia il gior- 
no 4, con buon vento, cosicché in otto giorni dovranno ar- 
rivare. Sono due; ed una ritornerà subito, onde aspetto Gio- 
vanni o alla fine di questo o al principio del venturo. Io gli 
darò alloggio in una stanza, giacche non ne ho che tre ; ed 
una servirà di comune anticamera. Questo è quanto posso fare 
per il suo trattamento. 

Se in mezzo agli affari e coli' animo poco tranquillo ti può 
divertire un momento la buffoneria, ti dirò che appunto or ora, 
qui dalla mia Marchesa, abbiano tessuto un labirinto di burle, 
delle quali io sono il Palladio. 

Primieramenre (adesso è sera) ho tirati, a varie porte del- 
l'appartamento, dei fili di seta nera, che a un dipresso corri- 
spondono alla faccia delle persone ; poi, nell' ultimo gabinetto, 
ho messo alla porta una grandissima figura di paglia, rappresen- 
tante un uomo in n frac n col cappello abbassato, una maschera 
da sicario e le braccia aperte. Chi apre la porta se lo ritrova 
addosso. Or dunque, già più di uno sono passati alle porte 



— 180 — 

e sono rimasti sorpresissimi di sentirsi traversare il viso dai fili 
tesi, che hanno rotto ciascheduno in proporzione della sua sta- 
tura; poi, andando avanti, ritrovarono il brutto sicario, che gli 
ha fatti strillare. Anche per la mia buona Marchesa ho teso 
il suo bravo filo; uno solo, però, discretamente, ed ha dovuto 
romperlo e sono state risate da cappuccino. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano coll'anima i buoni eterni amici MP. 

Credo che il tuo libro sarà imbarcato per Civitavecchia. 
Non vedo l'ora di vedere l'edizione, che mi pare debba fare 
buona figura assai. In cinque giorni dovrei averlo a Civita- 
vecchia. 

Alessandro. 

CXII (396). 
Al Fratello 

Milano, 13 aprile 1771. 

Ora sono stato costretto a comunicare alla mia Maddalena 
il funesto arcano. Già si cominciava a sussurrarne per città, in 
grazia d'un nuovo venuto da Vienna. Io non ne so nulla le- 
galmente; Sperges me lo scrive riservatamente ('). Adunque 
ho dovuto metterla al fatto, come se la cosa mi giungesse im- 
provvisa quest'oggi. Abbiamo risparmiati dei giorni ; ma, ora, 
sono passati e il male comincia. Ti prego, adunque, scrivimi 
come se anche a te ne dessi ora la prima notizia. 

CoU'ordinario passato seppi che veniva il Cattaneo e gli 
ho consegnato un esemplare legato di fretta. Correggivi colla 
penna i seguenti errori (2). 

Son pur care le buffonerie, che mi scrivi ! Perchè non posso 

io volare, di tempo, in tempo, fra di voi altre, anime buone 

e giudiziose ! Ti potrai facilmente immaginare cbe giornate io 

debbo passare ora, anche dove trovava 1' unico ristoro ! 11 cielo 

mi dia giorni più sereni 1 Sono tristo. Cari MA, sempre gli 

stessi. 

Pietro. 

(1) Le parole Sperges-scrive in cifra. 

(2) Segue un' Errata-corrige delle Meditazioni, che omettiamo. 



— 18! — 

CXIII (393). 

A "Pietro. 

Roma, 10 aprile 1771. 

Ho qui conosciuto il conte di Kaunitz. Mi è stato detto 
ch'egli viaggia per un disgusto avuto a Vienna. Andava in 
casa di certe oneste zitelle e la Corte le ha fatto mettere , 
per questo, in monastero. Egli ha tanto sofferto nella salute 
per questo accidente, che si è messo a viaggiare. 

Le rappresentanze dei Parlamenti di Francia sono di uno 
stile assai libero, come vedrai nelle gazzette. La più forte è 
quella n de la Cour des Aides n Non credo che si possa dir 
di più. Intanto tutto è nel disordine; è sospeso il corso della 
giustizia ed il nuovo consiglio ideale non fa altro che soffrir 
le fischiate. Vedremo come possa finire un imbroglio così grande. 

Ti sono obbligato della notizia che mi dai dei due libri 
arabi ; quando vedrò il portoghese ti saprò dire se gli con- 
vengono. Mai arriva la flotta di Livorno. Vorrei vedere il tuo 
libro. 

Le nostre acque non finiscono mai. Non ho veduto in Roma 
un inverno come questo. E una noia potentissima; e in que- 
sto clima, quando non mi posso movere, mi sento il cattivo 
umore inglese. Se v'è paese, dove il passeggio sia un piacere 
dei principali, egli è questo. La città è bellissima e le ville 
d' intorno offrono ogni giorno un nuovo amenissimo passeggio, 
perchè sono molte assai. 

Il Papa compra quanto può di antico e non lo lascia uscire 
e ne fa un gabinetto del Vaticano ; ottima provvidenza, per- 
chè questa non è piccolo commercio del paese. 

Se leviamo l'antico, certo non verranno gì' Inglesi per il 
moderno. Fa anche un gabinetto di medaglie. Glien' è stata 
regalata una di Erode, dalla quale si pretende desumere la 
vera epoca della morte di G. C, che finora era controversa 
da quattro anni. Ma non mi fido di una medaglia isolata. Bi- 
sogna che più di una sieno assistite dalla storia. 

Le fregate di Civitavecchia, che portano a Malta il nuovo 



— 182 — 

Inquisitore, erano partite; ma, essendosi ammalato il capitano 
sono ritornate ; poi, due giorni dopo, sono partite, cosicché 
spero di vedere qui Giovanni presto. Io credo che questo me- 
stiere l'avrà scosso, ma un poco soltanto : non credo di più. 
Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano con l'anima i buoni MP. 

Alessandro. 



CXIV (397). 
Jll Fratello. 



Milano, 17 aprile 1771. 



Il signor conte di Firmian mi ha detto che il signor prin- 
cipe di Kaunitz gli dava commissione d' invitarmi se voleva 
portarmi a Vienna coli' occasione ch'egli parte alla fine del 
corrente mese ed ivi restare due mesi circa. Mi ha parlato 
con molta bontà ed io ho accettato. Adunque, fra dodici o 
quattordici giorni circa il tuo Pietro se ne va al Danubio. 
Nostro padre mi fa tutte le spese; io non faccio veramente 
conto di andare a Vienna, ma solamente al Dipartimento, 
perchè non penso di andare in nessuna casa, fuori che quelle 
che necessariamente porteranno gli affari e credo che vi sarà 
da lavorare molto. Partono il senatore Pecci, il consigliere 
Lottinger, il conte Cristiani, pure, colla stessa occasione ; ma 
credo che ciascuno parta in un giorno separato e da se. Io 
aveva bisogno di un amico per aiutarmi all' occasione ; e 
scelgo Carlo, che volontieri mi fa compagnia, sebbene sia 
prevenuto che poco spasso ne può avere ; ho dovuto dispu- 
tare per ottenere una cosa tanto ragionevole e di pochissima 
spesa; ma, finalmente, mi si accorda. Adunque, verisimilmente 
alla metà di luglio io sono al mio posto. Faccia il Cielo che 
questo viaggio mi porti la tranquillità, troppo bersagliata da un 
anno a questa parte ! 

Coir ordinario venturo ti spedirò una cambiale di cinquanta 
gigliati, perchè voglio, prima d' allontanarmi di più dal mio 
Alessandro, stare col cuore quieto che per i due mesi di as- 
senza non abbia bisogno. 



— 183 ~ 

Per il nostro caro commercio di lettere faremo così. Pe 
tutte !e cose, che non siano di premura grande e che non 
siano riservate , seguita a farmi V indirizzo a Milano, perchè 
la mia cara Maddalena manderà a prendere le tue lettere alla 
posta, le leggerà e me le inoltrerà a Vienna ; voglio eh' ella 
senta le minori mutazioni possibili in questa parentesi dolorosa. 
Le cose, poi, che vuoi riservate a me solo, scrivimile a Vienna; 
facendovi V adresse in francese e non dare altro titolo allora 
se non quello di Chambellain actuel des LL.M M. IL RR. 
A A., perchè non è più vero che ivi io sia amministratore, ecc. 
Ti avviso che la mia Maddalena ha la nostra cifra e me ne 
sono servito nello scrivere a lei, durante l'assenza dell'autunno. 

Adunque tu dovrai restare forse tre settimane, senza mie 
lettere, perchè mi allontano ; e, oltre il tempo del viaggio, vi 
sarà il maggior tempo che porta la prima lettera, che di là ti 
scriverò. Pregherò la mia Maddalena di scrivere alla sua e 
tua amica buona Margherita. 

Neil* ordinario passato io la sorpresi in camera, piena di 
lacrime, che terminava di scrivere alla tua amica ; mi ha fatta 
vedere la lettera, piena di errori, ma di passione. Ho creduto 
che dovesse mandarla, sebbene ella temesse di mancare con 
una confidenza così di slancio. Se la tua buona amica scriverà 
di tempo in tempo alla mia buona Maddalena sarà un'opera 
di bontà e mi farà una grazia, degna della sua delicata ami- 
cizia. Vi raccomando quello, che ho di più caro e sacro per 
la mia felicità. I miei sentimenti traboccano; vedo che sono 
ricompensati. 

Addio, mio caro consolatore. Ora i quattro figli del signor 

Conte Reggente saranno quattro vagabondi. Chi l'avesse detto! 

Cari MA, vogliate bene a 

Pietro. 

VXC (394). 
Ji "Pietro. 

Roma, 13 aprile 1771. 

Farai molto bene a mandare il libro a Parigi, perchè quella 
è la patria del merino, né v' è quella freddezza umiliante ita" 



— 184 - 

liana, che fa languire un povero autore. Frisi è in istato di 
mandarlo ai primi pensatori. 

Trovo che D'Alembert ragiona da par suo sulla sorte di 
Beccaria. Difatti, a Parigi io ho osservato che fu uno de' più 
cauti in lodarlo. D'Alembert è un uomo, che, oltre la supe- 
riorità del suo merito letterario, e anche, il che è cosa buona 
assai, uomo di gran giudizio nel vivere ed è molto accorto. 
Non si è riscaldata la testa, come gli altri, che hanno sacri- 
ficata lo loro tranquillità e fortuna per opporsi alle opinioni 
comuni. Così pure Buffon non si è lasciato trascinare da que- 
sto entusiasmo, che è tale e tanto che non se ne può aver 
giusta idea, se non avendo vissuto in qualche società. Io sono 
convinto che Beccaria non si rimette più. Egli non poteva 
reggersi senza di te; e, se ti ricordi, pensa quante bestialità 
gli fuggivano dalla penna nel calore del suo stile. Egli non 
ha facilità alcuna ne di pensare, ne di scrivere e non è che 
con immensa fatica e spremitura che connette una linea, come 
ne siamo testimoni di vista e arriva a fare una facciata mezzo 
morto di languidezza, perchè vuol vincere l'oscurità e difficoltà 
della mente a forza di entusiasmo. Se poi sarà impiegato in 
qualche dicastero d'aÉfari di dettaglio e di applicazione, allora 
sempre meglio si conoscerà l'intimo e vero suo valore, perchè 
non basta poesia o la metafìsica per esser uomo di merito, e, 
quello che è più, uomo di stato ; ma giudizio, penetrazione , 
pazienza ed accortezza. Ma io entro nella tua provincia e 
non si può meglio descrivere le qualità dell' uomo di affari, 
come tu hai fatto. 

Non abbiamo niente affatto di nuovo ; eppure le gazzette 
sono piene di nuove della vicina abolizione de' Gesuiti e de- 
gli affari di questa Corte; ma qui non si sente una parola. Se 
il segreto è utile a questi accomodamenti, egli è veramente 
ermetico. 

Addio, dolce, eterno amico del mio cuore : ti abbraccio 
coH'anima. MA salutano di cuore MP. 

Alessandro. 



185 



CXVI (398). 
Jl Fratello. 

Milano, 20 aprile 1771. 

Aubert mi scrive che ii il libro ha incontrato infinitamente ; 
n e non vi è chi non ne dica del bene. Molti l'attribuiscono 
n a Beccaria, dicendo esservi il medesimo stile che ne* De- 
li luti e pene, n Dice di averlo sparso a Napoli, Roma, Pa- 
lermo, Genova, Venezia e Toscana e che manca solo Mi- 
lano. Lasciamo pure che manchi ancora per qualche mese, 
che non mi curo dei giudizi di quest' illustri; e, più tardi che 
parleranno, meglio sarà. Ho già preparata la cassettina per 
Parigi con dieci esemplari, diretti a monsieur de Trudaine da 
distribuirsi a D'Alembert, Diderot, Helvetius, Thomas, Mo- 
rellet, Candorcet, Keralho e Marmontel. Scrivo a Morellet 
e a Trudaine e Frisi pure mi fa l' introduttore con somma 
amicizia, veramente. Io anderò ad essere giudicato là, sotto 
l'Orsa, a negozio vergine; non so temere del male, ma aspetto 
tutto languido. 

La pittura che mi fai di Beccaria e del principio, che move 
la sua anima, è così evidente, che non mi pare possibile di- 
pingerlo più al vivo. 

Accontentati di poche righe, perchè sono stordito dalla 
roba, che ho da fare e delle continue interruzioni, che soffro. 
Mi fa pena la mia Maddalena. Ella, però, prende la cosa da 
mia buona amica. I cari MA sono salutati coli' anima da 

Pietro. 



CXVII (395). 
A Pietro. 

Roma, 17 aprile 1771. 

Il Cattaneo mi porta le Meditazioni sulla economia. Stampa 
e carta molto buona : volume"maggiore di quello, che credevo. 
Odazzi ha detto a qualcheduno che tu stavi lavorando in que- 



— 186 — 

sta materia e che avresti pubblicato. Io ho detto che non ne 
sapeva niente. E stato l' abate portoghese, che mi ha tenuto 
questo discorso. Gli ho dato intanto il libro, dicendogli che 
dasse un'occhiata, se non aveva altro libro fra le mani e che 
era un'opera, che m'era stata mandata allora; che gliela pre- 
slavo, sapendo il suo genio a questi studi ; ed avendomi detto 
se era tua, io gli ho detto di no. Egli, per altro, conosce le 
Meditazioni sulla felicità e me ne ha parlato con molta stima. 
Dice : n Come scrive vostro fratello ! n U Enciclopedia e arri- 
vata a Civitavecchia e con essa molti esemplari delle Medi' 
(azioni ; una cinquantina, come Aubert mi scrive. 

Il principe Lante, essendo morto suo padre, è stato, se- 
condo le formalilà del paese, a farsi riconoscere dal Papa. 
Ha avuto una udienza di tre quarti d'ora ed ha discorso di 
varie cose ed anche dello stato degli affari presenti; sul che 
ha detto eh' essi sono la scala di Giacobbe, ove si faceva un 
gradino in sii ed uno in giù e che era fortuna, quando se 
ne potevano far due in sii ed uno solo in giù ; che, però, si- 
nora non si era ritornati al pian terreno. 

il duca Sforza e ) andò a ricorrere dal Papa, perchè il go- 
vernatore avesse carcerata una sua livrea, esponendo che cre- 
deva meritare anche qualche considerazione per attenere alla 
Corte di Parma ed avendo l'onore di avere, in casa sua, due 
servitori stessi dell' Infante colla di lui livrea. Rispose il Papa : 
n Signor duca, ringraziamo S. Francesco, che il servitore non 
n sia stato uno di quei due i! ; e sonò il campanello licen- 
ziandolo. 

Ti mando una lettera del p. Jacquier per Voltaire, pre- 
gandoti a trasmettergliela per mezzo del Mazzucchelli o di 
altro canale sicuro, se ve n* è. Egli ne ha gran premura ; e 
non ha voluto mandarla da qui, non volendo che si pensi alla 



(1) U duca Gaetano Sforza Cesarmi (1728-1776) nel 1 769 era «tato eletto 
Maggiordomo della spo«a duchessa di Parma, la cui mano egli richiese a Vienna 
e che ivi andò a levare per condurla nel ducato ; 1' anno susseguente rinunciò 
alla carica per rimpatriare. Nel 1764, resosi defunto il duca Filippo senza prole 
aveva abbandonata la carriera ecclesiastica per succedergli. Cfr. LlTTA, Fam. 
ed. ila!., adendolo Sforza, tav. IV. 



— 187 — 

posta che abbia corrispondenza con lui. L' ha conosciuto molto 
a Parigi, in tempo di madame de Chàtelet. Io gU ho detto 
che l'avrei servito e che, assolutamente, in Milano vi doveva 
essere qualche canale sicuro. Te ne prego adunque. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio coli' animo, 
MA salutano i buoni MP. 

Alessandro. 



CXVIII (399). 



ÀI Fratello. 



Milano, 24 aprile 1771. 



Credo che appunto chiuderò la quarta centuria e imme- 
diatamente me ne partirò. Questa sarà, adunque, la penultima 
lettera che avrai da Milano ; e poi vi sarà una lacuna forse di 
quindici giorni per l'omissione nel viaggio di otto giorni e 
per l'accresciuta distanza. 

Ti dirò una anecdote domestica, assai singolare , ed è lo 
sviluppamento il più ingenuo di ogni altro del carattere. 

Sin al bel principio, io ho fatta confidenza a nostro padre 
di questa chiamata, che mi doveva venire, colla clausola, però, 
di fare il viaggio a mie spese. Questa stravagante condizione 
di farlo a mie spese nasce perchè, affine di rifiutare Lottinger 
e Pecci, da Vienna si appoggiarono suU' (') aggravio della Ca- 
mera nel pagare le diete; proposero (2) Cristiani ed io, attesa 
la comodità delle famiglie. Nostro padre, colle lagrime agli 
occhi, se ne compiacque e si esibì a far tutto. Infatti, diede 
commissione a nostra madre di farmi l'equipaggio, ma non mi 
disse mai cosa volesse assegnarmi. Io ritornai esattamenre fi- 
glio di famiglia e me se ne faceva sentire tutto il peso. No- 
stra madre faceva le compre dei vestiti, ecc., io appena era 
consultato sulla scelta. La mia stanza era il rendez-vous della 
madre, la quale si prendeva l'amicizia di rimproverarmi e l'as- 
sistenza, che posso averti usata e qualche buon impiego, che 

(1) Le parole affine - suW Sono in cifra. 

(2) La parola proposero è in cifra. 



— 188 — 

posso aver fatto del denaro in soccorrere dei miserabili, resi 
tali dalla durezza loro, scacciandoli di casa. 

Nostro zio con un tuono di bonomia e di famigliarità ve" 
niva nella mia stanza, metteva le mani sulle carte e stava 
immobile e testimonio di chi veniva per parlarmi d'affari, com- 
presovi perfino il conte Cristiani, col quale dovetti ritirarmi in 
un angolo a parlare mezz' ora all' orecchio nella mia stessa 
stanza, dove immobile restava al camino nostro zio. Nostro 
padre prendeva le mie carte, le leggeva, come se io fossi di- 
ventato nuovamente res e non persona. Nessun riguardo per 
i servitori miei, diventati in poche ore gente da nulla. Man- 
dava a chiamare alcuno degli undici scrittori, che tutto il giorno 
lavorava in mia direzione per le Regalie da redimersi. Mi si 
disputa per tre giorni il permesso di condurre Carlo, che è 
il solo che mi convenga realmente, per non espormi ad avere 
o una spia o un inetto in casa, a Vienna ; tutto si dibatte 
in pondere et mensura. 

Il salto enorme era come se ritornassi a venti anni addie- 
tro. La bile m' ha fatto avere una febbre, dalla quale sono ri- 
stabilito. Ho trovato un galantuomo d' un sovventore. Ho 
quanto mi basta ed ho i quattrini sotto la mia chiave. Ho 
pagati al signor padre centoventi zecchini, che gli doveva, per- 
chè ne' tre mesi scaduti ho ricevuti quaranta zecchini il mese, 
attesoché non voglio toccare niente di soldo, sinché la Corte 
non lo comanda. Si sono ricevuti i centoventi zecchini, si è 
combattuta con leggera opposizione la risoluzione presa di fare 
tutto del mio ; e così si fa. La scena è cambiata ; ho i ri- 
guardi di prima. Vedi che gente ! Nostro padre voleva car- 
pirmi il libro mutilato da lui di nostro avo e si prevaleva 
della occasione. In non mi vendo. In un'altra famiglia qualun- 
que questo fatto avrebbe cagionato della mortificazione e dei 
discorsi. Qui fu l'affare d' un minuto di complimenti, molto ci- 
vili da una parte e dall' altra. 

Addio; non ho tempo, ne testa. Lavoro a mettere in or- 
dine le mie scritture. MA, siete salutati coll'anima da 

Pietro. 



— 189 - 

CXIX (396). 
Jì "Pietro. 

Roma. 20 aprile 1771. 

Mi dai una nuova in quest' ordinario che mi rattrista il 
cuore. Vedo quanto soiffri e quanto la tua cara amica ; e, nello 
stesso tempo, la precisa necessità della cosa. Scusa, disimpe- 
gno non ve n*è alcuno. La mia buona Margherita sente nel 
fondo del cuore la situazione di Maddalena e le scrive, come 
vedrai. Io non saprei che ripetere quant'ella ha detto. Consi- 
dero la brevità del tempo ; infine, è assenza di poche setti- 
mane. So che sono secoli per un cuor d' oro sensibile ; ma vi 
si contrapponga il vantaggio, che ne risulterà in appresso ; 
vantaggio considerabilissimo, perchè nelle sue circostanze un 
amico, che ne imponga col credito, è un riparo per vivere 
tranquillo. Ma quant' è più facile il consolare che l'essere con- 
solato ! Nel dolore dell' amica vedo quant'è felice il tuo cuore 
e quanto ora è infelice il tuo spirito. Ella sente con trasporto 
ed è un' anima scelta. Ma si consoli che il tempo passa ; è 
una villeggiatura e pensi al ritorno. Desidero assai ch'ella ab- 
bia un onesto amico, che sappia prestarsi in questo tem.po alla 
sua situazione: il suo dolore isolato non si calmerebbe facil- 
mente. Un galantuomo, comune amico, sarebbe di gran sol- 
lievo. S'ella avesse questo tesoro, la considererei come molto 
meno infelice. Ma poche anime sono destinate a così delicati 
uffici. Io non so che dire di più ; non posso esprimermi che 
in termini generali, i quali per lo più non hanno precisione. 
Se conoscessi in dettaglio le sue circostanze e le persone con 
cui vive, potrei forse dipingerle questo frattempo in un' aspetto 
meno desolante. Io so che colla più sacra indifferenza m' in- 
caricherei in simil caso di tale ufficio e mi lusingherei molto 
di rendere entrambi molto contenti di me. Ma sono chim.ere. 
Aspetto l'ordinario prossimo per saper nuove dello stato delle 
vostre anime. Calmatevi intanto. Chi sa che tutto vada a mon- 
te ? Si dicono tante cose, che non si fanno e nel nostro paese 
lo vediamo ogni giorno, che questa pure non è cosa impos- 
sibile. Io non lo crederò che all' ultimo. 



— 190 — 

Addio, anime sensibili. Quanti cattivi momenti ci dà que- 
sta sensibilità! Se sommeremo le cattive giornate fanno pur 
troppo un buon numero ; e sempre è il cuore, che ce le rende 
tali. Ma siamo così per costruzione e non per scelta. Addio, 
non so come lasciarvi ; non so come vi piaceranno questi miei 
sentimenti. Il dolore è irritabilissimo ed uno con buona in- 
tenzione può alle volte toccare delle fibre. Perdonatemi tutti e 
due ; il mio dolce destino mi riduce a non esercitare i doveri 
dell'amicizia e della tenerezza che in lettere, mezzo freddissimo 

di comunicare i sentimenti. 

Alessandro. 



CXX (400). 



Jl Fratello. 



Milano, 27 aprile 1771. 



Altra scena domestica assai amara ho avuto l'altro ieri. 
Nostro padre, senza informarsi di qual somma io avessi fatto 
debito, mi chiamò e con tuono di ipocrisia mi presentò quat- 
trocento zecchini, che disse d' avere levati dal Monte, perchè 
non era convenienza sua eh' io facessi in questa occasione un 
debito. Io resistei quanto era possibile ; ma le istanze e le 
suppliche furono tante che dovetti riceverli. Si venne poi da 
lui a chiedere uno schiarimento, perchè io avessi pensato cosi. 
Io, mio malgrado, dovetti ab enumeratione fargli vedere che 
ragioni mi avevan mosso ; egli ripigliò la dilucidazione, la re- 
stituzione del libro di nostro avo mutilato. Io, immedia- 
tamente, riposi i suoi zecchini sul tavolo, dichiarandomi che 
aveva provveduto bastantemente a* miei bisogni. Andò avanti 
il discorso, a segno che egli cavò la conseguenza legittima che 
io non mi fido di lui ; e la pronunziò. Io, allora, gli dissi che 
ammeno di aver perduta io e la logica e la memoria, non po- 
teva essere altrimenti; che lo preveniva che avrei trasportate 
fuori di casa tutte le carte e le avrei poste in asilo, perchè 
non posso assicurarmi di trovare ospitalità. Toccai le cose del 
testamento, occultatomi dell'avo, della dilucidazione, fatta per 
rovinarci, della fretta, che si esigeva per avere il nostro assenso 



— !9I — 

e mi ha condotto a dovergli dire : n Ella ha il coltello per il 
n manico ; mi può fare tutto il male che vuole ; ma io non mi 
n avvilirò per questo, n Non ti saprei dire che seguito d'ipo- 
crisia e di aperte bugie mi dicesse contraddicendo a se stesso. 
Fatto sta, che, in fine, a forza, volle che io riprendessi i zec- 
chini ; ed io, per finirla, gli presi, dichiarando che li riceveva 
come un imprestito e non in altra maniera. 

Io non ho mai usurpato nulla del suo ; non ho mai ne 
cercato i fatti suoi, ne i fatti degl'interessi, che pure un giorno 
ci risguardano; io non vengo a disturbare a nessuno 1' asilo 
della sua stanza; non suborno a nessuno i domestici per sa- 
pere i fatti del padrone ; rispetto la roba, la esistenza, la pace, 
l'asilo di ognuno. Dopo ciò ho ragione d'essere stanco d'insi- 
die e guerre continue, che soffro da trenta anni a questa parte. 
Io gli ho detto di più, nel mentre che gli diceva che non 
posso fidarmi di lui, che, se egli avesse una minima febbre, 
io non sentirei altro nel mio cuore che il desiderio di solle- 
varlo e che gli parlava con quella decisione perchè era sano 
e salvo. Vedi che scene amarissime ; ma alle quali poi bisogna 
una volta venire. In casa vedi come sto. Dalla mia Madda- 
lena immaginati se trovo allegria e se la possiamo trovare. A 
Vienna come anderà questa ebullizione di elementi tanto di- 
scordi? Da ogni banda ho stretto il cuore e sono appunto 
fra le tenaglie, i miei parenti e il governo; se i primi fossero 
altra gente, me ne riderei della politica : alla fine ho di che 
vivere, senza tante piccole brighe! 

Addio, amico del mio cuore. Non so se al venturo ordi- 
nario sarò in Milano. Non ti meravigliare, se non hai mie let- 
tere. Anime buone MA, compatite i poveri MP. 

Pietro. 



CXXI (397J. 

Roma, 24 aprile 1771. 

Finalmente è spiegato l'arcano. Mi consola alquanto che 
l'assenza è abbreviata a due mesi. Ora poi spero che la cara 
amica considererà trattarsi di breve tempo e che non sono 



— 192 — 

che otto settimane al più. A me anche spiace di vederti sbal- 
zare così verso il Nord e di dover stare tre settimane senza 
tue lettere. Ma pazienza ; si tratta di dovere. Quando poi 
sarai giunto a Vienna, avrò due volte la settimana tue nuove» 
se avrai tempo da darmele. Eseguirò quanto mi dici diligen- 
temente. Indirizzerò le lettere alla n 111.'"^ Sig.'^ Contessa 
n D. Maddalena Isimbardi n. Io non so se la presente ti 
trovi in Milano; al più l'avrai il giorno stesso che partirai; 
perciò incomincio da questa l' indirizzo. 

Ti sono gratissimo della provvida amicizia, con cui pensi 
di mandarmi una cambiale. Mi rincresce che ti carichi di 
questo grosso colpo, mentre hai bisogao tu stesso, giacche non 
perchè nostro padre s' incarichi delle spese, per questo non 
ne avrai tu da fare molte straordinarie. Fai bene a condurre 
teco Carlo, ma non ti posso dissimulare quella considerazione, 
che ti ho scritta ; e credo che, se venisse il caso, il che non 
e impossibile, nascerebbe danno notabile. Ma sarebbe gran 
sfortuna che appunto succedesse in questo intervallo. Mi figuro 
che Carlo sarà contentissimo, perchè non v'era che lui solo 
che non avesse fatto un pellegrinaggio. Pensi ottimamente a 
voler vivere solamente agli affari, che non saranno pochi, 
perchè tutto è in moto. 

Ho date al portoghese le Meditazioni ed egli n'è sod- 
disfattissimo, dicendomi che ha dovuto lasciare per due giorni 
il suo dilettissimo Arabo per questa opera. La farò leggere 
ad altri. 

Avrai veduto com'è fatto il cuore della mia M... che io 
non solamente amo assai, ma stimo assai e la stimerei ed 
amerei se fosse Marchese 0). Non ti dubitare che per quanto 
possiamo in questa distanza, terremo da conto il sacro depo- 
sito, che ci confidi. Sta col cuore quieto su di questo. 

Addio, mio caro Pietro. Tu vai al Danubio ; addio : 
forse questa ti correrà dietro, forse ti trova col piede sullo 
sgabello della carrozza. Sarà amaro il giorno della partenza. 

(1) QHetto discorso non è troppo chiaro. Esso pare voglia significare che 
le qualità della marchesa erano tali che l'avrebbero resa amabile anche se fosse 
nata uomo. 



— 193 — 

Avrei voluto che non vi fosse congedo e che non sapesse M... 
il preciso giorno. I congedi sono crudeli, sono desolanti, sono 
insopportabili "). Nemmeno ho in Milano una persona di con- 
fidenza, che mi dia notizia di quel giorno. Addio, dolce 
amico. MA salutano coll'anima MP degni d'esser felici. 



CXXII (398). 

Roma, 27 aprile I77I. 

Ricevo una cambiale di scudi 105 Romani, che mi hai 
voluto mandare per provvisione nella tua assenza. Io te ne 
ringrazio di cuore. Si tratta di migliaja di scudi, che mi hai 
dato; e la mia gratitudine manca ormai di espressione. Ti ab- 
braccio. Quella, che ricevo è la seconda di cambio, bisogna 
che per isbaglio abbi tenuta la prima. 

La presente ti ritrova a Vienna con tre o quattro altre, 
se pure partirai l'ultimo di questo. Aspetto nuove dello stato 
delle anime vostre. Darò a leggere al P. lacquier il libro 
delle t^editazìoni ; e, benché non siano i suoi studi, è uomo 
universale. ]J Enciclopedia deve essere arrivata, e, per conse- 
guenza, anche il libro e ti saprò fedelmente dire la opinione, 
che fa nascere. 

Io, finalmente, dopo sette mesi, ho finita l'Iliade ed ora 
ne sto facendo un estratto ad uso della Marchesa. Perchè le 
ripetizioni, le lunghe parlate, le verbosità l'annoierebbero, e, 
altronde, amando essa le antichità e facendogli piacere la de- 
scrizione degli usi antichi, credo che troverà di che soddisfarsi 
in Omero (2). 

Qui da noi, su alcune lettere venute da Vienna, si dice 
che l'Imperatore si sia offerto mediatore della pace alla Mo- 

(1) La suscettibilità quasi eccessiva gli faceva sambrare insopportabile l'istante 
in cui si congedava da persone care : questo suo terrore per gli addii è dipinto 
al vero anche nella lettera CXXXVIII di questo voi. 

(2) Il " Compendio dell' Iliade " scritto da Alessandro Verri per la mar- 
chesa venne più tardi dall' autore stesso pubblicato in Roma ; ma, come giusta- 
mente osservava il MAGGI (Vita di Jl. Verri, p. 31-32), ebbe scarsissima dif- 
fusione allora ed è rimasta universalmente ignota in appresso. 

13 



— 194 — 

scovia e che la Czara abbia accettato ('). Si parla pure dei 
Gesuiti; ma ormai è una vera burla. 

Spero di vedere Giovanni fra poco, se pure non avrà 
affatto mutati i suoi progetti, del che non si può rispondere. 
Egli farà bene ad economizzare in maniera di arrivare a casa, 
quando tu sarai ritornato, se gli dispiacerà ad esser solo. 

Addio, caro amico del mio cuore; dovrò stare tre setti- 
mane senza tue care lettere ! Addio ; ti abbraccio in riva al 
Danubio. 



CXXIII (399). 

Roma, I maggio : 

La tua lettera mi fa un sommo dispiacere. La storia do- 
mestica, che mi racconti, mi riesce improvvisa, non perchè 
qualunque cosa in questo genere mi possa sorprendere, ma 
perchè credevo accomodato ogni cosa ed ecco tutto in di- 
sordine. Io supponevo che ti corressero i tuoi soldi e questo 
non è ; supponevo che la Corte pagasse il viaggio e nostro 
padre le spese straordinarie, che occorrono in simili occasioni; 
e di queste due cose parimenti nessuna sussiste. Sei ridotto a 
ritrovare un sovventore; eppure mi hai mandato cinquanta zec- 
chini ! Io rimango confuso : chi sa quanti debiti hai fatti per 
beneficarmi ! Di più hai avuta la febbre per le noie dome- 
stiche ; ed io non lo seppi che dopo. Che momenti infelici 
tra il rammarico di lasciare una cara amica e le belle conso- 
lazioni di casa. Quando avrai giorni più sereni ? In questo 
stato di cose mi vengono in testa varie idee che tutte voglio 
esporti. Primamente dubito assai se nostro padre mi manderà 
il solito semestre di giugno e mi aspetto qualche lettera sin- 

(I) Intorno ai tentativi fatti sulla fine del 1770 dai ministri cesarei, inglesi 
e prussiani a Costantinopoli per ricondurre la pace tra la Porta e la Russia si 
veda CAMINER, La stona dell'anno Ì771, Venezia, 1772, lib. 1, p. 15 e sg. 
A questo fine Maria Teresa aveva destinato ministro straordinario e plenipoten- 
ziario a Pietroburgo il principe di Lobko\\-itz, ma la sua missione non ebbe per 
allora veruna efficacia, troppo la lotta era ancora gagliarda e le speranze de' Russi 
troppo vive. 



— 195 — 

golare. La tua assenza è sempre fatale e non è che a forza 
di quanto dici e fai, che si riduce alle cose discrete. M* in- 
ganno assai o avrò questo dispiacere. In secondo luogo du- 
bito se il Cavaliere potrà avere il convenuto assegnamento per 
il ritorno, a meno che già non gli sia stato spedito; perchè, 
ripeto, tu solo tieni gli affari in riga. Penso poi un'altra cosa; 
e questa te la propongo e la considererai. Tu non puoi spe- 
rare giammai pace in casa, come nessun'altro di noi. Questo 
è un fatto su cui non bisogna lusingarci. Due, tre o quattro 
volte all'anno più o meno disgusti se ne devono avere e da 
qui non si scappa. 

Or dunque perchè non potresti profittare della occasione 
assai favorevole e che difficilmente avrai un'altra volta e fare 
una amichevole confidenza al Consigliere delle inquietudini 
domestiche e dei caratteri, e, se fosse possibile, farti assegnar 
alloggio o nel palazzo Marino^ o altrove, sotto pretesto di aver 
meglio l'occhio alle tue incombenze? Non credo impossibile 
di garbeggiare la cosa in qualche modo; e sul fatto conosce- 
resti se si possa andare tanto avanti. Ti assicuro di più che 
sono così stomacato da questo perpetuo veleno, che, se vi 
fosse speranza ricorrendo tutti quattro e provando alcuni fatti 
importanti, di avere, come in Germania, assegnamento e se- 
parata economia, non avrei la menoma difficoltà a sottoscri- 
vermi. Si tratta di viver bene, onestamente e tranquillamente; 
passano gli anni e passano male ; mi sembra cosa degna di 
considerazione. Non lascio di vedere gì' inconvenienti di tal 
progetto ; e forse, in questo m.omento, il cattivo umore mi 
seduce ; ma, ripeto, è da pensarvi e sentirò le tue riflessioni 
volontieri. 

Passando a qualche cosa di più ameno, mi consolo spe- 
rando che questa sicuramente ti ritrova a Vienna e nelle tue 
circostanze sarà epoca felice per la tua tranquillità. Ormai sono 
finite le incertezze e sul luogo co' tuoi lumi, il tuo carattere 
e l'opinione, che si ha di te, puoi gettare ottimi fondamenti. 
Io pure già da molti mesi vado nuotando come te nella in- 
certezza e non vedo l'ora di poter dire : Pietro ha la n tal 
n carica fìssa, è contento, e, naturalmente, anderà avanti n. 
Addio, caro amico eterno del mio cuore : ti abbraccio. 



— 196 — 



Io indirizzo la presente a Maddalena, senza scriverle una pa- 
rola ; tna mi scuserà per la stessa ragione ch'ella non scrive 
a me. Addio, anime buone e sensibili, siate felici ! La mia 
Margherita saluta caramente Maddalena. 



CXXIV (400). 

Roma, 4 maggio 1771. 

Naturalmente questa è l'ultima, che da te ricevo da Mi- 
lano. Da Vienna a qui il corriere impiega undici giorni ; tu 
otto nell'andarvi, onde almeno diecinove giorni starò senza tue 
nuove. Le domestiche amarezze non potevano, caro amico, 
venirti addosso più fuor di stagione. Nell'ultimo dialogo, come 
al solito, hai parlato con un vigore ed una verità ed un sen- 
timento, che ti è proprio e che farebbe effetto su di ogni altro. 
Il libro mutilato non ti ha da uscir dalle mani giammai. E un 
documento importante. Ma quante scene. Quanti raggiri ! La 
nostra famiglia è unica 'al mondo. Io, sempre più considerando 
quello, che ho considerato fino dalla pubertà, cioè essere im- 
possibile cosa aver pace in casa, non posso lasciare di pro- 
porti di nuovo quanto ti ho ultimamente scritto. Come puoi 
tu esercitare le tue cariche colla dovuta tranquillità, se non ti 
puoi fidare che nell'assenza di una villeggiatura non ti si sot- 
traggono delle scritture e se talvolta non puoi arrivare a di- 
scorrere d'affari senza testimoni domestici ? Non sono queste 
ragioni per ricercare un asilo altrove ? Che mostruosità vi sa- 
rebbe che avessi l'alloggio dalla Corte. E con quanti plausi- 
bili motivi non si potrebbe colorare la cosa ? Pensaci bene ; 
si tratta di vivere, giacche questo non è vivere, ma morir di 
noia eternamente. Non avrai più occasione simile ; almeno 
qualche prevenzione confidenziale sulle circostanze domestiche 
è utilissima per tutti i casi contingibili. Io non m.i so dipartire 
da questa idea e niente mi ributta, quando si tratta di noie 
giornaliere. Aspetto con impazienza grandissima, quanto puoi 
credere, la nuova del tuo arrivo a Vienna e del principio 
degli affari. Sono tre settimane di languore, che mi piombano 



— 197 — 

addosso. Ma pazienza : il bene è vicino ed il male è passato. 
Sei stato ne' più crudeli momenti, mio buon amico, tra il do- 
lore della cara Maddalena e le storie domestiche. Io, in questo 
frattempo, non potendo avere le nuove di casa da nessuno, 
scriverò a nostro padre qualche volta. Aspetto Giovanni in 
questo mese ; ne certo sarà a casa prima di te. 

Verrà la metà di luglio ; e, stabiìite le cose in qualche 
sistema, dimenticheremo le presenti agitazioni. E più di un 
anno che tu non hai, si può dire, un'ora di quiete. 

Bossi pensa di ritrovarsi a Parigi nel tempo che verrà a 
Milano l'Arciduca, per non essere obbligato alla Corte. Egli 
sta volontieri in Roma e starà bene da per tutto, perchè è 
un amabile galantuomo ed ha buon senso assai. Lo vedo 
sempre di buonumore, cosicché la storia del suo viaggio o è 
inventata o non gli fa più sensazione (l). 

Vedo sulle Novelle del mondo di Firenze che la Corte 
ha dato un anello di gran valore a nostro padre per la 
Storia (2) ; ma non lo credo perchè non me ne hai detto nulla. 

Addio, dolce, eterno mio amico. Tu mi fai tutto il bene 
ed io non ti posso sollevare in tante angustie colle personali 
attenzioni, che pur mi lusingo ti consolerebbero in parte. Spero 
che sarai contento dell'Abate, perchè non gli par vero di fare 
questa passeggiata ed anch'egli ti guarderà come il suo bene- 
fattore. Se questi due fratelli avessero un poco più di sapore, 
sarebbero. brava gente, perchè sono onesti. 

Addio, caro amico. La mia cara Margherita saluta Mad- 
dalena di cuore e le fa presente che due mesi passano presto. 



CXXV (401). 

Roma, 8 maggio I77I, 

Ricevo r ultima tua da Milano e nel mentre che scrivo 
la presente mi consolo con pensare che domani o dopodo- 
mani sarai a Vienna, da dove attendo tue nuove al più tardi 

(1) Cfr. le». XC, p. 152 di questo voi. 

(2) La Storia della Lombardia Jlusiriaca, che Gabriele Verri lasciò ms. 
in 4 volumi. 



— 198 — 

il venti di questo. Fin'ora non è venuto qui il tuo libro, per 
negligenza del corrispondente di Civitavecchia, che ci fa lan- 
guire anche per l'Enciclopédia; e, finche non se ne sparge 
qualche esemplare nel pubblico, non ti posso dire l'impres- 
sione che fa. Da un momento all'altro deve arrivare. Bisogna 
che a Napoli abbia avuto un grande incontro, se si ristampa 
subito, perchè senza di questo, non essendo ancora spacciata 
la prima edizione, il libraro non arrischierebbe il suo capitale. 
Ne ho piacere assai e spero che qui pure sarà stimato. Certo 
non v'è in italiano niente che somigli a quest'opera. 

Riceviamo una cara lettera di Maddalena ; la mia Mar- 
gherita le risponderà e sta tranquillo che avremo cura di una 
persona, che e' interessa per se stessa e per la sua situazione 
e perchè è cara al tuo cuore. Sta tranquillo ; pensa a Lei ed 
agli affari. 

Giovanni mi scrive, in data dei 1 5 aprile, che ha rice- 
vuta la lettera per Marsiglia; ma che, non partendo più i va- 
scelli della Religione a q nella volta, così non sussiste più il 
suo progetto ; bensì spera di ritornare a Roma colle fregate 
pontificie, quando però non siano troppo occupate ; inoltre 
aspetta prima lettere da casa. Questa è la sostanza della sua 
lettera, che ti dico, perchè abbiate le sue nuove ; e così, ve- 
nendo altre lettere, ve le dirò. Salutami Carlo. Vari cavalieri 
di Malta, che qui vedo, mi parlano con amicizia di Giovanni. 
Il bombardamento di Susa (') lo può far pretendere di essere 
militare ; e, tra queste bombe e il mare, ha avuta una buona 
scossa, cosichè me lo aspetto scucito e disinvolto assai. 

Addio, dolce amico del mio cuore; ti abbraccio col. 
l'anim.a. Mi sei lontano undici giorni di viaggio. Addio. 



CXXVI (402). 

Roma, Il maggio 1771. 

L'amabile Maddalena ha scritto quattro giorni dopo la 
tua partenza alla mia cara amica, dandole parte che tu eri 
partito e che aveva ricevuta una mia per te, quale subito 

(I) Cfr. Cari., voi. IH, p. 456. 



— 199 — 

spediva a Vienna. La mia Margherita risponde. Io l'ordinario 
passato ho aggiunte poche righe alla lettera che la Mia scri- 
veva alla Tua ; e ciò per ordine della mia buona amica, che 
ha voluto mettermi seco a participazione di consolarla. In que- 
st'ordinario pure faccio un poscritto alla stessa per un equi- 
voco. Aveva detto alla mia amica che avrei indirizzate le 
lettere al P. Frisi, temendo ella che smarrissero in altre mani 
in tua assenza ; ma poi, pensando che non era bene ammet- 
tere un terzo alla nostra confidenza e che doveva essere si- 
curo quel canale, che tu mi avevi stabilito, ho indirizzate le 
lettere a Maddalena. Ora la mia Margherita le ha scritto in 
quest'ordinario sul supposto che io mandassi a Frisi la lettera 
e le parlava di questo; onde io ho spiegato l'equivoco in un 
poscritto. Per altro la mia Margherita vorrebbe assolutamente 
che le sue lettere confidenziali alla Tua fossero dirette a per- 
sona sicura, dicendo che non basta mai la cautela per le donne. 
Io propongo adunque Giorgio Ghelfi, quando lo approvi Mad- 
dalena. Intanto io cammino sulle tue instruzioni, indirizzando 
le lettere alla contessa Isimbardi. 

Faccio conto che da qui ad otto o dieci giorni avrò tue 
nuove. Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio te- 
neramente. 

CXXVII (403). 

Roma, 1 5 maggio 1771. 

Sono inquietato, perchè il libro mai non viene da Civita- 
vecchia. Languisco. La tua amabile Maddalena anche in que- 
st'ordinario scrive alla Marchesa ed ha l'amicizia di darmi tue 
nuove. Dice che gli hai scritto da Trento e che ti si è rotto 
r n assale di dietro n ('), ma che stai bene. Io mi consolo che 

(I) Allude al caso disgraziato, di cui Pietro Verri dà notizie nella lettera 
del 5 maggio da Bolzano al padre. La rottura della vettura seguita a Desenzano 
fece perdere al Nostro, che dovette farla riparare ad Ala, il vantaggio che aveva 
sul conte di Firmian e l'obbligò, per non togliere i cavalli a costui, a batter strada 
diversa da quella, che aveva prima stabilito di seguire, cioè la strada di Inn- 
sbruck. E già il 5 si rassegnala ad arrivare a Vienna quindici giorni più tardi. 
In realtà arrivò invece il 13 sera, dopo aver toccato Innsbrnck e Salisburgo, 
quindi con un ritardo di soli sei giorni. 



— 200 — 

avrò tue care nuove fra quattro o cinque giorni, così che le 
potrei avere anche, andando bene la cosa, nel venturo ordi- 
nario. Ma le prime tue lettere non mi daranno altro piacere 
che quello di sapere che sei arrivato bene e che stai in buona 
salute, che l'Abate ti ha tenuta buona compagnia, che sei 
molto contento di qui, ecc., ecc. ; fino che non sono incami- 
nati gli affari non saprò niente di preciso ; e vi vuol flemma. 
Anche questi guai finiranno in bene. La mia buona Marga- 
rita, vostra comune amica, scrive a Milano quest'ordinario. Tu 
troverai a Vienna tre o quattro mie in un fascio, che ti faccio 
correre dietro. Mi darai tue nuove ogni ordinario, se lo potrai 
e se gli affari te lo permetteranno ; perchè ora Maddalena 
dev'essere la prima ; saprò da lei ogni cosa. Ho qui cono- 
sciuto il commendator Saladini, che mi ha fatte molte cortesie, 
come tuo fratello, parlandomi con somma stima di te e della 
Maddalena; e gli stessi elogi ha fatti alla marchesa Spara- 
pani E un pulito ed onesto uomo. Aspetto il Cavaliere e 
spero di ritrovarlo elettrizzato. Addio, caro amico del mio 
cuore; ti abbraccio. MA salutano coH'anima i buoni amici MP. 

CXXVIII (404). 

Rom», 18 maggio 1771. • 

Ricevo una lettera di Ghelfi, scrittami per commissione 
della Contessa, ove ho le tue nuove. Hai incontrato il signor 
conte per istradai); sei stato a Salisburgo, ma mi rincresce 
che questo accidente mi ritarderà tue nuove, perchè arriverai 
più tardi. Non le aspetto prima dei 22. Mio padre e mio 
zio mi scrivono entrambi di cose generali. O mi era dimen- 
ticato o non sapevo che nostro padre avesse avuto dalla Corte 
un anello di brillanti. Avendo letta questa nuova sulle gaz- 
zette di Firenze, gliel' ho scritto fra le altre cose ; ed egli 
mi risponde esser vero verissimo, e n mordano pure le catene 
n gli emuli n. Io non so chi morda queste catene; nessuno, 
io penso, gì' invidia né l'opera, né il dono. 

(1) Il conte di Firmian. L'incontro è avvenuto, come s' è già detto, ad Ala, 
Cfr. le». CXXVll, p. 199. n. I di questo voi. 



— 201 — 

Bossi è partito per Napoli ; vi starà un mese, poi ritorna, 
poi s' imbarca o a Livorno o a Lerici per la Francia. Questo 
attualmente è il suo progetto. Addio, caro amico del mio 
cuore. Sono molto sensibile alla bontà della Contessa, che mi 
tiene al giorno di tue nuove. Addio, desidero assai di saperti 
arrivato. 



CXXIX (405). 

Roma, 22 maggio 1771. 

La nostra fedele Lanterna curiosa (1) mi dà tue nuove 
pure quest'ordinario per parte della Contessa, a cui professo 
la più grande obbligazione per tanta bontà. Ora incomincio a 
sperare di aver tue lettere il venturo ed ho viva fede. Per 
quanto abbi avuti degli impedimenti, almeno il 12 devi esser 
arrivato a Vienna (2). 

Abbiamo una visita del Seminario Romano, che ci fa 
parlare assai. Questo Seminario è amministrato dai Gesuiti. 
Il clero romano contribuisce un'annua pensione per il mante- 
nimento di trenta alunni. Questi trenta alunni non sono man- 
tenuti da lungo tempo. Più volte il clero fece instanze per 
sapere la conversione di questo fondo ; ma giammai furono 
ammesse fino dal pontificato di Sisto IV. Ora, per la prima 
volta, il Papa ha destinato tre cardinali visitatori. La visita si 
è aperta con gran formalità e vedremo il risultato P). Ti do 
le povere nostre nuove ed aspetto le tue con impazienza. 
Addio, ti abbraccio con tutto il cuore. 

(1) Ossia G. Guelfi. 

(2) In realtà Pietro, invece che il 1 2, arrivò il 1 3 sera. Non è stato pos- 
sibile verificare dove abbia preso alloggio : le parole di Alessandro lasciano sup- 
porre in un edificio di proprietà del Governo o della Corte ; ma Pietro stesso 
scrive al padre d' aver preso in affitto una casa per tutto il tempo che doveva 
durare la sua dimora. 

(3) La visita al Seminario Romano, che si considerò come un grave attacco 
alla Compagnia di Gesù, produsse grande impressione a Roma. Fin dal secolo 
XVI tutte le badie, capitoli e chiese parrocchiali di Roma, non che parecchi 
ricchi capitoli di cattedrali e collegiate dello Stato Ecclesiastico, erano stati ob- 



— 202 — 

CXXX (406). 

Roma, 25 maggio 1771. 

Questa volta pure la Contessa mi usa la somma attenzione 
di darmi tue nuove : mi aspettava sicuramente lettere da Vienna, 
ma credo fermamente che le avrò il venturo ed ormai non 
ne posso più dubitare (0. 

Finalmente sono venute le Meditazioni ed il librare mi 
ha detto che già sette o otto persone gli hanno ordinato di 
legarne una copia e fra gli altri l'agente imperiale, che non 
so chi sia (2). A me ne è venuta una copia per parte di 
Aubert. Mi ha detto il libraro che si dice che quest'opera è 
mia : ne so come si sia sparsa tal voce : io gli ho detto che 
risponda pure che io mi dichiaro che quell'opera non è mia 
in nessun conto. Altri dice che la sospettano di Beccaria ; 
insomma, da quanto mi ha detto, vedo che la fanno venire 
dalla scuola milanese. Caro amico, troverai cinque mie lettere, 
che ti aspettano a Vienna e tu mai non arrivi. Addio, mio 
dolce eterno amico. 



bligati a versare al Gesuiti, che dirigevano il Seminario dei Chierici detto Ro- 
mano ea il Convitto de' Nobili, che v'andava annesso, notevoli somme di de- 
naro per la pensione di un certo numero di seminaristi. Ma, avendo poi potuto 
constatare che 1 detti posti non erano coperti, si mossero querele alla S. Sede 
perchè 1 Gesuiti rendessero conto del denaro ricevuto. Queste Istanze non furono 
però mai accolte e la visita, che sotto il pontificato di Benedetto XIV aveva 
intrapreso con molto zelo il card. Passionei (1681-1761), fu sospesa. Nel ride- 
starsi più gagliarda 1' opposizione alla Compagnia 1 capitoli del clero di Roma 
avevano finalmente ottenuto ehe 11 Papa commettesse una visita apostolica al Se- 
minarlo. Essa fu difatti affidata ai cardinali arcipreti delle tre basiliche patriarcali 
Marefoschi, duca di York e Colonna, 1 quali assunsero l'ardua missione ed a mons. 
Carafa loro segretario. La visita fu solennemente iniziata il 16 maggio. Cfr. Nuo- 
ve di diverse Carli, 1771, n. 20, 20 maggio, p. 153. 

(1) La speranza d'aver lettere dal fratello ai primi di giugno non fu esau- 
dita, come vedremo. 

(2) Ministro plenipotenziario delle LL. MM. II. RR. era il card. Albani. 



— 203 — 

CXXXI (407). 

Roma, 28 maggio 1771. 

Questa volta non mi aspettavo poi davvero di non avere 
ancora tue nuove da Vienna. E positivamente un viaggio 
sciagurato (0. Adesso non spero nemmeno per l'ordinario ven- 
turo. Naturalmente, ti sei trattenuto per istrada assai più di 
quanto credevi ed io intanto ti faccio correr dietro queste mie 
e precisamente non ne posso più di saperti arrivato. Quanto 
vanno adagio le cose del mondo ! 

La contessa scrive in quest'ordinario alla marchesa e fra 
di loro v'è corrispondenza. Frisi mi scrive che Lomellini e 
Radicati hanno letto il tuo libro e gli scrivono essere pieno 
di viste interessanti e nuove, scritto solidamente, pensato, fatto 
per contribuire alla felicità pubblica, ecc,, ecc. (2)' Qui pure 
la copia che mi m.andasti ha scorso per varie mani ; e tutti 
trovano che il libro è ottimamente scritto, e soprattutto che è 
il primo in Italia di questo genere e che perciò ne farà na- 
scere degli altri. Monsignor V'erri 0) so che lo ha letto e 
dice che il libro è scritto con somma chiarezza ed ordine e 
che quantunque sia stato moltissimo scritto dai francesi in tal 
materia, pure molte cose nove vi ritrova ed altre dette o me- 
glio o con maggior precisione assai. So, altronde, che ha 
fatta grande impressione ad alcuni quanto si dice sulla n merce 
n universale n , come novissima e giustissima definizione i^). Così 

(1) In realtà Pietro era a Vienna da 15 giorni! 

(2) II Lomellini, che fu doge di Genova, amico del Frisi, che gli dedicò il 
2" volume delle sue Dissertazioni (Lucca, 1761), caldamente lodato da Pietro 
Verri nelle Memorie intorno a Paolo Frisi, p. 323, che lo dice " repubblicano 
illustre, presso cui mirabilmente si riconoscono le vostre idee di Sfato e le precise 
della scienza, la profondità dei pensieri e il più squisito sentimento del bello, 
l'amore pel merito e l'amabile gentilezza sociale ". 11 conte Ignazio Radicati di 
Cocconato, matematico, fu pure intimo amico del Friii Cfr. VERRI P., Mem. 
cil., p. 333. E autore delle Mémoires analiiiques, Milano 1776. 

(3) Mons. Verry. 

(4) Per la " merce universale " Cfr. ^Meditazioni § II in Scritti varii, I, 
p. 123. 



— 204 — 

sul prezzo ed altri squarci. Ma fin'ora non è ancora ben sparsa 
nel pubblico, perchè appena è sbarcata al nostro santo lido 
Ti saprò dire ogni cosa esattamente. 

Addio, caro eterno amico del mio cuore. Saluta Carlo. 
Giovanni lo aspetto ogni giorno. 



CXXXII (408). 

Roma, I giugno 1771. 

Sono consolatissimo. Ricevo finalmente tre nuove da 
Vienna con due tue care del 16 e del 20(0. Trovo anche 
una lettera di Carlo per Malta ; ma è inutile che la mandi, 
perchè Giovanni deve arrivare qui a giorni, secondo aveva 
stabilito. Mi hai fatto un gran piacere col dirmi i dettagli 
dell'accoglienza, che ti è stata fatta e ti prego a farmeli sempre, 
perchè da essi ricavo al vivo la tua situazione, lo che non 
potrei in termini generali. Ora mi sento a ristorare. La scena 
si apre assai bene e sono pieno di buone speranze. La tua 
Maddalena ha scritto alla Mia e corrispondono fra di loro, 
non senza, io spero, qualche consolazione, perchè è un com- 
mercio di cuore. 

Frisi mi ha usata l'amicizia di scrivermi in tua assenza 
per aver mie nuove ed io gli rispondo. Dice che spera asso- 
lutamente che ritornerai consolato ; e ciò per la ragione ed il 
tuo merito. Qui non ti so dire nulla delle Meditazioni, perchè 
dopo l'ultimo ordinario non ho veduto il libraro. 

Abbiamo una disputa teologica. Anni sono la regina di 
Francia ha desiderato che il Papa ammettesse il culto del 
cuor di Gesù. Se ne è fatto l'officio ed è stato ultimamente 
esposto in una funzione nel Colosseo un quadro rappresen- 
tante Gesù, che si cava le particole dal cuore e comunica le 
persone. Un curiale ha stampato contro questa novità, soste- 
nendo che gli antichi padri avevano per opinione comune che 
non si potesse adorare in particolare nessun membro del Divin 

(1) Pietro aveva scrino Io stesso giorno al padre ed al fratello. 



— 205 — 

Redentore. I Gesuiti hanno promossa questa divozione: qualche 
persona loro contraria ha eccitato questo curiale a scrivere ('). 
Questa è la più interessante nostra novità e lo dev'essere assai 
per chi sta ad una Corte. Ma non vi è altro a dirti. Dorme 
da quasi tre anni il breve di Parma ; dormono le Corti tutte, 
che hanno chiesta con minacce la soppressione della Compa- 
gnia e gli affari vanno più adagio assai che le carrozze de* 
cardinali. Addio, caro eterno amico del mio cuore; ti ab- 
braccio. 



CXXXIII (409j. 

Rema, 5 giugno 1771. 

Ricevo, caro amico, la terza tua da Vienna, in cui mi 
racconti il dialogo con S. A. (^) rispetto alla mia persona. Io 
sono persuaso di dovere in origine tutto questo al duca di 
Braganza, che ho conosciuto qui in Roma e che mi ha di- 
mostrata molta amicizia '3). E, un signore così benefico, così 
fervido al minimo sospetto di merito che creda vedere in una 
persona, che è capace di parlarne con vero entusiasmo. Io ti 
scrissi molto bene di questo signore e non potrei mai dirlo 
tutto, del che tu ne sarai persuaso, ora che lo conosci. E 
pieno di sentimento, di valore e di semplicità. Mi sono ac- 
corto che aveva avuta la fortuna di piacergli, perchè, non 
ostante la mia poca pretensione e sufficienza a brillare in so- 
cietà, onde succede bene spesso che taccia lungamente tran- 
quillo, mi indirizzava la parola molte volte e mi si accostava 
per dirmi qualche cosa di obbligante; mi ha voluto a pranzo 

(1) La divozione del S. Cuore di Gesù venne formalmente approvata dalla 
S. Sede nel secolo XVllI : la S. Congregazione dei Riti ai 26 gennaio 1765 
err.is^ decisione favorevole alla celebrazione delle feste. Contro questa divozione 
insorse il noto vescovo di Pistoia, Scipione Ricci. In argomento si diffonde assai 
il Moroni nel suo T>iz. di erud. sior. eccL, v. LX, pp. 223-28. 

(2) Il principe di Kaunitz, il quale aveva mostrato molta stima al Verri. 

(3) Il duca di Braganza si era recalo con seguito a Roma nel giugno 1 769^ 
e vi si era trattenuto a lungo. Cfr. Cari., v. II, pp. 330, 332, 338, 3A0 e 
v. Ili, p. 259. 



— 206 — 

da lui e mi ha fatto tutte quelle onestà che sa fare e che in 
lui sempre vengono dal cuore. E un'anima eccellente. Ha 
preso a proteggere un giovine portoghese, che ha ritrovato a 
Napoli, di molte cognizioni : lo ha condotto a Roma, lo ha 
raccomandato al cardinale de Bernis ed avrà delle pensioni, 
se gli affari si accomoderanno ('). Intorno adunque alla con- 
versazione, che fu fatta su di me, io provo due sentimenti 
molto vivi : la gratitudine e la compiacenza. Mi fa sommo 
piacere che per un fortunato azzardo sia giunto l'oscurissimo 
nome mio alle orecchie del ministro per tutti i casi contingi- 
bili, ne' quali un suddito, massimamente fuori di paese, senza 
cariche o credito, possa aver bisogno della protezione del suo 
principe. La mia gratitudine poi verso di te, dolce mio buon 
amico, è somma, considerando con qual senso di piacere ti 
sei occupato a farmi valere e quanto tripudi nel vedermi sti- 
mato. Non vi e nessuna sorte di beneficenza in te che mi 
sorprenda, perchè ormai mi hai fatto ogni sorta di benefici e 
ti devo ogni buon momento della vita. Ho fatto leggere la 
tua lettera alle mie care e buone marchese per farle a parte 
del mio piacere e loro ha fatto un vero contento. La Mar- 
chesa madre quasi piangeva della tenerezza, tanto per il pia- 
cere di vedermi ih un aspetto così favorevole alla Corte, 
quanto per considerare il trasporto di giubilo e gli adorabili 
offici della tua amicizia in questa occasione. Possa io provare 
per te Io stesso piacere, come ora lo spero con tutto il fon- 
damento ! 

Questa lettera mi pare che non sarà breve, perchè ho 
varie cose a dirti. Rispondo adunque alla proposizione che 
mi fai di scrivere al sig.' Principe. Tu che sei stato in terzo, 
se me lo proponi, bisogna che lo trovi a proposito ; ne io 
saprei far niente di meglio che fare a tuo modo. Ma io dico: 
chi sa che non sia stato un discorso fatto allora, come tanti 
altri della società ed a cui ha dato campo il duca di Bra- 
ganza, del quale discorso poi naturalmente non se ne debba 
più dire parola ? S. A. si è contenuto in dirti delle cose ob- 

(I) E il portoghese, di cui parla già nella lett. XXXVIII, p. 85 di questo 
voi. senza mai ricordarne il nome. 



— 207 — 

bliganti e che mi lusingano assai, ma non ha mostrata la me- 
noma idea di adoperarmi. Io sono contentissimo di questo e 
non vorrei mai che avesse nessuna idea su di me ; ma, se il 
discorso era veramente sentito, non avrebb'egli detto qualche 
cosa su di questo? Lo scrivere adunque a S. A. per testifi- 
carle la mia gioia e la mia gratitudine non vorrei che fosse 
un passo avanzato. Pensiamoci : vengo ad altro. 

Trovo che hai preso un ottimo espediente, e meglio di 
così non si poteva pensare giammai, col procurarti un alloggio 
regio, come un casino di un canonico. Questo partito è saggio 
assai e sono contento che abbia così bene presa l'opinione 
media. 

La tua Maddalena scrive anche in quest'ordinario alla 
Mia e si lamenta assai che già le hanno trattenute due tue 
lettere. Io spero che a quest'ora avrete rimediato a questo in- 
conveniente, che mi affligge. 

L'altro ieri sera è arrivato Giovanni colle fregate del 
Papa (1). Ho tre stanze e gliene ho data una, onde alloggia 
meco, come si può, Egli ha avuto il suo semestre ed il de- 
naro per ritornare e di più ancora, secondo egli stesso mi 
dice ; eppure con che somma credi tu che sia venuto ? Con 
quattro zecchini e non più. Se io non avessi in cassa cento- 
cinquanta scudi, non saprei come fare. Inoltre fra giorni avrò 
il semestre di mio padre, almeno secondo il solito. Egli con- 
fessa che non sa spendere : ma si e incomodato anche per 
una buona azione : ha mantenuto per molto tempo il cavalier 
Borromeo (2), a cui suo padre non dava nessun soccorso : è 
di lui creditore di cento scudi. Vedo inoltre che ha com- 
prate delle quincaglierie, come sarebbe una bella spada, fibbie 
di brilli, catenella d'oro all'orologio. Io non saprei che dire. 
Mi pare una gran disgrazia l'esser prodigo fuori di paese, ri- 

(1) Le galere andavano a Malta col nuovo Inquisitore. 

(2) Il conte Antonio Borromeo (1747-1782) del conte Francesco e di 
Ignazia Ortiz y Zorate. Fu ricevuto per giustizia nell'Ordine di Malta il 23 no- 
vembre 1762, indi, deposta la Croce, sposò nel 1786 Elisabetta dei marchesi 
Cusani, che, rimasta vedova, passò a seconde nozze col cugino conte Giberto 
Borromeo Arese. Apparteneva alla linea secondogenita dell' illustre casata mila- 
Jiese. Cfr. Fam. Not. Milan., Borromeo, tav. XIU. 



— 208 — 

schiando di soffrire cento inquietudini. Egli poteva mettergli 
in saccoccia al partire da Malta almeno trecento scudi e fare 
un viaggio piacevole in compenso delle noie della caravana, 
ma non ha pensato così avanti. Oggi adunque scriverà a casa, 
e, naturalmente, la risposta sarà che torni subito. Ti assicuro 
che sono rimasto, quando sentii le sue finanze. Egli dice che 
ha torto ; che nostro padre ha ragione, ma che non ha ragione 
di non avergli insegnato a spendere. Ma gli si può rispon- 
dere che la scienza non è difficile a questo segno e che la 
scusa poteva correre il primo anno e non il secondo. 

Addio, eterno amico del mio cuore. Difendi il mio niente, 
se mai qualcheduno lo attaccasse. Mi ti raccomando. Addio. 

Saluta Carlo. 

Giovanni ha portato da Malta una copia di Breve, presa 
dall'archivio, da cui consta che v'è esempio che un abate 
in sacris ha presa la croce ed ha servita la Religione. Ora 
Carlo avrebbe questa idea e lasciare il pretismo. Io non ne 
intendo nulla, perchè vedo una somma incostanza. 

Le Meditazioni sono state comperate da monsignor Go- 
vernatore e da un altro monsignore che dà pubblica udienza 
a Montecitorio : vedi sin dove arrivano ! Il libraro mi dice 
che piacciono assai. 



CXXXIV (4 IO). 

Roma, 8 giugno 1771. 

Ricevo la quarta tua da Vienna ; Ghelfi pure mi scrive 
dalla parte della Contessa, che è rammaricata perchè non ha 
tue lettere, come saprai. Io credevo che aveste presa qualche 
misura e spero che a quest'ora l'avrete fatto: e questo ci av- 
visi sempre più ad esser cauti e ad usare la cifra all'occa- 
sione. 

Ho piacere che tu pure mi consigli di sospendere per 
ora di scrivere al signor Principe, giacché, come ti ho detto, 
mi pareva passo avanzato, potendo essere il suo discorso, come 
ha tutta l'apparenza, non altro che la voglia di dirti delle cose 
obbliganti in quel momento. Naturalmente, anche il signor con- 



— 209 — 

sigliere Sperges, sentendo che io non pretendo nulla, dirà che 
lo scrivere non è necessario certamente. Questo discorso non 
verrà mai più in campo in tutti i secoH de' secoH ; e così è 
finita. Io sono pieno di gratitudine per il mio buon amico 
Pietro, che con tanta consolazione si occupa di me in tempo, 
che hai tanto da pensare per te. Tra i tuoi progetti v'è quello 
adunque di farmi qui avere commissione e pensione ; e mi 
domandi il mio parere ; ed io chiamerò piuttosto il tuo. Che 
hanno bisogno in Roma i nostri padroni ? V'è qualche piazza 
vacante ? qual'é questa piazza ? Io non vedo nessuna nicchia. 
Per le agenzie de' vescovati, per le bolle, per i brevi, per i 
canonicati, Roma è piena d'agenti. Per gli affari di Corte v'è 
l'ambasciatore e l'agente imperiale. Per la posta v'è il sopra 
intendente (0; cosicché non saprei ritrovare nessunissimo buco, 
e di fatti, appena v'è un piccolo meato, che molti lo vogliono 
turare, perchè molti hanno bisogno. Rimarrebbe qualche se- 
greta commissione in caso di diffidenza de' soliti canali, ma 
vedi che odiosa incombenza. Io desidero assaissimo ed impie- 
gherei qualunque fatica e subirei qualunque noia per acqui- 
starmi qualche onesta utilità, che però non mi compromettesse 
mai a muovermi da qui ; e ciò perchè ormai vedo con pena 
che sono d'aggravio alla più pura amicizia da molti anni e 
che non vivo che per me stesso. Ma in qual maniera mai 
combinare libertà del mio cuore ed onori o utili ? Tu sai lo 
stato del mio cuore ; egli è sempre lo stesso e lo sarà sempre. 
Vedrai pertanto costà sul fatto, se mai per un caso veramente 
fortunato ti si presentasse qualche mezzo di farmi valere, ma 
le condizioni che sono necessarie alla mia felicità ristringono 
talmente la sfera, che vedo esser poco men che impossibile 
l'impiegarmi in qualche cosa. 

Ieri il Cavaliere ha ricevuta una lettera da nostro padre 
a me diretta. Gli dee che ha saputo che tratta per la croce 
di Carlo e che crederebbe conveniente l' includerci lo zio. 
Egli s' inquieta di questo, perchè appena è cosa fattibile l'ot- 
tenerla per uno. Abbiamo in questa occasione discorso un mo- 
mento della sua situazione : gli rincresce di ritornare a casa 

(1) Sovraintendenle alle poste era in Roma l'abate Maccabruni. 

14 



— 210 — 

solo e si aspetta delle seccature. Io voleva parlare con inte- 
resse della materia, ma non mi pare che si possa, perchè, sul 
più bello, passeggia e non gliene importa più niente. Egli ha 
due progetti ; l'uno di ritornare a Malta, casochè si annoi in 
casa, l'altro di servire nelle truppe. Per me trovo e l'uno e 
l'altro fattibile; quello poi di Malta anche più, perchè mi dice 
che gli basta che gli si assegnino cento zecchini. Ma come di- 
scorrere seriamente, s'egli non ha saputo ora vivere con cin- 
quecento scudi Romani ? 

D. Agostino Casati credo che venga da Parigi. E un 
uomo singolare per la sua franchezza. Siamo veramente teneri 
amici (0, 

Abbiamo una novità importante : il giorno 6 a sera è 
stato da una gran truppa di sgherri condotto alle carceri di 
Roma il Segretario dell'ambasciatore di Portogallo, monsieur 
Verney : il giorno appresso fu trasportato a Napoli e di là 
s' imbarcherà per Lisbona. Non si sa il perchè (2). 

Abbiamo pure una diffida fra un cavaliere di Malta ed 
un abate. Questo cavaliere è francese ed ha fatte le cara- 
vane con Giovanni. Si ritrovò una di queste sere in una grossa 
compagnia di cittadinanza, dove si ballava. Egli stava vicino 
ad una signora ; si alzò per ballare e osservò che un abate 
si disponeva a prendergli il posto, impulitezza molto comune 
in Roma. Gli disse : n Signor abate, questo è il mio posto n 
l'altro si pose a ridere : egli replicò che non v'era da ridere 
e che badasse ad occupare quel posto, perchè glielo diceva 
seriamente. A questa disputa i circostanti ridevano allegra- 
mente d'entrambi, ma l'abate per altro non ardì sedersi. Poco 
dopo per far dispetto al cavaliere, gli schiacciò un piede, 
senza dirgli nulla. II cavaliere se ne lamentò forte, dicendo 
con un tuono sicuro : che malanno di paese era mai questo, 
dove le persone calpestavano gli piedi della gente senza dire 
una parola di complimento ; e dopo avere ben strappazzato 
l'abate, che fu fischiato da tutta l'assemblea, se ne andò dicendo 

(1) Cfr. Cari., voi. II, pp. 63-64. 

(2) Era m.r Luigi Antonio Vernese, segretario di Legazione presso il Mi- 
nistro Plenipotenziario del Portogallo. Leggesi in proposito nelle Nuove, ecc., 
1771. n. 27, 1 lug., p. 207. 



— 211 — 

ch'era capitato in cattiva compagnia. Eccoti il giorno appresso 
che l'abate fischiato ti manda al cavaliere una lettera, in cui 
gli domandava soddisfazione, incitandolo a ritrovarsi a Villa 
Medici colla spada. Il cavaliere, senza scrivere, rispose a voce 
al latore del biglietto che era prontissimo a soddisfare il si- 
gnor abate, ma non a Villa Medici, per essere palazzo del 
Granduca di Toscana, degno di tutto il rispetto, che però 
avesse la bontà di porre sotto lo stesso biglietto qualche altro 
sito che gli fosse piaciuto, che subito veniva, anzi che desi- 
derava di battersi alla pistola. Sai qual fu la risposta? Una 
umilissima scusa, appunto sotto la stessa lettera diffida la più 
impertinente. Il cavaliere intanto va mostrando per la città 
questo monumento, che fa ridere ognuno della stolidezza di 
quest'abate, che ha creduto di metter paura ad un uomo di 
nascita, ad un militare e ad un francese. Addio, caro amico 
del mio cuore ; ti abbraccio stretto. MA salutano coli' anima 
i separati per poco tempo, ma eternamente uniti MP. 



CXXXV (411). 

Roma, 1 2 giugno 1771, 

Scrivo in quest'ordinario a Giorgio Ghelfì, a nome della 
mia marchesa, in risposta alla contessa. Dunque fin'ora gli af- 
fari non incominciano. Non per questo temo che vadino al 
lungo, perchè, senza che ritorni codesta colonia, il nostro paese 
rimane nell'anarchia. Inoltre gli affari, che avete a trattare, sono 
stati schiariti con tante consulte, che mi pare che, ponendovi 
mano, debbano terminarsi in pochi giorni. Sono contento di 
non avere scritto al signor Principe. Sento da te che il tuono 
di famigliarità si va stendendo su tutti i Lombardi e trovo 
naturale che ci vogliano sempre più attaccare ai nostri adora- 
bili principi anche per questo mezzo. Aspetto con somma im- 
pazienza qualche nuova delle prime mosse agli affari, perchè 
fin'ora, ne dalle buone accoglienze, ne dalle cortesie si può 
ricavare nulla di sostanziale. Bisogna vedere qualche cosa di 



— 212 — 

preciso ed io mi aspetto buone nuove, non essendo possibile 
che i vasti lumi ed un perfetto disinteresse e zelo facciano 
poca impressione. l! conte Tarocca non l' ho veduto che due 
volte e non per altro che per una partita di buffonerie, dove 
riusciva molto bene : del resto per ragionare ho ben veduto 
che non era il suo mestiere, ne credo mai di avertene parlato 
con stima, a meno che non fossi molto distratto ('). Qui l'ab- 
biamo guardato come un buon giovine, ne abbiamo mai in- 
trapreso nessun discorso di qualche importanza nel poco tempo 
che lo vedemmo, conoscendo che questo non era il suo tuono. 
Ti dico che l'ho veduto due sere, la prima per fare a cusci- 
nate, l'altra un momento. Non trovo molto matematica la ri- 
flessione del conte Radicati C^). Dove mai trova contraddizione ? 
Sono, come dici benissimo, due proposizioni identiche. Ma 
pure dice in buona fede quello, che gli pare ed opera da 
onest'uomo. Mio padre mi ha mandato il semestre di cento 
scudi. Il cavaliere aspetta risposta per partire ; non mi pare 
che ci sia altro che andare col corriere ; e mi rincresce che 
|a stagione si va riscaldando assai. La mia buona amica gli 
usa delle attenzioni e credo che ti dirà il bene che merita. 

Ho veduto dal librare varie copie, che legava, delle Me- 
ditazioni. Si vanno spacciando e piacciono. Carlo scrive al 
cavaliere che una dama gli usa molte amicizie; che il signor 
Principe ha domandato alla stessa come gli piaceva l'abate 
Verri e ch'essa ne ha fatti tutti gli elogi da vera amica. E 
incantato di codesto mondo nuovo e di te infiinitamente. 

Addio, dolce amico del mio cuore ; ti abbraccio e ti 
spero fra poco contento. Oh tempeste interminabili, quando 
viene una placida serenità! Addio, MA salutano con tutta 
l'anima i cari MP. 

(1) Una contessa Tarocca era sorella della contessa di Wurembrand, mo- 
glie al ministro plenipotenziario cesareo a Napoli nel 1771. Cfr. 'Diario Ordi- 
nario, n. 8291, p. 2. 

(2) Forse aveva fatto qualche obbiezione ad una proposizione di Pietro. 



— 213 — 



CXXXVI (412). 

Roma, 15 giugno I77I. 

Ricevo una cara tua breve e tanto meglio. Incominciano 
a farti lavorare. Dovrebbe, come spero assolutamente, termi- 
narsi presto ogni cosa, giacche il fondo è già smassato. 

Sto aspettando col primo ordinario la risposta di nostro 
padre al cavaliere e chi sa com'è ? Alla peggio, gli può scri- 
vere che ritorni subito col corriere. Egli, intanto, vive con 
me molto tranquillamente. Viene tutte le sere dalla mia buona 
amica ed il principe Lante lo ha presentato in varie case, 
tanto da poter dire che ci è stato. Trova molta mala grazia 
nelle dame ed ha ragione ; e la società generalmente gli pare 
noiosa ed ha parimenti ragione. Le Romane, in generale, non 
hanno il tuono di dolcezza lombardo. Parlano con tuono da 
uomo e guardano appena un forestiero, che gli si presenti. 
Ma, se si vuole annoiare a giuocare con loro la partita, è su- 
bito ricercato da per tutto. 

10 vado sperando di sapere da te qualche cosa di pre- 
ciso e me lo aspetto in ogni ordinario. Fin'ora non si può 
far fondamento che su le apparenze, che non possono essere 
migliori. 

11 libraro mi dice che il Ubro si va spacciando. Lo leg- 
gono prima alquanto per sapere che cosa è e poi lo comprano. 

Io sto facendo una traduzione della Iliade ad uso della 
Marchesa e sono alla quarta parte del lavoro. Tronco le 
lunghe parlate e compendio quant'è possibile, senza rompere 
il filo e traducendo letteralmente fino che permette la nostra 
lingua. Confronto il mio lavoro con madame Dacier, che era 
una buona donna, innamorata di Omero ; sapeva molto bene 
questa lingua, ma non aveva giudizio alcuno. Tutto in Omero 
è diviso e le sue note sono mirabili ; oltre di che talvolta 
nel testo ha messo del suo, delle vere ridicolaggini (0. Questi 

(1) Si può paragonare questo giudizio sulla Dacier con quelli del Voltaire 
in Essai sur la Poesie ^pique i Oevres, v. II, p. 357, eh. II, Hòmere) e nel 
'Dictionnaire philosophique, Epopèe (Oevres, v. VH, pp. 513 e sg.), certo poco 
benevoli in suo riguardo. 



— 214 — 

benedetti antichi o sono disprezzati da chi non gli ha mai 
letti o sono eccessivamente stimati dalla pedanteria. Mi pare 
che pochi gli giudichino a sangue freddo, senza trasporto o 
impostura. 

Addio, caro amico del mio cuore : ti abbraccio. MA sa- 
lutano caramente MP. 



CXXXVIl (4Ì3). 

Roma, 19 giugno 1771. 

Nostro padre ha risposto al cavaliere con buonissima grazia, 
senza il menomo lamento, perchè gli cerchi quattrini ; nello 
stesso tempo mi ordina di somministrargli il bisognevole, che 
mi rimborserà. Anche questa è finita bene e ne ringrazio il 
cielo, perchè mi sarebbe dispiaciuto assai che il Cavaliere 
avesse dei rimproveri. Egli si fermerà fino ai 29 del corrente, 
che è il giorno di S. Pietro, e poi la stessa notte pensa di 
mettersi nel calesse del corriere. Qui la spesa non può esser 
che piccola. Il suo servitore si è collocato con un altro ; in- 
tanto il mio gli basta. Pigione non ne paga. Non gli rimane 
di spesa che la carrozza, qualche volta e le mancie dei testoni 
nelle case, dov'è presentato, e la piccola partita del nutrimento. 

Vengo a noi. Sono contentissimo che si comincia a lavorare 
e ne spero bene. Ho fatta confidenza colla marchesa Sparapani 
delle tue mire su di me e dice ch'ella non crederebbe esservi 
incombenza più opportuna che qualche agenzia, avendo osser- 
vato che vari poveri cavalieri si sono qui fatta con esse una 
fortuna considerabile. Queste agenzie non sono di affari politici, 
ma sono gì' interessi de' vescovi ed abati e simili persone, che 
tengono a questa Corte un agente per le loro occorrenze ed 
avendo essi pure bisogno di un'onesta persona, che qui faccia 
i loro affari, e potendo io trovare molti che rispondano di me, 
presentemente, a Vienna, oltre il noto discorso tanto favorevole 
di S. A., potrebbesi rivolgere le mire a questo scopo ed io 
pure non saprei ritrovare altro. Ma il prendere lumi qui è 
impossibile, perchè metterebbe in sospetto le persone, che vi 



— 215 — 

pretendono : costì sul fatto meglio si può vedere se mai vi 
fosse qualche nicchia e si potrebbe incominciare anche dal 
poco a provarmi. Questo sempre più mi attaccherebbe al paese, 
ne sarebbe incombenza, che mi potesse pregiudicare la tran- 
quillità. Dunque, in via di mero progetto, senza lusinga alcuna, 
vi puoi pensare, se te lo permettono i tuoi affari e le tue cir- 
costanze; la prima riflessione dovendo essere di pensare a te 
e di non stancare le persone con instanze per gli altri. Io 
sento la più viva e tenera gratitudine per tante occupazioni 
che ti assumi, affine di rendenni sempre più felice. 

La tua cara Maddalena ha scritto alla Mia in 'quest'or- 
dinario. Il Cavaliere è contento di noi. Vive nella nostra so- 
cietà e la Marchesa gli vuol bene, trovandolo un carattere 
sicuro, onestissimo e di un cuore eccellente, come veramente 
lo è. Mi spiace che mi deve lasciare : è di un carattere tran- 
quillo e dolce e non sospetta nemmeno che gli uomini sono 
cattivi. Addio, eterno amico del mio cuore, ti abbraccio col- 
l'anima. Addio. MA salutano caramente i buoni MP. 



CXXXVIII (414). 

Roma, 22 giugno 1771. 

Il 29 di questo, a mezza notte, cioè il giorno di S. Pietro, 
partirà Giovanni col corriere. Mi fa un sensibile dispiacere 
ch'egli mi lasci, perchè adesso l' ho conosciuto anche meglio 
per un ottimo carattere; e quello che mi fa maggior pena è 
il vedere ch'egli ritorna a casa molto di mala voglia, com'è 
naturale, massimamente per l'assenza di voi altri, che soli ab- 
braccierebbe con trasporto. Il nostro congedo voglio che sia 
men dispiacevole che si può ; e, per conseguenza, lo pregherò 
di sparire quella sera senza dirmi nulla. Lo nascondo anche 
alla mia cara amica, che già ha buona amicizia per lui ed 
egli sentimenti di stima e di amicizia per lei, quali non potrà 
a meno di spiegare a voi altri, che in questa occasione ve- 
drete sempre più quanto sia il vero merito del cuore di questa 
adorabile persona. Io vorrei per la tua quiete e quella della 



— 2i6 — 

tua amabile amica e del Cavaliere, che fosse vicino il tuo ri- 
torno, come spero : non vi è apparenza che nel breve inter- 
vallo, che passerà dalla sua venuta alla tua, egli debba sof- 
frire disgusti, tanto più che pare che nostro padre abbia qualche 
sorte di riguardo, o, se si vuole, di tenerezza per lui, aven- 
dolo niente rimproverato del piccolo disordine delle sue finanze, 
ma pure l'andare a casa solo, non lascia di fargli impressione 
e la perfetta libertà di due anni gli renderebbe più sensibile 
ogni disgusto domestico. Egli ha alloggiato da me con una 
discrezione ed una tranquillità indicibile e mi sento attaccato 
alla sua naturale bontà. E nato buono, ha della sensibilità, 
della dolcezza molta e nello stesso tempo un risentimento 
d'onore ; e colla sua eguaglianza e moderazione è di una co- 
modissima società ed invita a compiacerlo in ogni cosa. De- 
sidero di tutto il mio cuore che viva tranquillo e sono impa- 
ziente di saper sue nuove quando sarà in casa. 

Il libraro va spacciando assai il libro : mi dice che piace 
generalmente e che molti lo hanno e che si è saputo esserne 
tu l'autore ; io, poi, non so come ed in sostanza è che gliene 
rimangono poche copie. 

Mi viene confermato non esser cosa difficile, per chi 
abbia qualche appoggio, l'ottenere le agenzie degli Elettori 
ed essere nicchia profittevole assai e non disdicevole ad un 
uomo di nascita, essendone altri. Danno chi trecento e chi più 
scudi romani. Quelli Elettori, che hanno i maggiori affari a 
questa Corte, sono gli ecclesiastici e le loro agenzie sono le 
migliori. Ti dico tutto questo, in caso che pensi ancora a me. 
Del resto vedrai sul fatto il meglio. 

Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio. MA sa- 
lutano coll'anima i buoni MP. 



CXXXIX (4Ì5). 

Roma, 26 giugno 1771. 

Il prossimo 29, a m5zza notte, parte il cavaliere, come 
ti ho scritto. Il corriere è già pagato. Io considero la condotta 
di nostro padre, e come già da due volte gli abbia sommini- 



— 217 — 

strati quattrini oltre l'assegnamento, e penso che questo tuono 
discreto assai, che si è tenuto con lui, provenga da ciò che 
hanno temuto che si fermasse a Malta. Se un cavaliere vuol 
stabilirvisi, lo può fare con tutta facilità. Primamente costa 
poco; e poi, s'egli dicesse di voler fare la professione e vivere 
al suo convento, non vi sarebbe nulla da opporsi. Ed ecco 
la mostruosità di ben due figlioli prodighi. Credo adunque che 
la condotta domestica abbia questa ragione, giacche non saprei 
trovarne altra nei sentimenti, e le espressioni sono tanto cor- 
diali, chiamandolo n amabile n nostro padre in una sua ultima, 
che mi scrive, e conservando sempre uno stile di buon umore 
e di somma ragionevolezza. Le spese del suo mantenimento 
e viaggio da qui a Milano e quelle della sua dimora meco 
per un mese saranno in tutto quaranta zecchini, che nostro 
padre mi rimborserà prontamente, come non ne dubito. 

Il libro è quasi spacciato tutto ; ed il libraro mi conferma 
che generalmente piace. Un certo abate Bignon, francese ('), 
che e un parlatore di vantaggio, ma che ha dello spirito e che 
ha letto molto in queste materie, mi ha complimentato sul 
libro, dicendomi che non aveva veduto nulla di scritto con 
tanta precisione, chiarezza e verità ; che sapeva ch'era di mio 
fratello ; che lo squarcio sulla moneta, su i tributi e sul prezzo 
gli erano parsi presi in una maniera affatto nnova : che ben 
si capiva dal tuono del suo stile, che non era un semplice 
autore, ma un uomo di affari e massimamente dalle conside- 
razioni pratiche e dalla sicurezza di maneggiare la materia; 
insomma, dicendomi cento cose oneste ed obbliganti da uomo 
persuaso. 

Fm'ora non so nulla affatto, ne degli affari, ne di te con 
precisione. Ma, pazienza; hai ragione di non fidarti della posta. 
Generalmente sono pieno di buone speranze. Ma quando ar- 
riverò io a vederti tranquillo e contento stabilmente ? E un 
pezzo che siamo in burrasca ; il porto è vicino sicuramente. 
Non vedo l'ora di saperti in Milano. Io mi sento in bilancia 
teco ed ogni lettera che apro, mi aspetto qualche consolazione. 

(I) Giovanni ' Federico Bignon, bibliotecario reale (1747-1784) si può iden- 
tificare coU'abate francese, di cui parla Alessandro ? 



— 218 — 

Addio, caro eterno mio amico, a cui devo ogni momento 
di bene che ho al mondo: ti abbraccio coli' anima. Salutami 
caramente l'abate e Laugier, se lo vedi, per risparmiarti la 
graffiata d'occhi ('). Saluta il caro Luigi, nostro buon amico, 
ringraziandolo della memoria che conserva di me. Attendo ri- 
sposta del signor consigliere Sperges sul quesito se debba o 
non debba scrivere al signor Principe. Natnralmente, dirà di 
no : ma quasi penso che ha qualche mira, posto che ha detto 
che mi voleva pensare a casa. Pare che voglia farvi matura 
riflessione. Quasi quasi mi hai data la malattia politica: mi 
occuperei con tutto il cuore in qualche servigio nei termini, che 
ti ho scritto. Potessi almeno con qualche onorata occupazione 
esserti di minor peso ! Addio ; ti abbraccio. MA salutano con 
tutta l'anima i buoni amici MP. 



CXL (416). 

Roma, 29 giugno 1771. 

Questa sera parte Giovanni col corriere. Abbiamo pat- 
tuito di non fare congedi. La Marchesa non ne sa nulla e 
lo saprà soltanto al tardi. Sono sensibile a questo accidente. 
Era meglio che andasse da qualche altra parte. Non vedo l'ora 
che tu ritorni. Mi pare di vederlo di malumore di non ritro- 
vare a casa nessuno di voi altri : ma s'egli aveva i cento zec- 
chini almeno, che doveva avere, questo non sarebbe succeduto. 
Io non ho voglia di scriverti molto : onde ti bastino poche 
righe. Sono impaziente di ricevere tue nuove dettagliate, come 
mi prometti per il venturo ordinario. Dimmi qualche cosa che 
mi consoli. Questa partenza di Giovanni mi rattrista ; mi ec- 
cita tutte le buone e le cattive idee di famiglia. Mio caro 
eterno amico e consolatore e difesa, ti abbraccio coU'anima. 
Addio. 

MA salutano con tutto il cuore MP. 

(1) Cfr. Cari., voi. Ili, pp. 52-53. 



- 219 — 

CXLI (417). 

Roma, 29 luglio 1771. 

Il 29 alle 6 Vi è partito Giovanni ed io sono stato sen- 
sibile alla sua partenza quanto non pensava. Egli e tanto buono 
e tranquillo che inspira dell'amicizia e la sento realmente per 
lui. Si aggiunge a tutto questo la circostanza dispiacevolissima 
che ritorna in casa senza ritrovare una fisonomia, che lo con- 
soli. Non spero che nel suo naturale così placido, per cui le 
cose non gli fanno quell'impressione che arrivi al fremito. Io 
soffro assai, pensando a questo : e forse egli non avrà una sen- 
sazione così forte, quanto la mia, benché egli sia vicino agli 
oggetti, che la eccitano. Almeno mi lusingo con questa idea 
per consolarmi. Questi tasti mi fanno sempre fremere e sempre 
con una forza, che mi tormenta. Vi sono stati dei momenti 
ne' quali, parlandomi a tavola delle circostanze domestiche con 
tutta placidezza, io mi sarei alzato d'inquietudine, se non mi 
avesse trattenuta la considerazione di non fargli dispiacere, di- 
mostrandogli r impressione penosa de' suoi discorsi e mi è riu- 
scito di dissimulare così bene, che sicuramente non ha nem- 
meno sospettati i miei vivi sentimenti. Ma, d'altra parte, mi 
ha compensato assai, parlandomi di te ; ed insomma, saprai 
da lui come abbiamo vissuto insieme. La mia buona amica è 
stata sensibilissima alla improvvisa nuova della sua partenza e 
mi ha fatti molti rimproveri. L'ho veduta positivamente triste. 
La bontà eccellente del suo carattere, la sua discrezione somma, 
la sua buona educazione le hanno data una vera amicizia per 
lui e spero che lo troverai entusiasta del suo merito. La mar- 
chesa Sparapani rimase parimenti alla nuova, che le diedi : 
ed in sostanza sono cuori rispettabilissimi. Nessuno te ne può 
dare una perfetta idea di Giovanni, che ha vissuto con noi 
totalmente. Io ebbi il cuore stretto tutta quella notte : pensai 
che questo buon essere sbarcava in una famiglia come la no- 
stra, dopo due anni di libertà, di riguardi, di vita militare, 
dopo d'aver idea chiara di quello, che è ragionevole e di 
quello che è ridicolo, indegno e disprezzabile. Si sono com- 



— 220 — 

mossi i miei sentimenti sempre più. La funestissima idea di 
una partenza, che dispera, mi si è risvegliata, non so come, 
in vederlo tristo di ripatriare : mi si è oppresso il cuore, senza 
che ne trovassi ragione, ma per meccanismo di sensazioni ana- 
loghe. Vedeva che gli faceva pena di lasciare la buona M..., 
immaginati se posso ardire di svilupparti la scena, che si passò 
nella mia testa. Altronde, egli cantava al cembalo ; ha delle 
frasi affatto tue e fino dei gesti, e queste circostanze agivano 
sulla mia tenerezza e gratitudine. La sensibilità e la tristezza 
mi hanno preso di mezzo e ad un cuore, come il tuo, dirò 
che mi sono venute le lagrime agli occhi più d'una volta la 
sera della sua partenza, stando io ad una villa colla Marchesa 
e gli altri amici suoi, onde mi ritirava, perchè nessuno se ne 
avvedesse e molto meno lei. Caro mio benefattore, perdona 
tutto questo dettaglio. E molto tempo che sono agitato con te 
e non sarò felice che quando lo sarai. Fra poco avrai uno 
stato fisso e stabile, senza tante amarezze. Aspettavo in que- 
st'ordinario la cifra, ma l' hai rimessa al venturo e l'aspetto 
con impazienza, giacche le tue nuove fin'ora sono state vaghe, 
quali devono essere, attesa l' infedeltà della posta. Addio, 
eterno amico del mio cuore ;. ti abbraccio. MA salutano col- 
i'anima i buoni MP. 



CXLII (4Ì8). 

Roma, 6 luglio 1771. 

Ricevo la tua gran cifra, che senza noia, anzi con an- 
sietà, ho tradotta. Mi rimane da farti ancora qualche questione, 
perchè vi sono dei fenomeni, che non saprei spiegare. Mi rin- 
cresce di doverti obbligare a spendere il tempo nello scifrarmi, 
ma perdonerai la mia curiosità e mi risponderai se avrai tempo 
d'avanzo ; altrimenti avrò pazienza. Tu eri fatto primo ammi- 
nistratore (A). Come adunque sei diventato presidente dell'altro 

(I) Le parole eri amministratore in cifra. 



— 221 — 

nuovo dicastero ? ('). Per volontà propria o per altrui? Se per 
propria, è bene che abbia potuto scegliere quello, che cre- 
desti più opportuno; ma se per altrui, muta la questione e 
mi confermo nel tuo sistema Cartesiano, che non ti vuole la 
Ferma (^2)^ ne per conseguenza un abile amministratore (3). Per 
sapere poi se guadagni in questa mutazione bisogna sapere 
quale sarà l'autorità e quale il soldo (4). A partite eguali, se 
questi dati non fossero anche maggiori, v'è sempre di guadagno 
la quiete; e di più, guardando il futuro, non avresti il dispia- 
cere di essere in un negozio che rovinerà (5) sicuramente. 
Dall'altra parte vorrei sapere, perchè mai i Fermieri (6) non 
hanno avuta prima forza (^) ed ora tanto? 

Del resto, in sostanza, dati gì' inconvenienti moltiplici 
degli umani sistemi, non sono malcontento delle nuove tue. 
Farei altre interrogazioni, ma, prima che tu mi risponda, il 
tutto sarà finito e sviluppato, perchè vi vuole un mese a sapere 
la risposta e forse allora sarai in viaggio per Milano. 

Il libro è quasi spacciato tutto e il libraro mi conferma 
che Io sente lodare generalmente. 

Addio, dolce amico del mio cuore ; ti abbraccio cara- 
mente coH'anima. Giovanni è giunto ieri a Milano. Vorrei che 
fosse tranquillo quanto merita un carattere così discreto e man 
sueto. Saluta Carlo. Addio, MA salutano caramente MP. 



CXLIII (4Ì9). 

Roma, IO luglio 1771. 

Non v'è che un'anima delicata come la tua che possa 
pensare con tanta finezza. Tu mi dici che se io avessi, per 

(1) Le parole presidente • dicastero in cifra. 

(2) La Ferma in cifra. 

(3) Le parole abile - amministratore in cifra. 

(4) Le parole guadagni - mutazione - autorità - soldo in cifra. 

(5) T^ooinerà in cifra. 

(6) / Fermieri in cifra. 

(7) Forza in cifra. 



— 222 — 

mezzo di un impiego, una esistenza indipendente, ne avresti 
un positivo dolore, considerando che non avresti occasione di 
ricordarmi gli atti della tua amicizia. Io sento vivamente il 
sommo pregio di questa espressione e dico essere un mio sommo 
bene la tua amicizia per ogni momento della mia vita e ti 
abbraccio coll'anima. Ti raccomando i miei sentimenti ed ancor 
più il mio cuore della mia testa. Non hai bisogno che ti ri- 
peta che ogni impiego vincolante la libertà della mia tenerezza 
mi è odioso. Tu mi conosci, tu senti e senti delicatamente e 
mi confido in te. Una incombenza che sempre più mi attacchi 
a questo luogo mi consolerebbe ; ma una, che possa attaccarmi 
alla Corte nostra e poi col tempo obbligarmi ad altre destina- 
zioni, è affatto contraria alla mia felicità. Insomma, prima di 
decidere, bisogna aspettare la proposizione, ma intanto ti pre- 
vengo sulla costanza de' miei sentimenti. 

II venturo ordinario avrò nuove del Cavaliere e vorrei 
che vivesse tranquillo. Si va sempre più spargendo nel paese 
che tu sei autore del libro : alcuni me lo dicono ed io rispondo 
che nel frontispizio non v'è autore. Non lo voglio ammettere 
prima che ne sieno spacciate molte copie ; giacche Aubert 
non ne ha mandate che trenta; e, naturalmente, ne manderà 
delle altre, essendo già tutte vendute. 

Bossi e partito per Parigi. Verri pure parte per colà, ne 
lo vedremo più. Ei dice la solita canzone che si vuol ritirare, 
ma nessuno la crede. Va a brigare al solito. E un uomo di- 
vorato dalla vanità. Non ci siamo più trattati e tanto meglio 
per me, ch'era troppo di buona fede con un uomo acuto e 
fino incredibilmente ('). 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano caramente MP eterni buoni amici. 

(1) Per mons. Verry, Uditore della S. Romana Rota, cfr. Cart., voi. Ili, 
lelt. CXXIV, p. 250. Nel Diario Ordinario n. 8292, p. 5 è detto invece che 
il Verry parti ai primi di agosto per la Francia, ove si diceva dovesse passare 
tutto l'autunno. 



— 223 — 

CXLIV (420). 

Roma, 17 luglio I77I. 

Tu non ricevi mie lettere, per le solite infedeltà della 
posta. Vuoi sapere qualche cosa dell'abate Marchisio (' ) e 
non te ne posso dare che cattive relazioni. Egli è stato, col 
titolo di monsignore, in Roma, ma in sostanza come occulto 
esploratore di varie Corti, fralle quali di Parma, sapendo io 
di certo che mons. Tillot diceva che non aveva in Roma mi- 
gliore spia di questa. Si racconta ancora ch'egli si facesse 
imprestare un servizio d'argento e poi lo impegnasse ed infine 
ha qui la peggior riputazione del mondo. Questo è quanto 
posso dirti, giacche me lo domandi ed in ogni caso è bene 
che lo sappia. 

Ieri ho inteso quello, che non aveva mai udito intorno gli 
affari del pontificato passato e da parte sicura, cioè da gente, 
che ha avute queste notizie dall'ambasciatore istesso di Francia. 
La rottura era tanto avanti che sei mille uomini del re di 
Napoli dovevano prendere la posta di S. Giovanni Laterano 
e sulla piazza di quella chiesa accamparsi. Sei fregate fran- 
cesi contemporaneamente avrebbero sbarcato a Civitavecchia 
delle truppe, che si sarebbero accampate alla porta del Po- 
polo. Erano già dati gli ordini : il tutto era concluso e fu il 
marchese Tanucci, che salvò Roma ; e ciò perchè, essendosi 
trattata questa cosa fra la Spagna e la Francia, senza di lui 
saputa, egli fece varie difficoltà alla esecuzione, esponendo 
che i sei mille uomini del re di Napoli sarebbero stati dispersi 
dai villani della Romagna, e che, se anche arrivassero, sareb- 
bero morti in Roma per la cattiva aria essendo d'estate. In- 
somma, per le sue difficoltà, si ritardò l'esecuzione ed intanto 

(]) L'abate Giuseppe Marchisio, ministro del duca di Modena, era allora 
a Roma, ma poco dopo partì per Vienna in qualità di ambascistore del suo 
sovrano in luogo del conte Alessandro Poggi, Nella lettera di Maria Teresa del 
1771 si trova molte volte il suo nome. Il Marchisio era stato ministro plenipo- 
tenziario alla Corte di Madrid. Cfr. Diario Ordinario a. 8265, p. IO, n. 8269, 
p. IO e n. 8271. p. 22. 



— 224 — 

il Papa morì. L'ambasciatore di Francia già aveva destinato 
di ritirarsi a Siena. Vedi che bagatella ! Il paese sarebbe stato 
in un disordine incredibile. Il Papa credeva di esser martire 
e si era preparato. Non si voleva cedere in nulla. Le contri- 
buzioni, i saccheggi avrebbero ruinate molte case. Era il giu- 
dizio finale. Mi ha fatta grandissima sorpresa questa notizia» 
che appena adesso ho saputo, perchè ormai non si fa più mi- 
stero del passato, essendo le massime attuali molto diverse. 
Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio coll'anima. 
MA salutano i buoni MP. 

CXLV (42 ì). 

Roma. 20 luglio 1771. 

Ricevo anche in questo ordinario una tua breve e ne ho 
piacere, perchè lavori molto e così ritornerai presto. Tu in- 
tanto non hai mie lettere ; ma, se fanno il semicircolo di an- 
dare alla Stradella, come non pensavo, possono tardare assai 
per il Po e per incuria dei servitori. Nostro padre mi ha rim- 
borsate puntualmente le spese di Giovanni, il quale vi desi- 
dera assai tutti due, come intenderete dalle sue lettere. 

Le avventure del Casanova sono singolarissime ('). Egli 
però è un cattivo soggetto : un uomo grande, arditissimo, ro- 
busto, non frenato da nessun timore sopranaturale, bandito dalla 
patria, screditato, senza risorsa, vive coU'altrui, facendo truffe, 
ora mettendo paura a chi ha danari. Era qui sul punto di an- 
dare prigione; si presentò al buon P. Jacquier, narrandogli 
con energia grandissima ed occhi torvi le sue miseri*^, in aria 
da disperato. Jacquier ha stimato bene di dargli venti zecchini, 
che domandava per disimpegnare un abito (2). E stato ultima- 
mente in Roma un suo fratello con un principe polacco (3) che 

(1) Si vede che a Vienna avevano parlato a Pietro di lui. Cfr. Cari., 
IH, lett. CLIl, p. 311 e sg. 

(2) L'abate Jacquier lo conosceva di vista per averlo trovato in un parla- 
torio di monache. 

(3) 11 principe Alessandro Mikhailovikh Biclosebky (1757-1809), letterato, 
ambasciatore dell' imperatrice Catterina II alla Corte di Torino, nell'agosto del 
1771 fu a Firenze. Restano di lui in francese: (Spilres aux Francois, aux Jln- 



— 225 — 

gli procurò un passaporto, per essere bandito da questi Stati 
sotto pena di galera, come falsario di cedole (4). Sono una 
buona razza. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano coll'animo MP. 



CXLVI (422). 



Roma, 24 luglio 1771. 



Potrai immaginarti le mie idee sulla notizia, che mi dai 
che vieni accusato d'aver lasciata deperire la Regalia Milani (0. 
Tu starai forte e ti dovranno accordare una giustificazione 
ampia e perfetta. Non è cosa da sopirsi. Tutto si può aspet- 
tare da gente che perde tanto nelle buone riforme, ma io 
spero assolutamente che non vi sarà difficoltà ad una dilucida- 
zione da cui apparisca la calunnia. Mi fa molto dispiacere 
questa novità per l' inquietudine tua. Il partito della Ferma 
sempre sarà in moto, finche rovini, se potrà, ogni cosa; ma 
speriamo bene. Quanto alla presente accusa, ella non può fi- 
nire che col dimostrarne o ignoranti o calunniatori chi V ha 
fatta; non so poi come potrai in Vienna provare i tuoi bi- 
lanci, non avendo con te i libri e gli altri documenti, onde 

glois et aux abilants de la répuhlique de Saint Marin, Cassel, 1784, in- 8.°; 
Circe, cantata, Dresda, 1787, in-S.» Cfr. De la France litiéraire, voi. I, p. 269 
e CASANOVA, Memorie, Vili, eh. IV, p. 109 (ediz. Garnier). 

(4) Giovanni Alvise Casanova (1730-1795), recatosi nel 1750 a Roma, di- 
morò nella città eterna ben 14 anni e vi sposò Teresa RoUand. Durante la sua 
dimora in Roma si rese tristamente celebre per la falsificazione d'una cambiale di 
3,850 scudi in danno del mercante di stoffa Belisario Amidei, per il quale reato 
fu condannato in contumacia nel marzo 1 767 a dieci anni di galera. La storia 
di questa cambiale falsa è stata narrata dal Valeri nel fascicolo di febbraio 1897 
della Vita Italiana. Il Casanova nelle Memorie, to. Vili, e. VI, p. 198, ricorda 
il tentativo fatto nel 1771 dal fratello, venuto a Roma mediante un passaporto 
col principe Beloselski, Inviato di Russia a Dresda, per ottenere il condono della 
pena ; ma il senatore di Roma fu irremovibile. Cfr. altresì del Valeri, Casanova 
a Roma in Rioista d'Italia, a. II, 1899, p. 330 e sg. 

(1) Una delle Regalie, che Pietro era stato incaricato dal Governo di am- 
ministrare. 

15 



— 226 — 

penso forse che dovrai aspettare di essere a Milano. Altronde 
tu mi dici che già hai stesa la tua apologia. Quanto a me, 
dimenticami affatto ; non seccare alcuno per mia cagione : fa 
i tuoi affari, ch'essi sono veramente i miei. Addio, caro eterno 
amico del mio cuore ; aspetto migliori nuove. MA salutano 
coU'anima MP. 



CXLVII (423). 

Roma. 27 luglio 1771. 

Il marchese di Condorcet è molto amabile. Mi ha fatto 
sommo piacere la sua lettera ('), perchè mi parla di persone, 
che conosco. Sono sicuro che scriverà con lode del libro. Se 
lo conoscessi, lo troveresti veramente pieno di merito e di 
semplicità. Qui sono esitate le copie delle Meditazioni ed è 
stimato generalmente, come ed il libraro e il P. Jacquier ed 
altre persone mi confermano. 

E ben straordinario che non si parli costì della guerra 
de' Moscoviti, che ha tanta relazione cogli stati imperiali. Ma 
ne so abbastanza, per quanto mi hai detto altre volte, per 
esserne persuasissimo. 

Tu non hai tempo di darmi le tue nuove in cifra, ma 
io le vado raccapezzando dai dati, che ho e m'immagino i fili 
di questa trama. Basta ; comunque sia, ritornerai certo più 
tranquillo e senza perdere nulla, anzi con tutta l'apparenza 
di vantaggio. Non ti voglio stancare col tradurre la cifra ; 
perciò non ti dirò di più. 

A Parigi si è messa riforma ai vitalizi ed ora sento che 
si dà mano alle pensioni. Il P. Jacquier ne ha dalla Corte e 
mi spiacerebbe che alla sua età gliela diminuissero. 

Le dolcezze paterne sicuramente vengono dalle tue nuove. 
Sono stato rimborsato di scudi cento due, che ho spesi per 
il Cavaliere in ventisei giorni, che ha dimorato in Roma, com- 

(I) In risposta all'invio delle Meditazioni, trasmessegli da 'Pietro, il mar- 
chese de Condorsct gli aveva scritto un'amabile lettera dove faceva pure ricordo 
di Alessandro. 



— 227 — 

preso il corriere pagato. Mi è venuto un estro mercantile de' 
miei soliti, che finiscono sempre in mio danno. Ho mandato 
a Milano al Cavaliere quindici zecchini romani in effettivo, di- 
cendogli che me gli rispedisca in cambiale : voglio vedere in 
che proporzione di cambio siamo con quella piazza. Vi si 
deve guadagnare, io spero, anche comprese le spese del tra- 
sporto, che sono tredici paoH ogni cento scudi romani per il 
corriere. Sono assicurato dai cambisti che talvolta con Livorno 
v'è fino il dieci per cento di differenza, lo non capisco nulla 
come succeda questo gran sbilancio, e, molto meno, come il 
guadagno non lo faccia tanto il cambista, quanto quello, che 
riceve la cambiale, perchè egli è certo che se io pago a Li- 
vorno cento zecchini romani e me gli faccio trasmettere in 
cambio a Roma, qui mi diventano cento cinque o sette o più. 
Dimmene qualche cosa, te ne prego. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano coll'anima i cari buoni amici MP. 



CXLVIII (424). 

Roma, 31 luglio 1771, 

Mi aspetto ogni ordinario la desiderata nuova che avete 
finito ogni cosa e che siete licenziati : ile, missa est. Ormai 
tutto è deciso. Ho veduto sulle gazzette un discorso del re 
di Svezia nell'aprimento degli Stati Generali, molto eloquente 
e grave ('). Non mi confermi la nuova di una disfatta de' Mo- 
scoviti per terra e sento altronde che non sia vera. Noi altri 
qui ci distruggiamo ora per una parte, ora per l'altra ed 
ognuno cerca avidamente le novelle di tal guerra, mentre che 
costì non se ne discorre, dove certo pare che dovrebbe cre- 
dersi un oggetto importante, più che agli abati romani. 

(1) Il discorso di Gustavo 111 (1746-1792), salito al trono il 30 maggio 
1771, che aveva incontralo l'approvazione di Alessandro era stato pronunciato 
il 25 giugno nell'apertura delle sessioni della Dieta. Esso è riferito integralmente 
nelle Nuove di dioerse Corti, 1771, n. 30, 29 luglio, p. 235 e sg., Stoccolma, 
29 detto mese. 



— 228 — 

A Parma vi sono novità; le dovresti qui sapere meglio 
di me ; a buon conto le dico. La marchesa Malaspina esi- 
liata; il padre Paciandi, bibliotecario relegato in un con- 
vento (0; persone attaccatissime a raonsieur Tillot, il quale 
scrive qui in Roma che si aspetta la disgrazia e che non prova 
altra pena se non se di vedere che i suoi amici soffrono per 
lui (2). 

Aubert mi scrive che la spesa della Enciclopedia è forte 
assai e che avrebbe bisogno che i suoi amici lo aiutassero. 
Io non intendo come questo sia, avendogli il Gran Duca fatta 
una considerabilissima sovvenzione senza interesse. 

Il mio disegno della Corte è questo. Gettare a terra l'isola, 
che separa la piazza de' Mercanti dalla piazza del Duomo ; 
in mezzo di questo grandissimo spazio una sontuosa fontana e 
nel lato di fronte al portico de' Figini fabbricare la nuova Corte 
di pianta. 

Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio. E qualche 
tempo che non ho nova della tua cara Maddalena, che è alla 
campagna ed ho piacere di sentire da te che sta bene. Addio. 
MA salutano col cuore MP. 



(1) Paolo Maria Paciaudi (1710-1785) vestì diciottenne l'abito dei Teatini 
e per vari anni si distinse quale oratore sacro. Datosi ìndi allo studio delle di- 
scipline archeologiche pubblicò in Roma nel 1755 un'opera intitolata Cristiane 
Anlichità. Nel 1 762 passò a Parma, invitatovi dal duca Filippo di Borbone e 
dal Du Tillot, a formarvi la biblioteca. Caduto poi in disgreizia del duca nel- 
l'agosto del 1771, gli fu intimato l'arresto nel suo convento; gli si fecero accuse 
circa l'amministrazione della biblioteca, che tutte però egli seppe dileguare, tanto 
che fu liberato dall'arresto nel febbraio 1772 e rimesso alla testa del suo istituto. 
Chiese poi d'essere esonerato dalla carica due anni dopo, accorgendosi di noa 
godere più il favore primitivo del sovrano; nel 1778 il duca ve lo richiamò. 
Cfr. De TIPALDO, (Biogr. degli Hai ili, Venezia, 1845, to. X, pp. 200-201. 
Una lunga biografia del P. Paciaudi sta in fronte alla Correspondence inedite du 
comte de Caylus atìec le pere Paciaudi, pubblicata da C. Nisard, Paris, 1877. 

(2) La caduta del potente ministro seguì difatti pochi mesi dopo. 



— 229 - 



CXLIX (425). 



Roma, 3 agosto 1771 



Anche nostro padre mi scrive che la ristampa ÒqW Eco- 
nomia Politica del Galeazzi è terminata ('); opera, dic'egli, già 
celebrata in Toscana ed in Napoli. Qui sono spacciate tutte 
le copie. Nostro padre mi scrive una lunga lettera sul Cava- 
liere, dicendomi che si è ritrovato il suo equipaggio più leg- 
gero di quando è partito, mancando molta biancheria, degli ar- 
genti e la croce di brillanti, che ha venduta. Quanto alla 
croce avrebbe fatto bene, perchè non era decente per la sua 
miseria, essendo quattro faccette di poco valore ; piuttosto luc- 
ciole che diamanti ; ed è meglio averla semplice che con questa 
pretensione mancata. La biancheria, in tanto disordine del 
mare, non è strano che ne manchi. Le paterne lamentazioni 
per altro non sono di cattivo umore. Mi suggerisce d'inspi- 
rargli la mia prudente economia, quasi che non fosse questa 
una virtù, ch'egli m'avrebbe resa necessaria, se ne mancassi. 
Io non rispondo nulla a questo proposito. Il Cavaliere intanto 
è alla Stradella. 

Monsieur Tillot è disgraziato, arrestato, guardato a vista. 

Qui giubilano tanto di questa mutazione, come del duca 
di Choiseul, perchè sempre sperano di ritrovare ministri più 
favorevoli. 

E una guerra implacabile quella di far ricorrere il Brio- 
schi al Senato : ma se la moglie non si è fatti dei torti ma- 
nifesti, dovrebbe vincerla, perchè il marito ha poco credito, 
né si manda la moglie in monastero così facilmente (2). Devo 
dirlo con dispiacere, ma con una fermezza di persuasione in- 

(1) La ristampa delle ^iCeditazioni fatta in Milano era la quinta nel giro 
<li pochi mesi, 

(2) Allude al tentativo fatto dal signor Brioschi di far rinchiudere in mo- 
nastero la propria moglie Antonia Vigore, che amoreggiava con Carlo Verri. Di 
questo tentativo, che riuscì contro le previsioni di Alessandro, si parla a lungo 
nelle lettere di Pietro a suo padre, che è la XllI dell'Appendice di questo voi. 



— 230 — 

credibile, che Io sperare che cessino le ostilità domestiche è 
sperare che i sassi non gravitino. L'unico rimedio è essere più 
forte ; e a questo tu sei giunto : ma mi pare che gli altri due 
vi pensino, perchè non vogliono subire alcuna noia per arri- 
varvi. Se l'abate si fosse prestato a qualche carica ecclesia- 
stica, a quest'ora sarebbe affatto fuor di tutela; così è sempre 
in dipendenza precaria : ma di questo ancora è inutile discor- 
rere. Io, se fossi stato nel mio vortice e non trasportato al- 
trove da una felicissima necessità, mi sarei assorbite le cariche 
civili; poi, avrei prese di mira le regie; ed ogni fatica mi 
sarebbe parsa piccola per esser indipendente e considerato. 
Ti giuro che sono quattro anni che non vedo una linea di le- 
gale ; eppure sai quanto mi vi affaticai ; me lo faceva piacere 
per ingannarmi per necessità ; e farei lo stesso un'altra volta in 
simili circostanze. Ma il mio genio sono l'erudizione e tutto 
quello che è filosofìa, fuorché le scienze che, per mia somma 
barbarie, mi hanno ritrovato insensibilissimo. Credo che intisi- 
chirei, se fosei condannato al calcolo, alm.eno per l' idea che 
ne ho. Uno squarcio di filosofìa sulle passioni e sulle leggi ; 
una storia giudiziosa mi fanno assai più piacere, che la dimo- 
strazione dell'orbita di tutti i pianeti e satelliti loro. La mia 
Marchesa fa una raccolta di storia naturale, minerali, conchiglie, 
farfalle , insetti , serpenti , produzioni marine , cristalli , pie- 
tre, ecc., ecc.; ed io fìn'ora confesso che vi prendo gusto per 
mera compiacenza ('). Sono barbaro; ma di buona fede. Addio; 
ti abbraccio col cuore. MA salutano caramente MP. 



CL (426). 

Roma, 7 agosto 1771. 

Ormai si stringono davvero i nodi : aspetto il venturo 
ordinario, o almeno sicuramente l'altro, la nuova decisiva del 
tuo destino, essendo per altro persuasissimo che saranno ap- 
provati i piani proposti, e che, per conseguenza, non si farà 

(1) Già s'è veduto come la marchesa si occupasse di fisica e di astronomia 
in Cari., voi HI, pp. 58 e 81. Per il museo raccolto dalla medesima, cfr. 
Maggi G, a. Vita di A. Vem. Milano, 1822, p. 22. 



1-bO 







- 231 — 

nessuna mutazione. Ora che mi hai schiarito alquanto, sono 
contento dell'esito del tuo viaggio, perchè, infine, la conside- 
razione per te non sarà minore ; la quiete maggiore ed il soldo : 
e, quanto alla considerazione, essa può essere grandissima, se- 
condo che più o meno sarà vasta la giurisdizione, perchè, se 
si vuole, infiniti oggetti hanno rapporto ad un simile impiego ('). 
Considero dall'altra parte la impossibilità che vada felicemente 
la Regalia: onde non vi è che da consolarsi d'esser sul lido 
in occasione di naufragi. Penso anche al titolo in sé molto 
decoroso : e posto che per combinare le opposte passioni ti si 
è voluta dare una nicchia altrove, non si può negare che questa 
sia convenientissima e mi pare che senza molto credito non si 
possono avere così buone uscite. Nostro padre me ne scrive 
parimenti chiamando la proposta tua destinazione ii piena di 
n convenienza, quale si bramava ». Vedo terra e sono posi- 
tivamente stanco di tante agitazioni. 

La Marchesa fa cento complimenti a Laugier e si è ser- 
vita di uno de' suoi modelli per far delle sedie. S'egli vivesse 
con lei, avendo tanto gusto, avrebbe da lavorare non poco. 
Ella è un moto perpetuo : unisce un gabinetto di storia natu- 
rale ; poniamo gì' insetti e le farfalle in scatole di cristallo : 
nello stesso tempo mobiglia un appartamento, lavora di ricamo 
in tre diferenti telari, ecc., ecc. 

Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio coll'anima. 
Saluta Carlo. Addio. MA salutano di cuore i buoni MP. 



CLI (427). 

Roma, IO agosto, I77I. 

Mi fa sommo piacere l'accoglienza che Cesare ha fatta 
al tuo libro. Non si può nulla dire di più obbligante e che 
mostri maggior stima : n Non conosco chi possa scrivere me- 

(1) Vuol parlare della carica di presidente del Commercio, che, secondo il 
piano proposto dai commissari, doveva toccare a Pietro, il quale veniva così tolto 
dalla Finanza. 



— 232 — 

n glio di lei n (0. Dunque, o ti ha molto ascoltato quando 
parli o ha letto qualche altra cosa del tuo. Ci stimo fortu- 
nati di esser sudditi di un principe, che distingue in tal ma- 
niera i zelanti ed illuminati. Sono contentissimo di queste 
espressioni. Ora mi aspetto davvero la risoluzione d'ogni cosa: 
siamo alla fine : Italia, Italia ! (2), Non vedo l'ora che tu sia 
più vicino. 

Ti voglio dar parte de' miei sempre infelici commerci. 
Mando a Milano al Cavaliere quindici zecchini romani, nuovi, 
traboccanti e gli dico di rimandarmegli in cambiale : quan- 
d'eccoti ieri mi giunge questa cambiale, ove il cambista dice; 
n Pagherete quindici zecchini romani al sig.' conte Alessandro 
n Verri n. Con che io mi trovo di aver perduto quattro paoli, 
che ho speso nel porto; e questo è l'esito della mia specu- 
lazione. Ma il cambista non è stato galantuomo, perchè quin- 
dici zecchini romani, pagati a Milano, devono fendere a Roma 
quindici zecchini e qualche paolo, più o meno secondo il 
cambio corrente; giacche tu ben sai che i venticinque zecchini, 
che mi mandi tante volte l'anno e che non sono qui in Roma 
che cinquanta un scudo e due paoli e mezzo (se sono zec- 
chini romani, che paghi in Milano) diventano in cambiale sino 
cinquantatre scudi e mezzo ed infine è cosa notissima, che si 
guadagna a trasmettere il cambio in Roma. Difatti ho scritto 
ad Aubert perchè mi dasse alcune notizie in questo partico- 
lare e ricavo che a trasmettere l'effettivo a Livorno in zecchini 
omani e poi facendolo trasmettere qui in cambiale, dedotta 
ogni spesa di trasporto, si guadagna l'uno e mezzo per cento. 
Fammi adunque un piacere: dimmi in che moneta tu paghi a 
Milano il cambista, quando mi mandi le tante cambiali che 
sempre passano i cinquantadue scudi e mezzo, se in ongari, 
gigliati o in zecchini romani o in argento. Soddisfa questa mia 
smania monetaria che mi ha invasato. 

Addio; ti abbraccio coll'anima. MA salutano col cuore 
i buoni MP. 

(1) Parole rivolte al Verri da Giuseppe II quando gli presentò le Medi- 
o 

:., Ili, 524. 



— 233 — 

PS. Per maggiore schiarimento de' miei quesiti ti dirò 
che venticinque zecchini firentini sono in Roma scudi 52 e 
mezzo. Lo scudo è paoli dieci. Venticinque zecchini romani 
sono in Roma scudi 57 e paoU due e mezzo, cioè scudi 
57 e un quarto. 

Le tue soHte cambiali mi danno il meno cinquantadue 
scudi e mezzo ed il più cinquantatre e mezzo. Questi sono i 
due estremi, che fin'ora ho osservati. 

CLII (428). 

Roma, 14 agosto 1771. 

Mi aspetto nel venturo ordinario la nuova che sono sot- 
toscritti i dispacci. Ma sempre sono anche disposto a veder- 
mela ritardare, perchè la faraggine degli affari è vasta e noi 
infine non siamo che una provincia del vasto regno. Il Cava- 
liere era alla Stradella : ora è ritornato ed è a Biasonno. 

Vorrei che avesti una occasione sicura per potere met- 
termi al fatto della tua vita di questi ultimi quattro mesi. Io 
non ne so gran cosa, perchè la posta ci obbliga a dir le cose 
per metà. Ghelfi mi ha scritto ; egli dice che ha delle buone 
nuove a darmi e poi aggiunge una cifra, che io non intendo. 
Vedo ch'egli ne ha un'altra. 

Il paese vuol essere in gran fermento : tutto si muta, e 
faccia il cielo che tutto ancora non si debba mutare : io ho già 
veduta a' miei tempi questa metamorfosi. 

De Paoli è a Londra, come sai, ed ha una pensione dal 
re di cento ghinee il mese, come ho letto in una lettera che 
ha di là scritta Milord Pembroke. In Toscana vi sono più 
di mille corsi, che seguitano ad essere pontualmente pagati 
dal Generale. 

Ho lette le Questioni Enciclodediche [dì Voltaire. Non 
dirò che uno stalliere possa fare altrettanto, ma trovo che sono 
fiacche assai ; non è altro che un portafoglio. V'è dello spi- 
rito, della grazia, perchè Voltaire n'è sempre pieno: del re- 
stante è invecchiato. Egli non vede più: ha scritto al P. Jacquier 
ultimamente e nemmeno si sottoscrive. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA sa- 
lutano coU'anima MP. 



— 234 — 

CLIII (429) 

Roma, 17 agosto 1771. 

La ristampa di Venezia è sicura. Pasquali è Io stampa- 
tore. Ecco quello che oggi mi scrive Aubert: 

n Sa ella che v'è di nuovo ? Pasquali di Venezia ri- 
n stampa le Meditazioni, con tanto di critica, quanto è il vo- 
li lume dell'opera. Il nostro sig.' Abate Serafini, che viene 
t? di Venezia, me ne ha letti alcuni squarci e dice che questa 
n critica è scritta colla massima moderazione o vogliam dire 
n cavallerescamente n. Non era possibile di fare tanto stre- 
pito in Italia con quest'opera, senza che ritrovassi qualche con- 
futatore ; anzi questo prova sempre più l' impressione che va 
facendo e la renderà maggiormente conosciuta. La stampa di 
Napoli è sicura. Tu intanto avrai campo di confermare i tuoi 
principi con una apologia e non mi rincresce altro, se non se 
che gli affari ti angustieranno il tempo ; l'avversario sarà pro- 
babilmente qualche sfaccendato : o forse io crederei che po- 
tesse essere un nobile veneziano, che ha tradotti dall'inglese 
i Saggi sul commercio di Hume (0. 

Hanno molta ragione di dire questi tedeschi che il libro 
sullo stile e molto differente dai Delitti ; e si può esser certi 
che Beccaria mai più scriverà un libro come il primo. Per 
me è cosa dimostrata. Senza la tua correzione egli non può 
stampare nulla con onore. Adesso poi sempre più, perch'egli 
ha la malanconia di rendere attonita l'Europa con ogni sua 
frase; ma ormai nessuno più si meraviglia del suo n fremito n, 
n fremente n, n fremere n, n imperioso bisogno n, ecc., ed in 
sostanza il suo balsamo è finito. 

Non hai mie lettere, non so come. Addio ; presto sarai 
finalmente in porto! Ti abbraccio. MA salutano col cuore MP. 

(I) Alessandro si inganna; come si sa, le note erano del Carli. 



— 235 — 

CLIV (430). 

Roma, 21 agosto 1771. 

Io ricevo le tue lettere sempre prontamente, senza il mi- 
nimo ritardo. Questa volta sei breve assai ed hai ragione di 
dire che non siamo più in dialogo. Ma non importa, se anche 
non avessi tempo da scrivermi; io, ciò non ostante, non sarei 
in agitazione, perchè sono persuasissimo che le occupazioni in 
questi ultimi giorni devono essere in folla. Mi aspetto, ma però 
con somma pace e flemma, il riscontro Cesareo, perchè la 
monarchia è grande e per sistema tutto va adagio. 

Guarda cosa succede in questo paese. Ogni tratto v' è 
carestia di qualche cosa. Presentemente di tutto, fuorché del 
pane. Manca principalmente l'olio e la biada, ed eccoti come 
il] principe Borghese ha più di centomila scudi d'entrata: il 
principe Corsini vicino ad ottanta mille. Che succede? Si uni- 
scono con due o tre altre case forti ed incettano ora un ge- 
nere, ora un altro. Quest'anno comperarono quant'olio e quanta 
biada hanno ritrovata in commercio, onde attualmente riven- 
dono questi generi per varie teste di ferro al pubblico ad un 
altissimo prezzo. Che proporresti tu di fare, se fossi chiamato 
del tuo parere ? Bisogna aver presente che in questo paese le 
ricchezze sono sproporzionatamente divise, così che una doz- 
zina di case hanno più denaro, che tutto il resto della nazione. 

A^bbiamo tutto il paese in moto per un giuocatore di pal- 
lone. Egli è veramente bravissimo, è veneziano ed ha poste 
le cedole sulle cantonate, sfidando chicchessia per un zecchino 
la partita. In Roma sono fanatici di questo giuoco. 1 pallonari 
fanno venire da ogni parte i migliori giuocatori, gli pagano 
bene e si rifanno con guadagno, perchè si paga un tanto per 
sedia. Non si sente discorrere più ne di Portogallo, ne degli 
affari ; il veneziano occupa tutto il mondo. Il concorso è tale 
che appena, a forza di soldati, si può far largo per giuocare; 
le pallonate nel viso e nella testa sono un divertimento ; si 
sono rotti i denti ed il capo de' spetattori per delle braccialate 
degli infuriati atleti ; ma niente importa e tutto il mondo concorre. 
Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio. MA sa- 
lutano caramente MP. 



— 236 — 

CLV (43 ì). 

Roma, 24 agosto 1771. 

Hai operato da uomo di testa come sei; portando teco 
un baule d'armi difensive. Sono molto contento dell'esito della 
tua apologia e spero assolutamente che non soffrirai più nes- 
sun'altra vessazione per questo, perchè so come scrivi. Avrai 
messe le cose in un aspetto chiarissimo. 

In questa lettera mi dici una espressione che non capisco, 
ed è : g Io credo che ritornerò precisamente come prima w . 
Lo che non mi pare possibile per tutto quello, che mi hai 
detto. Ma ora tu sei tanto vessato ed agitato, che io non saprò 
bene ne lo stato dell'animo tuo, ne quello degli affari, che a 
negozio finito ; e sospiro il momento che tu abbia pace per 
averla anch' io. I due mesi sono già venuti quattro ; questo 
me Io aspettavo ; ma ora siamo alla fine davvero. 

Laugier è un uomo di gergo di mondo e non Io credo in 
istato d'intendere il tuo libro, molto meno di gustarlo sicura- 
mente gli piace l'aggradevole e non la ragione : la sua società 
consiste in un gusto delle belle arti, in racconti di teatro, in 
qualche frizzo prezioso ; ma per testa solida, si vede facilmente 
che non lo è (0. Per quanto mi dici e mi hai detto tante 
volte di Vienna, io, se fossi in tutt'altre circostanze, non vi 
anderei mai per piacere e per istruzione. Un carattere tran- 
quillo, un poco di moderazione possono farci sopportare i 
tanti paralogismi che si sentono tutto il giorno nella società ; 
ma una insensibilità universale, un torpore narcotico e mai 
avere la consolazione di ritrovare gusto e finezza di senso, 
alla lunga è pena grandissima ed è vero spasimo. Ti compa- 
tisco assai d'avere dovuto assistere ad una sconnessa disserta- 
zione sul tributo. Dio sa cosa diceva il buon medico, che non 
è medico, ed i valorosi politici del paese! Tutti mi confer- 
mano che il paese non dà un giovine di talento. Io sono per- 
suaso che il grosso amico nemmeno sapeva che in un libro di 

(I) Cfr. i giudizi dati altra volta del Laugier in Cart., voi. Ili, p. 52. 



— 237 — 

economia politica si poteva trattare di tributi e perciò non ha 
creduto di farti una impulitezza col non consultare l'autore 
presente coll'opera sul tavolino. Pure la sua pulitezza è al- 
quanto all'ingrosso e sempre mi ricordo che mi disse che, se 
fossi venuto a Vienna, avrei mangiato del butiro e del miele, 
alludendo al hutirum et mei comedet, ut sciai, ecc. ; il che era 
un cattivo complimento per un galantuomo che si annoiava 
seco un'ora al giorno per sollevarlo dalla gotta ('), Intanto la 
tua opera è letta, è stimata, è tradotta e ristampata. Addio, 
caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA salutano col- 
r anima gli eterni amici MP. 



CLVI (432). 

Roma, 3 settembre 1771. 

Tu, secondo i tuoi conti, devi già essere a Milano dal 
giorno 29 (2), Spero che questa volta vi arriverai presto, perchè 
non hai da fermarti come nell'andare. Mi rincresce che non 
hai avuto tempo di servirti dell'occasione del P. Pozzi per 
scrivermi, ch'era sicurissima. Appena sarà qui ritornato, gli 
parlerò, perchè è uomo penetrante e d' ingegno, che avrà 
inteso molto bene il sistema e ne avrò una idea. Io non ho 
mai creduto che esistesse il sentimento del pubblico bene in 
venti o trenta persone; esiste in qualche anima privilegiata, 
come la tua ; ma è cosa rara. Basta considerare che nei go- 
verni presenti non v'è quasi mai unità d' interesse ed il nome 
di causa pubblica è vano, perch'essa riducesi ad avere molti 
soldati e del danaro per pagarli. A questo tende ogni cosa. 
I particolari poi prendono un impiego pubblico per bisogno e 
per convenienza; e quando vi sono, è naturale che antepon- 

(1) Alessandro era assai suscettibile e nulla dimenticava mai di quanto 
l'avesse punto. Difatti egli s'era già lamentato col fratello che il Laugier, invi- 
tandolo a Vienna, si fosse servito del versetto d* Isaia, VII, 15: e Butirum et 
« mei comodet ut sciai reprobare malum et eligere bonum » ; di questa man- 
canza di buon gusto e di finezza egli s'era lamentato. Cfr. Cari., voi. IH, p 55. 

(2) 11 calcolo era esatto. Pietro ritornò a Milano il 28 sera: cfr. lett. CLXV 
p. 246 di questo voi. 



— 238 — 

gano il loro interesse al pubblico, posto che sono stati spinti 
alle cariche dall'uno e non dall'altro, al quale nemmeno hanno 
pensato. 

Ho ricevuto il primo volume de' rami dell' (^nc/c/opeJ/a 
e sono molto belli ; sicuramente quanto quelli di Parigi. 

Ghelfì mi scrive per parte della Contessa, che non ti 
manda più le mie lettere ed ha ragione, perchè dovrebbero 
ritornare dietro. In questo nostro sconcertato carteggio di Vienna 
si sono dette con agitazione molte cose, ma alcune non le so 
che per congettura ; giacche non si può parlar chiaro ; altre 
non le so affatto, come il giorno'deH'arrivo dell'Arciduca e la 
carica che ha Luisino, di cui poco mi hai scritto e ne avrei 
curiosità. 

Addio, caro amico del mio cuore. Penso che non sarò 
senza tue lettere che un ordinario solo. Addio. MA salutano 
caramente MP. 



CLVII (433). 

Roma, 4 seUembre 1771. 

Ancora sono in sospeso ; e m'aspetto ogni ordinario la 
decisione. Oh, sia essa finalmente di qualche consolazione ! 
Lo spero. Era qualche tempo che non aveva nuova della tua 
amabile Maddalena ed ho piacere di sapere da te che sta 
bene. Ormai è vicino il tempo che vi rivredete, anime buone! 

S' introduce in Roma una fabbrica dispendiosa di calancà 
e fazzoletti stampati (D. Si sono già sborsati dalla Camera 
cento mille scudi. Figurati quanto bisogna esitare, prima di 
rimborsare questa somma in tele stampate ! Intanto le fabbriche 
di panno sono neglette, benché se ne facciano di buoni e che 
le lane siano dentro lo Stato, laddove le tele verranno dagli 
esteri, come succede da noi. Vi fu ultimamente un manuf at- 
tore inglese, che si offerse a perfezionare il panno, mediante 

(1) Tela stampata a fiorami e figure proveniente dalle Indie Orientali e che 
ai fabbrica anche in Europa, detta pure « Calancar ». 



— 239 — 

una ricompensa e qualche privilegio; e non fu accettata la sua 
domanda. 

Non ho nuove di Giovanni. E stato alla Stradella, poi a 
Biassonno e mi figuro che ti sospira, giacche più e meno sei 
lo scudo di tutti quanti. Addio, caro amico del mio cuore, ti 
abbraccio. MA salutano coli' anima gli eterni buoni amici MP. 



CLVIII (434). 

Milano, 7 settembre 1771. 

Presenterò i tre tedeschi alla Marchesa e questo è l'unico 
piacere, che posso loro fare in Roma e certo non possono 
vedere migliore società. Vengo subito a noi. Come finiranno 
presto gli affari se S. M. è andato per due settimane in Un- 
gheria (')? Io credo che non avremo mai piìi in vita nostra il 
tormento dell'aspettazione come questa volta 1 Apro sempre le 
tue lettere, pieno di speranza, e sempre sono deluso. Pure il 
tempo stringe. L'autunno è venuto e nell'autunno l'Arciduca 
dev'essere a Milano. Mi stupisco che non siasi ancora fissato 
il giorno della sua partenza. 

Avrei gran piacere se il P. Pozzi mi portasse una tua 
lettera. L'avrai ritrovato un uomo, che ha spirito ed accor- 
tezza ; non di meno è onesto, il che negl' italiani non è co- 
mune, quando hanno spirito, perchè con esso sviluppano piut- 
tosto le utilità del vizio, che quelle della virtù. Egli è uomo 
d'ingegno; e se avesse più acquisito, poteva, a quanto mi 
pare, andare avanti. Ma i piaceri della vita lo hanno occupato 
molto ed è uomo amabile, o almeno lo è stato, anche per 
qualche principessa romana (2). I suoi frati, com'è naturale, non 



(l) Giuseppe II, dopo aver scombussolato tutto il piano dell'amministrazione, 
era partito il 27 agosto alla volta dell' Ungheria. Vi rimase quindici giorni, ma 
bastarono perchè gli sgomentati intriganti si riavessero e prendessero a riparare in 
parte il distrutto edificio. Cfr. Appena., lett. XIX di Pietro. 

^2) Cesareo Giuseppe Pozzi, bolognese, olivetano del convento di S. Mi- 
chele in Bosco, n. 5 novembre I7I8, fu allievo del Rampinelli e nel 1742, an- 



— 240 — 

10 amano molto ; ma in quest'occasione hanno dovuto preva- 
lersi di lui, perchè era l'unico capace di tale incombenza. 

Abbiamo in moto la santificazione del venerabile Palafox: 
questa è nuova grande per noi ('). I Gesuiti lo vorrebbero as- 
solutamente dannato e gli si oppongono principalmente due 
cose: l'esser morto pieno di debiti e l'aver avuta avversione 
per sua madre. Quanto a' miracoli, essi sono, al solito, pro- 
vatissimi. Gli antigesuiti fanno fuoco valorosamente e sforzano 
le porte del paradiso. Si è pubblicato il processo, ove sono 
de' documenti fortissimi contro la Compagnia : Si sono obbli- 
gati tutti i consultori a presentare il loro voto al papa ; cosa 

Cora giovanissimo, fu scelto quale coadiutore del P. Revillias per la cattedra di 
matematica nella Sapienza a Roma e gli successe poi nella stessa. Fu ascritto a 
varie accademie d' Europa e nel 1 754 ebbe il grado di abate titolare del suo 
Ordine. Dopo avere dal I 763 presieduto alla biblioteca imperiale ed essere stato 
giubilato da Clemente XIV dopo 27 anni d'insegnamento, nel 1769 intraprese 
vari viaggi per missioni di carattere politico: nel 1771 fu inviato alla Corte di 
Vienna dall'Ordine per agirvi in favor suo. Vi giunse verso la metà di quell'anno 
e vi strinse cospicue amicizie. Sbrigò tutti gli affari degli Olivetani in breve tempo e 
con grande destrezza ottenendo dall'imperatrice quanto si bramava, così che sul 
principio di novembre fece ritorno a Roma, ove cessò poi di vivere il 25 agosto 
1 782. Lasciò varie operette di filologia, di fisica, di storia letteraria, alcune stam- 
pate, altre manoscritte; nella biblioteca del convento di S. Michele in Bosco a 
Bologna si conserva il suo carteggio. Cfr. G. FANTUZZI, Notizie degli scrittori 
bolognesi, Bologna, 1789, to. VII, p. 90 e R. LOMBARDI, Storia della leti, 
ital. del sec. XVIII. Modena, 1827, to. I. p. 300 01. 

(I) Giovanni de Palafox, n. nel 1600 da illustre famiglia aragonese. Nel 
1639 da Filippo IV, re di Spagna, fu eletto vescovo di Angelopoli nel Messico 
con ampi poteri amministrativi. Ebbe in tali funzioni gravi dissidi coi gesuiti ; egli 
sottomise la questione a papa Innocenzo X e sono note le sue Tre famose let- 
tere scritte in tempo della sua fierissima persecuzione nel Messico, Venezia, 1771, 
in-S." Ritornò in Europa per sostenere la suac ausa e nel 1653 fu fatto vescovo 
di Osma ; morì il 13 settembre 1659. 11 10 settembre 1771 nel palazzo del 
card. Marefoschi, prefetto della S. Congregazione dei Riti, si erano radunati i 
prelati, i consultori di detta Congregazione, che tutti portarono il voto nella causa 
del Ven. Servo di Dio Giovanni de Palafox y Mendoza sopra il dubbio della 
virtù in grado eroico del medesimo. Cfr. Diario Ord., n. 8300, pp. 11-12. 

11 17 settembre fu iniziata la procedura per la tua beatificazione. Cfr. Nuove, 
n. 28, 15 lug., p. 217; n. 31, 5 agosto, p, 241 ; n. 35. 2 sett.e. p. 293; 
n. 36. 9 sett., p. 301 ; n. 38, 23 sett., p. 317; n. 42, 21 ott.. p. 349. La 
causa andò per le lunghe, malgrado le istanze pressanti del governo spagnolo e 
non ebbe esito favorevole. Cfr. Cart., voi. Ili, Ictt. CXLV, p. 286, n. 2. 



— 241 — 

insolita. Intanto seguita la revisione de' conti del seminario ro- 
mano, diretto da' Gesuiti ed è tale la mala fede e la confu- 
sione de' libri, che restano arenati i computisti. Fogli stracciati, 
partite inserite e scancellate, ecc., sono il meno. Escono alla 
luce delle bolle con privilegi incredibili, che hanno ottenute 
in tempo di fortuna: fralle altre una permette loro di fare le 
antidate ! Ma tutte queste nostre nuove, naturalmente, poco 
r importano. T'abbraccio : quando sarà decisa la tua sorte ? 
MA salutano di cuore MP. 



CLIX (435). 

Roma, 11 settembre 1771. 

Ho adatto perduta la carta del navigare. Fin' ora non so 
nulla del tuo destino, che mi tiene in pena da tanto tempo ; 
e quello, che mi sorprende presentemente assai si è che nep- 
pure tu, mi pare, sei conscio della tua destinazione, quando 
che le aderenze, che hai costì, le ho sempre credute tali, che 
dovessi sapere il grosso degli affari. In parte mi parli in dubbio, 
in parte mi parli affermativamente ; ogni cosa muta e si tra- 
smuta ad ogni momento. Ho avute speranze, timori ; poi nuovi 
timori e nuove speranze e sono sempre nello stato di prima, 
cioè di perfettissimo dubbio. Fino a che i dispacci non sono 
sottoscritti, non v'è nulla di certo ; e quello, che è più, ora 
mi dici che nulla si pubblicherà prima della vostra partenza, 
così che sarebbe strano che tu rimpatriasti, ancora incerto della 
tua nicchia. Io intanto resto sospeso. Finche non è deciso qual 
sarà la giurisdizione e soldo degli anmiinistratori, non si può 
formare un sistema. Resta a sapere in qual modo dipenderai 
dal presidente del magistrato e quale sarà la sfera della sua 
attività. Mi sembra difficile che non ci sia o un capo consi- 
gliere o un vice presidente per gli affari correnti, giacche 
quando si tratta d'amministrazione, mi sembra impossibile che 
si stabiliscano sessioni quotidiane ; sistema convenevole soltanto 
ad un tribunale giudicativo. Ma queste sono mere congetture, 
che faccio per superare, se potessi, le tenebre, che ancora mi 

16 



— 242 — 

circondano ; ne credo che si possa meglio indovinare a questo 
giuoco che al lotto. Caro amico, ti spero ripatriato, colla tua 
cara Maddalena, alla fine del corrente. Il settantuno è anno 
climaterico. Finora sono stato in sospeso e non lascio per 
questo di sperare sempre bene. Addio; possa io avere final- 
mente la nuova che tutto è deciso e che non sei malcontento 
della tua sorte, ritrovando che vivi più tranquillo! MA salu- 
tano col cuore MP. 



CLX (436). 

Roma, 14 settembre 1771. 

Sono senza tue lettere, non so perchè. Oggi, a quanto 
m' hai scritto, ritorna Cesare a Vienna. Spero che sarai a Mi- 
lano alla fine di questo. La mancanza di lettere tue mi è molto 
sensibile in queste circostanze, nelle quali sono tanto in sospeso. 
Vorrei che il P. Pozzi mi portasse un tuo promemoria. Desi- 
dererei formarmi un' idea delle vicende, che sono occorse ed 
avere la carta di questo mare, almeno potrei spiegarti quello, 
che penso. Ma intanto io mi attengo agli effetti, i quali sono 
quelli, che mi premono. Io non posso persuadermi come, es- 
sendo già stato dichiarato tu dal signor principe primo ammi- 
nistratore, possa ritornar dietro e mi pare che, in coerenza, la 
tua carica dovrebb'esser come un vice-presidente. Senza dare 
una autorità indipendente in molti affari di dettaglio giorna- 
liero agli amministratori, non è fattibile che esercitino la loro 
carica colla necessaria attività. Se si dividesse in provincie ogni 
cosa e si assegnasse, per esempio, il sale ad uno, la mercanzia 
ad un altro, ecc., e che ognuno avesse la sua attività sufficien- 
temente libera, potrebbero esser cariche molto significanti. In- 
somma, senza vedere che dispongono i dispacci, non si pos- 
sono fare che degl* indovinelli ; e poi resta a sapere, più di 
tutto, qual esito avrà la nuova amministrazione, posto che il 
piano avesse dei difetti. La più probabile è che si debbano 
fare dei gran ritocchi. Addio, caro amico del mio cuore. Ti 
abbraccio. MA salutano coll'anima MP. 



— 243 — 

CLXI (437). 

Roma, 18 settembre 1771. 

Sulla gazzetta di Mantova viene detto che tu hai presen- 
tato il tuo libro all'imperatore. 

Questa volta ho ricevute tue lettere ed anche la tua Mar- 
chesa ha scritto alla Mia. Non vedo l'ora che Cesare ritorni 
e spero ormai davvero di sapere qualche cosa di preciso. 

Qui siamo in moto per la causa del venerabile Palafox. 
Ieri vi fu Concistoro avanti del Papa e la cosa va avanti. 
Sembra molto prossima la fine de' Gesuiti ; un gran loro accu- 
satore sarà santificato : altronde si vanno rivedendo i conti a' 
luoghi da loro amministrati ed esce fuori ogni giorno qualche 
nuova frode. Si dice che la Spagna abbia fatte ultimamente 
nuove instanze per l'abolizione della Società. 

Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio. MA sa- 
lutano caramente MP. 



CLXII (438). 

Roma, 21 settembre 1771. 

Non son malcontento delle tue nuove. Amministratore 
anziano, quattordicimila lire di soldo, non è tanto poco. Resta 
sempre a vedere sul fatto quale sarà la sfera dell'attività. Pecci 
e Cristiani consiglieri di Stato e consultori del Governo, sono 
in una carica onorificentissima, ma di cui non saprei ancora 
formarne idea. Primieramente bisogna sapere se saranno con- 
sultori dell'arciduca o del Governo, perchè nel secondo caso 
verrebbero ad essere consultori di consultori, ne la parola n Go- 
n verno n significherà più lo stesso ente magico, quando che 
venga l'Arciduca, che è il vero Governo in persona. Inoltre 
prima il consultore era solo e adesso diventati due, restan 
molto meno considerabili. Insomma, il fatto farà vedere qual 
sarà questa carica, giacche il tutto è mutato e perciò anche le 
vicendevoli religioni delle parti. Se potessi spuntare una vice- 



— 244 — 

presidenza all'amministrazione sarebbe cosa buona assai. Vedo 
che hai un gran partito contrario e che la tua virtù fa paura» 
ma devi anche avere qualche ben alta persona, che ti conosce ; 
altrimenti era impossibile che rientrassi nell'amministrazione. 
Sei stato preso di sbalzo per i capelli; ed io non lascio di 
riflettere alle espressioni di Cesare sul tuo libro e sempre mi 
tengo per ultima speranza che quella volontà istessa, che ti ha 
risbalzato nell'amministrazione, benché fosti escluso colla mag- 
giore destrezza, perchè con tutta la convenienza quella volontà 
istessa possa anche farti qualche altro vantaggio nella revisione 
dei ritocchi del piano. Lo spero, ma fra poco ogni cosa è de- 
cisa; anzi a questo momento ch'io scrivo. Addio, caro amico 
del mio cuore ; ormai sei in porto. MA salutano caramente MP. 



CLXIII (439). 

Roma, 25 settembre 1771. 

Mi confermi le tue nuove, che mi piacciono e massima- 
mente perchè ormai il tutto è deciso. Certo Cristiani ha fatta 
una fortuna straordinaria; ma, quanto alla tua carica, rimane 
di considerarla in esercizio pratico : ed inoltre fino che Cesare 
non ha sottoscritto, chi sa che qualche favorevole idea non ac- 
cresca la tua promozione ? Sento con quest'ordinario che Ce- 
sare è ritornato; non mi aspetto ancora nel venturo di sentire 
che abbia approvati i ritocchi del piano, perchè le cose non 
vanno mai così presto. Penso ancora che se il sistema del- 
l'amministrazione, com'è concertato, avrà in seguito bisogno di 
maggior semplicità per gì' inconvenienti che proveranno, v'è tutta 
la speranza che si debba accrescere la giurisdizione degli am- 
ministratori. Non saprei figurarmi quali debbano essere i due 
tuoi compagni : ed è molto profìcuo, se non altro per la tua 
tranquillità, che ti rimanga il campo libero, non avendo teca 
avversari, che ti disputino ogni palmo di terreno. 

Abbiamo una novità fìsica importante. Era stato condan- 
nato a morte qui in Roma un chirurgo per assassinio. Egli 
disse che aveva un segreto mirabile da rivelare, quando che 



— 245 — 

questo gli potesse giovare per la grazia. Il segreto è un'acqua, 
che stagna non che l'emorragie, ma rimargina e riunisce le 
arterie tagliate. L'esperienza su di un cane è riuscita talmente, 
che gli si è fatta la grazia sul principio : excellens in arte. E 
stata mandata quest'acqua a van Swieten ('), e risponde che 
l'ha provata su di una vecchia monaca per l'arteria tagliata 
con felicissimo esito, di modo che ne domanda molte fiasche. 
Ricordiamoci delle pillole di cicuta, del Colchico e dell'innesto. 
Addio, tu penserai io spero, come penso io, cioè che si 
è voluto salvare questo condannato. Addio ; possa io presto 
scriverti a Milano ! MA salutano caramente MP. 



CLXIV (440). 

Roma, 28 settembre 1771. 

Forse questa non ti ritrova a Vienna ; forse verrà trattenuta 
a Milano dalla tua amabile Maddalena ; comunque sia, io se- 
guito sempre a scriverti. Sento in quest'ordinario che sei con- 
gedato anche dall' imperatore, onde tutto finito. Ghelfi mi scrive 
già da due ordinari per parte 'della Contessa, avvisandomi che 
ha ricevute le mie lettere. La mia Marchesa le ha scritto. Io 
non so nulla ne del giorno della partenza dell'Arciduca, ne delle 
feste che si faranno in Milano. Mi viene supposto che l'Arci- 
duca sarà alla residenza il giorno di S. Teresa. Mi scrive 
Ghelfi che si ha avuta relazione come il tuo libro a Bologna 
ha fatto molto strepito ed è stimato assai. Bologna la dotta. 
Tu scrivi, ti leggono, ti applaudiscono ed intanto qui in Roma 
non si sanno tampoco i primi elementi. Sempre manca qualche 
genere di vitto per monopoli, per trafugazioni agli esteri in 
grosse partite, ecc. Ora non v'è olio di nessuna sorte ed è 
stato cresciuto il doppio prezzo così che la povera gente finirà 
a non accendere la lucerna. Almeno si spegnessero le tante, 
che ardono nelle chiese ! Addio, caro amico del mio cuore ; 
ti abbraccio col cuore ; MA salutano coli' anima MP. 

(I) Per Gerardo van Swieten cfr. Cari., voi. Ili, p. 54. 



— 246 



CLXV (44 ì). 
Jl "Pietro. 



Roma, 5 ottobre 1771. 



Sono senza tue lettere quest'ordinario, come doveva es- 
sere, ma spero di averne sicuramente il venturo, confidandomi 
che verrai a Milano in linea retta con tempi proporzionati 
agli spazi, non come nell'andare. Aspetto con impazienza di 
vedere il P. Pozzi, perchè almeno qualche cosa potrò sapere. 
Considero che tu sei già a Milano, che hai avuta la vivissima 
consolazione di rivedere la tua buona amica. Mi fa anche 
molto piacere che il Cavaliere ti riabbraccerà e si ritroverà in 
casa colla solita tranquillità alla tua venuta, I due mesi sono 
diventati cinque, e temevo anche di più, perchè vedo che gli 
affari vanno sempre il passo grave. 

Si dice che il re di Spagna abbia pubblicata una bolla 
del Papa, in cui si erige un nuovo ordine de* Cavalieri detti 
della Concezione, assegnando loro per commende i beni de* 
Gesuiti (0. Qui si guarda comunemente, da chi sa qualche cosa 
degli affari, come sicura Tabolizione della Compagnia ; ed io, 
che per alcune conoscenze sono bastantemente al fatto, credo 
infallibile questa epoca e non molto lontana. Addio, ti ab- 
braccio a Milano in casa della Contessa. MA salutano cara- 
mente MP. 

CLXVI (40 ì). 

Al Fratello. 

Milano, 2 ottobre 1771. 

Sono giunto la sera del 28 (2), vale a dire in nove giorni 
di buon viaggio, contento di essere uscito dal labirinto di 

(1) L'Ordine della SS. Concezione fu fondato da Carlo 111 per sciogliere 
il voto fatto per impetrare un erede al trono. Difatti la principessa delle Asturie 
diede in luce il 19 settembre un maschio. Cfr. Nuove, ecc., n. 41, 14 ottobre, 
p. 341. 

(2) E questa la prima lettera di Pietro, che ricompare nel copialettere. Ma, 
come s'è detto, da qui in poi soltanto le lettere di Pietro stesso sono inserte, 
quelle d'Alessandro non più. 



— 247 — 

Vienna. Trovo che nel paese si pensa assai bene di me ; con- 
vien dire che i milanesi, che si trovavano in Vienna, abbiano 
scritto da galantuomini la nuda verità. L'unico timore, che ho 
si è che, moltiplicandosi gli elogi, non resti sempre più at- 
tizzata la gelosia e non venga io calunniato d'aver detto quello, 
che non avrò detto mai o d'essermi vantato male a proposito. 
La mia cautela è somma ; ma chi può mai impedire tutte le 
poetiche invenzioni? Io vedo la gioia scritta sul volto di quanti 
mi accolgono. Si dice altamente che io ho preferito decisa- 
mente il ben pubblico alla mia privata fortuna. Non ho idea 
dello stato dove sarò riposto l'anno venturo : dipende questo 
del tuono che prenderà il presidente e dall'umore dei due 
soci Velluti e Mellerio. Del primo ne ho inteso dire assai 
bene ; è uomo di una certa età, ragionevole, tranquillo, che è 
povero e virtuoso. L'altro è meno impetuoso e meno vio- 
lento di quel che lo fossero i suoi compagni ('). Scrivo det- 
tando, perchè gli uffici mi rubano il tempo. Ti voglio parec- 
chiare una serie di fatto, la quale ti dia una idea delle cose 
occorse e aspetterò l'occasione sicura per fartela avere nelle 
mani. Qualche volta ti dimentichi che le tue lettere passano 
per la posta. Alcune ne ho ricevute, nelle quali parlavi troppo 
chiaro ; ti raccomando precauzione. 

Ricevo la cara tua del 25 scaduto. L'acqua vulneraria, 
che ha salvata la vita al chirurgo è stata mandata dal Papa 
all' Imperatore. 11 Nunzio dovette andare in muta e fiocchi a 
presentargli la cassetta e la chiave e unitamente la ricetta ; ho 
parlato col chirurgo dell' Imperatore medesimo (2), che la trova 

(1) Giacomo Mellerio (1711-1782), il notissimo fermiere ossolano, creato 
conte nel 1776 e che lasciò erede della ingentissima sua fortuna il cugino suo 
conte Gio. Battista. 

(2) 11 chirurgo imperiale è Gio. Alessandro Brambilla nato in S. Zenone, 
piccola terra vicino a Pavia, il 1 5 aprile 1 728. Fu nominato chirurgo particolare 
di Giusepfje li nel 1 763 e s'acquistò la benevolenza del principe, che gli fu 
largo di favori. Il Brambilla, morto Giuseppe II, si ritirò e fu giubilato. Tornò 
in Italia nel 1800, ma, dovendo riportarsi a Vienna, mori in viaggio. Cfr. 
CHIAPPA G., in De TlPALDO, Biogr. degli Hai. ili. Venezia, 1836, voi. Ili, 
pp. 135-39; CALVI, Fam. noi. mil.. Brambilla, tav. un.; CASATI, Scritti 
ined. di P. e A. Verri, voi. IV, pp. 172-73, Ne parla assai male il GORAN!, 
Mémoirss, voi. I. 



— 248 — 

una buona acqua vulneraria, ma niente più e anch'egli crede 
che sia stata una grazia il salvar la vita per un simile segreto. 
Ho nelle mani un libercolo di centoquarantaquattro pa- 
gine, stampato a Vercelli, intitolato : Esame breve e succinto 
dell'opera inlitolata Meditazioni sulla Economia pubblica, edi- 
zione quarta. L' ho scorso, la credo opera della medesima 
penna mercenaria, che stipendiavano già i fermieri per scrivere 
contro il mio Bilancio. Ella è dettata da una stolida animosità, 
senza principi, senza stile ; pare l'opera d*un fittabile del Lo- 
digiano, che vuol difendere i suoi caci e i suoi burri contro 
il mio libro ('). Mi par impossibile che trovi partigiani, ne che 
si estenda oltre la sfera dei collegati coi fermieri. Anche allo 
Spirito delle leggi fu fatto una consimile critica dai fermieri di 
Francia (2), i quali non meno che i nostri piccoli fermieri, non 
sapevano che per confutare un libro ragionevole non bastano 
i quattrini. Forse scriverò qualche cosa per far conoscere il 
merito di questa critica, ma vi penserò prima di lasciarla 
uscire dalle mani. Se il pubblico mi rende giustizia da se, non 
mi prenderò la briga di rispondere. Sono consolatissimo di 
essere vicino alla Maddalena. Assai contento del Cavaliere 
nostro fratello, il quale s'è sviluppato in questa gita ed è di- 
venuto d'un commercio molto amabile. Ti abbraccio con tutta 
l'anima. 



(1) L'esame delle meditazioni era stato fatto dal Secchi (cfr. lett. CLXVIII) 
e promosso dal Greppi. 

(2) U^spril des Lois apparve nel 1 748 : l'abate de la Porte pnbblicò le 
sue osservazioni due anni dopo. Prima della coiiiparsa del libro del de la Porte 
il fermiere generale Dupin aveva •fatto stampare anonime le Réflexions sur quel- 
ques parlici d'une livre intilulé : de l'esprit des lois, Paris, Serpentin, 1749, 
2 voi. in-8°. Questa critica ebbe scarsa diffusione ; l'autore ne aveva fatto tirare 
solo dicci esemplari per comunicarli ad alcuni amici ed averne le loro osserva- 
zioni. Più tardi chi aveva fatto stampare una critica dell'opera di Montesquieu 
ne pubblicò una seconda dal 1757 al 1758 sotto il titolo di Observations sur 
un livre intitulé : T>e l'esprit des lois, Paris, Guérin et De la Tour, 3 voi. in-8", 
di pochi esemplari. Cfr. QUÉRARD, La France litler., to. 11, p. 694 e to. VI, 
p. 240. 



249 — 



CLXVII (442). 



Jl Pietro. 



Roma. 9 ottobre 1771. 



Sono consolato. Ricevo una tua cara da Milano, onde 
ecco terminati i cinque mesi di tante peripezie. Mi rincresce 
che mi dici che ti ho scritto troppo Uberamente, perchè non 
vorrei che si congetturasse dalle mie risposte qualche cosa, 
che vorresti nascosta. Sarò cauto al possibile, ma talvolta, sen- 
tendo le impressioni forti, non mi posso trattenere. Mi fa sommo 
piacere che ti rendano giustizia nel paese. Un credilo gene- 
rale di buon cittadino e di uomo virtuoso, oltre la soddisfa 
zione, che ti deve dare, può anche sempre esserti utile rese- 
dendo l'Arciduca. So finalmente chi saranno i tuoi compagni. 
Conosco Mellerio di vista ; ma l'altro mi riesce affatto nuovo. 
Non vedo l'ora di leggere i dispacci fondamentali per sapere 
quai limiti avrà la tua giurisdizione. Sul fatto si vedrà le mo- 
dificazioni che possono occorrere ; e, naturalmente, in ogni ri- 
tocco, che si faccia al nuovo piano, devi guadagnare, giacche 
si è tanto ristretta la facoltà dell'amministrazione. Chi sa che 
nell'atto pratico la tua carica non diventi importantissima? A 
buon conto, il soldo non è piccolo. 

Io pure ho ritrovato il Cavaliere molto più sciolto. Egli 
ha adesso una tinta francese militare, che lo rende molto più 
amabile. Buono lo è certamente a tutte prove. Salutamelo ca- 
ramente. Egli ti potrà mettere al fatto precisamente della no- 
stra vita e del merito sovrano della mia cara Margherita. Ha 
vissuto con noi e più confidentemente di qualunque altro. Ti 
potrà dire se la Margherita sia un cuore solido, un carattere 
amabilissimo e rispettabile, se sia piena di naturalezza, di spi- 
rito e di cuore, se sia capace di perfetta amicizia, non meno 
che de' più delicati sentimenti ; se unisca a tutto qnesto so- 
cietà aggradevolissima, giudizio e condotta ; il tutto senza af- 
fettazione e pretensione a nessuna cosa. Egli la conosce e te 
ne può parlare meglio d'ogni altro. Io mi sento sempre più 
attaccato a lei ; l'amo e la stimo sommamente. 



— 250 — 

Mio caro Pietro, da buon Epicuro riprendi la tua vita 
piacevole ; vivi, che ne puoi insegnare agli altri. Sono quasi 
due anni che vivi male; ora devi pensare seriamente a viver 
bene. Gli affari non vanno meglio, la causa pubblica non gua- 
dagna nulla, quando tu non digerisci ed hai le ostruzioni per 
inquietudini. Fatto che hai il tuo dovere, l'esito sia qualunque. 
Capisco che è facile dare questi savi pareri, ma che è diffì- 
cile il praticargli per chi è animato da una benefica passione ; 
ma pure anche tu devi convenire meco e fartene una ragione 
quanto potrai. Salutami Carlo. Addio, caro amico del mio 
cuore ; ti abbraccio stretto e ti saluto coH'anima in casa della 
tua rispettabilissima Maddalena. MA salutano caramente MP. 

Anche ieri ho sentito parlare con somma stima delle Me- 
ditazioni. Ora non ne faccio mistero ed ammetto che è tuo. 



CLXVIII (402). 

Al Fratello. 

Milano, 5 ottobre 1771. 

Ancor io sono vogliosissimo di darti una relazione de* 
fatti seguiti, ma bisogna eh* io abbia qualche giornata di co- 
modo e una occasione sicura. Non vi e cosa che più mi prema 
quanto di metterti al fatto di tutto; sei un altro me stesso. 
Caro Sandrino, vedo anche dal tuono, che ha il Cavaliere 
quanto tu hai fatto per me; vedo che mi risguarda con stima 
sentita e mi racconta tante cose di te, che mi riempiono di 
tenerezza. Anima buona, so cosa gli hai detto del tuo Pietro 
e persino so che il mio ritratto è un oggetto, che la tua ami- 
cizia ha consacrato. Ti abbraccio con l'anima. Somma mode- 
stia, unita a un ammasso immenso di cognizioni; un tuono 
dolce, semplice, lontano da ogni ombra di pretensione; questo 
è il ritratto, che mi fa del mio Sandrino. Trovo che il Cava- 
liere è diventato molto amabile e vede la verità col suo nitore 
originario, senza esserne mai stupito ; ma la vede con sicu- 
rezza. Non v'è paragone fra lui e Carlo, di cui la compagnia 



— 251 — 

mi e stata di sollievo per le spese e conti domestici, ma in 
niente altro ; incapace di un parere, di una consolazione, di 
certi delicati riguardi, egli non è fatto per guadagnarsi l'ami- 
cizia. E buono, onesto, ma stravagante e feroce talvolta ; il 
sentimento e 1* inquietudine, che ha, di non esser stimato, fa 
che non consenta talvolta a stimare il merito e colla sua lo- 
gica scolastica non mostra ingegno se non per contorcersi e 
combattere la verità, quando non sia ei medesimo lo scopritore. 
A proposito di economia domestica, io sono inquieto per 
te, ma dentro di questo mese ti manderò sussidio. De' miei 
soldi di tutto quest'anno non ne ho toccato per mia delica- 
tezza ; v'è ordine di pagarmi anche per l'anno corrente quat- 
tordicimila lire ; di più mi debbono abbuonare le spese de 
viaggi, a conto delle quali mi si sono anticipati centoquaranta 
zecchini in Vienna; somma, che egualmente fu data agli altri; 
poi vi sono delle onoranze, che si pagavano alla line della 
ferma, le quali per due terze parti si sborseranno. Tutto in- 
sieme, io spero in quest'anno di mettermi in registro, giacche 
ho dovuto fare mille zecchini di debito. In questo mese al- 
meno, i miei soldi gli avrò, onde il mio Sandrino avrà soc- 
corso immediatamente. Luisino vorrebbe che tu mandassi la 
tua storia al signor barone di Sperges; egli è uomo, che ha 
fatto molti studi d'erudizione e che la stima sommamente; sai 
le buone disposizioni di lui per te. Vedi adunque se trovi 
bene l'ascoltar questo parere e in tal caso, se vi hai fatte 
delle correzioni o aggiunte, come mi scrivesti, sarebbe oppor- 
tuno il mandarmele, perchè la farei trascrivere come va. 

Il libro di Vercelli è una insolente miseria d'uno sciocco, 
che non mi ha inteso; mi si dice che il presidente Carli ne 
abbia presso di se trecento copie. Forse avrà il senso comune 
di non lasciar leggere uno scritto tanto meschino. Dicono che 
l'abbia fatto Secchi ; può anche darsi ; quello che certamente 
so, e r ho sin dal primo momento creduto, si è che queste 
critiche sono promosse dal Greppi ; mi risovviene che il fer- 
miere fece in Francia lo stesso trattamento a Montesquieu ; il 
paragone è glorioso. Sento che quelle di Venezia sono più 
colte e decenti e credo che Carli vi abbia parte. Vedremo. 
Tutti i ministri di Vienna sono ritornati a Milano. Vi è il 



— 252 — 

Duca. Le feste saranno opera di Metastasi©, messa in musica 
dal Sassone, Ruggiero e Bradamante (0, cantata di Parini, 
Varie rappresentazioni gratis colle loggie servite da rinfreschi. 
Cuccagna, corsa de' barberi, cinquecento matrimoni con diec* 
zecchini di dote, denari gettati al popolo, facchinata, ecc. ] 
eccoti le feste. Il matrimonio si farà il giorno di S. Teresa; 
La principessina, sensibilissima, e desolata per la incertezza 
di piacere. Consegna l'acclusa ; ama il tuo Pietro. Cari MA, 
siete salutati coll'anima da PM. 



CLXVIX (443). 

Jl Pietro. 

Roma, 12 ottobre 1771. 

Il P. Pozzi dev'essere a Milano e questa sarebbe ottima 
occasione per mandarmi una lettera e la desidero molto. Ecco 
infine tutto finito, e, se considererai tranquillamente, finito bene. 
Buon soldo, pubblica stima nel paese ed a Vienna ; autorità 
non diminuita, anzi accresciuta, perchè prima non eri che 
membro dell'amministrazione ed ora sei capo, non considerando 
io molto la dipendenza del presidente, perchè infine, essa non 
può essere che una specie di alto dominio ; altrimenti è im- 
possibile l'amministrare la tua carica. Altronde, negli affari 
comanda chi è informato de* dettagli. 

Spero assolutamente che il Cavaliere ti sarà di una grata 
compagnia. 11 suo carattere è onestissimo, eguale e inalterabil- 
mente dolce e tranquillo, come lo hai conosciuto meglio di me. 
Egli racconta con grazia qualche sua avventura galante, parla 
interessantemente di Malta e di quella Corte e del suo me- 

(1) Il Ruggero del Metastasio, musica di Adolfo Has«e. Cfr. PAGUCCI- 
BROZZI, // %egio T>ucal teatro in Milano nel secolo XVIII. Milano, 1893- 
1 894, pp. 1 26. Giovanni Adolfo Hasse fu scolaro del Porpora e si unì al Me- 
lastasio per combattere il Gluck. Morì a Venezia il 1 6 dicembre i 783. Maria 
Teresa così Io presentava il 17 agosto 1771 alla futura nuora: « Il est vieux : 
« il a été mon maitre de mus que il y a Irente-huit ans... je lui sais toujours 
« bon gre d'avoir entrepris a\ec tant de vivacità cet ouvrage et de se rendre 
« lui-méme à Milan ». Cfr. itjùefe, I, 119, n. LVI. 



— 253 — 

sliere, così che mi ha divertito varie volte. Io dico che è 
impossibile di fargh il menomo dispiacere, perchè è lontanis- 
simo dal farne agli altri. Salutamelo caramente. Quanto al- 
l'Abate è quale me lo dipingi anche agli occhi miei; e, ve- 
nendo il caso, sono di parere che sarà difficilissimo di avere 
interessi comuni con lui, non per altra ragione se non se per 
la spensieratezza e malumore teologico. Egli ha il sangue 
acido vi trovo molto del fisico. Per altro al Cavaliere gliene 
ho parlato con stima, per fargli piacere ed acciocché non pen- 
sasse mai quello, che di lui ci diciamo fra di noi. Gli ho detto 
più volte : n Carlo ha spirito e cognizioni n e rimarcai che ri- 
maneva molto contento di questi elogi, ai quali, non meno 
che al suo cuore onesto ed ai possibili riguardi, che gli ho 
usati, credo di dovere il bene, che dice di me. Di te poi 
ho parlato come sento ed egli ha sempre fatto eco ai miei 
sentimenti. 

Vengo alla mia Storia. Sono moltissime le cose, che pre- 
sentemente io vi muterei ed accrescerei, perchè scorrendola la 
trovo talvolta troppo rapida, massimamente in quello, che ri- 
guarda i romani ed a dir vero credo che mai ne sarai con- 
tento. Se il consigliere Sperges ama l'erudizione, rimane sempre 
di vedere quale e se la mia, perchè io ho scritto con disprezzo 
della semplice erudizione ; e per un uomo freddo, se mai lo 
fosse, il che non so, cauto e non ardito, sembrerà il mio com- 
pendio leggero e da spirito forte ; onde mi farebbe piuttosto 
cattivo credito. Mi pare che sia droga troppo piccante per 
lassù. Considero che non è un'opera politica o di gius delle 
genti, che possa dar saggio di talenti per servire la Corte, im- 
mediatamente almeno ed in sostanza mi fa paura quel poco 
spirito, che vi si ritrova. Se fossero tre buoni grossi in quarto, 
con testi in margine, latini e greci, con discussioni politiche 
su i trattati e difesa de* diritti della casa d'Austria ne' vari 
Stati d' Italia e con lodi dell' imperio, forse allora spererei di 
piacere, ma coi frizzi, che vi sono, col tuono superiore e del 
senatore Pococurante ('), non spero troppo di incontrare. Vedo 

(I) II senatore Pococurante « un homme qui n'a jamais eu de chagrin o 
personaggio ben noto del Candide di Voltaire, eh. XXIV-XXV, in Oevres^ 
Vili. p. 404 e sg. 



— 254 — 

altresì che il signor consigliere non ti ha mai data risposta sul 
mio conto: se vi fosse o non vi fosse qualche nicchia in Roma 
sperabile per me. Che ti pare di quanto dico? Sono obbligato 
a Luisino di quello che pensa e a te coll'anima di questo e 
d'altri infiniti pensieri ; ma a mente fresca, colle notizie ocu- 
lari, che hai, pensi tu sicuramente che lo stile del compendio 
sia fatto per il settentrione ? 

Ho rimessa la lettera di Maddalena a Margarita nostre 
care sorelle. Tu con mille zecchini di debito stai in pena per 
me ed io lo sono per te, non potendo a meno d'incomodarti 
sempre la tua incessante beneficenza, molto più in queste cir- 
costanze di grosso debito fatto e di grosse spese di abito, che 
ti occorreranno per il matrimonio (U. Vorrei saper bene i fatti 
tuoi. Le quattordicimila lire di soldo sono in grida? non si 
lascia alla Camera un tanto per cento? Oltre questo soldo non 
vi saranno onoranze, come per lo passato? Ti saranno eglino 
pagati i soldi attrassati (2) e non riscossi? Soddisfami. So che 
tu, comprese le onoranze, avevi dodici mille lire ; se adunque 
non vi sono più onoranze, non hai guadagnato che due mille 
lire. Addio, ti abbraccio di cuore, mio caro eterno amico e 
benefattore. MA salutano coll'anima i consolati MP. 



CLXX (403). 

Jll Fratello. 

Milano, 9 ottobre 1771. 

Ieri ho incominciato a prender luogo nelle sessioni della 
Ferma al posto, che da cinque mesi aveva abbandonato. Ho 
trovato dell'urbanità e della decenza, più che non era assai. 
Per darti un' idea del nuovo sistema 0), tutti gli affari conten- 

(1) Cioè per le feste in occasione delle nozze dell'Arciduca. 

(2) Ossia arretrati : è Valrasado spagnuolo. 

(3) Interessante lettera, che riassume in modo chiarissimo le importanti in- 
novazioni introdotte nell'amministrazione colle riforme del 1771. Cfr. anche le 
Nuove, ecc., n. 45, p. 580; n. 47, p. 396; n. 48, p. 398, dove sono annun- 
ziati i dispacci relativi alle riforme. 



— 255 — 

ziosi, qualunque sia la loro indole, restano devoluti al Senato 
così le cause di commercio, di censo, feudo, regalie, acque, ecc., 
subito che saranno cose da decidersi legalmente, saranno de- 
cise dal Senato. Gli altri oggetti economici di finanza, ecc., 
saranno tutti dipendenti dal Magistrato Camerale. Questa prima 
divisione è tutta della mente dell' Imperatore e pare assai op- 
portuna ; poiché toglie dalle radici ogni disputa di giurisdi- 
zione ed è levato 1' inconveniente d'essere balzato da un tri- 
bunale all'altro chi cerca ragione. Il Consiglio di Economia, 
(ossia questa parola) non vi sarà più. Il Senato giudica ; il 
Magistrato Camerale regola; la Camera de' Conti sindaca; ec- 
coti i tre soli corpi che formeranno il sistema. La materia 
degli studi e la economale son le sole, che resteranno isolate ; 
le altre Giunte saranno tutte abolite. L'Arciduca é il governa- 
tore ; ma ascolterà in ogni cosa il ministro plenipotenziario ; il 
duca di Modena resterà in Corte, conserverà la Guardia del 
Corpo, ma cessa di essere amministratore. Invece di un con- 
sultore del Governo ve ne saranno tre, per ora; e quando 
uno di essi manchi, resteranno due soli stabilmente. Tutti i 
decreti di Governo si faranno in una conferenza del ministro 
plenipotenziario coi consultori ; questi tre avranno divise le in- 
spezioni ; materia di Stato, di Giustizia e di Economia Poh- 
tica. Silva, Pecci, Cristiani, sono i tre consultori ('); così sarà 
tolto il disordine della Cancelleria Segreta, il dispotismo de' 
segretari e la troppo frequente antinomia de' decreti. S. A. R. 
si è particolarmente occupato di quest'oggetto e si porrà un 
metodo, per cui si registrino in tabelle tutti i ricorsi e consulte 
presentate al Governo, cosicché, ad ogni momento, si sappia 
Io stato d'ogni affare. Il Senato, oltre gli otto senatori attuali, 
viene accresciuto di quattro e sono i questori Archinti, Ar- 
conati, Paceco e Ottolini, fatti senatori (2). Pertusati è giubi- 

(1) li Pecci era nella Giunta Economale: il Silva de Rido era già nel 
-Governo. 

(2) Il conte don Lodovico Archinti, questore nel 1768: il c«nte don Ga- 
leazzo Arconati Visconti, questore nel 1 760 ; il conte don Pietro Paceco, que- 
store nel 1 768 ; don Alessandro Ottolini, vicario di provisione nel 1 760, indi 
questore ; era senatore nel 1 784 ; avo di quell'Alessandro, tanto in auge nel- 
l'austriaca ristaurazione. 



— 256 — 

lato ('). Le cause minori di regalie, feudi, ecc., saran giudi- 
cate da questi quattro nuovi senatori coll'appellazione all' in- 
tero Senato, al quale restan devolute immediatamente tutte le 
cause d' importanza. I nuovi senatori si raduneranno a parte 
nella libreria del Senato per quelle minori spedizioni. Gli otto 
senatori antichi talvolta si raduneranno divisi ; quattro per il 
criminale e quattro per il civile, affine di dar più celere spe- 
dizione; ma io credo che questa divisione non potrà sussistere; 
è troppo poco il numero de' voti. 11 Magistrato Camerale avrà 
il presidente Carli; Crivelli è giubilato (2). Si radunerà intero 
due volte la settimana, per dar corso agli affari maggiori ; gli 
affari correnti saranno incamminati da' rispettivi delegati. Tre 
lo sono alla amministrazione : io, il dottor Velluti di Mantova 
e il Mellerio. Tre lo sono al censo ; Pellegrini, Schreck e 
Cristiani, il quale subentra al luogo di Montani, fatto presidente 
in Mantova 0). Tre avranno commercio, annona, zecca, ecc. ; 
e sono : Molinari, Carpani e Beccaria. Secchi è visitatore ge- 
nerale ; Rogendorf resta roprannumerario. La Tour è giubilato ; 
Giusti (^) e destinato a Madrid, in seguito dell'ambasciatore 
principe Lobkovritz. Nelle quattro città di provincia vi sarà un 
intendente per la finanza; Pertusati a Pavia (5). D. Marco 
Odescalchi a Cremona (6), D. Antonio Crevenna a Como (7), 
Cauzzi a Lodi. GÌ' individui del Magistrato si chiameranno 
consiglieri. Gli amministratori si divideranno le provincie ; uno 

(1) Il conte don Luca Pertusati, R. ducal senatore giubilato, viveva ancora 
nel 1776. 

(2) Il conte don Stefano Gaetano Crivelli, consigliere intimo attuale di Stato 
delle LL. MM. II. 'RR., era presidente del Magistrato Camerale. 

(3) Il barone don Domenico de Montani, membro del Supremo Consiglio 
d'Economia, R. delegato alla Congregazione del Banco di S. Ambrogio. 

(4) Don Pietro cav. Giusti, che nel 1780 entrò poi come consigliere del 
R. Magistrato camerale. 

(5) Don Carlo Pertusati, figlio del conte don Luca, nel 1776 sovrainten- 
dente alle R. Finanze del ducato di Milano, poi intendente della città e ducato 
di Milano, cfr. Cari., voi. III. p. 241. 

(6) Don Marco Odescalchi, figlio di don Raimondo, nel 1776 fu visitatore 
generale della R. Finanza ; nel 1 780 consigliere del R. Magistrato Camerale. 

(7) Don Antonio Crevenna, de' feudatari di Bornago, gentiluomo di Camera 
delle LL. MM. II. RR. 



— 257 — 

avrà il sale, tabacco, ecc.; l'altro la mercanzia; il terzo le 
gabelle civiche e regalie redente. Ti manderò il dispaccio, 
subito che se ne farà copia. Luisino ha cinquemila lire di soldo 
ed è fatto segretario del Magistrato per il Commercio, ecc. ; 
ma egli non verrà a prendere il possesso e resterà in Vienna 
frattanto, dove e assai ben veduto e stimato. 

L'arrivo dell'Arciduca sarà il 14; ma vi verrà incognito 
per far una sorpresa alla principessa. Formalmente verrà il 
giorno 15, giorno dello sposalizio (0. 

La distinzione che v'è fra di me e gli altri amministratori, 
si è che io avrò quattromila lire di pensione, oltre le dieci- 
mila di soldo, che hanno gli altri. La Camera de' Conti avrà 
per instituto rivedere e riconoscere la legalità delle ammini- 
strazioni, tanto del censo quanto delle comunità, delle finanze, 
dei monti, ecc. Il consultore conte Cristiani n'è il presidente, 
Lottinger e Greppi i consiglieri. Somaglia poteva esser inten- 
dente e per propria storditezza non lo è (2). Questa volta ti 
ho detto un fascio di roba. Ti abbraccio. 



CLXXI (444). 



A Pietro. 



Roma, 16 otiobre 1771^ 



Ho piacere che mi vada preparando la nuova relazione. 
In quest'ordinario mi dici in un fascio molte cose. Tutto il 
sistema de' dicasteri è mutato. Trovo la divisione di materia 
giueiziaria e materia amministrativa veramente radicale. Non 
so, come osservi, se potrà continuare il sistema che i quattro 
novi senatori giudichino da se e molto meno che dei rimanenti 

(1) Per l'ingresso dell'arciduca in Milano cfr. Diario Ori., n. 8313, pp. 5-9. 
Cfr. Nuooe, n. 41, p. 354. 

(2) Si tratta probabilmente del conte don Antonio, figlio del conte don An- 
tonio Dati della Somaglia. Egli si trovava a Vienna in questo tempo, e, a quanto 
pare, più che per cercare un ufficio, per divertirsi. Il Verri però lo difende scri- 
vendo a suo padre ; aggiunge però che per sua storditezza non è stato fatto in- 
tendente. Cfr. Cart.. voi. Ili, pp. 241 a 274 e CUSANI, to. IV, p. 54. 

17 



— 258 - 

otto succeda la medesima sezione, perchè non vedo come in 
qualche mese non possino essere edotti anche i vecchi sena- 
tori di queste nuove materie; ne trovo necessaria questa de- 
cisione. Basta; a buon conto le sessioni del Magistrato non 
saranno che due alla settimana, onde il coro non è diurno. Non 
mi hai detto che abito sarà il tuo. Spero che non avrai nes- 
suna maschera, ma che sarai come nel Supremo Consiglio. 
Cristiani è quello che ha avuta la maggior promozione ; egli 
ha più cariche e tutte importanti. Mandami il dispaccio ; che 
così vedrò tutto in dettaglio. 

Ieri sono successi gli sponsali, anzi il matrimonio. Mi 
pare che le feste non sieno molto dispendiose ; tanto meglio, 
così faranno veramente feste. Come trovate le feste che si 
fanno ? dimandò ultimamente il re di Francia al controleur ge- 
neral, in occasione delle nozze del Delfino. Rispose il con- 
troleur : n Sire, je les trouve impayables n; come difatti lo 
sono ; e se ne accorgono quelli che hanno rendite e vitalizi 
in Francia, che tutti sono stati ridotti. 

Qui si dice che si sia tentato di assassinare il ministro 
di Portogallo a Lisbona con delle sassate. Oggi è arrivato 
in Roma un corriere straordinario da Portogallo e si crede che 
porti qualche nuova relativa a questo. 

Non ho più nove di Bossi ; ne so in che latitudine sia. 
Diceva di andare a Parigi. 

Bisogna che ti dia nuova de' miei studi. Ho finalmente 
fatto ricopiare il mio Compendio deW Iliade, ad uso della 
Marchesa, la quale spero che riderà, quando'gli presenterò un 
grosso quarto di quasi cinquecento facciate con in fronte : 
'traduzione compendiosa. Ma che colpa v' ho io, poveretto di 
traduttore, se Omero è tanto prolisso ? Ho lasciato almeno un 
terzo di lunghe parlate e di ripetizioni. Ma, volendo ritenere 
lo spirito del poema, la tessitura, la lettera, non ho potuto 
esser più breve. Ho levato quello, che tolto non lascia alcun 
vuoto, ne impedisce il filo della narrazione. Tutto quello, che 
rimane è traduzione letteralissima in prosa. Talvolta ho faticato 
assai per dare una chiara narrazione a lunghi squarci oscuri ; 
parte interpretando verisimilmente, parte mutando l'ordine. Ho 
procurato di scrivere una prosa armoniosa e quasi poetica, sul 



— 259 — 

modo del 'Telemaco. Ora leggo Luciano, scrittore elegantis- 
simo e di molto spirito, uomo, che si burla degli eroi e degli 
dei con buonissimo umore. 

Addio ; ti abbraccio di cuore. MA salutano coll'anima 
i consolati MP. 



CLXXII (404), 
Al Fratello. 

Milano, 12 ottobre 1771. 

Ricevo la cara tua del 5 corrente. Anch'io non vedo 
l'ora che abbia parlato col P. Pozzi. Egli ha conosciuto la 
carta di Vienna tanto bene, quanto era possibile nel poco 
spazio che vi è dimorato. Ho pranzato due volte con lui dal 
Nunzio; egli è stato da me, l'ho trovato in qualche altro 
luogo e ti assicuro che parlava di te e della tua Margherita 
con entusiasmo d'amicizia. 

Se non vi era il limite irremovibile delle nozze dell Ar- 
ciduca, anch'io credo che ci avrebber lasciati a Vienna per 
vari mesi ; la digestione è un grande affare in quel paese e 
gì' interessi d'una provincia piccola e remota ne sono, ne pos- 
sono essere un pensiero di grande importanza. 

Il P. Carlo Melzi è uscito dalla Compagnia con un buon 
beneficio di cura d'anime in campagna ; egli sarà prevosto con 
un buon soldo ('). Questo è il solo indizio che abbiamo della 
prossima abolizione de' Gesuiti. 

Dopo domani vedremo l'Arciduca, Se egli conserverà per 
me la bontà, che mi ha mostrata a Vienna, avrò motivo di 
esserne contento. Mi si allarga il cuore, perchè ti posso man- 
dar la cambiale. 

Pietro. 

(1) Don Carlo Melzi, figlio del conte don Francesco Saverio GCC. e di 
donna Anna Melzi, n. l ottobre 1729. Secolarizzato nell'ottobre 1771 per breve 
pontificio e per regio placito divenne prevosto di Mezzana nella pieve di Somma. 
Fu predicatore eloquente ed il Calvi (Fam. nolab. mil„ Melzi, tav. IX) lo dice 
di molto ingegno, ma di scarso criterio ; viaggiò lungamente e morì nell'ospedale 
di Marsiglia. Era zio di donna Vicenza, che sposò poi Pietro Verri. Cfr. Dibl. 
de la Camp, de Jesus, p. I, to. V. 



— 260 — 

CLXXIII ^445). 
Jl Pietro. 

Roma, 23 ottobre 1771. 

In quest'ordinario non ho tue lettere ; ma sono tranquillo^ 
perchè l'attribuisco alle feste e cerimonie delle nozze. Vorrei 
soltanto che fosti stato occupato aggradevolmente e non in 
qualche formalità noiosa. Io sono buon cittadino ed ho piacere 
pensando alla residenza del nostro sovrano. Si distruggerà, 
come spero, quell'avanzo di oligarchia ed i fasti della nobiltà 
si ridurranno a livello della moltitudine. Avremo ormai un 
solo principe. 

Ieri sono stato alla foce del Tevere con la compagnia 
della Marchesa. Il tempo era delizioso ; il mare in calma ; la 
spiaggia è bellissima. Si è pranzato sull'arena; si sono fritti 
da' marinari i pesci, allora pescati a nostro conto ed ho avuto 
un vero piacere, perchè il mare mi rallegra, veduto però da 
terra. I contorni di Roma e verso le colline e verso marina 
sono incomparabili. Le coste sono difese dalle incursioni de* 
Barbareschi da alcune torri fortificate, dove alloggiano tre o 
quattro soldati. Tengono un paio di cannoni e gli sanno niente 
livellare, così che non colgono mai alcun legno; ma pure ba- 
stano a far paura. Anni sono gli artiglieri di Castel S. An- 
gelo tirarono prendendo di mira Monte Testaccio, che, come 
sai, è una visibilissima collina ; ciò nonostante mai l' indovi- 
narono ed ammazzarono un povero villano molto discosto da 
quel monte. Un'altra volta crepò il cannone, perchè non lo 
rinfrescavano. Siamo potenza pacifica assai. 

Addio, caro amico del mio cuore, ti abbraccio coll'anima. 
MA salutano i cari MP. 



1 6 



— 261 — 

CLXXIV (405). 

Jl Fratello. 

Milano, 19 ottobre 1771. 

In questi giorni di tumulto, prima di ricevere le lettere 
dell'ordinario ti darò relazione delle nostre feste ('). Il giorno 14 
l'Arciduca è giunto a Lodi. Ivi doveva dormire, secondo l'iti- 
nerario fatto a Vienna ; fece una corsa a Milano ; per più di 
due ore si trattenne incognito colla sposa, duca di Modena, 
principessa e principe ereditario. Al primo abbordo volle baciar 
la mano all'avo, al padre ed alla madre della sposa e vi fu 
una lotta per tal soggetto. Alcune dame di Corte furono pre- 
senti a questa prima visita. I sentimenti dovevan esser troppi, 
perchè vi fosse una conversazione animata. Il principe eredi- 
tario fu il solo, che trovò parole per tenergli il discorso. La 
sera l' inflessibile itinerario l'obbligava a dormire a Lodi. La 
sposa medesima aveva desiderato di non doverlo veder di 
slancio al momento, che si doveva presentare all'altare. Sono 
mesi ch'ella era agitatissima e sensibilissima al timore di non 
piacere (2). Questa sfuggita, che sembra un disordine del 
viaggio, era già stata concertata in Vienna. 

(1) Questa relazione corrisponde esattamente alle molte, che delle nozze 
corsero sui pubblici fogli. 

(2) Da un pittore tedesco era stato fatto un ritratto della sposa, ma era 
riuscito piuttosto male. L' imperatrice ne fece tirare una copia eseguita ad arte 
ancora peggio e la pose nella camera del figlio Ferdinando perchè questi rima- 
nesse graditamente sorpreso trovando tutt'affatto diverso l'originale. Di questo gra- 
zioso artificio Maria Teresa metteva al corrente la futura nuora con lettera del 
5 aprile 1777. Cfr. Briefe, 111, 117, n. LIV. Ad un biglietto di quest'ultima, 
che le esponeva il timore di non piacere al fidanzato, replicava : « Point de doutes 
« pur votre mérite, je suis sùre que mon fils sera bien amoreux ». Più tardi 
maternamente le scriveva : « Pas trop de réflexions, elles vous maigrissent, point 
« trop l'humiliation ni trop vous trouver mal s>. Cfr. ivi, 111, 121, n. LIX. Ed 
ancora il 1 5 settembre, nell' imminenza dell' incontro desiderato e temuto, le con- 
sigliava : « Courage, ma chère fille, point de faiblesse, point de doutes : vous étes 
« très bien quand vous étes au naturel, mais si la timidité, la défiance de vous- 
« mémes s'en mélent vous ne serz jamais moins bien que dans le moment, où vous 
« seres avec votre époux », Cfr. iv». 111, 123, n. LXll. 



— 262 — 

La mattina del 1 5, l'Arciduca si confessò e comunicò a 
Lodi ; indi s' incamminò verso Milano e si trattenne a Chia- 
ravalle a pranzo. A Chiaravalle andarono tutti i deputati de' 
Tribunali e corpi pubblici a complimentarlo; e fra questi an- 
ch' io, delegato della amministrazione. Dopo pranzo venne so- 
lennemente in città con centotrentatre cavalli di posta, che tale 
si fu il treno, con cui fece il viaggio; diciotto postiglioni a 
cavallo lo precedevano; facevano un rumor bestiale con tante 
cornette. La carrozza dell'Arciduca avea otto cavalli e avea 
seduti avanti il conte Kevenhùller e il principe di Paar, gran 
maestro l'uno della Corte di S. A. R., l'altro delle poste 0). 
Il popolo faceva gran applauso. La Corte era ripiena di dame 
e cavalieri, in modo che non la vidi mai. Sono molti fora- 
stieri venuti dalle città circonvicine. La confusione era somma 
e per le carrozze e per tutte le etichette, non essendovi al- 
cuno, che dirigesse. L'Arciduca venne in Corte, poi passò in 
Duomo allo sposalizio; egli avea seco il duca e il principe 
ereditario di Modena ; la sposa era condotta per mano dalla 
madre, principessa ereditaria. La sposa era estremamente pal- 
lida ; si conosceva l'agitazione del di lei animo ; non avea vo- 
luto darsi il rosso per un sentimento delicato di non mentire 
in nulla ad essere riconosciuta quale ella è. Il Duomo era il- 
luminato tutta quanta la gran nave signorilmente. Si è fatto un 
gran palco per cui si è continuato il livello del presbiterio 
sino al di là della tomba di S. Carlo. Pochissimo popolo potè 
entrar nella chiesa ; appena alcuni pochi per grazia ; non vi 

(1) 11 conte Sigismondo di Kevenhiiller (1732-1801), figlio del principe Gio- 
vanni e della contessa Carolina Maria di Metsch : aveva sposato nel 1754 la 
principessa Maria Amelia di Lichtenstein (1739-1789). Ambasciatore cesareo in 
Portogallo nel 1757, passò a Torino nel 1763, ove veniva prescelto a maggior- 
domo maggiore dell'arciduca Ferdinando, mentre la moglie sua era destinata colla 
stesso ufficio presso l'arciduchessa sposa. Così di essa scriveva Maria Teresa 
{Briefe, 111, n. LVlll, p. 116) alla futura nuora: « Kevenhiiller.., c'est un fils 
« d'un pére qu'a été toujours très- attaché à la personne de feu l'empereur, ainsi 
« bien estimé de moi. Toute le famille a des mérites envers notre maison et sa 
« mère a élé dame de cour à feue ma mère, il a pur fcmme une princesse 
« Lichtenstein, qui est très-aimable et un quantité d'enfants ; ^ela fait une ménage 
« très-bon, autre suget de recommendation chez moi ». Cfr. WURZBACH, 
Biograph. hx., XI. 221. 



— 263 — 

erano che dame e cavalieri e il palco, benché vastissimo, era 
affollato. L'arcivescovo in abito pontificale ricevette i principi 
alla porta della chiesa, e sino là gli accompagnò. Ha ricevuto 
in dono una bella croce di brillanti. Ritornati gli sposi a 
Corte, vi fu un'accademia, poi la cena in pubblico, nella gran 
sala del ballo : l'Arciduca in mezzo, fra il Duca e la sposa ; 
la principessa ereditaria dopo il duca e il principe ereditario 
dopo la sposa. Fu somma la confusione per gli astanti. Gli 
augusti sposi partirono da Corte e passarono al loro alloggio 
in casa Clerici. Il giorno 1 6, la mattina, tutto il mondo fu 
nuovamente in Corte e furono ammessi al baciamano: le dame 
dell'Arciduchessa, noi e di lui e di lei ; poi fu pranzo in pub- 
blico ; poi lo spettacolo del dopo pranzo furono quasi cinque- 
cento villani maritati, che pranzarono in pubblico. Ciò fu ai 
Cappuccini di P. Renza, dove sulla strada è stato piantato un 
giardino con portici verdi benissimo immaginato. Le piante 
son tutte resinose, acciocché conservino il verde e si son fatte 
venire dai monti. La gran tavola era copiosamente servita e 
ogni sposo in fine ricevette dieci zecchini e due medaglie con 
un mazzo di fiori. Queste monete sono di un nuovo conio per 
quest'occasione. La sera vi fu l'opera nuova : Ruggero e Bra- 
damantz di Metastasio, messa in musica dal Sassone. Non ho 
potuto badarvi. La platea era illuminata a gran giorno vera- 
mente ; non si pagava l'ingresso. Era una riflessione angustiante 
il pericolo dell'incendio con tante candele; una macchina di 
legno aridissimo, immenso popolo e poche uscite. Il popolo 
battè le mani agli augusti sposi, tanto all'uscir della cattedrale, 
quanto al presentarsi in teatro. Il giorno 17 vi fu al dopo 
pranzo Corso sul gusto, che si fa qui in Roma, la sera, in 
teatro, vi fu un'altra rappresentazione drammatica, con balli, ecc. 
Dopo pranzo vi fu il corso e ieri sera gran appartamento a 
Corte, Oggi, giorno 19, vi è la mascherata de' facchini; ma 
tutto ciò lo saprai dai fogli pubblici. L'Arciduca pare incan- 
tato della sposa ; non è credibile l'attenzione che le dimostra. 
Egli ha tutti i riguardi per il Duca. Rapporto a me, l'Arciduca 
sin ora mi mostra la stessa bontà, che aveva in Vienna e mi 
distingue. 

Non ti ho potuto scrivere nello scorso ordinario. Ho nelle 



— 264 — 

mani la mia ristampa di Venezia con le note, le quali sicu- 
ramente sono del presidente Carli. Vi si vede un uomo, che 
voleva cavillare e far assolutamente delle note; spesse volte 
non mi ha assolutamente inteso. Pochissime idee chiare vi 
sono; lo stile vai poco, sebbene non sia tanto incolto, come 
quello di Vercelli. V'è del fiele e una pretensione ridicola di 
farla da presidente e decidere, fissando massime e teoremi, 
che non han senso. Se le note fossero stampate separatamente, 
pochi leggerebbero quel libro; ma quell'edera, nata per ser- 
peggiare e lambire la terra, si è avviticchiata ad un tronco 
per farsi vedere e così le ha stampate inserite in un libro, 
che si compra. E più facile il far un presidente che il far un 
buon libro e son più quelli, che questi, certamente. 



CLXXV (446). 
Jl Pietro. 

Roma. 26 ottobre 177). 

Mi hai fatto molto piacere col darmi il dettaglio delle 
nuove nostre. La festa dei cinquecento villani sposi è molto 
analoga alle circostanze ed utile al pubblico ; meglio assai 
questo che suoni e balli ed abiti di gala di merci forastiere. 
Scrive da Napoli un capitano delle guardie nobili che l' Im 
peratore ha scritto alla regina di Napoli che l'arciduca Fer- 
dinando anderà a Napoli con un principe polacco. Ho veduta 
la lettera, ma non so che mi credere, perchè tu, essendo stato 
cinque mesi alla Corte non me ne hai detto niente. Ti prego 
a mandarmi con tuo comodo, finiti i tumulti nuziali, le critiche 
di Vercelli e di Venezia. Sono cani arrabbiati. Mi figuro cosa 
saranno le note del poeta e del dottore. Questo con istile da 
voto fiscale dirà freddamente delle sciocchezze scurrili e l'altro 
con tuono inspirato, aprendo tanto d'occhi. Credo che forse 
non perderai tempo a rispondere, seppure non ti divertisse 
questa piccola scherma. Il tuo libro è di una riputazione sta- 
bile ed universale. Di queste due oscure critiche nessuno, al- 
meno qui, ne parla. 



— 265 — 

Le secretane dei nostri signori sono rigorose. Il principe 
Lante è parente di casa Belgioioso e Serbelloni; e, come tale, 
ha data la nuova di un figlio maschio natogli ultimamente pri- 
mogenito al maresciallo Serbelloni ed al conte Alberico. Lasciò, 
per disgrazia, qualche titolo. Il maresciallo rimandò la lettera, 
dicendo che non era per lui ed accludendo i suoi molti titoli. 
II conte Alberico accettò la lettera, ma anch'egli mandò il ca- 
talogo de' suoi titoli. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio coli' anima. 
MA salutano caramente i buoni MP. 



CLXXVI (406). 
Al Fratello. 

Milano, 23 ottobre 1771. 

Ricevo la carissima tua dei 16. La relazione, che ti pre- 
paro è appena incominciata e non vi ho potuto metter mano 
in questi giorni, perchè le ore, che posso avere in libertà, 
le spendo sul mio libro, a cui dò l'ultima mano. Faccio varie 
aggiunte, le quali tendono a sviluppare meglio le idee, a ren- 
derle più chiare e allontanare gli equivoci. Alcune idee car- 
dinali e nuove vi aggiungo. Nel fondo tutto quello, che ho 
stampato, è vero. Io non mi faccio carico di veruna obiezione; 
ma taglio dalle radici quelle, che si son fatte, se per equi- 
voco coU'addizione di qualche idea intermedia, che lo tolga, 
se per falsità di ragionamento coll'accrescer la forza alla ra- 
gione. Insomma, mi pare che questa sia la maniera più nobile 
e signorile di vendicarmi delle sciocchezze e pedanterie stam- 
pate contro d'un'opera ragionevole, cioè con renderla ancora 
più tale, senza rispondere mai a questa razza di critici ('). 

Il Senato diviso in tre squadriglie, non credo che possa 
sussistere ; la ragione si è perchè ai quattro senatori della de- 

(1) Così venne fuori l'edizione 6.^ delle Meditazioni fatta in Livorno dalla 
stamperia deW Enciclopedia, ma più tardi il Verri stesso ebbe a riconoscere che 
aveva avuto torto di far queste aggiunte e le ommise. Cfr. la prefazione pre- 
messa all'edizione milanese del 1781. Cfr. Scriili vari, I, p. 6. 



— 266 — 

putazione criminale non si può dare il diritto di morte; tre 
soli voti son pochi, e, se un senatore è ammalato, converrebbe 
che bastasse anche meno, cioè due voti soli ; dunque la de- 
putazione criminale non potrà spedire che le cause minori e 
queste non bastano a occuparla interamente nel tempo, in cui 
la deputazione civile sarà sopracaricata. Quattro soli senatori 
non possono essere i relatori di tutte le liti ; un solo o 
parente, o sospetto, riduce questa deputazione a tre ; scarso 
numero per decidere delle fortune. Si vuole di più che si 
cambino in giro le deputazioni civili e criminali e i clienti do- 
vranno subire le spese di informare un nuovo relatore e le 
scritture saranno in continuo moto. Ad ogni tratto dovrà unirsi, 
o per le cause capitali o per le liti più importanti, tutto il 
corpo in uno ; per lo che io credo che il pubblico non possa 
aver più in avvenire la stessa fiducia e riverenza verso questo 
corpo diviso e che il corso degli affari probabilmente si ral- 
lenterà e per l'intrinseco difetto del sistema e per l'abitudine 
degli uomini, che lo compongono e per la opinione medesima 
di ciascuno di quei, che lo compongono. Anni sono, io sentiva 
vivacissimamente i difetti del vecchio sistema e avr^i voluto 
scomporlo tutto ; il mio cuore e la sperienza mi hanno fatto 
mutare. La maggior parte delle novità realmente portano più 
desolazione, che bene. Un sistema vecchio, per quanto sia vi- 
zioso, è stato limato da tanti inconvenienti, che si è finalmente 
adattato in qualche maniera ai bisogni e costumi d'un popolo. 
Per combaciare meglio un piano diverso vi vogliono delle viste 
grandi, un occhio tranquillo, un poter deciso e per lo più gli 
affari umani son regolati dall'accozzamento delle idee famigliari 
di vari individui. 11 Senato possiede attualmente la stima e la 
confidenza del popolo ; sotto la forma attuale potè supplire a 
uno stato più vasto e popolato ; perchè scomporlo ? Nel Ma- 
gistrato non vi sarà abito di maschera, se non per i giorni di 
processione. Ti spedirò una copia del dispaccio, dal quale 
però intenderai poco. 

Lo spettacolo, che mi ha colpito si è il giardino di P. O. 
e una collinetta, coperta d'erbe e di piante, in sommità di cui 
vi è un tempietto sommamente elegante. Il duca di Modena 
Taltro ieri ha dato una festa di ballo servita con un ordine e 



— 267 — 

magnificenza indicibile ; fu questa nell'anticamera del Senato. 
Una unione così splendida e numerosa difficilmente si vedrà 
in altro paese. 

Io credo che i forastieri venuti da noi avran motivo di 
esser un po' malcontenti. Il Governo ha date le più provvide 
disposizioni, ma nella esecuzione i subalterni non vi corrispon- 
dono. La porta del teatro è gratis per tutte le persone. L'editto 
invita ogni persona civile (U; si cominciò a distribuir dei bi- 
glietti, i quali si vendevano sulla piazza da chi gli aveva ri- 
cevuti gratis e il teatro era popolato da parrucchieri, frati e ogni 
classe di gente. Ieri sera si faceva un altro maneggio, si la- 
sciavano entrare nella porta, indi venivano accompagnati offi- 
ciosamente dai soldati all'uscita dell'altra porta dei rastelli. 
Credevano d'andare in platea e si trovavano in mezzo d una 
strada, smarriti, senza servitori e carrozze e non avevano gua- 
dagnato che di servir di ludibrio al popolo spettatore di questa 
bella scena. 

Io ti prego a far in modo eh' io possa legger la tua tra- 
duzione dcWIliade. Se mi manderai l'originale, ne farò far io 
una copia e lo rispedirò; e puoi star sicuro della mia atten- 
zione. Lambertenghi mi scrive che il baron de Sperges leg- 
gerebbe con piacere qualche cosa della tua storia e che almeno 
il primo tomo dovresti mandare. Egli ha letto con piacere il 
saggio sulla storia di Voltaire. Se hai pronte le addizioni, io 
sarei di parere di non trascurar l'occasione di farti conoscere 
e stimare. Una breve ripassata che vi dassi, ora massimamente 
che sei fresco, potresti perfezionarla. Aspetterò i tuoi ordini. 

CLXXVII (447). 
Jl Pietro. 

Roma, 30 ottobre 1771. 

Nel Giornale Enciclopedico si fa menzione con molta lode 
del tuo Ubro. Non l'ho letto, ma ne sono assicurato. Fai molto 
bene a ritoccare l'opera e non rispondere. Le risposte alle 

(1) È riferito per esteso dal Paglicci Brozzi in: // Regio Ducal Teatro di 
Milano nel secolo XVUl. pp. 99-100. 



— 268 — 

critiche periscono con loro e le opere restano. Sempre si trova 
qualche cosa da ritoccare ed anche le cattive confutazioni sug- 
geriscono talvolta alcune buone idee. Non perder tempo a farti 
carico di due sguaiati, che hanno scritto per mercede e per 
passione. Quanto alla mia opera da presentarsi al signor ba- 
rone mi rapporto a quello, che ho già detto. Molte cose avrei 
a mutare ; moltissime non mi piacciono più, ma mi atterrisce 
il lungo travaglio. Nella mia maniera di lavorare non la finisco 
mai e vedo che mi porterebbe degli anni una simile rifusione. 
Bisogna leggere assai e scrivere poco. Pensaci e farò come 
vorrai. 

Se vuoi veramente leggere la mia Iliade, te la manderò 
quando l'avrà letta la Marchesa : ti sono molto obbligato di 
questa voglia, ma ricordati del quandoque bonus ('). Ho fatto 
il possibile per renderlo interessante continuamente ; ma, non- 
dimeno, alcune lungaggini non si possono risparmiare. 

Scrivimi pure dettando, che così è meglio, perchè scrivi 
di più. Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. Sia 
felice ; sono contento di vederti tranquillo. La lettera è breve, 
perchè vado alla campagna domani colla Marchesa ed ho fatto 
oggi tardi. Mi dicono che l'Arciduca sia un bellissimo principe. 
Ti abbraccio. MA salutano col cuore MP. 

PS. Ho sbagliato 1' indirizzo. Non ho mai potuto scac- 
ciarmi dalla testa quello, che è stato per cinque anni. Dimmi 
ora come ti debbo chiamare. Addio. 



CLXXVIII (407). 

Al Fratello. 

Milano, 26 ottobre 1771. 

Delle feste nostre te ne darà un' idea la gazzetta di Fi- 
renze (2). Press'a poco sono quali vi vengono annunziate, ec- 

(1) HOR. FLACC, Ars. poet., 359. 

(2) In mancanza di questa si troveranno ragguagli particolareggia i in Nuove, 
1771, n. 41. 



^^ V^b 




- 269 — 

cettuatane qualche trasposizione e cambiamento, che si vanno 
facendo da un giorno aU'ahro. Tutto va poco a poco calman- 
dosi e riducendosi alla regolarità, giacche i primi giorni erano 
le cose regolate con assai durezza e confusione. Un foriere di 
Corte, venuto da Vienna, aveva piuttosto il tuono di aguzzino 
che altro e comandava ai consiglieri di Stato, a' tosonisti e 
ciambellani, come se guidasse le mandre al pascolo ('). Uno 
stalliere di Corte, precedendo i principi a cavallo, avvertiva 
a colpi di frustate e gli usseri, sparsi per le strade, s'inter- 
navano fra il più folto popolo a far corbettare i cavalli. Un 
ussero ebbe una sassata ; un altro cadde e morì. L'Arciduca, 
a misura che viene informato, fa cessare simili impertinenze. 
Ora si sta meglio e in Corte e sulla strada. I reali sposi gi- 
rano per la città il dopo pranzo in carrozza scoperta ; cosa 
che piace al popolo. Sempre vi sono gli evviva nel teatro al 
primo apparire degli augusti sposi, i quali si amano decisa- 
mente. Io ne spero tutto il bene per il paese. L'altro ieri ho 
veduta la prima cuccagna, dacché sono al mondo ; in verità, 
che è la festa più fredda e insipida, che si possa fare. Pareva 
che ogni pezzo di salsiccia avesse scritto il nome del suo pa- 
drone, il quale, tranquillamente, se l'andò a prendere e por- 
tollo a casa. Questa festa fu funestata da un palco, che cadde 
e ferì più di trenta persone, restandovi uccisa sul fatto una 
figlia (2). 

L'arciduca non getterà le monete al popolo, ma quella 
somma la vuol distribuita fra i parrochi per soccorrere gli am- 
malati. L'umanità è venuta in luogo della pompa e il bene- 
fìcio in luogo dell' insulto. 

(1) Si tratta del « Kammerfourrier » Giovanni Giorgio Zimer, ch'era giunto 
a Milano nell'agosto ed aveva portato alla principessa Maria Beatrice una lettera 
dell'imperatrice in data IO luglio 1771, che è in Briefe, voi. 1, p. 118, n. LV. 
Il conte questore Arconati col suddetto ferriere e col capo tappezziere, venuti 
da Vienna, sino dalla metà d'agosto s'erano recati in Duomo per designare il 
luogo destinato alla nobiltà. Cfr. 'Diario ord , n. 8295, p. 7. 

(2) Di quest'incidente si mostrò dolentissima anche l'imperatrice: '^ l'acci- 
" dent arrive à la Cocagne — ella scriveva il 6 novembre 1771 — est ma- 
" Iheureux, après que tout s'était passe sans accident „. Cfr. Briefe, voi. I, 
p. 85, n, XXXI. Le Nuod«, ecc., parlano della cuccagna seguita il 31 ottobre, 
ma tacciono dell' incidente, mentre ne parla il 'Diario Ord. , che ritiene la data 
del 24. 



— 270 — 

Parte per Napoli l'avvocato Longo, tuo maestro. Il suo 
destino mi fa pena. V'è stato chi gli ha levata la procura del 
duca d'Alvito, sulla quale viveva O. Egli era segretamente 
ammogliato con una povera giovane ; non so come potrà vi- 
vere a Napoli. Ti vuol visitare in Roma. Io gli consegnerò, 
se sarà possibile, la lettera che ti ho promesso ; ma temo che 
non potrò finirla in questi tre giorni, che soli restano. Sono 
assediato anche dai pranzi. Seguito a essere contento de* miei 
patrioti. La opinione e i sentimenti, che mi mostrano, sono una 
ricompensa ben larga della mia onestà, che io non cambierei 
con verun altro titolo. 

Prenderò lume per trasmetterti un barile di vino. La strada 
migliore mi par che dovrebbe essere quella di Genova e Ci- 
vitavecchia. Io, però, non sono del parere del Cavaliere. I no- 
stri migliori vini non mi piacciono e preferirei il mediocre vin 
d'Austria all'ottimo di Lombardia. Il nostro si beve per ub- 
briacarsi ; l'altro e una limonata spiritosa, che rallegra e non 
più. Ti saprò dire il prezzo della fibbia per il principe Lante. 
Ho ripassate una ad una le obbiezioni del presidente Carli ; 
non si può scrivere con maggior intrepidezza, ignorando i 
primi principi. Ho fatto varie aggiunte al mio iibro, al quale 
sono incerto se in questa nuova edizione ponga il mio nome. 
Vorrei il tuo parere. 



CLXXIX (448). 
J "Pietro. 

Roma, 2 novembre 1771. 

La nostra cuccagna è stata molto insipida, a quanto mi 
descrivi. Quella di Napoli, in occasione del matrimonio, è 
stata piena di vivacità napolitana. Vi vuole una gran quantità 
di miserabili, che non mangiano mai una salsiccia, per rendere 
brillante simile saccheggio. Trovo ottimamente fatto il distri- 
ci) Francesco Ignazio Gallio, 6.° duca d'Alvito, padre del duca Carlo To- 
lomeo, ultimo di sua casa. Morì nel 1749 quarantenne. Cfr. LlTTA, Fmm. cel. 
il., Gallio, tav. un. 



— 271 — 

buire il danaro ai parrochi. A Napoli sono successi degli or- 
rori per questo gettar danaro. Stroppiati, ammazzati, sciablati; 
così pure per la cuccagna ; l'azzardo fece che il Gran Duca si 
presentò alla finestra prima dell'ora destinata ; il popolo credè 
che fosse il Re che si presentasse e tutti si slanciarono alla 
rapina. I dragoni a cavallo scacciarono il popolo a sciablate, 
come l'inimico, e più persone furono ferite malamente. 

Vedrò volontieri l'avvocato Longhi ; suo fratello si è fatto 
religioso a Napoli per avere sussistenza : egli non so come 
possa vivere decentemente. Bisogna che gli abbiano fatto qual- 
che cabala. 

Ti devo pregare sempre di qualche cosa, perchè sei il 
mio tutto. Ho promesso di ritrovare un esemplare dello sviz- 
zero ; se me lo puoi fare avere, ti sarò molto obbligato. Qui 
è roba rara assai. Il duca Laute vorrebbe sapere se la princi- 
pessa di Feroleto avesse costì qualche parzialità per alcuno e 
ciò a non altro fine che per farle celia, quando passerà da 
qui ('), Siamo galantuomini, non abbi paura di farci la spia, 
se ne sai qualche cosa. 

Quanto al porre il tuo nome al libro, non ne saprei ve- 
dere la necessità e l'utilità. Ogni buona opera in Jtalia deve 
aspettarsi delle critiche impertinenti ; il tuono della nostra let- 
teratura è assai sbirresco e fratesco, così che può rincrescere 
d'aver posto il proprio nome in bersaglio agi' insulti della ca- 
naglia. Altronde se metti il tuo nome per farti conoscere come 
autore, è inutile, perchè tutti lo sanno ; e quando l'opera da 
sé stessa non scopre il suo autore, il nome non fa nulla. Vedi 
molte celebri opere anonime, delle quali sono notissimi gli 
autori ed almeno aspetterei ancora che si fosse ben sfogata 
la critica. Questo è quello, che io penso in questo momento. 

Ho saputo da un gobbo mercante di cavalli milanese che 
tu hai comperati ultimamente un bel paro di destrieri a scudi 
trecento. Vedi che so tutti i tuoi affari ? Ma perchè non te 
gli hanno comperati in casa? Chi sa quante stravaganze! Addio, 
caro, eterno amico ; ti abbraccio coU'anima. MA salutano col 
cuore gli amici buoni MP. 

( 1 ) Feroleto nella Calabria Ulteriore era feudo dei Pignatelli di Monteleone. 



— 272 — 

CLXXX (408). 

Al Fratello. 

Milano, 30 ottobre 1771, 

Sono senza tue lettere in quest'ordinario. Questi nostri 
tumultuosi divertimenti oggi o domani finalmente terminano ; 
ne ho piacere. Il teatro è sommamente affollato, e lo spetta- 
colo è freddissimo agli occhi miei ('). Vi è una profusione 
d'abiti, di comparse, di ballerini, ecc. ; ma il confronto che 
faccio cogli spettacoli di Vienna è troppo disavvantaggioso. 
Trovo oscure le scene, lentissimi i moti de' cambiamenti, ri- 
dicole le macchine, inanimato il ballo, senza passione alcuna; 
la musica languida, l'orchestra lenta e troppo uniforme ; lo 
spettacolo noiosamente lungo e gli stessi due ballerini, Le Pich 
e la Binetti, che m' incantarono due anni sono (2), li veda 
con tranquillità. Noverre ha messo il teatro di Vienna, rap- 
porto il ballo, per modo che non credo in altra parte sia cosa,^ 
che vi assomigli. Egli vi è ben stipendiato ; spande il suo 
genio ad animare tutti gli attori (3) ; vi è una Delfini, vene- 
ziana, che non è conosciuta altrove, perchè si è fermata ivi 
e non è uscita, è un'imparabile attrice e ballerina. Insomma, 
io non credo che vi sia teatro, che regga al confronto. 

Ieri due cose mi son piaciute assai: una fu il gran pranzo 
del duca di Modena, al quale v' intervenni anch' io ; erano 
trecento invitati {^). La pompa, la profusione, l'ordine furono 

(1) Nel diario Ord., n. 8314, p. 11, è detto: " L'opera non ha avuto 
« molto incontro e non è stato eseguito che un sol ballo ; ma grande applauso 
« però ha avuto la serenata, sì per la composizione, che per la musica ». Maria 
Teresa così ne scriveva al figlio arciduca Ferdinando il 6 novembre : « Dttes 
« mo comment avez-vous trouvé l'opera, qu'en dit le pubblio ? On dit ici que 
« la musique n'a pas été goùtée ; je serais fachée pour le vieux Hasse ». Cfr. 
(Bricfe, I. 85, n. XXXI. 

(2) Gli entusiasmi suscitati in Pietro dal Le Pich e dalla Binetti < due di- 
vinità » non datavano che da un anno. Cfr. Cart., Ili, p. 192. 

(3) Per Noverre cfr. la nota su di lui in Cari., voi. Ili, p. 191. 

(4) Il pranzo del duca datosi martedì 29 ottobre, è descritto nelle Nuove, ecc.,. 
1771, n. 44, Il novembre, p. 371, Milano, 2 novembre. Era superbo l'arre- 



— 273 — 

mirabili. Una tavola di otto o dieci commensali non può essere 
servita meglio : pesci di mare in grandissima abbondanza, vini 
sceltissimi ; cignali, cervi, caprioli, ecc. ; dev'esser stata una 
spesa di considerazione (0. L'altra cosa che mi è piaciuta si 
fu il giardino in P. O., di cui ti ho parlato (2). Oggi vi sarà 
un'altra corsa di barberi (3). 

Ho letto vari allegati del dispaccio relativi alla finanza. 
Se la cosa corre come sta scritta, sarà un fenomeno, che io 
non credo in natura. Era un gallo ; mi hanno fatto diventare 
un cappone ; ora non è possibile eh' io diventi più quello di 
prima, cioè che io m* inquieti e appassioni per le cose non 
mie. Chi m'avesse detto che a Vienna, da dove certamente 
non si sparge la filosofia sull' Europa, io dovessi imparare una 
parte tanto essenziale della filosofia, quanto è quella di vivere 
in modo analogo agli elementi, che ci attorniano! Io sinora 
realmente sono contento, ho fatta pace co* miei milanesi e con- 
vien dire che realmente meritano di voler loro bene perchè 
sono riconoscenti ; e io leggo nel viso di moltissimi, che ap- 
pena conosceva, la compiacenza che hanno di vedermi e vedo 
che mi voglion bene. 

Io ambiva gli onori e l'autorità per vendicarmi della non- 
curanza e del disprezzo ; ora manca il soggetto dell'ambizione ; 
son più contento di vedermi stimato, perchè creduto un uomo 

damento della gran sala, descritto già dallo stesso giornale in una corrispondenza 
del 5 ottobre (n. 40, p. 338 e sg.), La sala era stata tutta dipinta dal Legnani, 
dietro suggerimento del canonico Villa: gli architetti erano modenesi. Cfr. 'Diario 
Ord.. n. 8317. pp. 7-9. 

(1) Furono serviti « mille e duecento piatti non meno preziosi, che squisiti ». 

(2) Per il « berceau » di P. Orientale cfr. Nuove, ecc., n. 42, p. 356 
e Diario Ord., n. 8314, pp. 10-11. L" illuminazione, che piacque al Verri, seguì 
lì mercoledì sera. Cfr. Nuove, ecc., n. 44, p. 372. Erano accesi più di trenta- 
mila lumi, 

(3) La corsa dei barberi ebbe luogo il martedì, a Undici cavalli corsero 
per ottenere il pallio consistente in una pezza di velluto operato con fondo d'oro 
e l'ottenne quello, ch'aveva per protettore il signor marchese don Egidio Orsini 
di Roma ». I barberi erano venuti da Firenze : rimase vincitore il cavallo inglese 
del dottor Attilio Vannini, pure di Firenze. Fu rinnovata la corsa il 3 novembre, 
domenica, e rimase ancora vittorioso il suddetto cavallo. Cfr. Nuove, ecc., n. 43 
p. 363 e Diario Ord., n. 6315, p. 8 e n. 8319, p. 10. 

18 



— 274 — 

buono e virtuoso, che perchè ho diritto di farmi dare un titolo. 
Nella sopracarta non chiamarmi che col mio nome ; procurerò di 
fare in modo che mi sia d'onore; il mio tempo lo voglio dare 
agli studi più che al resto; le noiose cure le prenderò quando 
è indispensabile e non più. Costa più fatica una consulta che 
una dissertazione ; la prima vi porta amarezza e poi è seppel- 
lita nella oscurità per sempre ; l'altra, se riesce, è un grado 
di stima di più, che riflette poi anche a tenere in riserva i 
nemici che, naturalmente, ha ogni uomo virtuoso e chiaro. 
Addio, cari MA. Sono e sarò sempre il vostro 

Pietro. 



CLXXXl (409). 
Al Fratello. 

Milano, 2 novembre 1771. 

Mi giungono in quest'ordinario le care tue del 23 e 26. 
Io non ho più i sentimenti d'un tempo sulla nostra patria ; ne 
potrei veder con piacere l'umiliazione dei nobili. Siamo stati 
ingiusti e tu ed io. Nostro padre nella sua vita non ha fatto 
cosa, che mi conciliasse la opinion pubblica o la confidenza 
del paese ; anzi per lo contrario. Noi mostravamo una disistima 
positiva della patria, sdegnavamo la società, mettevamo in 
pompa e in derisione tutte le magagne, frizzavamo l'amor pro- 
prio comune nella maniera più decisa ; qual diritto avevamo 
adunque di esser ben veduti ? Ci siamo sdegnati, perchè ciò 
non fosse ; tu hai rivolte le spalle al paese ; io nell'odiosis- 
simo impiego delle finanze, potendo fare molti dispiaceri e 
poche cortesie, non poteva conciliarmi l'opinion pubblica. Erano 
però giusti i nostri patriotti ; accordavano a noi dell' ingegno 
e del disinteresse, ma non avevano torto di diffidar di noi e 
di non amarci. L'occasione ha voluto che siasi conosciuto 
eh' io ho un cuore buono, che il bene del mio paese mi è 
più caro della mia privata fortuna, che conosco la virtù : la 
rivoluzione eccola fatta. Leggo sul volto altrui la stima, la 
confidenza ; ieri vado a casa Litta : ricevo l'accoglienza più 



— 275 — 

distinta; delle persone, che appena conosco, mi fanno i com- 
plimenti più lusinghevoli ! Amico, non è alla mia autorità, che 
questo si fa, non è al mio rango ; egli è alla mia virtù. De- 
sidera, se puoi, l'umiliazione di questa gente, che sarebbe 
pronta ad amarti, se ti conoscesse; credimi che i milanesi 
sono buoni. 

E una chimera il viaggio a Napoli dell'Arciduca. Dopo 
un anno di sposalizio e molto più, dopo che se ne siano ve- 
duti i frutti, mi par naturale che l'Arciduca colla sposa vadino 
a Vienna. S. M. 1' Imperatrice vorrà, naturalmente, conoscere 
la nuora (0. Un viaggio d' Italia facilmente l'Arciduca lo farà, 
e anche sino a Napoli, ma vi vorrà del tempo. L'Arciduca 
poi in sì fresca età diffìcilmente potrà viaggiare o trattare con 
altri, che cogli austriaci. Son terminate le feste, non ci resta 
che la corsa dei barberi, che s' ha da rifare domenica, non 
essendo stata giudicata legittima quella fatta ultimamente (2). 

CLXXXII (449). 

A Pietro. 

Roma, 6 novembre 1771. 

Non hai mie lettere, non per me, che ti scrivo sempre, 
ma per gli imbrogli delle poste e delle aperture delle lettere. 

Noverre è il dio del ballo. E impossibile che non siano 
interessantissimi i balli composti da chi ha scritto come lui. 
Laugier pure mi parlava con entusiasmo del teatro di Vienna ; 
ma un'opera italiana dubito assai se, durando quattro grandi 
ore, a forza di monotoni recitativi, possa mai essere uno spet- 
tacolo divertente. 

Qui si dice che l' Imperatore venga a Milano ; non so 
poi su quali lettere si fondino. Mi par difficile che non abbia 
accompagnato il fratello. 

(1) Così era difatti. Una lettera di Maria Teresa alla nuora, in deità 3 gen- 
naio 1772, allude chiaramente al disegno del viaggio a Vienna da farsi dagli 
sposi per la quaresima (cfr. ^riefe, 111, LXX, p. 131); ma la gravidanza del- 
l'arciduchessa dovette far tramontare ogni proposito. 

(2) E così fu fatto. La notizia è dalle Nuove, n. 45, p. 379. 



— 276 — 

Voi altri avete gran pranzi e feste e corse e corsi, e qui 
noi andiamo sempre allo stesso treno. Si sta aspettando la pro- 
mozione de' cardinali ed allora il paese sarà in moto. Per chi 
vuol vivere a se tranquillamente, non ci è paese migliore di 
questo. Non si vede mai il principe, non si fa la corte a nes- 
suno, nessuno cerca di voi, nessuno vi vessa ; i divertimenti 
tumultuosi non vi frastuonano. Io sono stato nelle prime case 
al mio arrivo : poi mi sono ritirato e nessuno vi ha pensato, 
perch'un forastiere si perde nelle centinaia, che ve ne sono 
continuamente. Poi venne 1' Imperatore ; andai a tutte le feste, 
ne ricevei mille onestà ; ballai, presi rinfreschi e di nuovo ri- 
tornai nella mia solitudine, dalla quale non sorto che una notte 
o due il carnevale, ai festini nobili. Nessuno vi chiama che e 
successo di voi. Finalmente è sempre un incomparabile van- 
taggio l'essere forastiere in qualunque paese, perchè non vi 
sono quelle due parole da meditarsi profondamente n parenti n 
e n parentado n. E tutto questo io lo devo a te, mio caro 
amico. 

Farai molto bene a convertirti dallo zelo. Fatto che hai 
il tuo dovere, il resto sia per gli studi geniali, che sono fe- 
licità sostanziale, indipendente dagli anni, dal capriccio, dalla 
fortuna, dalla potenza. Mi fa consolazione il vederti guarito 
dalla malattia dell' ottimo. Ti ha reso infelice tre anni almeno. 
Ma di prima scappata si può avere questo entusiasmo : quando 
poi si è avuta esperienza del come si regolano gli affari del 
mondo, si prende il partito di vivere e viver bene; che questa 
è cosa importante. 

Addio, mio dolce amico; ti abbraccio coll'anima. Addio. 
MA salutano di cuore i buoni MP. 

CLXXXIII (450). 
J "Pietro. 

Roma, 9 novembre i771. 

Mi fa un vero piacere il vederti contento del paese ed 
il paese pieno di stima e di fiducia in tè. Capisco che non 
v'è lusinga più sensibile, che l'essere guardato nella patria 



277 



quasi come la tavola del naufragio. Questo e un omaggio, che 
non è sospetto, perchè la tua carica non è così alla portata 
di far bene e male, che debba eccitare molti timori o molte 
speranze universalmente. Io non ho lasciato di paragonare nel 
mio viaggio la nostra nazione colle altre d' Italia ed ho veduto 
chiaramente che è la meglio di tutte e per tale è creduta ge- 
neralmente. Presentandosi come lombardo, tutti ci hanno su- 
bito confidenza, come di un galantuomo. Questa è la riputa- 
zione che abbiamo generalmente in Italia. Quanto a me, ho 
avuta meno occasione di te di essere malcontento de' miei pa- 
triotti, perchè in tempo delle difese de' rei ho ottenuta una 
piccola considerazione, ma superiore di molto a quelle mediocri 
apologie. Se ho nutrito dell'umore, è stato per l'Accademia 
de' Pugni, per le ciarle sul Caffè ; per la guglia di Frisi, 
per le derisioni contro Beccaria, e, molto più, per le infinite 
ridicolaggini contro di te, in ogni occasione. Ora è venuto il 
tempo che ti hanno riconosciuto per un cittadino pieno di 
virtù, di zelo e di lumi e ti rendono giustizia : hai dunque 
tutta la ragione di mutare sentimenti : quelli, che credevi in- 
sensibili ed ingrati, non lo sono; dunque non gli puoi guar- 
dare come tali. 

Sempre più desidero la storia di queste rivoluzioni ; vorrei 
sapere nell'origine e nel dettaglio, come hai sostenuti alla Corte 
gl'interessi della patria. Ma non sono relazioni da mettersi 
nella vaUgia del corriere. 

Tu sei stato vari anni nella società milanese ricercato lad- 
dove io mi sono concentrato, appena uscito di collegio, ed 
ho trattato pochissimo, come sai. Le mie opinioni erano le tue; 
e quando tu muti, io pure cambio, rapportandomi al tuo te- 
stimonio quanto al generale del carattere nazionale, eccettuando 
alcuni particolari, che mi hanno fatti degli atti ostili e segna- 
tamente due, dopo che sono in Roma (0. Del restante, difetti 
e vizi vi devono essere in ogni luogo ; resta a vedere dove 
sieno minori. Infine basterebbe a riconciliarmi colla patria la 
giustizia, che ti rende. Addio, caro amico del mio cuore. Sia 
felice ; ti abbraccio coll'anima. MA salutano i buoni MP con 
tutto il cuore. 

(l) Cfr. CarL. voi. Ili, p. 200-202. 



278 



CLXXXIV (410). 
Jll Fratello. 

Milano, 7 novembre 1771. 

Non ho letto il Giornale Enciclopedico; me lo procurerò 
per vedere cosa dice. Qui nel paese non si parla delle cri- 
tiche ; si è cercato dell'autore delle note di Venezia di farne 
cadere il sospetto sopra Biumi, il quale mi ha fatta fare la più 
pulita dichiarazione , che potessi desiderare , assicurandomi 
ch'egli ha scritto su questa materia, ma che ha trovato ch'io 
sono andato assai più in là e che arrossirebbe d'essere autore 
di quelle note. (') Infatti, il povero n poeta n non mi ha capito e 
fa il ciarlatano in modo assai ridicolo. Oh se potesse rispon- 
dergli Zoroastro ! Ma che vuoi ? Ora sono entrato per gli anni 
e per le circostanze in impegno di non poter aver ragione che 
sodamente e al minuto piacere di canzonare i ridicoli ho ri- 
nunziato. Mi pare in quelle note di vedere la paruccaccia, il 
collarone, gli occhi stralunati, la meraviglia di quel suo viso. 
Distingue i bilanci e i confini degli Stati, in n politici, n 
Il economici, n ii aritmetici, n ii comparativi, ii ecc., ecc. 

Sono ormai in porto colle aggiunte ; mi pare che l'opera 
sia migliore e più a portata, non v'è alcun frizzo. 

Quanto alla persona, che vorrebbe leggere la tua storia, 
fa quello che ti pare, io non saprei darti consiglio Ti dirò 
che si tenta di soppiatto di lusingarmi e impegnarmi a scrivere 
e a travagliare in opere di n supererogazione ii ma io sono 
umilissimo servitore alle chimere e paro la stoccata; senza so- 
lenni commissioni, che nemmeno desidero, io non adoprerò 
più il mio tempo negli affari degli altri. Io non era ambizioso 
che per due principi, per lasciare un vestigio dopo di me di 
una buona riforma, per vendicarmi della indifferenza e disi- 
stima de' cittadini; non è sperabile l'uno, non esiste più l'altra. 

(1) Di don Giuseppe Biumi (1 749-1838), che era scolaro del Beccaria, 
discorre lungamente il LANDRY, op. cit., pp. 38-41. 



~ 279 — 

Se avessi dell'ambizione nel ministeriale, avrei un affetto senza 
cagione. Realmente gli affari non m'inquetano più e gli faccio, 
sentendone unicamente il dovere e trovo che sono più felice. 
Dò il mio tempo, e lo darò sempre più, al piacere e alla ri- 
putazione mia nelle lettere ; è meglio essere giudicato dal 
pubblico e il di lui giudizio può indirettamente obbligare dei 
riguardi. Io non ti desidero mai i giudici, che ho avuti io, 
forse potrebbero essere diversi in favore tuo. 

Qui abbiamo avuto un altro morto nell' ultima corsa de' 
barberi, perchè si mossero prima che tutti fossero condotti al 
luogo e un' ora prima del solito; il popolo, mentre vedeva 
concorsi due barberi alla mossa, fu sorpreso da quei, che cor- 
revano e nemmeno fu avvertito a tempo dallo sbarrare. (') Tutte 
le feste sono finite e la città si spopola per chi va in cam- 
pagna. Gli augusti sposi passano a Varese dal Duca (^). 

10 faccio la settimana ventura da Ciambellano col conte 
Scotti, di cui tu mi dicesti bene (3); e perciò ne ho piacere. 

11 giorno di S. Carlo l'Arciduca venne solennemente in 
Duomo, con tanta pompa quanta l' Imperatrice a Vienna (4). 
Vi furono degli imbrogli per il cerimoniale e l'Arcivescovo si 
fece ammalato. Figurati : sono cinque mute. Prima : quattro 
Ciambellani, i due Grand- Maìtres Kevenhiiller e Confalonieri(5), 
le 'dame di seguito. Vi è guardia nobile ungherese a cavallo (6); 
due guardie di palazzo a piedi, una rossa e l'altra grigia, sotto il 
comando di Belgioioso, che accompagna a cavallo (7). Vi è una 

(1) Di quest'incidente nulla dicono i giornali del tempo. 

(2) Dalle lettere di Maria Teresa si rileva infatti che a Varese andarono 
nel novembre. 

(3) Il conte don Gianbattista Scotti già Gallarati d«l marchese don Carlo 
Gallarati e di donna Anna dei marchesi Ghislieri, rimaritata col conte Gianbat- 
tista Scotti, che lasciò erede il figliastro Gianbattista Gallarati coU'obbligo di de- 
porre nome ed arma propri ed assumere quelli degli Scotti. Fu assessore del 
Tribunale Araldico di Milano e dei LX decurioni. Cfr. TRIVULZIO G. Memorie 
intorno alle famiglie Qallarati e Scotti, Milano, 1897, tav. XV. 

(4) Non ne parlano le Nuove. 

(5) Il conte don Eugenio Gonfalonieri del conte don Ansperto e della con- 
lessa donna Margherita de Strattmann, consigliere intimo attuale di Stato, marito 
di donna Anna Bigli del conte Gaspare. 

(6) La guardia nobile ungherese di S. A. R. era formata di trenta persone 

(7) Queste guardie consistettero in due distaccamenti, l'uno di 56 Cesaree 
Regie Guardie del Corpo a piedi (compresi cinque ufficiali, un furiere, un cappel- 



— 280 — 

turba di consiglieri di Stato e Ciambellani al Duomo, che. aspetta 
e precede, I Tribunali tutti, dislocati dall'antico seggio, senza 
velluto, senza cuscini, senza incenso, sono annientati. La ri- 
voluzione è grande. Il Senato sta dove era il tuo Collegio ; 
dietro stagli il Consiglio, poi il Magistrato. La Città sta dove 
era; dietro ha il Collegio; poi, i Causidici stanno dove era il 
Senato, e, nello spazio di mezzo, vi sono le banche rivolte 
verso l'altare per i Consiglieri di Stato e Ciambellani. Quasi, 
quasi, paio un cerimoniere. S. A. R. vuol essere informata 
di tutto; si tengono delle conferenze avanti lui e vuole desti- 
nare un giorno della settimana ad ascoltare chiunque. Non ho 
tempo per più. Cari MA immutabilmente. 

CLXXXV (451). 
Jl Pietro. 

Roma, 13 novembre 1771. 

Il giorno 10, alla sera, vi fu uno della Corte di Palazzo, 
che mandò a dire a Monsignore Asparìi, ambasciatore di 
Spagna, che nel Concistoro del seguente giorno 1 1 , alla mat- 
tina. Sua Santità l'avrebbe dichiarato cardinale. L'Ambasciatore 
adunque preparò ogni cosa a questo fine. Nel tempo mede- 
simo, che si faceva concistoro, un Monsignore, parimenti corti- 
giano di Palazzo, manda a dire al sig.r Ambasciatore che in 
quel momento Sua Santità lo aveva creato cardinale. Eccoti 
adunque che la famiglia dell'Ambasciatore lo piglia, lo veste 
da cardinale di pianta; quindi strepito di tamburi, squilli di 
pifferi, collari, collaroni e cappe nere e magne e piccole. Sul 
più bello della festa viene la nuova che tutto è una invenzio- 
ne, fatta non si sa perchè. Questa falsa nuova passò da una 

ano, un chirurgo, un profosso, quattro sergenti, due pifferi ed un tamburino) e 
l'altro di quelle di Palazzo in numero di 34, un sergente e tre caporali. Queste 
guardie presero il lucgo della R. Guardia Svizzera preesistente, che fu riformata. 
Il conte Alberico Barbiano di Belgi ojoso, ch'era già capitano di questa guardia, 
fu prescelto al comando dei nuovi distaccamenti e promosso a tal fine al grado 
di generale maggiore. Sotto i di lui ordini stavano quattro ufficiali del Corpo delle 
Guardie di Vienna. Cfr. Diario Ord., n. 8264, p. 22. Altri particolari sulla loro 
costituzione danno le Nuove, 1771, n. 17, p. 135. 



— 281 — 

bocca nell'altra, senza fondamento e si propagò: onde infine 
l'Ambasciatore ha dovuto spogliarsi dell'abito cardinalizio. La 
scena gli è dispiaciuta forte e dicono che voglia scrivere alla 
sua Corte per la soddisfazione, non so poi quale. 0) E con- 
temporaneamente arrivato un corriere da Madrid colla notizia 
che i beni de' Gesuiti sono stati eretti in tante commende 
per il nuovo ordine detto dell'Annunciata (2) e tre capi ha 
quest'ordine e sono il cardinale della Cerra, il cardinale de 
Solis, ambi spagnioli, e questo attuale ambasciatore, che si è 
ritrovato nello stesso tempo cardinale da burla e promosso 
davvero a questa dignità. 

Qui si lamentano delle riforme, che avete fatte negli eccle- 
siastici del Mantovano 0) ed è naturale. E ritornato il P. Poz- 
zi ; voglio vederlo assolutamente per aver tue nuove. Io ti do 
le nostre nuove. Mi fai sommo piacere a dirmi in dettaglio 
quelle del mio paese. Sono veramente termini magici i confini 
« aritmetici n e n comparativi n : v'è del profetico assai (■*). E 
un uomo singolare. Eppure questa sorte di ciarlataneria sor- 
prende la maggior parte da principio; non si può suporre di 
sbalzo che frasi così imponenti non abbiano senso. 

Sempre più sono contento che il paese li rende giustizia. 
Considero l'annientazione de' nostri Tribunali in Duomo, senza 
cuscini, velluto, incenso ecc. 11 sole fa sparire le stelle. 

Addio, caro amico del mio cuore; t'abbraccio coll'anima 
MA salutano caramente MP buoni amici. 

P.S. Se te ne ricordi, mandami, te ne prego, una compa- 
rizione per la mia installazione in Collegio. Voglio avere 
questo monumento di famiglia. 

(1) Di questo bizzarro aneddoto non si sa che altri abbia mai fatto parola. 
Mons. Aspeirrù era giovanissimo: ne! dicembre del 1770 era stato contacrato 
arcivescovo di Valenza. La notizia che egli doveva essere promosso al cardinalato 
era vera : « Sembra che le lettere di Spagna ci eissicurino che fra i soggetti 
« da promuoversi da N. S. nel solenne Concistoro sarà decorato della Sacra 
■« Porpora quale Regio Ministro di Spagna mons. Asparrù ». Cfr. Nuove, 
1771, n. 44, p. 365. 

(2) Non dell'Annunciata, ma della Concezione. Cfr. lett. CLXV, p. 246 
di questo voi. e Nuove, 1771, n. 41, p. 341. 

(3) Le riforme ecclesiastiche nel Mantovano. 

(4) Cfr. lett. CLXXXIV. p. 278 di questo voi. 



— 282 — 

CLXXXVI (4ÌÌ). 

Al Fratello. 

Milano, 9 novembre 1771. 

Del danaro, che si doveva distribuire ai parrochi non se 
n'è saputo nulla; anzi non so come avvenga che, essendosi 
distribuite, a quanto dicesi, le dote alle figlie in monete di 
nuovo conio, le quali anche dovevano gettarsi, appena qual- 
cune se ne sono vedute ; sono di bel conio, da dieci e da 
venti soldi (0. 

Il principe di Saxen-Gctha ha regalato a Frisi un bel- 
r orologio con catena d'oro per averlo accompagnato quattro 
giorni sui nostri laghi. E un principe d'ottima maniera, senza 
fasto e fino penetratore de' caratteri degli uomini (2). 

Vedrò se sarà fattibile mandarti lo Svizzero; ma non so 
se ne sarà vendibile qualche esemplare; t'assicuro della pre- 
mura, che ne avrò. 

La principessa di Ferolito non so se abbia avuta parza- 
lità per alcuno; poiché nel gran vortice di questo mondo, in 
occasione delle feste, non era facile ravvedersene, io credo 
di no, però te ne darò altro riscontro. 

Mi persuadi a non pormi il mio nome sul libro; e così 
farò. Ho letto il Giornale di Bouillon, che mi tratta assai 
bene in poche righe; egli attribuisce alla servitù della stampa 
d'essersi occultato nome e data nell'edizione e ne cava delle 
conseguenze sullo stato di depressione delle lettere in Italia. 

Il gobbo mercante di cavalli ha mentito; io non ho speso 
un bajocco in cavalli. 

(1) Erano d'argento. Cfr. GNECCHI F. e E., Le monete di Milano, ivi 
1884, pp. 178 e 180. 

(2) Augusto, principe di Sachsen-Gotha-Altenburg (1747-1806), terzoge- 
nito del duca Federico III e di Luisa Dorotea di Sachsen-Mcininghen. Venne 
in Italia due volte, nel 1771 e nel 1777. Cfr. Allgemeine Deutsche Biogta- 
phie, Leipzig, 1875, p. 681 e pe' rapporti suoi con Paolo Frisi cfr. VERRI P. 
Memorie appartenenti alla vita e studi del signor don Paolo Frisi, Milano, 
1787, p. 79. 



— 283 — 

CLXXXVII (412). 
Al Fratello. 

Milano, 13 novembre 1771. 

Oggi è stata la prima udienza pubblica che l'Arciduca 
ha data H), Io era di servizio presso di lui; mi è toccato di 
stare in piedi sei ore di continuo. Ti posso però dire che ho 
avuto molto piacere con tutto ciò, perchè il principe è di buo- 
nissimo umore e conosco che ha piacere di chiacchierar meco. 
Pareva la commedia dei personaggi : una caricatura si presen- 
tava dopo l'altra; la maggior parte cercava la elemosina; un'altra 
parte cercava impiego; il minor numero son quelli, che avevan 
degli affari. 

Anch'io credo che un'opera italiana non possa durar più 
di due ore, se ha da piacere. L'Orfeo, l'Armida e simili, 
fatte a Vienna, non durarono di più; e, compresi i balli an- 
nessivi, che le interrompono, danno uno spettacolo di tre ore 
non più. I recitativi poi, come ivi si scrivon sono una vera 
declamazione notata ed escono totalmente dalla strada battuta; 
per lo più sono accompagnati dall' instrumenti, che aiutano a 
dipingere il sentimento; credimi che non vi è monotonia. Nella 
Toscana l'Orfeo l'hanno messo in scena ultimamente; e prima 
fu a Parma, poi a Bologna e sempre con grande applauso ; 
cosa rara per musica, la quale alla prima predica ricade nel 
perpetuo niente. Probabilmente questo gusto lo vedremo a ve- 
nire in Italia; e chi l'avesse mai detto che Vienna dovesse di- 
ventare il punto d' appoggio per le belle arti ! I Francesi di- 
sprezzavano troppo il nostro teatro italiano e la nostra musica : 
i nostri attori ben rare volte mettevan piede in Francia, onde 
non si potevano istruire. A Vienna si amano gli spettacoli- 

(1) Come è qui stato accennato l'Arciduca aveva il 2 novembre fatto pub- 
blicare un editto, in cui, dopo aver annunziato che assumeva il governo generale 
della Lombardia Austriaca, fra altre cose avvertiva i! pubblico « che S. A. R. 
« avrebbe dato udienza ad ognuno che avesse a parlare d'affari in tutti i mer- 
« coledì della settimana incominciando alle ore sei e mezzo della mattina ». Cfr. 
Nuove, 1771, n. 45, p. 380. 



— 284 — 

Una compagnia francese cominciò ad ammaestrare un poco 
nella decenza e verità dell'azione dei cantori nostri; s'è preso 
il buono delle due musiche rivali e se n'è formato un terzo 
spettacolo. 

L'Imperatore ha detto a vari di noi: <^ a rivederci l'an- 
« no venturo ». Si crede che, ritornando dalla Francia, pas- 
serà di nuovo a Milano, se gli affari d'Europa lo permettano. 

Io credo che veramente Roma sia un ottimo asilo per uno, 
che s'annoi in patria. Mi seccava molto al mio tempo lo spi- 
rito di partito nazionale e quel farvi una colpa ingiustissima 
e dare un ridicolo, perchè siete nati in un paese, dove si pro- 
nuncia coir u francese; mi pareva che ogni romano si credesse 
egli medesimo un gran signore, quasi che S. Pietro fosse roba 
sua e che mi compatisse perchè il Duomo di Milano non 
è così bello ('). Può essere che questo fosse lo spirito del 
Collegio e non del popolo. 

Credimi che sul punto dello zelo sono talmente convertito, 
che sarà il sommo elogio, il massimo elogio di chi avesse 
parte negli affari, se me ne tornasse a far nascere. Sarebbe la 
vera risurrezione di un morto. Ho vedute le cose da vicino; 
quantum est in rebus inane. 

Io ho terminato di ripassare il libro e di fare delle ag- 
giunte. Frisi vorrebbe che io vi facessi di più. 



CLXXXVIII (452). 

A "Pietro. 

Roma, 16 novembre 1771. 

Il P. Pozzi, incontrando il principe Lanti, gli ha detto 
un mondo di cose di te e ne parla con entusiasmo e dice 
che di tanti milanesi, ch'erano a Vienna, nessuno aveva pro- 
porzione con te. 

(1) Cfr. Ceri., voi. III. p. 407. 



— 285 — 

Il Cavaliere mi ha mandata una lettera per il Gran Priore 
Altieri ('). Salutalo e digli che l'ho rimessa. 

Se mi ritrovassi lo Svizzero, ne avrei piacere, perchè ho 
quasi assicurato di poterlo ritrovare. 

La storia che tutti i beni de* Gesuiti in Ispagna fossero 
stati eretti in commende del nuovo Ordine della Concezione 
è inventata di pianta (2). Si è eretto il nuovo Ordine, ma non 
coi beni de' Gesuiti. 

Vorrei vedere le aggiunte, che fai al libro e mi farebbe 
gran piacere l'avere tutto quello, che hai scritto in ogni genere. 
Sarebbe un buon volume di serio e di piacevole. Ma ora sei 
diventato totalmente uomo d'affari, padre della patria, oracolo 
economico e le poverette muse buffone si lamentano forte di 
te ! Qualche cosa almeno per i galantuomini amici si potrebbe 
ancora fare. Che peccato che non si cavi più oro da una 
vena così fertile! Non erano bagatelle; erano fogli grandi 
come lenzuoli, vergati in pochi minuti. Pazienza, siamo con- 
siglieri, pagati per star sodi. Io faccio l'avvocato delle facezie, 
perchè leggo Luciano, che è il Voltaire de' Greci. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA 
salutano coli' anima MP. 



CLXXXIX {412). 

Jll Fratello. 

Milano, 16 novembre 1771. 

Oggi termina la settimana di servizio. Ho almeno pia- 
cere che vi sia una porzion del globo, in cui sia un pregiu- 
dizio vantaggioso l'esser nato in Lombardia. E una maladet- 
tissima situazione, in generale, quella d'un italiano; ho cercato 
espressamente i' informarmi e sento che e nella Spagna e in 
Francia e in Inghilterra e in Germania e da per tutto man- 

(1) Giovanni Battista Altieri. Bali, Priore d'Inghilterra, uomo colto e dedito 
alle lettere, promosso al Gran Priorato di Venezia nel 1791. Cfr. SOMMI Pl- 
CENARDI G., ©e/ Gran Priorato di Venezia, Venezia, 1895, p. 63. 

(2) Cfr. lett. CLXXXV, p. 281 di questo voi. 



— 286 — 

cano di stima verso il nostro carattere. Si crede che la mo- 
rale di Nicolo (0 sia la nostra. E meglio essere un altero spa- 
gnuolo, un impertinente francese, un inglese stravagante, un 
tedesco minchione, che un italiano furbo. 

Sono più di quindici giorni, che ho iaterrotto di dettare 
la storia ministeriale, perchè sono stato occupato in far le 
gride ; altra seccatura consimile. Ho guadagnato col disin- 
ganno assai maggiore tranquillità nell'animo e indifferenza negli 
affari ; ma, invece, sento tutto il peso della fatica e tutta la 
noia, che avrebbe un ragazzo nel far la composizione. Tutto 
in complesso però mi trovo contento di questa rivoluzione ac- 
caduta in me. 

Non abbiamo alcuna novità. Il Duca se ne sta a Varese, 
per dove partono i Reali Sposi dopodomani. Si faranno caccie, 
pesche e tutto quel che sarà fattibile in una stagione tanto 
avanzata (2). L'Arciduca non da udienza a donne. 

Frisi è qui presente e ti abbraccia. Finalmente ho qui 
una lettera di Lloyd in data di Londra ; egli ora riceve una 
mia scrittagli in febbraro. Dice roba del libro dello stile 
senza stile, pieno di cose che ne alcun lettore, ne l'autore in- 
tendono e scritto da vero scuolaro d'Avicenna (3). 



CLXXXX (453). 

A Pietro. 

Roma, 20 novembre 1771. 

Ho veduto il P. Pozzi, che mi ha dato le tue nuove. 
Egli è pieno di stima per te. Mi ha raccontata la sua storia 
e mi pare che si sia condotto molto bene. 

(1) Intendi il Macchiavelli : vecchia calunnia sempre rinfrescata! 

(2) Gli Arciduchi sposi fecero ritorno a Milano il 25 novembre. Cfr. 
'Diario Ord., n. 7325, p. 7. Per la loro dimora a Varese si vedano le lettere 
del 28 novembre e del 4 dicembre di Maria Teresa al figlio Ferdinando in 
Brie/e, v. I, n. XXXV, p. 89 e XXXVI. p. 91. 

(3) L'accusa d'oscurità al Beccaria fattagli anche dal Leopardi. 



— 267 — 

Non ho mai saputo di certo, altro che adesso da te, che 
l' Imperatore ritorna in Italia ; e chi sa che non a Roma ? 

Le opere in musica di Vienna, se uniscono, come dici, 
la musica nostra alla nobiltà dell'azione francese, se hanno re- 
citativi di passione e di concerto, se hanno balli analoghi e 
fatti da Noverre, devono essere uno spettacolo interessantis- 
simo. Io non ho provati piaceri spirituali più vivi di quelli, 
che mi ha dati la tragedia francese. Per me è una esistenza 
deliziosa. Mi vi si purga il cuore ed il cervello colle lagrime. 
Ne sarò sempre entusiasta. 

Mi fa sempre maggior consolazione la conferma che sei 
guarito dallo n zelo n. Questa è stata la tua gran malattia. 
Ora ti credo davvero, perchè il disinganno parte dalle sorgenti. 

E a Roma il dottor Gatti inoculatore. Egli, dopo esser 
stata in Francia sedici anni ed aversi fatta l'entrata di più di 
mille zecchini, ritorna a casa, lasciando l' inoculazione alla 
Sorbona ed alla Facoltà. Qui vive con Milady Walpole ed 
il cavaliere Mozzi. Io non l' ho ancora veduto. Dillo a Frisi, 
se mai non lo sapesse (0. 

Frisi vorrebbe che facessi altre aggiunte al libro, ma che 
si può dire, quando si sentono esaurite le idee sostanziali? 
Non rimane altro che retorica verbosità. Piuttosto, giacche vi 
hai messo mano, lasciala raffreddare e poi rileggila, che tal- 
volta, a mente riposata, salta fuori qualche altra cosa. 

Addio caro amico del mio cuore; ti abbraccio. Addio. 

MA salutano caramente MP. 

Alessandro. 

CXCI (413). 
Jl Fratello. 

Milano, 20 novembre 1771. 

E curiosa davvero la ventura di monsignor Azpuru ed è 
ben mortificante la scena, che gli è accaduta; ma egli ne ha 
una gran colpa, perchè bastava contentarsi di mettersi un'ora 

(1) Il Gatti andò a Napoli nel novembre 1771 ; non pare che ricompa- 
risse a Parigi perchè vi tornò l'anno dopo. Lo troviamo a Firenze nel 1774 e 
nel 1778 alla Corte di Napoli. Cfr. Briefe, IH, pp. 273, 275, 299, 310, 320. 



— 288 — 

più tardi le calze rosse ; che, s'era cardinale, avrebbe avuto 
tempo d'annoiarsi a portarle. S'ei cerca riparazione, non può 
cercar altro che d'esser cardinale davvero. 

Spero che il padre abate Pozzi ti darà un'idea chiara e 
distinta degli attori del teatro di Vienna ; egli li ha conosciuti 
di primo slancio. Non ho mai forse in mia vita passata una 
altr'ora, sentendo un uomo a parlare, come quella quando il 
P. Abate fu nel mio quartiere ; digli cento cose da mia parte. 
Ti manderò la comparizione del Collegio, che ora non ho. 
Spero in breve di eseguir la commissione del vino, sebbene, 
per mio gusto, il vino di Lombardia valga poco. 

L'Arciduca è a Varese colla sposa, alloggiato dal Duca. 
L'autorità dei segretari di governo e il loro dispotismo sono 
annientati. Figurati che le loro firme, se non hanno il vidit 
d'uno dei Consultori, non debbono essere ubbidite. Ciascun 
segretario teneva per l'addietro in casa propria tutte le lettere 
di Vienna, tutti i dispacci, gli originali delle risposte e nes- 
suno poteva sindacare le loro operazioni. Sai che pochi eran 
gli affari, ne' quali non vi fossero decreti di Governo con- 
tradditori ; un segretario ordinava la cattura, un altro il rilascio. 
Tutte queste scritture in venti quattr' ore di tempo l'Arciduca 
r ha volute all'archivio. Li affari sono divisi fra i tre Consul- 
tori. Ciascuno ha sotto di se dèi segretari. Tutti i decreti 
hanno la sottoscrizione del Consultore, oltre quella del segre- 
tario. Questi segretari non hanno più la minima influenza negli 
affari ; debbono andare come giovani di studio alla Cancel- 
leria Segreta, nelle ore determinate, a spedire le occorrenze. 
Chiunque voglia dare un ricorso al principe, lo può fare o 
consegnando il memoriale a S. A., il mercoledì, giorno di 
udienza pubblica, ovvero al Ministro Plenipotenziario o a uno 
de' Consultori; finalmente riponendolo in una cassetta, che a 
pubblico comodo sta posta in Corte H). Si dichiara, però, che 
non si farà caso di verun scritto anonimo; e questo è bene. 

(1) Tutto ciò era in parte annunziato nell'Editto del 2 novembre. Quanto 
concerne poi il hmovo piano della Cancelleria Segreta essa fu dall'Arciduca fatto 
notificare al Senato, che si affrettò a decretare le determinazioni sue, che si tro- 
vano già a stampa nelle Nuove, 1771, n. 48, p. 396. 



— 289 — 

La riforma della Cancelleria Segreta sarà di giovamento al 
pubblico. I Fuentes, i Colla, non sono più i sovrani del paese ('). 
Il Cielo voglia che il sistema dato alle Finanze possa andare 
in corso e così quello del Senato. Io credo che l'uno e l'altro 
dovranno emendarsi. Non ti ho mai mandato il dispaccio pro- 
messo. Scusami ; supplirò l'ordinario venturo. 

CXCII (454). 

Jl Pietro. 

Roma, 23 novembre 1771. 

E stato da me l'avvocato Longo ; ma ero fuori di casa, 
ne mi ha lasciato detto dove abiti, onde, se non ritorna, non 
so dove ritrovarlo. 

È certissimo che tanto in Francia, che in Inghilterra la 
nostra nazione è disprezzata, quanto noi disprezziamo i Greci 
dell'Arcipelago e gli Algerini ; ed hanno molta ragione, perchè 
r italiano è quasi mai di buona fede, poco sensibile ed in 
sostanza, 

Ardente al mal, di ghiaccio per il bene 

traducendo letteralmente quel verso veramente caratteristico. I 
Romani sono ancora più furbi dei nostri : qui non si pensa 
che o ad ingannare di buona maniera o a guardarsi dall'in- 
ganno ; d'onde le affettate espressioni e la cautela perpetua. 
Se v'è qualche carattere semplice, lo è all'eccesso e non ca- 
pisce ne il bene, ne il male. Questo è il prodotto delle mie 
piccole osservazioni sul generale della nazione. 

La mia Marchesa altre volte ha declamata la ^^erope 
del Maffei con grande applauso, qui in Roma, in sua casa (2); 

(1) I RR. Ducali Segretari della Cancelleria Segreta nel 1768 erano: il 
marchese don Saverio De Colla, il Krentzlin, il De Pagave, gli abati Castelli e 
Salvador], don Remigio Fuentes. Quest'ultimo apparteneva all'Accademia dei Tra- 
sformati e faceva parte del circolo di casa Bicetti. Cfr. in proposito PICCIONI L. 
Amori ed Ambizioni di Q. garelli in Ciorn. stor. della leti, ital., 1918, 
f.o 214-15. pp. 114 e sg. 

(2) Sui talenti della marchesa cfr. MAGGI, Vita di Jl. Verri, p. 32 e 
Verri, Vicetìdc memorabili, Milano, 1858, p, 29. 

19 



— 290 — 

e lo credo, perchè fa tutto in una n^aniera molto .interessante. 
Ora vorremmo rappresentare fra noi qualche cosa, ma io non 
so che suggerire. Metastasio è troppo rapido per la declama- 
zione semplice. Le nostre Sofonisbe e gli Oresti e le Ro- 
smunde, ecc,, sono così fredde, che languiscono alla seconda 
scena. Traduzioni buone dal francese non ne conosco, e, se 
ve ne fossero, io non ho potuto mai avere idea di buona de- 
clamazione in nostra lingua. Nobiltà e sentimento : questo è 
quello, che non so come esprimere in una lingua, che non ha 
che cinque desinenze di parole e che perciò è monotona al- 
l'eccesso. Ho fatto prevare anche da chi declamava eccellen- 
temente in francese e non mai si è potuto ridurre il verso no- 
stro ad una declamazione veramente teatrale, vigorosa, elevata. 
Non vi sarebbe altro che fare una commedia larmo^ante. Il 
principe Giustiniani O, stato ultimamente a Parigi e a Londra, 
ha rappresentato alla campagna quest'autunno il Padre di Fa- 
miglia di Diderot (2), tradotto in italiano, molto bene, a quanto 
mi hanno detto anche de' forastieri, che hanno idea del vero 
teatro. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio. MA 
salutano coll'anima gli eterni amici buoni MP. 



CXCIII (4Ì4). 
Jl Fratello. 

Milano, 23 novembre 1771. 

Non ti dubitare che lo Svizzero l'avrai ; alla peggio ti 
trasmetto il mio e sceglierò l'occasione per mandarti e quello 
e le due critiche del mio libro, che tengo appunto per te. 
Fra pochi giorni trasmetterò il bariletto di vino e te ne avvi- 
serò. Non so perchè, ma i corrispondenti di Ginevra mi la- 

(1) Il principe don Benedetto Giustiniani dell' illustre casato celebre ne' fasti 
di Genova. 

(2) Le pere de famille, comédie en 5 acles et en prose avec un 'Discours 
sur la Poesie Dramalique, Amsterdam, 1758 e più altre volte. Cfr. QUÉRARD, 
La France lillér., v. II. p. 455. 



— 291 



sciano in dimenticanza da alcuni mesi; vi sono fuori tre altri 
volumi suìY (Snciclopedia di Voltaire ('); vi è una Storia del- 
l'anno duemila, ecc.; le ho commesse e non me le tra- 
smettono mai. Vorrei sapere se il tuo debito col Baumgartwer 
sia ancora pagato, perchè quel Chinetti è un uomo che ha 
tante cose nel capo e non mi fido, se la commissione l'abbia 

eseguita. 

A proposito di Londra, io vorrei una cosa assai più dif- 
ficile ad aversi di tutte le altre piccole commissioni, che mi 
dai. Llyod m'aveva promesso di farmela avere, ma non è 
uomo di gusto per la musica ; se l'è dimenticata ed io non 
mi fiderei della di lui scelta. Vorrei un' Armonica ; cioè quel- 
l'istrumento di campane di vetro su di un perno, che si gi- 
rano ; quello, che tu stesso mi hai fatto conoscere scrivendomi 
da Londra e che vedesti dal Franklin (2). Attualmente vi è 
una inglese che lo suona ; è un paradiso. Io sono stato incan- 
tato di quel suono, anche prima che fosse ridotto alla forma 
d'uno strumento ; un inglese suonava i bicchieri piantati sopra 
una tavola e mi rapì ; e feci fabbricare cento e più bicchieri 
su quel modello e fra questi una ventina servirono a piantare 
lo strumento e coli' acqua s'incordavano; faceva già qualche 
minuettino e mi divertiva. Ma non si possono fare che due 
voci alla volta, quando sono così sparsi i bicchieri; e poi 
l'essere alcuni vuoti, altri con acqua, altri più, altri meno, fa 
che i tuoni non sono egualmente sonori e alcune voci, dove 
bisogna più acqua, restano mute e formano disuguaglianza nel- 
l'armonia. Nell'Armonica tutto è reso perfetto e facile ; sempre 
incordato; si suonano quattro, cinque voci, vi è piano e forte ; 
vi è la posata della voce. Ne sono innamorato. Il diavolo è 
di trovare in Londra un amico, che non si lasci ingannare e 
sappia trovare uno strumento di voci giuste, uguali e si inca- 
richi di trasmetterlo a Genova. Il mio desiderio però non è 
illimitato e sino a sei o otto ghinee o dieci al più le spen- 



(1) Les qucitiom sur l'enciclopedie. 

(2) Cfr. la lettera di Alessandro al fratello da Londra 27 gennaio 1767 in 
CASATI, Lettere e scritti inediti, ecc., voi. II, p. 83 e sg. 



— 292 — 

derei ; il di più non Io voglio. Dimmi tu adunque, se hai 
l'uomo a proposito per dargli la commissione. Se puoi, frat- 
tanto, interrogarlo per sapere se v'è mezzo d'averla e a qua! 
costo; poi a chi debbo trasmettere la cambiale per il fondo 
corrispondente. Se si può, senza tuo disturbo, mi fai un gran 
piacere ; se poi ti dovesse inquietare, caro Sandrino, sia per 
non detto. 

Anche oggi Luisino torna a toccare il tasto della tua 
Storia. Io per que* giudici ho lavorato dei volumi e me ne 
trovo mal contento. Le lettere, la musica, gli amici valgon 
meglio. 

Caro grecista, mio amabilissimo amico, ti abbraccio ; la 
tua cara amicizia è un bene, che fa la mia felicità. Sono in 
pace con me stesso, con tutto il genere umano ; una classe 
d'uomini la stimo così poco, che non la odio più e vi ho 
guadagnato per la mia tranquillità. Son contento de' miei pa- 
triotti tutti quanti e della mia situazione. Cari MA vogliate 
bene a MP. 



CXCIV (455). 

Jl "Pietro. 

Roma, 27 nobembrc 1771. 

Sono arrivati i baroni di Galien e l'officiale compagno. 
Hanno mandato a cercar conto di me ed io sono andato su- 
bito da loro. I due fratelli mi paiono due buonissimi giovani ; 
l'officiale mi pare che abbia più società 0). Egli ti vedeva 
spesso a Vienna e mi dice ch'eri occupatissimo. Ho loro of- 
ferto di presentarli alla Marchesa, unico servizio che loro 
posso fare ; altronde hanno quante lettere vogliono per le prime 
case del paese. Non posso ritrovare l'avvocato Longhi. Non 
è persona da essere conosciuta nel paese ; nessuno me ne dà 
notizia e chi sa che ne sia già partito per Napoli. Egli ha tra- 

( I ) Appartenevano a (amiglia baronale della Westfalia residente in Curlandia. 
che ottenne di poi il titolo comitale concesso al barone Cristoforo Enrico. 



- 293 — 

scurato di lasciarmi l'indirizzo della sua abitazione. L'avrei 
veduto volentieri. Mi ha insegnata Vlnstituta di buonissima 
maniera ; cosa, che me gli rende grato assai, essendo io sempre 
egualmente implacabile contro gli abominevoli frati e preti, che 
mi sono stati tiranni per tanto tempo : mi sento così appassio- 
nato su quest'articolo, come se uscissi ieri da Santa Cristina 
e da Merate ; eppure saranno ben quindici anni. Guerra, 
guerra contro la tirannia, guerra perpetua! ('). 

Mi vien detto che n faccia in Toscana una edizione 
delle opere di Voltaire, ma non so in che luogo : so che v è 
chi cerca associati. 

La riforma de' Secretari del Governo è una somma be- 
neficenza. Il disordine era estremo. Io ne ho conosciuta una 
buona parte nelle cose criminali. So chi con denari ha fatto 
quante grazie ha voluto e la somma era così poco importante, 
che ben si poteva comprendere essere per gli subordinati. 

Malgrado qualche riforma, che, naturalmente, dovrà farsi 
al nuovo piano universale, parmi che in massa siasi migliorato 
di molto. Presenza di un benefico principe accessibile ad 
ognuno ; abolita la durezza delle Ferme ; dati gli affari giudi- 
cativi al Senato, cioè ad un consesso di gente, che ha stu- 
diato tutta la loro vita questa professione, qualunque ella sia 
in se stessa ; dati gli affari economici e d'amministrazione a 
soggetti, che non hanno i pregiudizi della toga. Animate le 
scienze con pensioni e riforme nella università. Tutte queste 
sono cose che, almeno da lontano, fanno buona figura, benché 
da vicino, come tutte le altre, hanno le loro eccezioni. Tu, 
che sai tanto bene la storia municipale, non l'arbore genealo- 
gico dei Visconti, ma le vicende politiche, paragonando i 
tempi del governo spagnolo col presente, credo che dirai che 
ho molta ragione, come l'hai detto e scritto più di una volta. 

Addio, caro amico del mio cuore, ti abbraccio coli anima. 
MA salutano con tutto il cuore i buoni MP. 

(1) Vi si vede il condiscepolo del Gerani a Merale I 



294 — 



CXCV (415). 
Al fratello, 

Milano, 27 novembre 1771. 

Accontentati d'una riga. Vado alla Stradella e sabbato 
ritorno colla Maddalena, che è colà da un mese. Dunque 
nell'ordinario venturo non ti aspettare mie lettere. Eccoti il 
dispaccio da molto tempo promesso. Vedrai che nessuno 
vi è tanto lodato quanto io e nessuno è meno promosso. Non 
capirai nulla del sistema nuovo : tutto spiegasi negli allegati, 
i quali non sono firmati dalla Sovrana ; anzi si stanno acco- 
modando in parte qui in Milano. 

Addio ; cari MA vi salutano gli eterni amici MP. 



CXCVI (416). 

Al Fratello. 

Milano, 30 novembre 1771. 

Sebbene io abbia preso congedo da te per quest'ordinario, 
pure sono ritornato a tempo per scrivere una riga al mio San- 
drino. Sono stato alla Stradella due giorni e mezzo; essi ver- 
ranno il giorno cinque e gli aspetto al solito a cena a casa 
mia ('). Sono contentissimo della mia Maddalena; tutti l'ado- 
rano in quel distretto, perchè fa bene a tutti. E attaccato 
fuoco nella casa d'un povero villano; ella accorse e colle sue 
mani dava l'esempio d'umanità. E un gran bel carattere! Di 
quello della tua Margherita non termina mai di fare l'elogio 
il Cavaliere, ne io mi stanco mai di sentirlo. E un giovine 
buono e onesto il Cavaliere ; ha senso squisito per la verità 
quanto chiunque, ma tutte le verità gli sono eguali e non ha 
passioni. 

(1) Don Giulio Cesare Isimbardi e la moglie. 



— 295 — 

Io ho ascoltato una volta in mia vita a declamar bene 
in italiano ed era la Fogliazzi, ballerina, che faceva la Zaira. 
Questa sarebbe una buona tragedia ed è passabilmente tra- 
dotta, a quanto mi parve allora. Il padre di famiglia 0) è tra- 
dotto in tedesco e lo rappresentano al teatro tedesco di Vienna. 

Domattina l'Arciduca darà la Gran Croce di S. Stefano, 
re d' Ungheria, al cardinale Pozzobonelli ed al conte di Ke- 
venhliller, stati ultimamente nominati da S. M. (2). 

Addio ; vi abbraccio, cari MA, siate sicuri dell'eterna 
amicizia di MP. 



CXCVII (456). 
A Pietro. 

Roma, 30 novembre 1771. 

Dopo che sono in Roma ho già fatto venire mercanzie 
da Londra due volte e adesso è giunta a Livorno altra roba 
per me e le mie commissioni, che aspetto qui da un giorno 
all'altro ; e questa sarà la terza volta ; e sono majoliche, do- 
bletti, velluto ed altre piccole chincaglierie. Da questo vedi 
che io mantengo la corrispondenza coi Baumgartner, che mi 
servono con puntualità. Il signor Luigi, che è il primo di loro 
due, provvede ogni genere di cose, canocchiali, strumenti ma- 
tematici, ecc., e, quando non se ne intende, prende le infor- 
mazioni ; e mi ricordo che, quand'era io a Londra, egli andò 
appunto da Franklin per avere notizia di un modello di ca- 
mino (3). L' n armonica n adunque non dovrebb'essere più dif- 
fìcile ad aversi che le tante varie cose, che ho già fatte ve- 
nire io. La spesa non può mai arrivare alle dieci ghinee, 
perchè non vi è che pochissimo lavoro ed in una spinetta ve 
n'è assai più. Aspetto che mi giunga la roba, che è già im- 
barcata da Livorno ed allora, nello stesso tempo, che dò la 

(1) Del Diderot: cfr. lett. CXC di questo voi. 

(2) Cfr. Journal de Bouillon, die, I, Quinzaine, p. 33. 

(3) Forse la celebre stufa ? 



— 296 — 

notizia del salvo arrivo, darò la commissione dell'Armonica. 
La roba deve giungere a giorni ed anche a momenti. Se il 
Chinetti abbia pagato non lo so; ne avrò avviso da Londra, 
dove ho trasmesso, due mesi sono, il pagamento dell'ultima 
spedizione. Venne in Roma quest'estate uno di que' Baum- 
gartner ed aveva nel suo libro, fra debiti, anche il mio ; ed 
io gli dissi gli ordini dati al Chinetti, onde restammo così. 
Colle ultime lettere di Londra, nel conto che mi danno non 
vi pongono questo debito, onde bisogna che sia saldato. La 
tua Armonica la pagherai a suo tempo, come pratico io. Non 
t' imbarazzare di questo, che spero che avrai questo strumento, 
se in Londra si ha con danari. Soltanto non abbi fretta, perchè 
tra lo scrivere, il provvedere « lo spedire è cosa, che sempre 
arriva agli otto mesi, almeno per me. 

Addio, caro amico del mio cuore; ti abbraccio coU'anima. 
MA salutano caramente i buoni MP. 



CXCVm (417). 

Jll Fratello. 

Milano, 7 dicembre 1771. 

Ricevo due tue carissime lettere ad un tratto, cioè quella 
del 27 e quella del 30 scaduto. Nell'ordinario scorso sarai 
tu pure stato senza mie lettere. Dovetti pranzare fuori di casa 
e tutta la giornata fu impegnatissima. 1 baroni Gallen e il 
conte di Vartensleven li troverai buonissima gente, ma senza 
sugo. 

L'avvocato Longhi è stato rovinato col perdere la pro- 
cura del duca d'Alvito. Egli aveva sposato una villana con 
matrimonio segreto e ne ha dei figli. Mi dispiace della situa- 
zione, in cui è. Io non mi posso dimenticare della insensibilità, 
colla quale quell'uomo era freddo spettatore ed esecutore tal- 
volta dell'ingiustizia, che nostro padre usava con me; ma 
contrappongo, alla partita del suo credito, la buona maniera, 
colla quale trattò te. Per conciliare questa morale, diremo che 
in un tempo egli sperava e temeva molto da nostro padre e 
nell'altro sperava più nella tua amicizia. 



— 297 - 

Hai ragione nelle tue viste politiche sopra il nostro paese; 
molti beni si son fatti, ma sarebbe un male senza compenso 
se venisse annientato quel corpo pubblico, che è il solo in 
ogni evento autorizzato ad inoltrar al trono i bisogni del paese 
e che può tener nei limiti la potenza dei ministri regi, non 
per altro se non coU'avvertire il sovrano dell'abuso che, per 
ventura, può farsi della autorità confidata, onde in una pro- 
vincia lontana mi pare indispensabile il dare ai mmistri più 
autorità, che non ne hanno sotto gli occhi immediati del prin- 
cipe. Questo ceto d'uomini inerme deve ubbidire prima di 
tutti ; ma deve esporre al trono i disordini e servire di con- 
tinua controlleria, acciocché le cose restino in sistema. Non 
vedo motivo per temere di essi, ne per degradarli. Sotto un 
governo qual' è dell'Arciduca e colle attuali persone in carica 
non v'è certamente da temere; ma i sistemi non debbono es- 
sere appoggiati sul carattere degli uomini. 

Ti ringrazio centomila volte per la cura, che hai dell'Ar- 
monica ; aspetterò dunque riscontri. Ti assicuro che mi fai un 
vero servizio. Fra pochi giorni ti spedisco un bariletto di vino 
bianco d'Ornago, che mi è parso il migliore de' vini di casa. 

Scusami se detto. Frisi sta bene ; ti saluta. Ho nelle mani 
il tomo terzo del Giornale de' Letterati di Pisa, il quale fa 
un estratto del libro dello siile, terribile, ma scritto da uomo. 
Non conosco chi l'abbia fatto, ma certamente aveva pensato 
sullo stile più che Beccaria. Gli fa vedere che nessuno de' 
suoi principi sussiste e che scrive egli stesso malissimo. Cer- 
calo, vi sarà in Roma; è degno da vedersi ('). La mia Mad- 
dalena è in città. MA siete salutati di cuore. 

CXCIX (457). 

A "Pietro. 

Roma, 4 dicembre 1771. 

Ti sono obbligato del dispaccio, benché è la cosa più 
inutile del mondo per avere idea esatta delle mutazioni seguite 
nel sistema. Il tutto si rapporta agli allegati e si vede che si 

(I) Così ne paria il Qiornali dt' letterali di Pisa. 



— 298 — 

è preso questo espediente, perchè il tempo stringeva. Mon- 
sieur La Tour e licenziato piuttosto che giubilato. Vi deve 
essere qualche ragione. Io so che non vi era esecuzione sulla 
piazza, ch'egli non andasse a vederla. Chi manca a questo 
segno di sentimento e trova tanto cane nelle salsiccie, può 
mutare fortuna. L'ordinario venturo non avrò tue lettere, perchè 
sei alla Stradella e n'ho piacere; vivi tranquillo, contento, 
senza quella interna elasticità verso il sommo bene, che ti 
rendeva infelice, senza fare benefìcio agli altri. 

Il più giovine de' baroni di Gallen è stato gravemente 
ammalato, ma ora sta meglio. Questa sera appunto furono pre- 
sentati alla Marchesa. 

Aspetto da momento in momento la cassa di Londra ed 
appena arrivata darò la commissione dell'Armonica ; ed in caso 
che si possa averla, come spero, la mando a Genova, da dove 
penserai tu ad introdurla in Milano. Il mio barile credo che 
me lo spedirai da Genova a Civitavecchia. 

Addio, caro amico del mio cuore ; ti abbraccio coUanima. 
MA salutano caramente i buoni MP. 



ce (418). 

Jl Fratello. 

Milano, Il dicembre 1771. 

Dal Dispaccio non si può capir nulla ; è un genere d'elo- 
quenza che non obbliga a mistero. Gli allegati, che risguar- 
dano il Senato, non sono visibili sinora; anzi si sa che vi 
sono fatte delle mutazioni. Quei, che risguardano la finanza 
sono in mia mano. Il solo esito può decidere del loro merito. 
Se questa riesce, sarà la prima Finanza del mondo regolata da 
un numeroso tribunale; e se riesce che gli amministratori, 
senza autorità di congedare i cattivi soggetti e di prenderne 
di abili, facciano gì' interessi dell' Erario, sarà cosa nuova. 
Videbimus. 

Ti ringrazio per la memoria della mia Armonica. Fra 
giorni avrò eseguita la tua commissione. Lo Svizzero Io con- 



— 299 — 

segnerò a un corriere sicuro, per dartelo in mano; il vino pas- 
serà da Genova a Civitavecchia. 

Continuamente col Cavaliere si parla di te e della tua 
incomparabile Marchesa e del P. Jacquier e di voi tutti, anime 
buone. A me fanno i complimenti, che sono ringiovanito, che 
sono un altro uomo ; ed è vero. Sto bene, digerisco bene e 
sono diventato savio e ragionevole. 

S. A. R. l'Arciduca è sempre in somma attività ; pare 
che abbia vera passione per gli affari ; va in Cancelleria Se- 
creta ; va a visitar la sala del Senato, va nelle Dogane, quando 
meno se lo aspettano. Il mercoledì dà udienza a chiunque ; 
v'è un sistema per i memoriali. 

E morto il conte Confalonieri. Arconati è ammalato, 
e ammalato Lottinger ; Molinari è a Varese ; Secchi è inco- 
modato ; ed io sono l'Amministrazione per questi pochi giorni. 
Scrivo di fretta. Sono sempre il tuo P. 



CCI (458). 
Jl "Pietro. 

Roma, Il dicembre I77I. 

Io non so perchè in questo ordinario non abbia tue let- 
tere. La posta ultima era preparato a non averne ; e pure mi 
hai scritto, perchè hai avuto un momento di tempo, ritornato 
dalla Stradella. Il giorno 4 del presente era la posta di Roma 
per te. Non eri alla campagna; se hai affari, mi detti facendo 
la barba ; bisogna o che ti sia sopraggiuta qualche occupa- 
zione affollata ed improvvisa o che non sia stata portata la 
lettera all'officio o che sia una solita apertura della posta. 
Mi figuro uno di questi casi ; ma non vedo l'ora che sia 
l'altro ordinario. 

Ieri sera è stato presentato alla Marchesa il principe di 
Saxen-Gothen ('). Lo ritroviamo quale ce l'hai descritto. Non 
so se sarà infine contento del tuono di Roma. 11 principe di 

(1) Cfr. lett. CLXXXVI di questo voi. 



— 300 — 

Brunswick vi si è annoiato incredibilmente. Si strilla molto, 
si hanno pochi riguardi, non si sa parlare che delle cose del 
del paese e pochissimi sanno il francese. Mi vien detto che 
fin'ora parli poco e già trovano a ridire a questo. 11 P. Frisi 
lo ha indirizzato al P. Jacquier. 

Si aspetta il duca di Glocester ed il Papa gli vuol fare 
molta accoglienza ('). Dopo Benedetto XIV gl'inglesi vanno 
all'udienza del Santo Padre, sono trattati con estrema pulitezza 
e non lo abbruciano più in Londra. Una compagnia di si- 
gnori inglesi hanno dato al Papa un memoriale, in cui lo pre- 
gano a lasciarsi fare il ritratto in busto. Egli ha aderito ed il 
busto è già scolpito. (2), 

Addio, caro amico del mio cuore. Voglio tue nuove 
l'ordinario venturo. Ci siamo dati parola di non inquietarci in 
caso che manchino lettere, ma io al fatto non la mantengo 
gran cosa. 

La roba di Londra non è ancor giunta, onde, senza più 
aspettarla, dò la commissione dell'Armonica il prossimo ordi- 
nario. Addio, caro amico. 

Ho ripassata giorni sono la dilucidazione del patrimonio 
e mi pare tutta tenebre. Non capisco quasi rtulla. Le tue os- 
servazioni sono cardinali. Di fideicomisso divisibile fra noi 
equis portionibus, non vi è alcun altro che il fìdeicommisso Ar- 
cimboldi, suocera del bisavc e l'altro del bisavo medesimo 
Pietro Antonio, Il primo non so come si è ridotto a ventimila 
lire in contanti e non più. Questo non è considerabile, anzi 
è nulla, L'altro è l'unica sostanza comune. La massima che 

(1) Guglielmo Enrico, duca di Glocester e d' Edinbourg (1743-1805) ma- 
rito dal 1 766 di Maria Walpole, ehe era vedova di lord Jacques Waldgrave. 
Ai 13 di agosto a Portsmouth s'imbarcò sulla fregata Venere diretto verso il 
Mediterraneo col proposito d' intraprendere una crociera per ristabilirsi di alcuni 
incommodi di salute. Arrivò a Genova ai primi di ottobre e verso la fine del 
mese era a Livorno. Cfr. Diario Ord., n. 8297, p. 20; n. 8299, p. 18; 
n. 8301, p. 19-20; n. 8309, p. 3 ; n. 8309, p. 6-8; n. 8311. p. 6-7. Pel 
suo viaggio in Italia cfr. pure Nuove, 1771, n. 34, p. 291 ; n. 40, p. 338; 
n. 42. p. 353; n. 44. p. 370; n. 48, p. 404 e per Roma, n. 51, p. 420. 

(2) Alcuni signori inglesi avevano chiesto al Papa la grazia, che fu loro 
accordata, di posare per un busto avanti al celebre scultore, pure inglese, Joseph 
Wiston (1722-1803). Cfr. Nuove, 1771, n. 23, p. 193. 



— 301 — 

tu fissi per depurarlo è la vera, ne ve n'è altra : ma, se non 
ci toccasse che la legittima delle sostanze paterne, noi cadetti 
non staremmo con gran comodo, giacche mi pare, che, per 
quanto abbi cercato di sminuire le deduzioni, che si fanno a 
scapito del fideicomisso comune, sempre devono dedursi gli 
acquisti di nostro avo e quelli di nostro padre e zio, che sono 
incontrovertibili e molto considerabili. Ma non posso dire di 
essere veramente al fatto della materia ; ho scorso, ma non ho 
penetrato come te, che ti sei annoiato molto tempo in questa 
fatica con somma nostra utilità, cercando di farci ricchi a spese 
delle tue ben chiare ed indubitabili primogeniture. Le due 
trasversali sono fuori di ogni questione. Quanto a quella del- 
l'avo, in cui sei specialmente nominato e che anzi è fatta a 
tuo intuito precisamente, difficilmente crederei soffrire qualche 
eccezione a motivo dello statuto Ascendes, non supponendo 
che nostro padre, versato fino dalla prima gioventù in queste 
materie e che dirigeva, come apparisce, nostro avo in ogni 
cosa, lasciasse fare una disposizione, che non fosse sostenibile 
in faccia delle leggi municipali. La lettera è chiaramente 
contro , ma essendo statuto molto restrettivo dello spirito 
tanto inveterato di far primogeniture per lustro delle famiglie, 
sarà limitato al solo padre e vi saranno sicuramente almeno o 
sentenze o opinioni molto favorevoli al testatore. 

Addio, caro amico del mio cuore, ti abbraccio coll'anima. 
MA salutano caramente i buoni MP. 

CCII (419). 
Al Fratello. 

Milano, 14 dicembre I77I. 

Non mi saprei risovvenire del signore moscovita, a cui 
ebbi l'onore di parlare in occasione delle feste; (0 ben mi ri- 
cordo del marchese Spinola (2), che è un vero matto. A Vienna 

(1) Risponde a domande, che non risultano dalle lettere precedenti di Ales- 
sandro, onde bisogna concludere che una lettera di questi sia andata smarrita. 

(2) Alessandro Luciano Spinola, marchese di S. R. I , feudatario imperiale 
di Pietrabissara, era un soggetto bizzarro e squilibrato. Nel 1781 avendo per 
ragioni di gelosia tenuta prigione in questo suo castello la moglie Teresa Ugur- 



— 302 — 

voleva andar a Corte un giorno di gran gala con una bar- 
baccia di pelo rosso, lunga una settimana e portava per scusa 
che non vi erano barbieri. E lo stesso che, facendo un rac- 
conto in francese del papa Rezzonico, disse ii qu'il aimoit 
Il beaucoup la pauvreté et qu'un jour le Pape demanda au 
n Monsignore, qui est sur le blè, le prix du pain et qu'il 
n vouloit faire pendre par son Ministre un tei. Comment, 
n Monsieur, lui dit-on ; est-ce-que à Rome les Ministres se 
n mèlent de pendre les gens ? Oui, dit-il par son Ministre, 
II c'est-à-dire par le bourreau ii . E un vero matto e gli avreb- 
bero fatto onore a metterlo in Castello. 

Non ti so esprimere il sentimento, che fa nel mio animo 
il tuo delicatissimo pensiero sulla nostra lontananza. Ti getto 
le braccia al collo, caro Sandrino; sappi che sento precisa- 
mente tutto quello, che sentivo, quando partisti da Parigi. Le 
anime come la tua non si compensano, ne vi si può sostituire 
cosa, che occupi la nicchia già fatta profondamente nel cuore. 
Tutte le sere tu entri nelle nostre cene col Cavaliere ; tutte 
le sere, sino all'entrare in letto inclusivamente, termino la gior- 
nata parlando di te. La mia Maddalena e il mio Sandrino 
sono e saranno sempre le cose più care per me al mondo. 

Ho ricevuta una lunga lettera da Morellet, sono conten- 
tissimo dell'impressione, che ha fatto il mio libro; nella lettera 
si parla molto di te. Nell'ordinario venturo te ne trasmetterò 
una copia. Frattanto, addio. Cari MA ricevete i saluti di MP. 

ceni (459). 

Jl Pietro. 

Roma, 14 dicembre 1771. 

Ero in qualche inquietudine, ma sono contento di avere 
tua lettera nel presente. Non so che da che dipenda che tu 

gieri provocò l' intervento del plenipotenziario imperiale, principe di Kevenhiiller, 
che ordinò una spedizione militare per liberare la giovane dama e per tradurre 
lo Spinola nella fortezza di Pavia. Della romanzesca avventura, che fu cauta 
non ultima della clamorosa caduta del potente funzionario cesareo, troveremo an- 
cora cenno nelle lettere del 1782 di Pietro ad Alessandro. Cfr. Ành.Stor. Lomb., 
a. XLV (1918), f. IlI-.V, p. 582 e sg. 



— 303 — 

ricevi due mie in una volta. Soliti giri della posta. Mio zio 
mi scrive una affettuosissima con una cambiale di scudi qua- 
ranta ed io gli rispondo l'acclusa, come vedrai. Egli sospira 
il momento di vedermi, prega Iddio che mi dia un efficace 
impulso per un sollecito postliminio, sul che non rispondo. 

Il principe di Saxen-Gotha ha parlato di te col P. Jacquier 
con somma stima ed amicizia. Dice che ha vissuto molto con 
te in Milano e che non ha ritrovato una compagnia più 
amabile. 

Cercherò il Qiornale di ^Pisa : tanto ivi, che in Firenze 
v'è gente molto capace da fare un buon estratto e di pensare. 
Sono colti ed ingegnosi assai quegli Etruschi. 

Adesso dò la commissione dell'Armonica. Ma ricordati 
che Londra è lontana, e, quando avrai fretta, prendi la carta 
geografica. Finora non ho potuto mai avere roba prima di 
otto mesi dalla data della commissione alla ricevuta della balla. 
Ti farò un brindisi del vino primogeniale e te ne ringrazio 
assai. Hai scelto il meglio. 

Trovo appunto i tre tedeschi buona gente e non più. II 
conte di Vartensleben è contentissimo di Roma. Dopo le 
fredde accoglienze di Vienna gli fa impressione la vivacità 
italiana. 

Addio, caro amico, eterno benefattore ; ti abbraccio col- 
'anima. MA salutano caramente i buoni MP. 

Alessandro. 



CCIV (420). 
Al Fratello. 

Milano, 18 dicembre Ì77I. 

Col corrieic d'oggi ti spedisco una scattoletta con entro 
lo Svizzero e la lettera di Morellet e due ritrattini di porcel- 
lana. Uno è quello della mia Maddalena, l'altro è il mio ; ho 
fatte fare a Vienna le forme di metallo, dalle quali ne faccio 
quanti ne voglio in gesso. Ma questi due sono in porcellana; 



— 304 — 

il mio è per te, quello della Maddalena per la tua cara amica, 
a cui ella lo manda. 

10 ho un'altra carta interessante bella e pronta, ma non 
mi fiderò a consegnarla alla posta : la mia confessione gene- 
rale ('). La affiderò a qualche occasione sicura, che te la con- 
segni in propria mano. 

11 fine di quella dilucidazione del patrimonio si era di ren- 
dere grande la porzione del zio per tenerci soggetti a lui in 
caso di sopravvivenza e per avere maggiore libertà di ingros- 
sare poi quella porzione di quelli di noi, che più si voleva. 
Tu non calcoli a tuo favore la quarta parte degli avanzi di 
nostro padre ; almeno almeno dovrebb'essere centomila lire, le 
quali farebbero l'entrata di lire tremila e cinquecento per cia- 
scuno e ciò oltre i beni divisibili degli antenati. Del tuo, alla 
peggio, io credo che avrai all'anno un cinquecento zecchini 
da spendere ; dico così a vista e alla peggio ; e poi, sin che 
Pietro ne avrà, ne avrà Sandrino e viceversa; ma di dcU'ti 
notizia precisa non saprei come, perchè costoro fanno mistero 
di tutto. Cari MA ricevete i saluti di cuore di MP. 



CCV (460). 
A Pietro. 

Roma, 18 dicembre 1771. 

A tante commissioni, che ti ho date, sono costretto ad ag- 
giungerne un'altra, che però ti sarà per adesso di poco di- 
sturbo. La mia Margherita vuole l'abito d' inverno e qui 
i mercanti sono malissimo provveduti. Desiderava un abito 
adunque alle seguenti condizioni : d' inverno, di gusto piut- , 
tosto che di ricchezza, della spesa di circa venti zecchini al 
più, di colori decisi, non molto delicati, essendo ella bruna : 
nigra sum, sed formosa (2), dic'ella. Fammi adunque il sommo 
piacere di mandarmene le mostre in un piccolo involto con 

(1) La lettera sugli affari di Vienna era dunque pronta il 18 dicembre. 

(2) E quanto è detto della sposa del Libano nel Cantico dei Cantici, I, v. 4, 



— 305 - 

quanto importi al braccio milanese di seta, che qui si farà la 
riduzione in palmi romani. Rasi e mezzi rasi di Francia a 
opera sarebbero al caso. Tu mi devi perdonare, se vuoi l'Ar- 
monica, di cui ho già data la commissione l'ordinario passato. 

E stato da me il P. Pozzi, con cui ho discorso molto, 
come puoi credere, di Vienna e di te. Mi dice una cosa, 
che non mi persuade totalmente; cioè che Lambertenghi sia 
di carattere equivoco. Mi assicura di saperlo da persona, che 
appartiene al Nunzio e che intende bene i caratteri. 

Scrivo le solite lettere di buone feste. Ho dato al padre 
Rossi un esemplare delle Meditazioni. 

Mi fai ridere col tuo ringiovinire. Sei però un caro vec- 
chiarello. Vorrei avere la tua figura. Io mi ritrovo il nano di 
casa ; sono un mezz'uomo ed appena farei la mia figura in 
Ispagna. Se avessi tre dita di più, mi darei delle arie ; ma 
con questo mio tenue microcosmo bisogna un tuono di man- 
suetudine ; altrimenti farei un troppo grande opposto fra l'anima 
ed il corpo. Io ho vera passione di avere quattro dita di più 
di taglia, ma a questo davvero non vi è rimedio alcuno. 

Addio, vero amico del mio cuore; ti abbraccio. MA sa- 
lutano coll'anima i buoni MP. 

Ti accludo due lettere della Margherita, piene di bontà. 



CCVI (421). 

Jll Fratello. 

Milano, 25 dicembre 1771. 

Non ti ho scritto nell'ordinario passato, perchè non ho 
avuto tempo e Ghelfì è occupato lontano alla Fabbrica del 
Tabacco per l'inventario ('). Anche oggi ti scrivo breve. Avrai 
le mostre per il vestito della amabile Marchesa ; consultare il 
gusto della mia amica e darò il suo voto, lo non oserò asse- 
rire che il P. Pozzi s' inganni sulla equivocità del carattere 
della nota persona ; a voce ti direi di più (2). Non era pos- 

(1) La lettera è difatti d'un'altra mano anche nel copialettere. 

(2) Intende del Lambertenghi. 

20 



— 306 — 

sibile l'avere per me maggiore stima di quella, che egli ne 
mostrava quando era più debole ; a misura che si trovò più 
forte, prese un tuono militare ; altronde egli insulta 1' infelice 
con troppa durezza e sente negli affari le personali passioni, 
senza che le grandi le elidano. Io mi credo virtuoso perchè 
nell'affare realmente non conosco un inimico e renderei tutta 
la giustizia a chiunque m'avesse oltraggiato privatamente ; mi 
pare in casi simili (e ne ho avuti) che l'anima mia s' innalzi 
a una ragione più pura. Colui è un briccone ; mi ha offeso ; 
ho sofferto per cagion sua; dipende ora da me il vendicarmi, 
posso fargli del bene senza ingiustizia, glielo faccio ; posso 
dir bene, lo dico. Nel soggetto in questione non v' è alcuna 
traccia di ciò. Io non sarei capace di scomporre un sistema 
affine di collocare un mio amico ; l'amicizia è coH'uomo pri- 
vato; l'uomo pubblico non deve avere in faccia che il bene 
generale sopra ogni cosa ; quel soggetto non opera che per 
inclinazione privata. Insomma, anche presso di me è equivoco ; 
ma a te solo lo dico e non Io dirò mai ad alcuno. 
Cari MA, ricevete i saluti di cuore di MP. 



ce VII (46 ì). 
Jl Pietro. 

Roma, 21 dicembre 1771. 

Vedrò con gran piacere la lettera di Morellet, che ho 
negligentato fieramente, non avendogli mai scritto, benché mi 
mandasse il suo Piano ('). Ma non ho torto. Arrivato a Roma, 
gli scrissi e non n'ebbi giammai risposta. Egli non vuol scri- 
vere che per le sue materie. Si alza alle cinque ore e trava- 
glia sino a mezzo giorno passato. Il restante è per la società. 

I miei negozi vanno molto male. Aspetto già da molto 
tempo una cassa di maiolica per me da Londra e qualche 
altra cosa per la Marchesa ed il principe Lanti e temo assai 
che sia perita in mare nel piccolo passaggio da Livorno al- 

(1) Cfr. Cari., voi. II, lett. CLX, p. 326. 



— 307 — 

l'imboccatura del Tevere, perchè ritarda incredibilmente e sono 
giunte altre feluche partite dopo di quella. Io, poveretto, avevo 
in quella barca quasi quaranta scudi e speravo con fonda- 
mento di rivenderle con qualche vantaggio. Ma qui dal nivem 
sicut lanam 0) vuol darmi questa mortificazione in penitenza 
della mia avidità. Bisogna che confessi di avere una fortuna 
straordinaria nel commercio. Arriva la mia roba sana e salva 
da Londra a Livorno nel cattivo mese di settembre e ottobre 
€ poi deve calare a fondo in un piccolo tragitto, in cui ra- 
rissimo è il caso di naufragio. Nella medesima barca stanno 
centinaia d'abiti usati da teatro, che ha fatto venire da Firenze 
un impresario di questi ed egli sì davvero è disperato, perchè 
l'opera deve incominciare fra giorni e tutta la sua gente è in 
camiscia. Povere mie sostanze, ite a fondo per gravità spe- 
cifica in ragione della massa ! 

Addio, caro amico, ti abbraccio col cuore. MA salutano 
i buoni MP. 



CCVIll (422). 
Jll Fratello. 

Milano, 28 dicembre 1771. 

Se non ti trasmetto oggi le mostre de' rasi, sicuramente 
le avrai nel venturo ordinario. 

Abbiamo un nuovo libro assai curioso : L'année deux mille 
quatrecent quaranfe. E un romanzo. Descrive un uomo, che 
s'addormentò, sognò; erano passati settecent'anni. Visita Parigi, 
ne fa vedere le mutazioni tutte in bene e nella architettura e 
nella Tralice, nelle leggi, nel governo, nelle opinioni e co- 
stumi. Visita la Sorbona, l'Università, l'Accademia, il Tem- 
pio, ecc. La Biblioteca Reale sopratutto è ridotta a un gabi- 
netto e non più : si sono estratti da immensi volumi i pochi 
squarci degni di conservarsi; quest'opera fu fatta da eccellenti 
filosofi ; il resto si consegnò al fuoco. Le librerie erano il 

(1) Psalm. CXLVII. 16. 



— 308 — 

renaez-vous delle pazzie e dei deliri umani ; ora sono la rac- 
colta delle poche cose vere e belle scoperte e fatte dagli 
uomini. E una critica fina e amenissima del nostro secolo ; 
pare di Voltaire , ma dà un giudizio tanto favorevole a 
J. J. Rousseau e critica tanto liberamente Voltaire, che me 
ne fa dubitare. L'avrai e avrai quattro altri volumi : Réfléxions 
sur l'EncycIopedie. 

Spero che si ritroverà la tua maiolica. Tante volte tar- 
dano queste poche navi per far delle vetture da un porto al- 
l'altro. Dammene nuove. 

Abbiamo una bell'opera e ben condecorata, ma il tuono 
di Corte ha sbandito ogni schiamazzo dal nostro spettacolo. 

Avremo quest'estate una compagnia di Francesi. 

Sono affollato, senza far cosa alcuna. Non prevedo come 
sia per andare questa macchina. In politica si vedono de' pro- 
digi, perchè il mondo va e deve andare; ma chi può preve- 
dere l'effetto di tanti corpi, che agiscono ad un tratto! 

Cari MA conservate la vostra amicizia a MP, che vi 
amano e vi onorano. Ti abbraccio. 



CCIX (462). 

A "Pietro. 

Roma, 25 dicembre 1771. 

Ti sono molto, ma molto obbligato del ritratto. La tua 
fisonomia vi è benissimo. Trovo soltanto lutti due un poco 
seri, ma non è possibile esprimere meglio in porcellana i tratti 
ultimi ; ed in sostanza sono molto ben fatti. La mia cara Mar- 
gherita ha avuto pure un vero piacere della sorpresa fattale 
e o le scrive o scriverà l'ordinario venturo, per essere venuto 
tardi il corriere assai e non so se avrà tempo. Intanto, ad ogni 
buon fine, anticipa i suoi cordiali ringraziamenti. Il P. Pozzi 
mi aveva detto qualche cosa di certi ritratti lavorati in Vienna 
tanto di te, che di Carlo, ma non credevo che fossero in 
questa maniera. Così ho anche il tuo profilo, oltre il quadro 



— 309 — 

grande. Il principe di Saxen-Gotha mi ha riconosciuta subito 
la tua fisonomia. Ti abbraccio caramente per questo caro dono. 
Ricevo anche lo Svizzero, che mi lincresce di dare, secondo 
ho promesso e voglio procurare di fare in modo che la per- 
sona si contenti di leggerlo. Ho letta la lettera di Morellet ; 
e vedi che a Parigi vi è dell'entusiasmo per il merito. Sei 
contento ed hai ragione. Almeno sono uomini. Leggono, in- 
tendono, si animano, la verità loro fa senso, hanno un tuono 
di amabile fratellanza e di semplicità, nessuna gelosia dell'arte, 
sanno vivere e non si vanno seccando vicendevolmente. Io 
ancora sono contento che Morellet non si sia dimenticato della 
mia esistenza. Bisogna, per altro, che non abbia veduto fìn'ora 
ne monsieur Stuard, ne l'abate Vauxelles, che hanno nelle mani 
il manoscritto della mia storia, portato là da quest'ultimo, che 
ho conosciuto qui in Roma, due anni sono, perchè parla di 
quest'opera tuttavia come d'un progetto. 

Intorno alla dilucidazione domestica intendo bene che il 
progetto era come dici ; ma pure quante assurdità ! Quando 
anche vi fosse sottoscritta la comune nostra approvazione, 
sempre la presuzione cede alla verità ed un giorno o l'altro 
rimaneva sempre il regresso a provare cogl' istrumenti d'acquisto 
il contrario di quel conto falso ed ipotetico. Noi non possiamo 
mutare i fìdecomissi col nostro consenso, essendo noi soltanto 
usufruttuari e rimanendo la proprietà sempre in senso legale 
presso il testatore, ne possiamo noi pregiudicare ai possibili 
nostri successori e questi consensi, vivendo il padre, general- 
mente hanno l'eccezione del timor riverenziale. Che, se è mente 
di nostro padre di metterci in caso di soppravvivenza in di- 
pendenza dello zio, il colpo sicuro è lasciarci soltanto la le- 
gittima ed il rimanente di tutti i suoi acquisti liberi allo zio 
medesimo. Questo era, secondo me, il colpo, piuttosto che 
costituirsi con tanta confusione debitore verso di lui e scemare 
i beni fideicomissari. Ma in affari di tanta inconseguenza e 
regolati con principi oscuri, non saprei, appunto come dici 
anche tu, formare nessun sistema veramente chiaro. Addio, 
dolce amico del mio cuore. Il tuo ritratto mi fa un gran pia- 
cere e te ne ringrazio ancora una volta coll'abbracciarti. 

MA salutano caramente i buoni MP. 

Alessandro. 



— 310 — 

CCX (463). 

A Pietro. 

Roma, 28 dicembre 1771. 

Ti porti molto male per essere la fine dell'anno. Mi lasci 
anche quest'ordinario senza tue nuove. Avrai avuto qualche 
cena il 2 1 , giorno della posta, perchè era 'tempora ; oppure 
affari ; comunque sia, voglio procurare di essere tranquillo. 

Il principe di Saxen-Gotha è a Napoli. Viene spesso 
dalla Marchesa e credo che la preferisca ad ogni altra com- 
pagnia. Sento a dire questa sera da un inglese, che si vede 
da Civitavecchia un grosso bastimento da guerra inglese, col- 
l'albero maestro rotto e si crede sia quello, dov'è il duca di 
Glocester, che però sarebbe in sommo pericolo ('). 

La Marchesa mi ha rubato il tuo ritratto per metterlo 
nel suo gabinetto, accompagnato con quello della tua amabile 
Maddalena. Non vi vuole lasciare separati. Tu non mi scrivi 
ed io pure voglio, per dispetto, esser breve. Addio. MA sa- 
lutano caramente MP. 

CCXI (423). 
Al Fratello. 

Milano, 31 dicembre 1771. 

Veramente il giorno di posta sarebbe domani, ma non ti 
voglio lasciar senza mie lettere. Domani, primo dell'anno, sono 
tante le cerimonie, che non sarà possibile eh' io ti scriva. 
Alle 1 5 ore sarò a Corte come Ciambellano ; vi dovrò stare 
sino a tutto il pranzo in pubblico ; poi avrò tempo di pranzare 
anch'io, ma assai limitato, perchè, dopo il pranzo, alle ventidue, 
dovrò andarmene al nuovo Magistrato e in grand'abito di ta- 

(1) Il duca di Glocester neirottobre si era ammalato a Napoli, tanto che 
si erano fatte mettere attorno al palazzo di sua abitazione le catene e sentinelle 
acciò che non si facesse strepito nella via. Cfr. ^Diario Ordin., n. 8313, p. 3-4. 



— 311 — 

barro portarci uniti a baciar le mani reali ; poi spogliarmi per 
la terza volta, riprendendo abito di gala e starmene all'appar- 
tamento; perciò scrivo avanti aver ricevute le tue lettere. 

In questi giorni si fa una vita assediata assai. Vi sono 
congressi la mattina, congressi la sera, di cinque ore l'uno ; 
ma il mio animo è ben diverso dalla situazione dell'anno pas- 
sato. Io sento che non debbo rispondere dell'esito di nulla ; 
e che, compiuto il canto delle mie commissioni, nel restante 
non ho da averne alcun pensiero. Questo fa che la fatica è 
puramente muscolare e l'anima sta comoda e sedendo. Sento 
ad ogni tratto il bene dello stato pacifico, in cui sono. 

Per un nuovo dispaccio è stato fatto il conte Luigi Trotti 
Regio Delegato per intervenire a tutte le adunanze civiche e 
della Congregazione dello Stato ('). Egli ha quattromila lire 
di soldo. Bisognerà aspettare le istruzioni. Se si vuole la di 
lui firma nelle consulte si avrà il modo d'impedire ai corpi 
pubblici qualunque rimostranza o reclamo ; così l'autorità del 
governo sarà liberata anche dal pericolo d'un ricorso al trono. 
Videbimus. 



CCXII (424). 

Milano, dicembre 1771 (2). 

I. — Io non debbo il mio impiego a uffici, a importu- 
nità, o a bassezza alcuna. La fatica di quasi tre anni, ne' 



(1) Il conte Luigi Trotti fu eletto R. Delegato presso la Congregazione 
dello Stato con dispaccio 5 dicembre 1771. Abolita da Giuseppe II la Congre- 
gazione predetta nel 1 796, il Trotti fu nominato Prefetto Urbano e R. Delegato. 
Cfr. Fam. Noi. ^Mlilau.. Trolti. tav. Vili. 

(2) Questa lettera scritta tra i primi di novembre ed il 18 dicembre del 
1771 (confrontare lettera CCCIIl, p. 303 di questo volume) trattandosi di 
scrittura assai gelosa e tale da non potersi porre , come faceva Alessan- 
dro, nella valigia del corriere, non fu consegnata al suo destinatario che assai 
dopo. A noi è sembrato necessario di collocarla sotto la data in cui fu 
scritta. Essa illumina infatti di luce viva molti fatti accennati nelle lettere di 
Alessandro al fratello, di Pietro al padre Gabriele, che altrimenti riuscirebbero 
enigmatici. La lettera non è inedita. Essa è stata rinvenuta in una copia del 



— 312 — 

quali ho messa al giorno la serie delle vicende accadute e 
nelle finanze e nell' industria in questi tre ultimi secoli nel 
Milanese, è stato il mezzo unico, col quale ho cercato di es- 
sere al reale servigio. Il risultato della mia fatica, un libro 
che mandai alla Corte, fu il mio solo Mecenate. Questo libro, 
nella parte storica, faceva conoscere fatti disterrati per la prima 
volta e capaci di dare un' idea dello spirito, che aveva regnato, 
degli ostacoli, che si dovevano superare affine di rianimare l' in- 
tempo, con correzioni autografe di Pietro, dal Cusani, i! quale, riconosciutane 
r importanza, credette opportuno di pubblicarla neW Archivio Sierico Lombardo 
(a. 1879, pp. 278, 450). E dopo di lui la ripubblicò il Casati (Lellere e scritti 
inediti di P. e A. Verri, IV, pp. 1 39 e sg.). Però il Cusani ha anche l' infelice 
idea di voler ritrovarvi lo stile e la lingua di P. Verri, né a questo fine queste lettere 
si pubblicano. Ne è venuto che ha alterato spesso il senso con incisi inopportuni. 
Noi abbiamo naturalmente dato il testo nella sua primitiva veste rispettando anche 
gli errori di sintassi e solo correggendo quelli d'ortografia non imputabili all'autore, 
almeno in buona parte. La lettera si conserva nell'Archivio Sormani Andreani 
Verri in una copia in carta di protocollo, di facciate cinquantuno. Le facciate 1 .* 
e 2.^ sono bianche e sulla prima il Verri stesso ha scritto il seguente titolo, che 
non è punto appropriato: Memorie sincere del modo col quale servii nel mili- 
tare e dei miei primi progressi nel servizio politico. 11 titolo " lettera riservata " 
si legge poi a facciata 3.* (1." dello scritto) anch'essa autografa, ma colla data 
del 1781 anziché 1771. La copia è a colonna, di mano del Ghelfi ; il Verri ha 
fatto qua e là correzioni di suo pugno di parole e frasi ed anche aggiunte notevoH. 
Questo brano, in cui è magistralmente delineata la figura fisica e morale 
dell'uomo ambizioso, a cui la morte prematura recise la trama sottilmente iniziata, 
è stato dal Verri sostituito di suo pugno in luogo di quest'altro, da e. 15 a e. 16: 
" Cristiani ha una figura da piccolo Affricano, niente di grande o di nobile ne' 
" SUO! tratti. La sua figura è piuttosto quella d'uno schiavo, ha della malignità 
" nella fisonomia, dell' inquietudine nello sguardo ed è talmente cauto in ogni sua 
' azione che pare che abbia incessantemente davanti gli occhi il crine della for- 
" luna a cui tutto dirigge. Egli ha dell' ingegno, ma non della filosofia ; sopporta 

* la fatica anche nei dettagli, con somma pazienza veste i sentimenti opportuni ; 
" è divorato dalla vanità e non ha limite ne' suoi desideri. La sua anima non 
" può elevarsi sino alla vera ambizione della gloria, ma soltanto cerca 1 autorità 
" e gli onori ; indifferente alla stima de^li uomini, perchè possa comandargli ; de- 
" sideroso di comandargli per esercitare un capriccioso dispotismo : vero cama- 

* leonte affetta una esterna dolcezza che si vede posticcia ; invidia il merito ; un 

* maligno sorriso ha sempre in volto, parla delle virtù e del pubblico colle frasi 
" le più seducenti. Uomo che non ha fatto verun studio profondo e che non ha 

* mai indirizzate le sue meditazioni a rendere tè stesso migliore, ma ad acquistare 
" però mezzi per brigar la fortuna ; tale è il carattere di Cristiani ". 



— 313 — 

dustria, de' provvedimenti tentati e resi inutili o abbandonati, 
ragionando sulle cagioni. La seconda parte di quel manoscritto 
dava una idea affatto sconosciuta dello stato fisico della nostra 
industria, del male, che ne proveniva dalle diverse giurisdi- 
zioni, che s' impedivano reciprocamente di far bene e dalle 
cavillazioni delle leggi e dei giudizi, non meno che dagli abusi 
e vessazioni della Finanza, la quale devastava ogni germe 
d* industria nel popolo. Questo libro terminava col suggerire 
che non si affittasse in mano de' Finanzieri il tributo ; che 
s'erigesse una deputazione, la quale cominciasse coU'ammini- 
strare per conto regio la Finanza, poi, colla sperienza acqui- 
stata, proponesse leggi più chiare, semplici e miti per il tributo; 
indi compilasse una tariffa più adattata alle circostanze della 
nazione. Finalmente, organizzata che fosse la Finanza, passasse 
gradatamente a soccorrere le arti e le manifatture, esaminasse 
le leggi de' corpi mercantili, proponesse un nuovo codice per 
assicurar la pronta e disinteressata assistenza al buon diritto 
e l'esemplar castigo alla mala fede : e un saggio di queste 
leggi v' inserii. Questo mio progetto, frutto della meditazione 
di più mesi e di un assiduo travaglio, doveva immediatamente 
produrre l'utile d'un milione annuo alla R. Camera, che tale 
e più si è il guadagno, che ne fecero gl'impresari, siccome io 
medesimo ho dovuto da poi conoscere e senza tumulto e previa 
l'esperienza dovea portar riforma ai disordini, che da secoli 
affliggevano lo Stato. 

Trasmisi a Vienna questo manoscritto unitamente a una 
lettera, in cui diceva eh' io aveva ambizione di essere al ser- 
vigio reale e di adoperarmi per l'utilità della mia patria, che, 
se dal manoscritto si poteva giudicare eh' io fossi per essere 
un soggetto utile, ne facevo la istanza; se, per lo contrario, 
si trovasse che le mie idee non facessero giudicar favorevol- 
mente, protestava eh' io voleva che fosse per non detto e che 
nessun altro passo avrei fatto in vita mia e nessuna importu- 
nità per brigare un impiego. 

II. — Alla Corte si presero tutte le mie idee e si col- 
locarono in un ordine diverso. Invece di stabilire una ammi- 
nistrazione economica per le Finanze, si concertò di fare un 
nuovo affitto per nove anni, interessandovi la Camera per la 



— 314 — 

terza parte ; invece di ordinare la riforma delle leggi di Fi- 
nanza a un ceto d'uomini, che ne avesse già la pratica, s' istituì 
una Giunta immediatamente, nella quale fui anch'io compreso 
e le si diede incombenza di rifondere la tariffa, le gride, i 
capitoli e tutta la legislazione della Finanza. In questa Giunta 
vi entrava un Fermiere, il quale regolava a suo talento la plu- 
ralità dei voti. 

Ne avvenne che s' impastò una legislazione più dura, 
confusa e disordinata di quella a cui si voleva rimediare. I cla- 
mori, il pericolo di rivoluzione, le modificazioni dovute farsi 
in seguito, furono gli effetti di questa nuova legislazione. 

III. — Nel punto, in cui fui creato consigliere di questa 
Giunta, ebbi la sorte di restarmene quasi sempre solo in voto ; 
fui da Vienna incaricato di rendere avvisato il Dipartimento, 
qualora le cose non prendessero buona piega e si mostrò di 
aver una particolare confidenza in me per ottenere che si fa- 
cesse una salutare riforma. Io mi vi posi con tutta la buona 
fede ; conobbi che non vi era voglia di far mutazione. L' im- 
presario, che aveva già calcolato l'utile certo di più d'un mi- 
lione annuo nel sistema vegliante, non vedeva di buon occhio 
che si scompaginasse la macchina. Si opponeva da' suoi par- 
tigiani air idea di riformare la Tariffa, la plausibile difficoltà 
di non aver un bilancio dell' importazioni ed esportazioni, 
senza la qual previa norma non potevasi cautamente stender 
la mano a far cambiamenti nella Tariffa. Questa obbiezione 
era fondata. Infatti non esisteva un bilancio delle importazioni 
ed esportazioni e vi bisognava più di un anno di tempo per 
farlo: così era delusa ogni idea di riforma. 

La fortuna mi aveva fatto capitare negli anni precedenti 
uno spoglio de' libri delle dogane, che era stato ordinato sotto 
il conte Cristiani e dimenticato poi alla sua morte. Colla fa- 
tica di sei mesi io ne aveva fatto un Bilancio e questo re- 
stava inserito nel mio manoscritto, già trasmesso a Vienna. Io 
esibii questa notizia alla Giunta. Il Presidente mi pregò, mi 
instò replicatamente, mi sollecitò in seguito perchè comunicassi 
questo Bilancio, senza di cui non si voleva metter mano alla 
Tariffa. Mi determinai a lasciarlo uscire dalle mani, affinchè 
cessasse il pretesto e si eseguissero li ordini della Corte. Pensai 



— 315 — 

che dandone una copia sola si sarebbe seppellita sul tavolo 
di qualche individuo. Acciocché fosse utile alfine, bisognava 
darne un esemplare a ciascuno degli otto individui, che com- 
ponevano la Giunta. Una scrittura tutta appoggiata sull'aritme- 
tica e piena di numeri, esigeva molto tempo e fatica a rive- 
derla. Piuttosto che replicare otto volte questo insigne tedio, 
la portai a uno stampatore perchè ne stampasse cinquanta 
esemplari. Cautamente li trasportai tutti a casa ; quarantadue 
li tenni sotto chiave custoditi e otto ne distribuii alli otto in- 
dividui della Giunta. Scrissi il nome di ciascuno sul fronti- 
spizio, acciocché in ogni evento si conoscesse chi l'avesse la- 
sciato uscir dalie mani. Il Presidente mi mandò a ricercare 
acciocché vi facessi stampare qualche altra copia; invece gliene 
consegnai una dozzina e così ne rimasero trenta presso di 
me. Il Presidente le distribuì a' suoi amici ed io feci altret- 
tanto su quest'esempio di quelle, che mi rimasero. 

IV. — L'oggetto per se medesimo che si rende pubblico 
in varii Stati d' Europa ; la pratica di stampar le scritture, che 
servono alle congregazioni de' Ministri; il fine per cui agivo; 
i principii che mi movevano ; il merito forse della fatica su di 
un oggetto egualmente importante, che intatto; l'ordine del mio 
superiore; il di lui esempio; l'essere stata già presentata alla 
Corte la scrittura medesima, la modestia, colla quale annunziavo 
que' miei calcoli non bastarono a salvarmi da una mortifica- 
zione segreta bensì, ma durissima. GÌ' impresari, i quali pren- 
devano il pretesto d' impedire la riforma ordinata, perchè ve- 
devano comparire un raggio di luce sopra una materia, in cui 
si erano resi necessarii in favore della oscurità, fecero in modo 
che il principe di Kaunitz mi scrivesse una lettera fulminante 
di disapprovazione, quasi che io avessi discreditato il paese e 
portato danni di somma conseguenza all' interesse della Camera. 
Per parte del referendario mi fu scritto che non occorreva 
eh' io mantenessi più carteggio con lui, né col Dipartimento. 
GÌ* impresarii stipendiarono il senator Muttoni perchè facesse 
una risposta in confutazione del Bilancio, la quale si stampò ; 
mossero il Baretti a scrivermi delle ingiurie contro nella sua 
Frusta Letteraria; svegliarono il marchese Carpani a confutarmi 
con un'altra scrittura; pagarono dei sonetti ugualmente stolidi 



— 316 — 

che impertinenti e altre simili pasquinate. Il pubblico prese 
il partito di chi sosteneva una imaginaria ricchezza dello Stato 
e mi abbandonò mentre sosteneva che lo Stato impoverito me- 
ritava soccorso e non aggravio di carichi. 

V. — Dopo quest'epoca io vidi che ogni speranza del 
bene era una chimera e ogni invito un' insidia. Mi posi ad 
un sistema placido, limitandomi ad eseguire e niente più. Fui 
posto nella Ferma con una autorità illimitata ad amministrare 
il terzo spettante al principe con dieci mila lire di soldo. Li- 
mitato alla sola esecuzione delle leggi, mi trovai esposto alla 
figura la più odiosa presso il pubblico, che ragionevolmente 
esclamava contro le leggi tiranniche fabbricate dalla Giunta, 
instituita per fare un sistema placido e di sollievo. 

Morì il referendario Giusti e venne alla testa degli af- 
fari in di lui vece Sperges. Io nemmeno gli scrissi un com- 
plimento nel tempo, che ognun s'affollava d'entrar in commercio 
epistolare con lui. Dopo alcuni mesi andò a Vienna il segre- 
tario Corti e dalle di lui lettere fui stimolato a scrivere a 
Sperges ; e avvertito dal desiderio, che si aveva di ciò e 
della stima, distinzione, confidenza riposta in me, secondai le 
insinuazioni: fui trattato con amicizia e con un tuono come 
se io fossi uno dei pochi sostegni, de' quali si fidasse. Lavorai 
con somma intensione rifondendo la storia economica dello 
Stato, stendendo un trattato sul commercio de' grani. Sponta- 
neamente e improvvisamente mi fecero relatore per le cause 
delle Regalie da redimersi e con un dispaccio assai onore- 
vole in seguito mi appoggiarono l'amministrazione delle Re- 
galie redente. 

11 conte di Firmian, a cui è subordinata la posta, natu- 
ralmente doveva vedere qualche lettera di questo carteggio, 
sebbene passasse sotto coperta di negoziante. Poi i fatti par- 
lavano troppo perchè non si vedesse la decisa confidenza del 
Dipartimento in me. Al bel principio della mia amministra- 
zione cominciò il conte Firmian ad accusarmi alla Corte senza 
Veruna previa diffidazione, lagnandosi che io non gli avessi 
fatto il rapporto delle disposizioni date per mettere in corso 
le Regalie affidatemi. Ecco la seconda lettera del sig. principe 
di Kaunitz, che immediatamente disapprova la mia condotta: 



— 317 — 

e contemporaneamente vengo avvertito per parte di Sperges 
dal segretario Corti di non inquietarmi per questo, essendosi 
dovuto far ciò per riguardo al Ministro. Io mi giustifico alla 
dimostrazione e il principe di Kaunitz mi risponde dichia- 
randosi persuaso delle mie ragioni. Il conte di Firmian in se- 
guito ha sempre tenuto questo metodo di non avvisarmi mai 
e di accusarmi direttamente a Vienna. 

VI. — Agi' impresarii non poteva piacere questa sepa- 
rata amministrazione ; ella era un passo verso l'economica am- 
ministrazione delle Finanze. Avrebber essi voluto che questa 
Commissione si desse al Corpo intero della Ferma da ammi- 
nistrare ; ciò non ostante si andarono redimendo altre Regalie 
e me se ne accollò separatamente l'amministrazione. Ammini- 
stravo solo e dispotico più di duecentomila lire annue. 

Oltre la Commissione di amministrare era particolarmente 
delegato per la redenzione delle Regalie. Si portarono tutte 
le scritture in mia casa; dilucidai tutti i conti controvertibili, 
organizzai un elenco generale, che è un tomo atlantico, in cui 
si contengono tutte le Regalie alienate dalla Camera, l'epoca, 
l'attuai possessore, il luogo dove si esercita, l' indole della 
Regalia, il valor capitale sborsato, il ragguaglio colle lire 
d'oggi, il capitale da restituirsi e l'annua rendita. Queste due 
fatiche straordinarie mi tenevano occupatissimo tutte le ore 
del giorno, oltre le regolari incombenze della Ferma. Il car- 
teggio con Sperges andava sempre più interessando ed ei me- 
desimo mi propose di farvi una sopracoperta a un negoziante, 
siccome egli meco faceva. 

Passò r Imperatore da Milano, l'uno de' principali og- 
getti ch'ei batteva in breccia si eran le Ferme. Io avevo dis- 
simulato, ma non voleva simulare. Mentre la maggior parte 
de' ministri spaccatamente difendevano i Fermieri e le leggi 
della Finanza, io taceva, sebbene avessi mostrato di saper 
parlare e di aver sotto mani la materia. Nelle prime confe- 
renze con Sua Maestà mi distinsi col parlar poco e sola- 
mente interrogato ; poi procurai di distinguermi con un tuono 
di verità tranquilla e ingenua. Il mio silenzio equivalse a una 
aperta guerra che avessi fatto alla Ferma. Greppi, che ha 
nelle mani tuttavia il principe di Kaunitz ed il conte Firmian, 



— 318 — 

usò di tutte le arti per annientarmi. Vedeva in me un inimico 
potente all'occasione che ne avessi avuti i mezzi. 

VII. — Io era il solo, che avesse idea di finanze. Si 
trovava in Genova col carattere di console imperiale il lore- 
nese Stefano Lottinger, uomo ambiziosissimo, di minutissime 
passioni, dissimulato, pronto a qualunque maneggio per far una 
fortuna, uomo d'una sorta di spirito cattivo, disinvoltissimo a 
spacciar la mercanzia, indifferente per ogni sentimento, che non 
sia d' immediato interesse ; ardito sino all' impudenza, orgo- 
glioso, capace nel tempo stesso di qualunque bassezza. Non 
so per qual briga, ma certamente con molto aiuto de' Fer- 
mieri, questo fu fatto consigliere del Consiglio. Gli si cominciò 
a far battere le strade delle Finanze, gli si diede il Diparti- 
mento dei Monti e cominciò coll'annientare il Monte Civico 
con molta violenza. Questi era il mio rivale nato, sebbene io 
gli facessi al bel principio delle polizie ; egli, che s'era col- 
legato coll'abate Castelli, con Greppi, ecc., continuò a indi- 
sporre l'animo del conte di Firmian, facendogli credere ch'io 
non lo stimassi e che mirassi all' indipendenza. Preparava le 
lettere, che il conte di Firmian sottoscriveva per Vienna e in 
ogni occasione vi erano i tratti più maligni contro di me. 

Si pubblicò lo scioglimento della Ferma nel tempo stesso, 
in cui Sperges era in vivo carteggio con me. Fui accusato 
d'aver pubblicata questa nuova quand' io stesso non la sapevo. 
Fui accusato d'essere stato presente a un discorso tenutosi 
contro il conte di Firmian ; ogni mese v'era un'accusa nuova. 
Ti ricorderai che Cristiani, Pecci, Lottinger furono i tre in- 
caricati di far i conti per l' indennizzazione de' Fermieri. Io 
restai escluso. Le lettere private di Vienna promettevano 
sempre : i dispacci avevano un altro tuono, sebbene fatti dal- 
l' istessa mano. Si incominciò a carteggiare fra il Dipartimento 
e il Ministro plenipotenziario sulla forma, che doveva darsi 
alla nuova Amministrazione. In Vienna vi si voleva dare un 
capo e s' intendeva non esser possibile altrimenti. Lottinger, 
che rispondeva per il conte di Firmian, costantemente ricusava 
che vi fosse un capo. Era imminente il tempo, in cui si di- 
chiarassero i nuovi amministratori. Il conte di Firmian scrisse 
una fortissima lettera al principe di Kaunitz contro di me, 



— 319 — 

queralandosi ch'io avessi pubblicata colle stampe una circolare 
senza di lui saputa, la quale metteva in disordine tutti i su- 
balterni della Ferma. Quest'era una limpidissima calunnia, 
che Sua Eccelenza mi faceva. Bisogna che ti racconti que- 
sto fatto. 

Vili. — Eravamo alla fine di novembre e non erano 
emanate le disposizioni per l'Amministrazione ventura. Tutti i 
subalterni, che amministravano denaro della Ferma avevano i 
loro fedejussori, che s'erano obbligati a farne cauzione verso 
i rappresentanti la Ferma. Questi non avevano verun obbligo 
verso l'Amministrazione Camerale : conveniva dunque avvertire 
questa gente di tener pronta la loro cauzione affine che si 
obbligassero per la indennità della nuova Amministrazione. 
Andai dal sig. conte di Firmian ; gli dissi questo pensiero e 
gli feci comprendere la necessità di avvertirli in tempo, trat- 
tandosi di più di trecento cassieri sparsi per tutto lo Stato. 
Egli approvò il mio suggerimento di stendere una circolare 
e farla stampare come si usa per non ricopiare trecento volte 
la stessa letrera. Non contento di ciò, gli portai manoscritta 
la lettera-circolare, la lesse, l'approvò. Poi mi accusò come 
sopra e per aggiunta nell'accusa si disse eh' io l'aveva fatta 
indipendentemente da lui, vantandomi d'aver un ordine sepa- 
rato da Vienna. Non è detto tutto. Il conte di Firmian, poco 
prima di questo tratto, mi prese in disparte e mi disse le 
precise parole: n Io sono sincero e i galantuomini liberamente 
si parlano l'uno all'altro ; qualcuno per lo passato ha cercato 
n d'indisporre me contro di lei; naturalmente qualche altro 
n avrà cercato d' indispor lei contro di me : non badiamo 
n niente a tutto quesso ; io rendo tutta la giustizia al suo me- 
li rito e a' suoi talenti ; s'ella vuol essere mio amico io sarò 
n veramente suo amico : s'ella non vuol esser mio amico, 
n nemmen per questo io le sarò m.ai suo nemico n. E questo, 
prendendomi la mano come il più gran galantuomo cordiale. 
Io gli risposi con entusiasmo di riconoscenza, l'assicurai della 
mia rettitudine, lo ringraziai della sua bontà, l'assicurai che 
sarei stato l'uomo più fortunato s'avessi potuto meritarmi la 
sua grazia e servirlo lui personalmente. Lo pregai ad avver- 
tirmi liberamente tutte le volte che vedesse in me qualche 



— 320 — 

cosa, che gli dispiacesse ; insomma fu una scena piena di cuore 
e di filosofica bontà ; e seguì poche settimane prima della 
calunnia. 

Questa accusa ferocissima capitò appunto nel momento, in 
cui doveva esser dichiarato capo dell'Amministrazione e oi- 
tenne il suo effetto, perchè fui come un altro. 

Lambertenghi era già a Vienna. Io fui l' istrumento perchè 
v'andasse, non solamente per averlo spinto alla carriera del- 
l'economia, ma perchè, scrivendo a Sperges e trasmettendogli 
una scrittura, alla quale m'aveva assistito Lambertenghi, gli 
resi giustizia e feci un giusto elogio di lui. Anche da questo 
puoi capire se nel Dipartimento io ero considerato, poiché 
certamente il conte di Firmian non ha veduto di buon occhio 
che sia andato a Vienna quello che pochi mesi prima aveva 
perseguitato per la Lanterna curiosa e ch'era mio stretto amico. 

IX. — Nella nuova Amministrazione così mal assortita 
di cinque soggetti presi a caso, dove dopo di me eravi Lot- 
tinger mio rivale e inimico, che godeva del favore del mini- 
stro e che attirò ben presto a se e ai Fermieri tutti gli altri 
tre, io presi il partito di usare di somma moderazione e tran- 
quillità, lasciando che gli affari li facesse chiunque voleva ; 
ma tutti i disordini, che si volevan fare col pregiudio dell'erario 
o del pubblico, io li rilevavo in iscritto e queste scritture dopo 
averle lette ai suoi compagni si dovevano registrare nel pro- 
tocollo, che si trasmetteva per via del governo a Vienna. 
L'unica cosa di buono, che v'era in quella pianta d'ammini- 
strazione si era appunto l'ordine di fare il protocollo, in cui 
giornalmente si scrivessero tutti gli affari trattati. Qualunque 
uomo ragionevole, che li avesse letti, doveva conoscere la di- 
stanza che v'era fra gli altri quattro e me e quai disordini 
dovevano nascere continuandosi un'Amministrazione di que- 
st' importanza senza un capo. 

Infatti venne una lettera del principe di Kaunitz, che co- 
mandò che il primo amministratore dovesse ricevere le lettere, 
che la di lui firma fosse necessaria a tutte le lettere, ordini e 
mandati ; che i subalterni dovessero dare nelle di lui mani il 
giuramento e simili provvidenze, per le quali non mi mancava 
che il solo titolo di presidente dell'Amministrazione. Questa 



- 321 — 

lettera si tenne occulta e anche al dì d'oggi non s'è veduta. 
In questo stato di cose nel Dipartimento di Vienna si deter- 
minò che, coU'occasione che già il conte di Firmian doveva 
colà portarsi per concertar le cose spettanti la venuta dell'Ar- 
ciduca, dovessinìo anche Cristiani ed io ritrovarvisi per metter 
sistema alle Finanze, le quali si voleva in Regìa dall' Impe- 
ratore, che era riuscito a persuader la madre. Firmian, mal- 
contento di questa risoluzione, non osò espressamente di op- 
porvici, ma pretese di dover anch'egli condurre seco due mi- 
nistri di sua confidenza, Pecci e Lottinger. Il Dipartimento 
non osò di negarglieli. 

Tale era lo stato delle cose quando fui chiamato a Vienna 
per moto proprio di quei signori, ma, prima eh* io t' informi 
di quel che mi è accaduto, ti darò un' idea del carattere dei 
compagni di viaggio. 

X. — Cristiani ha una figura da scimiotto e ne ha tutti 
i costumi, falsità, attività, rapidità di idee, lussuria, malignità 
e invidia. Piccolo, olivastro, d'un portamento di corpo timido 
e manierato, con due occhi vivaci e malignamente inquieti, 
un sorriso sempre sul volto, officioso sempre, sempre padrone 
di se, d'ogni parola o gesto, invitando altrui a manifestarsi, 
celando sempre con una esimia sim.ulazione se medesimo. Di- 
voto, libertino, uomo d'affari, uomo dissipato, a vicenda sa 
rappresentare ciascun carattere a misura che l'interesse lo esige. 
Prontissimo d' ingegno a capire e cogliere le idee altrui, fa- 
cile nell'esporle, pazientissim.o al travaglio, niente produce di 
sua testa di bello, di ben organizzato o di grande. Portato 
al minuto dettaglio, alla piccola economia, egli non conosce 
i grandi principi del Governo. Nessuno studio egli ha fatto e 
nessuna lettura di autori maestri : romanzi o poesie, e di questi 
nemmeno molti, questi sono i suoi libri. La sua ambizione 
non ha limiti, niente diffida dell'esito, niente crede al disopra 
di se stesso, perchè non vede i pericoli e pregia sommamente 
i titoli, le ricchezze e gli onori e niente pensa alla vera 
gloria. Indifferente alla stima degli uomini, egli unicamente in- 
vidia e odia quelli, dai quali può essere conosciuto e giudi- 
cato. Libertino colle donne sino al disordine, capriccioso nel 

progettare riforme ineseguibili e voglioso di sconvolgere tutto 

21 



— 322 — 

per inquietudine. Sembrano fatti per lui i versi che Crébillon 
nel 'triumvirato fa dire da Cicerone a Ottavio: 

Octave, tu me Et admirer ton enfance ; 

J'attendois encor plus de ton adolescence ; 

Tu m'as trompé. Les coeurs remplis d'ambition 

Soni sans foi, sans honneur et sans affection. 

Occupés seulement de l'objet qui les guide 

Ils n'ont de l'amitié que le masque perfide; 

Prodigues de serments ; avares des effets 

Le poison est cache méme sous leurs bienfaits. 

La gioire d'un grand'homme est pour eux un supplice. 

Et pour lui tot au tard devient un precipice (1). 

Tale è il carattere di Cristiani; più placido e cauto di Lot- 
tinger, più previdente per non discendere alle aperte calunnie, 
più timido per non farsi un dichiarato inimico. Pecci, natu- 
ralmente voluttuoso, molle, impaziente della fatica e timido, 
non ha mai esaminato bene una questione o maturato un piano. 
La vita del Senato, insopportabile per lui, lo attaccò al conte 
di Firmian, dal quale vi fu sottratto. Del denaro e delle ra- 
gazze e niente da fare, questo gli basterebbe. Qualunque 
uomo Io obblighi alla fatica o l' inquieti colle opposizioni lo 
attedia e, sebbene io non lo creda essenzialmente maligno, 
pure concorrerà placidamente a fargli del male. La sua timi- 
dezza e la nessuna energia per gli affari lo obbligano ad es- 
sere ligio del Ministro, secondando qualunque inclinazione di 
lui e lo rendono riservato e segreto. Questo è il carattere di 
Pecci. La fìsonomia di Lottinger è quella d'un pessimo uomo; 
quella di Cristiani d'un brigante industrioso e officioso ; quella 
di Pecci d'un uomo di probità ; ma la cautela somma mette 
in diffidenza. 

XI. — Appena giunsi \o a Vienna trovai le cose nel- 
l'aspetto, che or ti dirò. L'Imperatrice pochissimo s'intrica 
degli affari del Milanese e se non è alcuna volta per qualche 
impegno di collocare qualche persona a lei affetta ; si regola 
sul parere del principe di Kaunitz. Questo parere è sempre in 

(1) Crébillon, Oevres, Paris, MDCCCXXVIIl, to. li, Océron. actelV. 
p. 395-96. 



— 323 — 

iscritto e si chiama rapporto ; il principe lo sottoscrive, ma 
chi fa i rapporti sono quei del Dipartimento, Sperges è alla 
testa di questo Dipartimento. Ivi si portano tutte le lettere e 
dispacci, che vengono dalla posta indirizzati al principe di 
Kaunitz ; ivi si aprono e leggono tutte queste lettere, e, per 
risparmiare al principe il tedio, si fa uno stralcio di ogni let- 
tera in poche parole e ogni ordinario in un foglio di carta si 
scrive da una parte l'estratto d'ogni lettera e dall'altra l'estratto 
della risposta. In mezzo a questo foglio si mettono le lettere 
ricevute e quelle da sottoscriversi dal principe. Egli si fa leg- 
gere questo foglio di carta e ordinariamente mette la sua sot- 
toscrizione alle lettere già preparate. 

Così per tutti gli affari da innoltrarsi alla Sovrana quei 
del Dipartimento preparano un rapporto a Sua Maestà, il prin- 
cipe lo firma. Sua Maestà gli mette placet; ritornano al Di- 
partimento, ivi si stende un dispaccio, Sua Maestà lo firma, 
il principe vi fa il vidil. Il principe di Kaunitz non può fare 
altrimenti col suo metodo di vita e il solo oggetto del Mila- 
nese, per cui vuol essere informato, si è quello che risguarda 
il Greppi, per cui ha una particolare affezione. 

XII. — II tuono, che io trovai nel Dipartimento fu che 
il conte di Firmian veniva quasi a un sindacato ; si conosce- 
vano sommi disordini del Governo, si voleva mettervi un ri- 
medio. Gli affari di Finanza Sperges gli appoggia interamente al 
segretario Molinari. Sperges mi ha accolto con civiltà, Molinari 
con giubilo. Là nel Dipartimento mi si accostavano con quella 
curiosità, che suppone stima del merito. Molinari segnalata- 
mente volle lungamente trattenersi con me sugli affari della 
Amministrazione ; la conclusione del discorso si fu queste 
precise parole: n Signor conte, l'affare delle Finanze è serio 
n e qui bisogna mettervi un buon sistema. I suoi nemici me- 
li desimi son costretti a confessare che nessuno vi è che li 
n conosca meglio o sia più capace d' amministrarle di Lei. 
Il Ella dev' essere alla testa di tutto ; così il Governo non 
n. potrà più attraversarlo e sarà anche più decorosa la com- 
II missione per Lei. Ella deve nominare chi vuole per ajuto 
B in qualità d' amministratore e non ha da partir da Vienna 
n se non contento della sua situazione, e, se non è contento 



— 324 — 

■ dica, e scriva e stampi che Molinai i è un becco fot... Chi 
R vuol Lei per amministratori ? Abbia solamente avvertenza 
R che bisogna prevalersi dei soggetti, che siano già all' attuai 
R servigio n. 

Io nominai il marchese Cesare Beccaria e il conte di 
Rogendorf. Si stabilì che Cristiani ed io potessimo noi soli 
lavorare al Dipartimento e v'era il nostro tavolo espressamente 
a tal fine ; ne Pecci, ne Loltinger non osavano d'andarvi. Le 
carte erano tutte a nostra disposizione senza riserva. Sperges, 
appena giunto il conte di Firmian, gli parlò di me e vedendo 
che egli barcheggiava e non voleva dir ne bene, ne male, 
l'interrogò, n II conte Verri manca egli di capacità? Ha date 
n troppe prove del contrario. Mancherebbe forse d'onestà? n. 
n Su questo, rispose il conte, non v' è ombra di motivo per 
B accusarlo n. n Ebbene, rispose Sperges, Vostra Eccellenza 
n mi permetta eh' io le parli da buon patriota, da buon ser- 
H vitore e da buon amico, giacche mi ha onorato di questo 
H titolo: intelligenza e onestà sono due grandi cose riunite ; e 
n pel buon servigio di Sua Maestà quando queste si trovano 
n bisogna farne gran caso della persona, che le possedè a. 
Sperges medesimo mi rilevò tutto il discorso. Vado all'udienza 
dell' Imperatrice ; è stata una pura cerimonia, che significava 
nulla. Vado a quella dell' Imperatore ; mi trattiene quasi per 
tre quarti d'ora con un tuono di grandissima confidenza e Io 
vedo chiaramente dichiarato contro Firmian e i suoi aderenti. II 
principe di Kaunitz mi riceve con tutta la maggior polizia di 
distinzione, giunge a presentarmi nella sua conversazione alle 
dame, si trattiene a parlar meco e a lungo di te, come già 
ti scrissi ; non si poteva dar un principio, che promettesse di 
più. Lambertenghi sin dal primo giorno mi disse che era la 
più buona gente quella del Dipartimento, che egli si faceva 
lor fare tutto ciò, che si voleva. Credeva di consolarmi e non 
capiva che questo può consolar un colpevole, che abbia da 
temer un giudizio retto, non un uomo, che, dopo aver ben 
meritato, lo desidera. 

Mi desolava colle sue inconseguenze; più volte gli dovetti 
dire che la sua logica non era la mia e che dalle medesime 
premesse, dalle quali egli voleva cavare motivo di speranze. 



— 325 — 

io ne acquistava di che temere moltissimo. Egli, avvezzo già 
al piacere di far sentire la sua non piccola autorità, quando 
dal suo tavolino scrive le lettere in nome del principe al Go- 
verno, s' impiazientava de' miei tristi vaticinii, che forse da 
uomo appassionato troppo frequentemente io ripeteva. Ma tutto 
quel ch'io vedeva mi confermava nel mio timore. Molinari, che 
si fa credere il Sully di quel piccolo Dipartimento, è un uomo, 
che non ha nissuna idea. E stato allevato per molt' anni in 
Roma, ha la larghezza di espressioni d'un curiale romano. II 
suo discorso nella conversazione è di una celia continua, senza 
spirito e senza delicatezza. La fìsonomia è assai ordinaria, ha 
moglie e figli e un piccolo stipendio. Sperges è uomo, che ha 
dell'erudizione, scrive latino e fa anche dei versi latini. Non 
v'è ombra di filosofìa in lui, ne ombra di gusto. La sua figura 
non è nobile, altronde per altro non è uomo, che largheggi 
nelle promesse. Mi fece anche molta specie il vedergli talvolta 
sbadigliare al racconto dei disordini più sanguinosi dell'Am- 
ministrazione, ne mai gli ho veduti sdegnati contro il male. 
XIII. — Si cominciarono a tenere le conferenze. Si ap- 
poggiò a me, unitamente col senatore Pecci, 1' incarico di 
progettar un Piano per l'Amministrazione delle Finanze. I sette 
Piani, ordinati 1' anno antecedente e trasmessi con corriere 
straordinario, non erano ancora stati letti. Vade et rumpe Ubi 
caput od faciendos lihros. Si dovettero leggere e stralciare 
per aver sott'occhio almeno i punti, sui quali era da decidersi. 
Ci unimmo a fare questo Piano. Se io non vi era, nemmeno 
si sareobe saputo da dove incominciare. Si viene al punto di 
stabilire se vi debba esser un capo o no nella Amministrazione, 
eccoti Molinari, che parla con impeto, e dice chiaramente : 
Il Signor Senatore, bisogna disingannare il conte di Firmian. 
B Un capo alla Amministrazione vi debb'essere, lo vuole il 
Il real servigio, lo vuole Sua Maestà, lo vuole il principe di 
fl Kaunitz, lo vuole il Dipartimento. Ella s'incarichi di parlarne 
« acciocché non succeda contestazione nelle conferenze n. Si 
stabilisce dunque nel Piano un capo col titolo di vice-presi- 
dente. Mattina e dopo pranzo si lavorava in queste conferenze. 
Cominciai a vedere che, a costo di combattere le ragioni più 
evidenti, si ostinavano a sostenere quei due signori il partito 



- 326 — 

contro di me. Improvvisamente Molinari cessò di dimostrarmi 
quella stima, die m'avea protestato ; si cominciò a sostenere 
che era bene assegnare diversi rami di amministrazione a cia- 
scun amministratore e cose simili. Finalmente un giorno, eccoti 
Sperges da me e col più sangue freddo del mondo mi dice, 
per cosa fatta, che si era pensato a collocarmi in modo, che 
potessi in avvenire vivere con una più decente tranquillità; che 
sarei stato fatto presidente d'una Camera di Commercio desti- 
nata a invigilar sulle Università, Scuole, Badie, Fabbriche, ecc. ; 
che di più avrei avuto sotto di me 1* Annona e le Acque. 
Tale Camera sarebbe stata coniposta di persone di distinzione, 
il conte Trotti, marchese Roberto Orrigoni, conte Patelani, 
Carpani, Beccaria, ecc. Io risposi con tranquillità e dissi le 
mie ragioni. E ben diversa la confidenza di amministrar l'en- 
trate regie da quello che sia dirigere il commercio. Nessuno 
nel paese vi è il qual dubiti se io intenda la Finanza. Ognuno 
pure deve figurarsi che nella critica circostanza di sostituire 
alla Ferma una Amministrazione regia non si può trascurare 
di far caso del solo uomo, che la conosce per averla solo am- 
ministrata per cinque anni, se non supponendo o un difetto 
di carattere in lui o una cabala de' suoi nemici. La prima 
supposizione faceva torto a me, la seconda a lui. Che l'incom- 
benza più civica, che regia, che mi si voleva dare era Io stesso 
che rendermi assolutamente inutile al reale servigio e al bene 
del paese. Un tratto di penna nella Tariffa poteva sconvolger 
tutte le più belle disposizioni del Tribunale di Commercio, il 
qual Tribunale sarebbe stato prima ridicolo, poi riconosciuto 
inutile, si sarebbe soppresso con poca gloria del promotore e 
degl'individui. L'esempio del Consiglio di Economia era troppo 
recente e parlante; che io non capiva come si volesse disto- 
gliermi dalla nicchia, dove io era e sviarmi dalla carriera, che 
aveva battuto per cinque anni solo con utilità del regio erario 
e con mio dissenso : che l'esempio mio di essere sacrificato 
all'odio di chi voleva defraudar la Camera, e non l'ha potuto 
per opera mia, bastava perchè in avvenire nessuno uomo osasse 
più resistere all'interesse personale per fare il bene. Con tutto 
ciò, se il reale servigio esigeva questo sacrifìcio della mia 
privata convenienza, non bilanciava un momento a farlo, e, 



— 327 — 

come non aveva mai brigato o importunato per verun deter- 
minato impiego, così nemmen rifiutava questo, qualora lo cre- 
desse del reale servigio. Fui singolarmente colpito dall'insen- 
sibilità di queir uomo. Per me mi sarei vergognato d'aver 
fatto una proposizione simile ; ma egli andava indorando la 
la pillola coU'accrescimento di soldo, col bel titolo di presi- 
dente, e, finalmente, costretto dalle mie ragioni a dir qualche 
motivo, disse in mia colpa, che io era sempre di diverso 
parere degli altri quattro amministratori. Ebbene, risposi, qui 
nel protocollo possono lor signori vedere come e quando chi 
è stato di diverso parere. Lo sono stato con tutta la urbanità 
e la decenza, la causa, che ho difeso è stata l'interesse della 
Camera, di cui si voleva dissipare il denaro, la tranquillità 
del popolo, sul quale troppo ostilmente si voleva operare. E 
se ho fatto registrare i miei voti separati, ciò è stato perchè 
non voleva un giorno dover rispondere dei passi falsi, che si 
facevano, ne aver rimprovero, io, che era informato della Fi- 
nanza, di non aver suggerito opportunamente le occorrenze ai 
nuovi amministratori. Finalmente, se ciò ho fatto è stato in con- 
seguenza dell'ordine, che vi era nel dispaccio di erezione in cui 
ciascuno veniva autorizzato a farlo ; che pregavo adunque che 
esaminassi con quai modi e per qual causa aveva fatti i miei 
voti separati. La risposta a tutto ciò si fu : n Oh ! vede bene, 
n caro signor conte, che noi non abbiamo tempo di entrar in 
n questo esame per sapere chi abbia ragione o chi abbia torto n. 
XIV. — Frattanto io seguitava a frequentare il Diparti- 
mento, ajutando il lavoro di quella gente ; parlai a Molinari 
più volte facendogli ricordare delle sue prim.e promesse ed 
egli si sforzava a persuadermi che era un bene per me la 
nuova carica e che avrei avuto 20,000 lire di soldo e mi 
trattava con tutta l'amicizia e affabilità. Figurati di che umore 
doveva stare ! Greppi e i suoi fautori dovevano riderne de' 
fatti miei e erano riusciti a balzarmi fuor della Finanza ; questo 
era il loro trionfo. Quei pochi soggetti della Finanza, che 
m'erano stati fedeli e attaccati di cuore, li prevedevo scacciati 
e ridotti sopra una strada. Aspettava i Borìandoiti a visitarmi 
in casa, in città e in campagna ; insomma, sentivo tutto 1 ob- 
brobrio della mia situazione. Lambertenghi pure finalmente ne 



— 328 — 

conveniva con me e cominciava o conoscer meglio i caratteri, 
che troppo incautamente avea definiti. Nelle conferenze si co- 
minciò a trattare di cose rovinose per il paese ; di accrescere 
il tributo sulle terre, di abolire forse la Congregazione dello 
Stato, il Tribunale di Provvisione. Così, annichilato ogni Corpo 
civico, non vi sarebbe stato più ne manco chi avesse potuto 
lagnarsi dei mali pubblici. Si voleva avvilire il ceto de* pa- 
trizi, che si dipingevano come ribelli e refrattarii ; insomma, 
il paese si riduceva a una vera schiavitù sott' un dispotico 
Governo ; tutt' i beneficii, che si potevano sperare da una nuova 
forma di Finanza, restavano avvelenati dalla qualità degli am- 
ministratori del partito fermiere, lo scopo de' quali sarebbe 
stato di far desiderare dal popolo stesso una nuova Ferma e 
accusarlo contemporaneamente d' incontentabilità ; pareva che 
volesse vendicassi sulla nazione della compassione, che aveva 
avuta Cesare. Io tentai i mezzi, che potevo impedire questi 
mali, giacche, amico, non penso più come una volta, e, avvi- 
lito che sia il ceto de' patrizii, viviamo sotto un Governo di- 
spotico. Si tendeva ad abolire 1' autorità del Senato, che bi- 
sogna pure amare come il solo, che ha fatto argine al perfetto 
dispotismo del plenipotenziario. Sul punto del carico, che si 
voleva accrescere da Sperges, io gli dissi che sino dal prin- 
cipio del secolo vi è una convenzione fra il Principe e lo 
Stato, in virtù di cui questo carico non si può mai in nissun 
caso accrescere ; che sono innumerevoli i dispacci consecutivi 
di Carlo VI e dell'Imperatrice Regina, che confermano questa 
convenzione ; che questo era un patto fondamentale, ecc. Re- 
stai attonito alla risposta, che questi dispacci promettevano il 
aecol d'oro, che sono come complimenti che il Sovrano fa al 
pubblico. Che idee di fede e di onore ! Si era proposto per 
le Regalie di andare ad apprendere tutte di fatto, pagando 
frattanto il fitto ai proprietarii, che le hanno comprate dalla 
Camera, sborsando il lor denaro nelle loro urgenze nell'Erario, 
e che pure hanno un limpido diritto di disporne come di cosa 
propria, sin tanto che il principe con una restituzione del ca- 
pitale non le redima. Insomma, tutto spirava ferocia ed ester- 
minio del paese ; ne io potevo bastare da me solo a riparare 
quei danni, che ne doveva risentire non che il pubblico, ma 



— 329 — 

anche il Sovrano, dal quale si sarebbero alienati tutti i cuori 
con una pessima polìtica. Rosales era venuto a Vienna come 
Vicario di Provvisione, era desolato, non potendo egli penetrar 
nulla degli affari, che si trattavano ; temeva di tutto per lo 
Stato, e ne aveva ragione, ma non sapeva difendersi, perchè 
non sapeva in qual parte fosse attaccato. Mi chiederai come 
e a che era venuto a Vienna. Ti risponderò, per una di 
quelle inconseguenze della natura umana. Si era usata la 
grazia di permetter quest' accesso al Vicario affinchè potesse 
presentare il dono gratuito di 100,000 zecchini, che faceva lo 
Stato all'occasione delle reali nozze. Sebbene Rosales non sia 
niente amabile, anzi sia tutt'il contrario, egli ha però nel ca- 
rattere della probità spagnuola. L' Imperatore gli aveva già 
chiesto nuova degli affari e si mostrava maravigliato come ei 
non ne fosse a parte : l' Imperatore si era giè mostrato deciso 
protettore degli interessi civici. Io dunque cominciai ad aprirmi 
con lui e con Freganeschi suo compagno. Li misi al fatto delle 
trame, che si ordivano e unitamente ad essi andavamo con- 
sultando il modo di salvare la patria. Si stabilì di rendere 
del tutto inteso l'Imperatore, ma il modo era difficile. Cesare, 
che esattamente conosceva la cabala e che al ritorno del suo 
viaggio inutilmente aveva tentato di far sbalzare Firmian, seb- 
bene ne avesse dipinto a sua madre i colori più decisi, voleva 
star lontano dal sembrar d' immischiarsi negli affari del Mila- 
nese a tal segno che, nella prima udienza, che diede al Vi- 
cario, volle che Firmian vi fosse presente, lo fece aspettare 
nell'anticamera finché egli vi fosse venuto. Pure, trovando in 
seguito Rosales, gli aveva parlato e chiesto degli affari ; per 
mio consiglio Rosales, scielse l'occasione di tutt' altro e si portò 
solo all'udienza di Cesare. Bisognava aver dei riguardi assai 
anche per calmar la gelosia di Freganeschi , che sempre 
temeva che si volessero cercare i vantaggi di Milano sopra 
Cremona ; ma si trattava della salvezza universale. Riuscì bene 
il colpo. Cesare parlò a lungo degli affari, ma si protestò che 
non voleva immischiarsene e che unicamente, se fosse stato 
interpellato, avrebbe detto il suo parere. La cautela di Cesare 
nasceva da una parte per non rendere mai gelosa la madre 
di mischiarsi ultroneamente negli affari ; dall' altra forse per 



— 330 — 

picca di non aver potuto ottenere di aver veduto sbalzar Fir- 
mian, come avea fatto della Ferma. Con questo mezzo perà 
ora Rosales, ora Freganeschi andavan soli all' udienza con 
qualch' altro pretesto ; 1' Imperatore entrava in materia, tutto 
era come concertato e si teneva al giorno V Imperatore di 
tutt'i Piani che si tramavano, l'illuminavano di tutte le conse- 
guenze, che ne potevano derivare. Io quasi, sempre solo in 
voto alla conferenza, lavoravo all' edificazione del Piano. Il 
progetto era questo : 

11 Senato diviso in due aule, civile e criminale ; il Ma- 
gistrato in due aule, giudiziarie e amministratrice ; il Consiglio 
in due altre aule di Censo e di Camera dei Conti e una 
Camera di Commercio. Questi sette Dipartimenti, de' quali 
ciascuno doveva avere la sua giurisdizione separata, dovevano 
portar una confusione infinita appunto per le dispute di giuri- 
sdizione, se tante ne avevan portate solamente il Consiglio e 
il Senato. Ciascuno di questi piccoli corpicciuoli così distinti 
doveva tremare sotto un Governo dispotico ; si aggravava la 
Camera del peso di mantenere quattro o sei consiglieri di 
più. Insomma non si poteva pensar peggio. Frattanto, prima 
di consultare la Sovrana, per vedere se il Piano gli piacesse, 
si stese tutto il Piano, si entrò con un improba fatica ne' più 
minuti dettagli, stendendo le istruzioni per tutti i subalterni e 
finalmente si trac-mise un fascio di roba, che era un volume, 
alla sovrana approvazione. Anch'io previdi a tempo qual er- 
rore in politica fosse il non cercarlo prima, tanto più che lo 
schizzo poteva coprire destramente le sconciature del quadro; 
ma mi guardai bene dal dirlo per non ammaestrare i nostri 
nemici. 

XV. — Mi domanderai chi componeva le conferenze, 
che autorità avevano queste conferenze : come passavano gli 
affari da quelle alla Sovrana ? Ti soddisferò. Le conferenze 
erano composte dal Consigliere di Sperges e Molinari del 
Dipartimento e da Firm.ian, Pecci, Cristiani e me, col segre" 
tario Castelli e segretario Trogher. Autorità la conferenza non 
ne aveva veruna per se medesima ; poiché non vi era alcun 
rescritto, che ci unisse o alcuna legge che ne fissasse un si- 
stema. Pareva che il principe di Kaunitz avrebbe dovuto in- 



— 331 — 

tervenirvi, se queste erano fatte per istruzione del Dipartimento 
e per dar sistema di concerto alle cose del Milanese ; ma il 
risultato delle conferenze il conte di Firmian Io scriveva, come 
se fosse assente, al principe di Kaunitz, che ne faceva i rapporti 
alla Sovrana. Adunque tutti questi Piani furono dal principe 
di Kaunitz presentati alla Sovrana come il risultato di queste 
conferenze, che egli approvava per l'esecuzione. 

XVI. — Noi eravamo incerti del nostro destino. Col 
pretesto di portare il mio libro all' Imperatore volli anch io 
provare come ei pensava sopra gli affari e su di me. Sapeva 
altronde da due parti ch'egli aveva mostrata assai buona opi- 
nione de' fatti miei. Tutte le volte che m' incontrava anche 
al passeggio, mi diceva qualche parola di buona grazia : il 
che non suol fare con tutti. A Freganeschi medesimo aveva 
parlato di me vantaggiosamente. La prima udienza, siccome 
dissi, si era aperto meco mettendo in ridicolo il Consiglio, il 
dispotismo dei segretari, mostrandosi inteso delle cabale e 
trattandomi con somma bontà. Lo conobbi avversario di Lot- 
tinger, poco amico di Cristiani e attaccato al partito patrizio. 
Infatti, dopo i' primi complimenti su! mio libro, come ti scrissi, 
entrò meco subito in materia da uomo persuaso eh io fossi 
d'opinione contraria a quanto si era stabilito. Venne a parlar 
di me. — E lei, disse, in questo nuovo sistema dove sarà 
collocato ? — Presidente del Commercio, rispos'io. — Ma, e 
chi sarà alla testa delle Finanze? — Il marchese Molinari. — 
Pare che dovrebb'essere tutto contrario, disse Cesare, poiché 
Molinari è sempre stato nel Commercio ed ella e al fatto 
delle Finanze. Ma lei è contento di questa nuova destina- 
zione ? — Io risposi che non aveva mai osato domandare ve- 
runa carica, ne rifiutarne veruna ; io credevo che il mio dovere 
esigesse d' eseguire con zelo e cuore quelle incombenze, che 
mi venivano addossate. — Ma cosa avrà lei a fare in questa 
nuova nicchia? — Poco, Sacra Maestà. — Lo vedo anch io, 
rispose ; ma e lei se ne accontenta ? — Io le risposi con un 
aria sommessa, ma che doveva significar molto : — Sacra 
Maestà, anche la tranquillità è un gran bene — In quella 
udienza parlai molto della divisione del Senato, anche per 
salvar nostro padrre, che avrebbero probabilmente confinato 



— 332 — 

nell'aula criminale, a far nient'altro che condannare alla ber- 
lina e alla frusta qualche disgraziato; giacche, volendosi tenere 
soli otto senatori, non si poteva far dipendere la vita dalla 
comune d'un'aula composta di quattro. Gli affari dovevano 
andare assai più lentamente con questo sistema ; bisognavano 
due sentenze in luogo di una e radunar le due aule in ogni 
caso di qualche importanza sia civile e criminale. Si vo- 
leva scomporre un Corpo, che solo aveva saputo meritare 
e conservarsi l'opinion pubblica per il corso di secoli e nella 
forma, che ha presentemente e avea potuto tener in corso gli 
affari d' una provincia assai più vasta che ora non è il Mila- 
nese. Cesare sentiva a meraviglia tutta la forza di questa 
ragione. 

XVII. — Insomma Cesare era prevenuto e informato in 
guisa di non poter esser sorpreso sopra veruno articolo. Il 
Piano dei nostri sette tribunali fu dunque innoltrato alla Im- 
peratrice per il suo Placet. Questo era il punto critico per 
noi. S'ella negligentava l'Imperatore il colpo era fatto. Lottinger 
alla testa della Camera de' Conti, il marchese Molinari ligio 
de' Fermieri alla testa della Finanza, Cristiani e Pecci con- 
sultori del Governo, io con alcuni diffidenti patrizii a diriger 
come potevo il Commercio col titolo di presidente; ma l'Im- 
peratrice non volle dimenticar suo figlio a questo segno nel 
far un sistema nuovo di finanza, da lui promosso in una pro- 
vincia da lui visitata e conosciuta. Comunicò tutte le carte a 
Cesare, il quale vegliò tutta la notte a esaminarle e scrivere 
il suo parere. Egli rovesciò tutto dai fondamenti ; stabilì per 
base, che è un errore in politica, massimamente in una piccola 
provincia, moltiplicità dei dicasteri. Le loro moltiplicate giu- 
risdizioni s'incrocicchiano, rallentano il corso agli affari, portano 
la desolazione ai ricorrenti e trasportano senza fine da un 
Tribunale all' altro chi cerca provvidenza o giustizia senza 
mai poter ottenere ne 1' uno, ne l'altro. Suggerì per massima 
tutti gli affari nei quali trattasi di giurisprudenza e di giudizio 
vadano al Senato, sian essi o di commercio o di Regalie o 
di contrabbando. Tutti gli affari di mera direzione ed ammi- 
nistrazione diansi al Magistrato Camerale. La contabilità sia 
composta d* un presidente e alcuni ragionati per rivedere i 



— 333 — 

conti di ogni Amministrazione. Tale fu il piano di Cesare, che 
terminava con queste parole : 

H II buon successo poi di questo progetto dipenderà 
R principalmente dalla scelta de' soggetti et si homines rebus, 
n non res hominibus admoveantur n. Egli volea far me presi- 
dente di questo Magistrato Camerale, congedando Carli, di cui 
ne ha veruna buona opinione. L' Imperatrice adottò il Piano 
del figlio ; trattone però l'articolo della Camera de' Conti, gli 
stava moltissimo a cuore il collocarvi decentemente Cristiani 
e non vedeva 1' ora di poterlo far presidente per la grata 
memoria, che conserva di suo padre, non meno che per es- 
sersi egli guadagnata la opinione a un segno sorprendente 
sino dal Collegio Teresiano. L'Imperatrice adotto adunque il 
Piano dell'Imperatore ; ne ordinò l'esecuzione e che immedia- 
tamente si dovesse passare al principe di Kaunitz a far la 
nomina di quei soggetti, che dovevano eseguirlo. 

XVIII. — L' Imperatore ebbe tanta compiacenza di aver 
fatto questo colpo, che non potè celarla e persino al suo 
chirurgo Brambilla, che è mio buon amico, diede parte che 
era riuscito a rovesciare tutt'i Piani fatti da quelle conferenze. 
Se la rideva proprio di cuore, poiché ha vedute le cose con- 
dotte al punto da lui desiderato. Dopo di avere inutilmente 
tentato di balzar Firmian, egli affettava di non volersi più 
mischiar nelle cose del Milanese. Nel tempo stesso, in cui 
pareva un nostro patriota zelante per la curiosità d'informarsi 
di tutti i nostri affari, egli medesimo suggerì al Vicario di dar 
un Memoriale, di espor tutte le querele pubbliche, di presen- 
tarlo al principe di Kaunitz e di darne un simile all'Impera- 
trice. Rosales era un po' timido a far questo passo, perchè 
s'era ritrovato accolto dal principe di Kaunitz in una maniera 
affatto inaspettata, cioè in cortile, mentre il principe esaminava 
alcuni cavalli venutigli di Francia e dovette stare un buon 
quarto d'ora, trattato peggio d'un manescalco, prima che gli 
badasse. Per un rappresentante lo Stato, che veniva ad offrire 
centomila zecchini poteva aspettarsi qualche migliore cortesia. 
Egli era altronde scoraggiato dall'oscurità in cui trovavasi, dal 
sorriso del segretario Molinari, col quale riceveva le cose più 
luttuose del paese e dalla prima udienza, che ebbe dalla Im- 



334 



peratrice unitamente a Freganeschi. Poiché l'Imperatrice, dopo 
che l'ebbero ringraziata per la venuta prossima dell'Arciduca, 
soggiunse : ii Credo anche che mi ringrazierete perchè lasci 
n continuare nella plenipotenza il conte di Firmian ; questo 
Il è un regalo, di cui mi dovete ringraziare e quegli è un 
n ministro, in cui ho riposta tutta la mia confidenza n. Questi 
erano i motivi, che avevano scoraggiato Rosales ; ma l'Impera- 
tore lui medesimo gli fece cuore a moversi e gli disse un 
giorno queste precise parole : « Fate a mio modo, fidatevi, 
n sono obbligato a saper la carta del paese n. 

XIX. — Le cose, che ti scrivo non possono essere or- 
dinate^ perchè le espongo a misura che mi vengono in mente, 
ma quando le avrai lette due volte, te le porrai in ordine da 
te stesso, Il colpo fatto dall' Imperatore fu pubblico per tutta 
Vienna e fu un discredito insigne per chi componeva la con- 
ferenze ; ma tutti sapevano nel tempo stesso che io era stato 
sempre d' un voto contrario a tutto quanto s' era fatto. Una 
scena ben interessante si fu la prima conferenza, che si tenne 
in cui si dovette leggere una parte di quanto Cesare aveva 
scritto. Un pallore e una taciturnità e un abbattimento erano 
universalmente sui visi. Io giubilava nel mio cuore vedendo 
d'aver io stesso giudicate questa rivoluzione, dirigendo Ro- 
sales in ogni sua operazione, che egli di buona fede tutto 
comunicava e consultava con me. Lottinger, che era già vice- 
presidente della Camera de' Conti, è annichilato. Cristiani e 
Pecci non v'era più apparenza che fossero Consultori di Go- 
verno. Io alla peggio dovevo restare nel posto di prima e 
nella Finanza, dalla quale mi volevano sbalzare. Non si lesse 
tutto quanto 1' Imperatore scrisse, ne io 1' ho potuto vedere. 
Convien dire che fosse forte assai, perchè si lesse l'Apologia 
che il principe di Kaunitz fece per discolpare la Conferenza 
d'aver steso quel Piano con mire private, di favorire i ben'af- 
fetti, trascurando il servigio regio e del paese. Anche questo 
è stato una furberia tedesca leggere l'Apologia e tener na- 
scoste le accuse. Si pensò nella conferenza a schiarire alcuni 
punti, che potevano esser soggetti a diversi interpretazioni e 
interpellare la Sovrana. Il principe di Kaunitz, che aveva ap- 
provato e sottoscritto i nostri primi Piani, si dichiarò persua- 



— 335 — 

slssimo del Piano dell'Imperatore e disapprovò tutte le pazzie 
di quei sette Tribunali proposti. 

XX. — Il principe di Kaunitz affettava un positivo di- 
sprezzo del conte di Firmian ; appena gli rendeva il saluto e 
e pranzando noi due fratelli in sua casa mentre vi era il conte 
di Firmian, indirizzava le questioni sopra Milano a noi due 0). 
Quando Cesare trovava Firmian in qualche sito pubblico, an- 
dava sempre a parlare a qualcuno vicino a Firmian, perchè 
s'accorgesse ognuno che lo vedeva e non gli voleva parlare. 
Insomma, Cesare si è sempre mostrato deciso patrizio e ha 
mostrato tanto cuore e interessamento per noi come avrebbe 
fatto se fosse stato ei m.edesimo il Vicario di Provvisione. 

XXI. — Questa insigne mortificazione rese sospettissimi 
il Vicario e Freganeschi al Dipartimento e me singolarmente, 
che ben capivano che poteva esser stato il solo strumento per 
informar il Vicario e farlo agire a proposito ; giacche l'Impe- 
ratore, se di slancio e non informato avesse dovuto veder il 
Piano, o doveva adottarlo o non poteva colpire francamente 
tutte le parti nocive di esso. Della apprension delle Regalie 
non se ne parlò più, della dipendenza del Tribunale civico 
di Provvisione, nemmeno. 

XXII. — Bisogna che faccia una disgressione su questo 
punto. Affine di giustificare l'erezione della Camera di Com- 
mercio si voleva appoggiarle la sopraintendenza al Tribunal 
di Provvisione per fissare i prezzi ai commestibili, per procu- 
rar l'abbondanza, ecc. Si era fatto di tutto, massimamente per 
parte di Molinari e Sperges, acciocché io m'accontentassi di 
acccettarli. Mi si prometteva di farmi Consigliere Intimo Attuale 
di Stato immediatamente, poiché dovendo essermi subalterno 
il Vicario, che ne ha il maneggio, era indispensabile a darmi 
questo rango. Io costantemente ho rifiutato, perchè primiera- 
mente era impossibile, dati i vincoli attuali delle leggi, il pro- 
curar l'abbondanza pubblica se non avendo nelle mani i mezzi 
per impedir la uscita dallo Stato e gli ammassi ; e questi 

(I) Giuseppe II così si esprimeva sfavorevolmente il Firmian: "Il se lasse 
" mener par ses secretaires Castelli et Salvadori, qui sont vendus aux fermiers et 
" dont le demier a une irès mauvaise réputation de cote de l'inlérét ". Cfr. AR- 
NETH, X. p. 776-77. 



— 336 — 

mezzi dipendono in parte dal Governo e in parte dal Tribu- 
nale di Provvisione ; onde la Camera di Commercio sarebbe 
stata risponsabile dei fatti non proprii, In secondo luogo, io 
non voleva accollarmi la macchia, che, per acquistare una 
personale autorità, avessi tolto alla mia patria quel poco di 
libertà e di privilegio, che ha sempre conservato sotto i prin- 
cipi finora. 

Due motivi hanno le animi nobili per travagliare negli 
impieghi, diceva io a Sperges : 1* uno di guadagnarsi la pro- 
tezione del principe, sormontar le cabale, esser autore del 
bene e acquistargli onori : l'altro di guadagnarsi colle buone 
e oneste azioni la stima generale del paese. Loro signori mi 
hanno insegnato che sarebbe una chimera d'aspettarmi la prima 
mercede, sarei il più stolido degli uomini se volessi sacrificare 
l'amore e la buona opinione della mia patria. Potrebbero of- 
frirmi il Toson d'oro, io lo rifiuterei con egual costanza. M'è 
più cara la buona opinione del mio paese, che amo, di qua- 
lunque onore mi si voglia dare per far male alla patria. Questi 
sono i precisi termini, coi quali ho sempre risposto a quei si- 
gnori e dal Piano sulla Camera di Commercio, che Pecci aveva 
fatto, perchè aveva ricusato di farlo io, in conferenza s'è do- 
vuto cancellare tutta la sopraintendenza, che mi dava al Tri- 
bunal civico, perchè altamente protestai che con quelle condi- 
zioni non avrei accettato di essere presidente. Credi tu che 
Molinari vi ha nuovamente inserito tutto quello, che si era 
cancellato quando s' innoltrò il Piano all'approvazione del So- 
vrano ? Credi tu che, per sorprendere e coprire la nuova crea- 
zione di varii consiglieri, Molinari osò, nel rapporto che poi 
Kaunitz firmò a Sua Maestà, di asserire che quest' aggravio 
alla Camera veniva compensato colla cessazione di tante 
Giunte, le quali, come sai, non costano spesa all' Erario ? 
Credi tu, finalmente, che quando 1' Imperatore suggerì alla 
madre che, per modificare i rigori fiscali, sarebbe stata una 
legge degna di sua clemenza quella di ordinare che il Fisco 
non vincesse una causa mai se non quando avesse due terzi 
dei voti? Credi tu che venisse combattuta questa proposizione, 
asserendo che il Fisco perdeva sempre le sue cause contro 
i privati e portando in esempio le tre decisioni fatte dalla 



— 337 --• 

Giunta Fiscale, le quali si asseriva fossero contro del Fisco, 
quando anzi furono tre ingiustizie decise e tre violenze contro 
dei privati con usurpazione del Fisco ? Io non ti posso dir 
tutto in questa narrazione. Bisognerebbe che fossimo una set- 
timana assieme e che tu mi potessi interrogare ; ma da ciò 
potrai conoscere quanto fosse necessario che l' Imperatore sa- 
pesse i veri fatti e con quanta impudenza si inganni la So- 
vrana con fatti imaginati. 

XXIII. — Io allora, dopo scoppiata la mina, vidi maggior 
riserva con me nel Dipartimento e insensibilmente incominciai 
ad andarvi più di rado, Sperges aveva tutt' i torti in faccia 
mia ; mi aveva sedotto, stimolato, animato a promuover il 
bene. Affidato al di lui appoggio, aveva affrontato l'inimicizia 
dei partigiani del disordine. Questi prevalevano ed ei mi la- 
sciava la vittima e ciò colla maggior tranquillità. Cristiani, che 
non parlava che di virtù, d'ingenuità, di beneficenza verso il 
pubblico, che declamava contro la politica erronea di considerar 
gì' interessi del Sovrano diversi da quei dello Stato e che 
asseriva niente al fine poter essere utile giammai quando si 
scosti dalla giustizia, si piegò a sostenere l'opinione di appren- 
dere le Regalie di slancio, di organizzare una amministrazione 
di Finanze senza autorità; insomma, piegò a' tempi il Ministro 
come un vero camaleonte. 

XXIV. — Passati i primi giorni dopo il colpo, si seppe 
che l'Imperatore partiva per l'Ungheria per due settimane. Co- 
minciavano a alzar il capo i partigiani ; i nemici del paese 
progettarono delle modificazioni e a forza di ricamare sul 
Piano semplice dell'Imperatore tornarono a far rivivere buona 
parte delle loro idee ; e, fra le altre, quelle dei tre consultori 
del Governo. Si presentò all' Imperatrice la proposizione per 
destinare i soggetti alle cariche e sebbene vi fossero nominati 
Pecci, Cristiani, io, Lottinger, tutti soggetti noti all'Imperatrice, 
ella, invece di scrivervi sotto il Placet, vi scrisse le precise 
seguenti parole : n Non conoscendo io veruno de' soggetti qui 
Il nominati, non posso che sapportarmi a quanto il principe e 
n Firmian mi suggeriscono ii. Maniera insolita e che mostra 
eh' ella aveva della considerazione per 1' Imperatore, al quale 

quella distribuzion di cariche non poteva piacere. Infatti, an- 

22 



— 338 — 

tecedentemente per sei o sette giorni, fu cosa dubbia assai se 
Carli restava, e credo e per quanto V Imperatore ha detto a 
Freganeschi e a Rosales sul mio conto e sul conto di Carli, 
e per quanto ho potuto capire da altre parti, che l'Imperatore 
volesse me per presidente del Magistrato invece di esser pre- 
sidente del Conmiercio, e voleva dar al presidente del Magi- 
strato una massima autorità nelle Finanze di agire anche senza 
il concorso di tutto il Corpo. 

XXV. — All'altro rapporto, che si presentò pure all'Im- 
peratrice durante l'assenza di Cesare, rapporto che modificava 
il Piano di Cesare, vi scrisse l'Imperatrice le seguenti parole: 
n Approvo queste modificazioni per un principiante sistema: 
n col tempo si potrà poi semplificare maggiormente n. 

XXVI. — Quando furon dichiarati consiglieri di Stato 
Pecci, Cristiani e non io, alcuni Viennesi medesimi non lo 
volevan credere e riguardarono tutti come una parzialità troppo 
ingiusta il dimenticarmi così. Vi fu il Ministro di Genova, fra 
gli altri, che mi abbordò, sebbene appena io lo conoscessi, e 
mi disse che mi faceva i più sinceri complimenti ; io risposi 
che non v'era motivo alcuno per farli ; n Sì, signore, disse, 
n per lei v'è il motivo più luminoso che per qualunque altro, 
n perchè lei non è consiglier di Stato dopo di aver ben me- 
n ritato più degli altri per aver difeso 1* Erario contro dei 
n Fermieri e la sua patria contro chi l'opprimeva. Si sa che 
n lei è stato quasi sempre solo in voto in quelle belle confe- 
n renze ! Questo è un discorso, diss' egli, che si è tenuto 
n dall'ambasciatore di Spagna appunto quest'oggi in presenza 
II di altri ministri, della prima qualità e tutti hanno reso giu- 
n stizia al di lei merito e virtù n. Egli si è esibito a servirmi 
in ogni occasione. Di simih complimenti ben lusinghieri per 
l'amor proprio, ne ho avuti vari negli ultimi giorni a Vienna. 

XXVII. — Ritorniamo agli affari. L'Imperatore voleva 
che il Senato restasse unito nella forma che è sinora e che 
gli si aggiugnesse un numero di senatori che in una deputa- 
zione separata potessero sbrigare le cause de' contrabbandi 
minori. Durante l'assenza di Cesare, clandestinamente e senza 
proporlo in conferenza, si organizzò di dividere il Senato in 
tre quadriglie : Civile, Criminale e Camerale. Cesare voleva 



— 339 — 

che il magistrato fosse pur o direttore e amministiatore, che 
il presidente fosse come un colonnello del reggimento, il centro 
dell'attività, aiutato dai consiglieri. Si organizzò invece un 
Tribunale, dove il presidente non ha maggiore autorità che in 
altro Tribunale ; amministrazione sopraccaricata di formalità e 
composta di elementi contradditorii, che non possono durare 
così per tre anni al più. 1 grandi attori di questa scena, cioè 
r Imperatrice, mi parve combattuta dal desiderio efficacissimo 
di accontentar Firmian, dalla inquietudine di non disgustare 
l' Imperatore ; per il restante altro non gli parve che premesse 
se non di far la fortuna di Cristiani : il che fa l'elogio del 
suo cuore e della sua gratitudine verso il morto. Cesare, ani- 
matissimo contro la persona di Firmian e di tutti i suoi se- 
guaci, pare che non vedesse volentieri alcuno di quella con- 
ferenza fuori che me. Appassionato per far del bene alla no- 
stra patria, animato contro la tirannia e contro la cabala, dis- 
simulava per non dar gelosia e fece quanto potè per raddrizzar 
le cose. Sperges e Molinari li avrai già bastantemente cono- 
sciuti, uomini d' ingegno limitato tutti due e il secondo di 
nessuna coltura, freddi e tranquilli al bene e al male, poco 
sensibili alle lodi o al biasimo d'una provincia lontana; altra 
scorta non avevano delle loro azioni che modellarsi ai tempi. 
Il principe di Kaunitz riguardava come l'ultimo de' suoi pen- 
sieri questi nostri affari. Firmian, dominato dall'abate Castelli, 
secondato da Lottinger, non vedeva nei Corpi pubblici e nel 
Senato se non i suoi nemici. Egli, che non ama gli affari, 
perciò appunto amava il dispotismo, perchè, deponendo l'au- 
torità ora in mano dell'uno, ora dell'altro, chiunque reclama 
contro gli ordini dati in suo nome, l'obbliga a una inquieta 
applicazione. La coscienza d'esser conosciuto debole lo ren- 
deva feroce ; l' ingordigia e l'orgoglio di questi due oscuri ar- 
ditissimi favoriti avvelenavano il suo cuore e lo spingevano a 
ridurre i nobili all'ultima umiliazione. L'arte, che si usa da 
più anni si è di far credere i Milanesi, quei Milanesi, che 
erano desolati all'occasione che l' Imperatrice ebbe il vaiuolo e 
che, quasi si trattasse della lor madre, s'affollavano ai templi 
e tripudiarono alla di lei guarigione ; quei Milanesi, che die- 
dero tanti contrassegni di gioia e di confidenza all'arrivo del- 



— 340 - 

l'Imperatore, di farli credere, dico, cattivi Austriaci, secreti 
ribelli, refrattari e contraddittori a tutte le risoluzioni emanate 
dalla Corte. Con quest'arte si discreditano le querele dei pub- 
blici e si rende sempre più accetta la persona del ministro, 
quasi avesse il merito di contenere in soggezione un popolo 
conquistato. Il risultato di queste conferenze fu che al signor 
conte di Firmian fu accresciuta una pensione di diecimila fio- 
rini, oltre i soldi che percepiva. A Sperges venne la piccola 
croce di Santo Stefano e un titolo di barone. A Molinari un 
accrescimento di soldo. E, se è lecito l' indovinare, io credo 
che si siano uniti e che l'uno perorasse per l'altro appresso 
la Sovrana. 

XXVIII. — Concluderò questa lunga relazione col dirti 
che io son tranquillo. Se Cesare acquisterà di più credito, 
probabimente sarò rilevato. Frattanto sono un elemento d'un 
sistema mal imaginato che deve esser riformato immancabil- 
mente fra due o tre anni. Questa è la seconda volta che vedo 
una riforma mal fatta in una materia, che intendo e in cui pure 
son stato ascoltato. Io dissi a quei signori di Vienna: Perchè 
mi avete fatto venire ? Per il ben della cosa ? No, poiché 
voi valutate quel che vi dico. Per ben mio ? Vi lascio ima- 
ginare se dopo quel che mi è accaduto io lo posso credere. 
A buon conto prima di partire ho voluto dire a Cesare tutto 
quel che penso, i difetti del nuovo sistema e i motivi per i 
quali io credo che non potrà riuscire, ii Quando mai Vostra 
n Maestà vedesse che gl'interessi dell'Erario andasser male o 
n che il pubblico si lamentasse, prego Vostra Maestà a ricor- 
n darsi che non sarà per colpa mia, poiché non potrò influirvi, 
n come farò con tutto il cuore, ma nel subalterno dettaglio, 
n che mi viene assegnato ti. 

XXIX. — Molinari e singolarmente Sperges hanno fatto 
di tutto per farmi partire contento di essi facendomi continue 
apologie sullo sventato progetto di farmi presidente del Com- 
mercio e attribuendo all' imperatore tutto il male della rivolu- 
zione. Sperges, l'ultimo giorno, mi perseguitò per visitarmi ; 
venne persino a trovarmi dov'era a pranzo, baciarmi, ecc. 
Pareva che avesse rimorso. Dopo eh' io sono ritornato a Mi- 
lano Lambertenghi mi saluta da parte di Sperges e mi sti- 



— 341 - 

mola a far un Piano per una nuova Tariffa, a mandarlo a 
Vienna, che si farà vedere alle Loro Maestà e mi faranno 
in questa occasione vice-presidente con mille lire di più di 
soldo. Io rispondo che non ho ricevuta veruna commissione 
dal Governo di lavorar la Tariffa ; che mi trovo contentissimo 
della buona opinione, che hanno di me i miei paesani. 

Disingannato dalle chimere, che mi han tormentato negli 
anni scorsi, io desidero di menar la vita nella oscurità mini- 
steriale. Era ambizioso per meritarmi la stima de' miei citta- 
dini, trovo in quest'epoca d'esser felice a segno di possederla; 
perchè sarei più ambizioso ? Ho lavorato un mese per il pub- 
blico, ho fatto un libro, ho avuta tanta fortuna che i due 
critici miei si nascondono artificiosamente nelle tenebre. Ho 
lavorato otto anni bilanci, piani, consulti, progetti, tabelle, 
elenchi : cosa ne è accaduto ? Sono il collega di Mellerio. 
In qual delle due classi mi consigliate di lavorare ? Nell'una 
per dovere, nell'altra per genio. Non mancherò al primo 
giammai, ma non ne sopraccaricate il peso. Lasciate che gli 
affari pubblici si facciano da chi ne ha più voglia di me. 
Mille lire non tentano la mia avarizia. Un titolo di vice- 
presidente nulla aggiugne alla mia felicità. Dopo una penosa 
fatica di qualche mese io farei uno scritto sul modo di rifar 
la Tariffa. Qual frutto ne ritrarrei ? Sarebbero combattute tutte 
le mie massime ad una ad una. Voi altri non osereste pren- 
dere un partito. Disapprovato dagli altri ministri, io resterei 
col dispiacere della proposta senza aver prodotto nulla di bene. 
Lasciatemi vivere alla virtù, agli studii, agli amici, lontano 
dalle brighe, dai raggiri e dalla invidia. Farò il mio dovere 
da uomo virtuoso. Difendetemi dalla calunnia quando i suoi 
latrati mi si facessero nuovamente sentire, del restante lascia- 
temi tranquillo. Questi sono i sentimenti, coi quali ho risposto 
ultimamente e sono quei sentimenti che ho nel cuore. 

XXX. — Firmian in questa rivoluzione e colla venuta 
dell'Arciduca ha perso molto del suo dispotismo. E vero che 
per prima istruzione data all'Arciduca si è quella che debba 
in tutte le cose regolarsi col parere del plenipotenziario. Ma 
questo giovane principe vuol informarsi di tutto ; ascolta tutti ; 
obbliga Firmian a fargli i rapporti di tutto ; vuol veder le let- 



- 342 — 

tere, che vengono da Vienna e che si mandano a Vienna. Tu 
vedi che ha un forte legame ; e i tre Consultori sono un vin- 
colo limitativo della sua autorità, di cui sempre più se ne dovrà 
accorgere andando avanti. Non credo che l'Arciduca lo ami 
e credo che Cristiani ed io siam quelli che l'Arciduca veda 
più volontieri fra le persone incaricate degli affari. Ora ho 
vuotato il sacco. Neil' interrogarmi di qualche curiosità abbi 
giudizio per la via della posta. Qui si sa e si dice pubbli- 
camente eh' io sono stato il solo sostegno del paese e che ho 
avuto il coraggio di ricusare e rango e soldi piuttosto che 
tradire la patria. Vedi che sono amato e stimato. Cristiani ha 
fatto nascere una diffidenza nel suo carattere. Pecci passa per 
uomo, che non pensa che alla sua fortuna. Lottinger è annien- 
tato e probabilmente non avrà più parte negli affari di Go- 
verno. Io, a dispetto di tutti, sono nella Finanza, da dove si 
voleva escludermi. Non ho il rango, che avrei meritato, ma 
pure vi sono. Finisco finalmente e ti do un caro addio. 



XXI Lettere 

DI Pietro Verri al padre suo conte Gabriele 

DA Vienna 

(5 MAGGIO - 29 AGOSTO 1771). 



— 345 — 

I (0. 

Carissimo Sig/ Padre, 

Io non credeva d'aver tempo per darle mie nuove in 
viaggio, ma ne ho tutto il comodo. L'assale di dietro (2) mi 
si è rotto verso Desenzano, dove malamente si è accomodato 
e s'è dovuto rifare a Ala. Questo mi ha cagionato la perdita 
di diciotto ore circa di tempo, parte per il tempo adoperato 
da due artigiani, parte per la lentezza colla quale abbiamo 
dovuto andare, poiché si scoprì questa rottura. Questo tempo 
perduto fa che sono raggiunto dal corriere Cattaneo qui in 
Bolzano, nel momento in cui stava per ripartire e così per 
convenienza debbo lasciare di proseguire il viaggio, affine che 
S. E. abbia i cavalli che in questa posta non sono molti (3). 
L* E. S. pranza qui ; poi anderà a cenare e dormire a Brixen, 
tosto che saranno ritornati i cavalli ; poi prenderemo la strada 
d' Insprug per sottrarci agli altri convogli, che vengono in se- 
guito e per non viaggiare sempre con cavalli già stanchi. 
Quel falegname, che ha accomodata la carozza, cambia tutto 
il disegno di questo viaggio ; e sarebbe stata una reale eco- 
nomia il pagare una dozzina di zecchini di più e mettersi 
nelle mani del Corbella. Ma nessuno può prevedere l'avve- 
nire. Le vicende di questa carrozza non ci hanno fatto alcun 

(1) Tutte queste lettere recano sempre quest'indirizzo: " Monsieur, Mon- 
" sieur le Comte Verri, Senateur et Regent dans le Senat de Milan ". 

(2) Milanesismo. L" " assale di dietro " è la sala del carro. Cfr. CHERU- 
BINI, Diz. mil.-ilal., voi. 1, p. 44, sotto assaa e voi. II, p. 356 sotto legn. 

(3) S. E. il conte di Firmian. Era corsa la voce che il conte di Firmian 
dovesse venir impiegato a Vienna in qualche primario ufficio, mentre il conte di 
Berghen gli sarebbe stato sostituito come plenipotenziario imperiale. Quest'ultimo, 
s'affermava pure, sarebbe stato anche dichiarato Maggiordomo del R. Arciduca 
Ferdinando e la contessa, di lui moglie, Maggiordoma dell'Arciduchessa sposa, 
atteso che la principeisa Melzi, che copriva attualmente questa carxa, ne sarebbe 
dimessa. Tale voce però non ebbe conferma. Si disse pure che all'ufficio di 
Maggiordomo sarebbe stato elevato il conte Ernesto di Kaunitz, ma venne in- 
vece prescelto il conte di Kevenhiiller, ministro cesareo a Torino. Cfr. L/iario 
Ordin., n. 8260, pp. 23-24 e n. 6277, pp. 23-24. 



— 346 — 

male fisico, ma e' inquietano. Giungeremo a Vienna con mag- 
gior comodo e invece del giorno 8 ora mi accontenterei di 
esservi il giorno 20. Carlo va bene; vorressimo entrambi aver 
nuove di Lei, della sua salute e di tutto ciò che, lo riguarda, 
perchè realmente ci preme; e realmente qualunque cosa possa 
contribuire alla tranquillità e alla contentezza di Lei io lo farò 
volontieri, perchè rispetto in Lei il carattere paterno, lo onoro 
come uomo per il suo merito personale e l'amo per il bene, 
che mi ha fatto. Non le scrivo che i nudi e semplici senti- 
menti che trovo nel mio cuore ; e chiunque mai cercasse di 
darle un'opinione contraria (se per disgrazia vi fosse), sarebbe 
uno che le suggerirebbe un errore e certamente non sarebbe 
uomo virtuoso, ne degno di fede. Posso assicurarlo che i sen- 
timenti di Carlo sono eguali e nel rispetto e nell'affetto per 
Lei; così pure per la Sig." Madre. A Vienna riceverò, spero, 
sue nuove e ne sono impaziente ; così lo è Carlo. Dio ci as- 
sista nel restante del viaggio. Faccio i miei doveri colla 
S." Madre, Sig." Zio e a Lei, carissimo Sig.' Padre, ba- 
ciando la mano, chiedo la Santa Benedizione. 



Bolzano, 5 maggio 1771 



aff."° ubb."" obbl."° figlio 

Pietro. 



IL 

Car.""" Sig/ Padre, 

Privo in quest'Ordinario delle loro nuove, che spero e de- 
sidero ottime. Le darò avviso anche a nome di Carlo, che Le 
bacia la mano, del nostro felice arrivo la sera del 13. Sono 
contentissimo dell'accoglienza fattami nel Dipartimento e dal 
S.' Principe di Kaunitz, al quale ho significato quanto m' im- 
pone e mi ha chiesto nuove di Lei. Oggi fui da S. M. l'im- 
peratore e dal nostro Arciduca. Si aspetterà l'arrivo anche di 
Cristiani per incominciare le sessioni. 11 Sen. Pecci è giunto 



— 347 — 

ieri e così pure Lottinger e Castelli ('). Carlo è stato presen- 
tato al Dipartimento e al Principe e siamo contenti della 
bontà dell'accoglienza. Oggi abbiamo pranzato da Mons/ 
Nunzio, assai amabile veramente ^2). Spero che otterrò la pace, 
che desidero al mio ritorno e che tutto si metterà in sistema, 
prima che si sciolga questa unione. Faccio di fretta i miei 
rispetti e di Carlo alla S." Madre e S.' Zio e Le chiedo la 
Santa Benedizione. 

PS. — Il Sig. Cons. Sperges, Giusti, Balbi, Sore- 
sina (3), ecc., Le fanno i loro complimenti. 



Vienna, 16 maggio 1771, 



Dev.'"" Obbl.'"" Ubb."»" figlio 

Pietro. 



ili. 

Car.'"° Sig/ Padre, 

La mia dell'ordinario scorso Le giungerà unitamente a 
questa per averla io mandata allora troppo tardi alla posta. 
Sono senza loro nuove anche in quest'ordinario ; non voglio 
però mancare almeno di dirle che ne provo dispiacere e così 
Carlo. Spero che la loro salute sia buona. Oggi è giunto il 
Cons. Cristiani e il Conte Sormani (4) ; della carovana ora non 
resta addietro che il Vicario (5j e Freganeschi. 

Ho avuta udienza clementissima da S. M. la Padrona, 
alla quale ho fatte le parti sue, ringraziando per l'augusto 

(1) Il R. Ducal Segretario di tal nome. 

(2) 11 Nunzio pontificio era mons. Visconti, il quale più tardi ripetè l' in- 
vito al conte di Firmian ed ai cavalieri milanesi. Cfr. Diario Ord., n. 8285, p. 23. 

(3) Don Gaetano Balbi era 1' Ufficiai Maggiore della Cancelleria del Su- 
premo Dipartimento Aulico di Vienna per la Lombardia Austriaca. 11 signor Gio- 
vanni De Soresina era uno dei quattro agenti del Dipartimento. 

(4) Il conte Alessandro Sormani nominato Ciambellano nell'ottobre 1771. 
Cfr. Nuove, n. 41, p. 347. 

(5) Cioè Rosales. 



— 348 — 

dono *'). Ella mi ha risposto che aveva molto faticato e l'aveva 
ben meritato. Presto comincieranno de' congressi per sistemare 
le cose nostre. S. M. l' Imperatore mi ha trattenuto una buona 
mezz'ora. Sono contento della opinione che vedo, ma l'avve- 
nire è incertissimo. Carlo ha baciata la mano all'Aug.""" Fa- 
miglia e vien sempre meco e dal principe Colloredo (2) e dal 
principe di Kaunitz, principessa Esterhazi^^^)^ conte Harrach ('*), 
che mi ha chiesto conto di Lei e dovunque. 

Faccio i miei rispetti alla S." Madre e Sig.' Zio e uni- 
tamente a Carlo aspettiamo la paterna benedizione. 

Vienna, 20 maggio 1771, 

PS. — In questo punto ricevo la carissima sua del 10 
e appena ho tempo di accusarla e ringraziarlo per il piacere 
che mi ha fatto. E con S. M. e con S. A. e col Sig. Cons. 
di Sperges ho preventivamente fatte le parti sue, come doveva 

Ubb."^^ Obbl.""" Aff."^° figlio 

Pietro. 



IV. 

Carissimo Sig/ Padre, 

Accolga due righe di fretta. Fervei opus; si fanno con- 
gressi e sessioni. Il signor conte di Firmian è il presidente e si 

(1) L'anello mandato al conte Gabriele Verri. Cfr. Cari., lett. CXXIV 
di questo voi. 

(2) Il principe Rodolfo di Colloredo, vice-cancelliere dell' Impero, marito 
di Maria Gabriella di Starhemberg, che Io rese padre di assai numerosa prole. 

(3) Marianna Giuseppa Cristina del marchese Ferdinando Lunati Visconti 
e di Carlotta di Borbone, figlia naturale, non dichiarata, di Filippo d'Orléans. 
Era vedova del Feld-maresciallo principe Paolo Esterhàzy. Cfr. Arch. stor. lomb., 
1915. p. 531, n. 2, e Briefe. voi. Il, p. 309. 

(4) Il conte Ferdinando Bonaventura di Harrach, marito della contessa Rosa 
(1721-1785), che a Milano dal 1747 al 1750, durante il governatorato del con- 
sorte, ebbe posto assai ragguardevole. Anche a Vienna la casa di Harrach era 
il centro della migliore società. Cfr. Briefe, IV, p. 1 58 e CUSANl, Storia di 
Milarìo, voi. III, p. 206. 



— 349 — 

fanno in sua casa. Mi spiace che nel paese si parli con con- 
forto dell'accoglienza, che ricevo: melius esse quam videri; 
e poi si contrae col pubblico l' impegno di far passi grandi ; 
il che io non mi aspetto. Convenienza e pace : questi sono i 
due beni, che cercherò per l'avvenire e non più. Qui nelle 
conferenze vi è tutta la tranquillità e decenza. Carlo Le bacia 
la mano. Io faccio i miei doveri con la Sig. Madre e S/ Zio 
e resto aspettando la Santa Benedizione. 



Vienna, 6 giugno 1771. 



Aff.'"^ Obb.'"^ Ubb."'" figlio 

Pietro. 



V. 

Car.'"" Sig/ 'Vadre, 

E troppa la cabala per potere sperare che siano posti 
nell'amministrazione de' soggetti quali li vorrei. La tranquillità, 
la reputazione, la sanità mia sarebbero bersagliate come prima, 
quand'anche venissi dichiarato capo. Io ho lavorato a for- 
marne il Piano : ora desidero che questa incombenza sia di 
chi si vuole. Mi procuro pace e tranquillità con una onorata 
uscita. Spero di essere presidente di una Camera di Com- 
mercio, che si pensa di staccare dal Consiglio. La Tour, Bec- 
caria, Rogendorf e Giusti sarebbero i consiglieri. Spero un 
accrescimento di soldo. Pare che così si ottenga la quiete 
d'animo e la convenienza ('). 

Carlo mi ha usata l'amicizia di scrivere, dettandogli io. 
Desidero di sapere cosa pensa il mio amatissimo signor Padre 
di questa idea e desidero ch'Ella resti riservatissimo frattanto. 
Sto benissimo, sono contento della bontà, che ritrovo in questi 
signori. II ritorno è tuttavia incerta cosa il vaticinarlo : tutto è 

(1) Tutta questa prima parte della lettera, di mano di Carlo Verri, è in 
cifra ad eccezione di poche parole. 



— 350 — 

in moto : si lavora mattina e giorno. Questa è scritta il giorno 
16 giugno; non è di posta, ma profitto del poco tempo. Mi 
dica il suo parere, perchè nessun altro valuto tanto quanto il 
suo e questa è pura verità. Se le idee di Lei si uniformano 
alle mie, sarò contento. 

I miei rispetti alla Sig. Madre ; Le chiedo la Santa Be- 
nedizione. 

A 1 7 giugno ( I ). 



Ho notizia del paragrafo, che risguarda il nuovo libro 
sulla Economia Politica inserito nella Gazzetta di Firenze. Se 
lo procuri dal P. Frisi e vedrà che l'autore non ha motivo di 
dolersi, ma piuttosto di essere di buon umore. Beccaria non 
v'entra. L'autore ha voluto ascoltare il giudizio imparziale 
degli uomini ed ha custodito il maggior mistero. Lo spaccio, 
che ne ha avuta l'edizione omai esaurita ; la ristampa, che è 
già sotto i torchi di Napoli sembrano decidere della fretta di 
quest'opuscolo, del quale, se vi è cognazione letteraria, io 
ne sono il padre e Lei l'avo. Ma non conviene per ora parlarne. 
Ricevo la cariss. sua dell'S corrente. La ringrazio delle 
nuove interessanti che mi dà. Creda pure che tutte le volte 
che non posso io, Carlo scrive ; e se nei scorsi ordinari è 
passato senza lettere, ciò è un giuoco della posta, che ne ha 
rappresagliate due altre mie alla sig. contessa Isimbardi. Non 
dubiti che uno di noi due scrive e scriverà sempre ogni or- 
dinario. Ieri sono stato a Luxenburg (2) e S. A. R. l'Arci- 
duca in pubblico ha avuto la clemenza di trattenersi meco per 
un buon quarto d'ora sugli affari correnti, ch'ei conosce in 
guisa da far stupore (3). 

(1) Quest'aggiunta si legge sul tergo della prima facciata, preceduta dall'av- 
vertenza : " Volti di grazia ". 

(2) Castello imperiale con parco nella Bassa Austria a 12 Kil. da Baden 
sul Schwechat affluente destro del Danubio. 

(3) E Ferdinando, c'ie stava per scendere in Lombjirdia. 



351 — 



VI. 

Carissimo Sig/ Padre, 

Sono colla carissima sua del 1 8 corrente. Aspetto ansio- 
samente il tempo del riscontro alla mia lunga cifra; desidero 
che Ella pensi come faccio io. Grandi sono gli oggetti, che si 
trattano e che restano da spianarsi; per il Senato (0 non vi 
sarà mutazione alcuna, probabilmente ; si era pensato di ag- 
giungervi il Magistrato (2), come un'aula separata, destinata 
nelle cose camerali a giudicarne (3) ; ma questo progetto sul 
giorno d'oggi pare escluso. Allora doveva Crivelli presie- 
dervi (4). Realmente non si può prevedere cosa ne sia per 
nascere ; molto si dibatte nelle conferenze, alle quali sono 
anch'io sempre invitato. Adoperiamo i calamai d'argento del 
Supremo Consejo d' Espana, che debbono esserle conosciuti. 

Già m'era nota la accusa fattami intorno le passate am- 
ministrazioni ; non solo le ho sapute per lettera da costì, 
ma per documenti anche più inconcussi. Ho scritto in un fo- 
glio di carta i fatti dai quali risulta che le Regalie di Lodi 
hanno fruttato il 28 per 100 in mia mano sopra il canone, 
che pagavano gl'impresari. Di più, hanno anche fruttato in mia 
mano più di quello, che effettivamente percepiva l'impresaro. 
E un bene che mi siano fatte simili accuse; ma sempre più 
queste cabale mi allontanano dal pensiero di seguitare in una 
carriera, dove si deve sempre adoperar la penna per apo- 
logie simili. 

Si aspetta la nomina di un ambasciatore a Madrid e d'un 
ministro a Torino, in luogo dei conti Colloredo e Kevenhiiller. 
La sig. contessa Vasquez (5) è grande-maiiresse in luogo della 
defunta principessa di Paar. 

(1) In cifra la parola Senato. 

(2) La parola Mag. in cu^ra. 

(3) Le parole cam. - gludic. in cifra. 

(4) Le parole Criv. - pres. in cifra. 

(5) La contessa Marianna Vasquez nata contessa Kokorzowa, Maggiordoma 
dell'imperatrice Maria Teresa, che l'aveva carissima. Cfr. Briefe, 1, 162, 28 ot" 

obre 1772 e II, p. 355. 



— 352 — 

Non s'è ancora deciso nulla del destino di alcun subal- 
terno della Amministrazione, ma credo che il D/ Negri vi 
resterà forse come agente fiscale per gli atti delle cause ; na- 
turalmente nessuno resterà in piazza, ma si cercherà di acco- 
modare ognuno e dargli pane. 

Non sarebbe impossibile che Luigi Trotti fosse fatto con- 
sigliere della Camera di Commercio e Polizia Pubblica, dove 
io sarei presidente ('). Ma, come dico, niente sin ora vi è di 
positivo. Mi conservi la sua grazia e benevolenza. Bacio la 
mano alla Sig."^^ Madre; i miei rispetti al S.' Zio, e resto 
aspettando che mi dia di cuore la Santa Benedizione. 

Vienna, 27 giugno 1771. 

Ritrovandomi prevenuto da mio fratello con la presente, 
aggiungo semplicemente due righe per ringraziarla della caris- 
sima sua scrittami il dì 18 del corrente, con la quale ho il pia- 
cere di ricevere ottime nuove della sua salute e di tutta la 
casa. La prego dei miei rispetti alla Sj^ Madre ed al Sig.^ Zio 
e della continuazione del suo affetto paterno. Le bacio umil- 
mente la mano e pregandola della Sua Benedizione sono con 
figliale rispetto 

Aff.^ Obbl.-"" Ubb.™° figlio 

Carlo 
Aff.""" Obbl."^° Ubb.-^^ figlio 

Pietro. 



VII. 

Carissimo Sig.' Padre, 

Scrivo prima che giunga la posta. Forse non avremo let- 
tere che tardi, la stagione fredda dei giorni passati avrà por- 
tato neve e ritardo alle lettere. Anche ieri a Luxemburg l'Ar- 
ciduca ha avuto la clemenza di voler discorrermi degli affari, 
che si trattano. Stiamo facendo piani e preparazioni ; non pos- 

(I) In cifra le parole Non - Presidznle. 



— 353 — 

siamo prevedere cosa sia per risultarne. In una sì fausta epoca 
v'è ragione di aspettarsi che la Provincia sia per essere con- 
solata in ogni parte ; il fine, per cui si deve travagliare, si è 
questo e Dio lo secondi. Sistemare le giurisdizioni de' Tri- 
bunali, fissare l'attività de' diversi Dipartimenti, organizzare 
una Amministrazione, cauta e non inviluppata, libera e non 
dispotica, una Camera de' Conti, che concentri ogni azienda, 
senza amministrarla ; questi sono alcuni de' problemi non facili, 
de' quali si tratta la soluzione. Io lavoro e desidero bene al 
paese e pacatezza alla mia vita. Carlo sta bene e Le bacia la 
mano. Io faccio i miei doveri colla Sig." Madre e Sig."^ Zio. 
Saluti le sorelle e chiedo a Lei la Santa Benedizione. 

Vienna, 24 giugno, 1771. 

Aff.°^° Obbl.™° Ubb.'"° figlio 

Pietro. 



Vili. 
Carissimo Sig/ Padre, 

Privo in quest'ordinario di Loro nuove, le confermo quelle 
della nostra buona salute. Si seguita a lavorare negli affari. 
Ho veduto quanto la Camera de' Conti rileva intorno la mia 
passata Amministrazione e mi spiace che abbia preso tanti 
equivoci, poiché, oltre che l'utilità dell'amministrazione, se- 
condo ogni buona aritmetica, deve misurarsi dal termine del 
canone, che si pagava dagli impresali, si dà l'azzardo altresì 
che, anche prendendo il totale prodotto fisico del fondo, egli 
ha reso più in mia mano che agli stessi impresari. Questo si 
vedrà e spero si dovrà nuovamente esaminare costì. Non credo 
che sia venuta a Vienna la consulta, che m'accenna fattasi 
dal Magistrato sul punto de' sali. Bacio la mano alla Sig. Ma- 
dre ; faccio i miei rispetti al Sig."^ Zio, e Le chiedo la Santa 
Benedizione. 

Vienna, 3 luglio 1771. 

Aff.'"° Obbl."^" Ubb.'"-^ figlio 

Pietro. 
23 



— 354 — 

IX. 

Carissimo Sig/ Padre, 

Ho molto piacere di averla trovato del mio parere intomo 
il cqnsaputo affare. Faccio una vita, che non potrebbe durare 
stabilmente. Tante officiosità, tanto tempo di sessioni, mattina, 
dopo pranzo e sera, tanto mangiare, che si fa alle tavole, son 
troppe cose unite ; lavorano troppo in una sola volta, cervello, 
stomaco e schiena. Spero che si vedrà quanto prima il lido 
e che si innoltrerà alla sovrana decisione parte di quello, che 
sin ora si è progettato nelle sessioni. Non dimenticherò certa- 
mente quello, che risguarda Lei. Credo che a noi si paghe- 
ranno le spese forzose de' viaggi. 

E stato sparso costì che io non abbia avuta sessione nelle 
conferenze tenutesi ; questo non è. Anzi vi sono regolarmente 
intervenuto sempre. La Camera de' Conti ha presi dei grossi 
abbagli sul mio proposito e sto chiarendoli, spero, ad evidenza. 

Sin ora non ho lettere di quest'ordinario. I miei rispetti 
alla Sig."^* Madre e Sig."" Zio. Se il Cavaliere è giunto, lo 
abbraccio. Aspetto da Lei la Santa Benedizione. 

Vienna, 8 luglio 1771, 

Obbl.'"" Aff.""" Ubb.*"" figlio 

Pietro. 

7^5. — Non vi sono lettere per me. La posta fa sco- 
pertamente il suo giuoco. Carlo Le fa i suoi doveri. 



X. 

Carissimo Sig/ T^adre, 

Sono colla carissima sua del 9. Siamo a buon termine 
de' nostri lavori: i piani e le istruzioni de' diversi dicasteri 
sono quasi perfezionati ; e, se il sovrano beneplacito si unisce 



— 355 — 

ai nostri suggerimenti, io mi lusingo che verso la fine di agosto 
saremo in marcia. 

Non credo che la flotta Russa oserà entrare ne* Darda- 
nelli ; la fortuita mancanza di un vento la esporrebbe ad essere 
calata a fondo dalle batterie de' due lidi troppo vicini e ine- 
vitabiU. Un simil colpo ardito potrebbe tentarsi con legni a 
remi; ma con bastimenti non mi pare possibile. Qui abbiamo 
due senatori ragusei, uomini di merito, spediti dalla patria 
loro a regalare alla Padrona una mano di santo Stefano, re 
d' Ungheria, e implorare la mediazione della medesima, affine 
di stornare il fulmine della Moscovia. Orlow minaccia l'eccidio 
ai Ragusi, se non pagano duecentomila zecchini in pena d'aver 
trovata una nave ragusea, che portava artiglieria ai Turchi. 
Essi si scusano non solamente sull'antica dipendenza, che 
hanno colla Porta, quanto sulla forza, da cui fu quella nave 
costretta a prendere il carico. Conosco i senatori; mi fa com- 
passione il loro stato ; sono uomini colti e onesti e temono 
per le mogli, figli, beni e patria, le quali, forse, a quest'ora, 
sono cose dissipate e in malora. Significherò a Somaglia quanto 
m' impone intorno al Sig. Grazioli. Mi consola la buona opi- 
nione del mio paese, che ho amato sempre e al quale fortu- 
natamente ho potuto non essere inutile in questa occasione. 
Stia sicuro che non ho confidato ad altri il secreto, che ho 
manifestato a Lei; pure non mi fa maraviglia se sia traspirato 
costì, poiché non io solo ne sono il depositario. Non dubiti 
che il fine sarà quale l'ho preveduto; almeno questo è tan- 
tissimo quanto la prudenza umana può assicurare le cose da 
farsi. Sarò presidente della Camera di Commercio e Polizia 
Pubblica e saranno consiglieri Luigi Trotti, Roberto Orri- 
goniC), Patellani(2), Giusti; forse ancora Beccaria e La Tour (3). 
L'ottimo non si può sempre avere, ma anche così mi pare che 
sarebbe decente. Moneta, annona (4) e simili saranno gli or- 

(Ij Don Roberto Orrigoni, marchese di Elio e di Vedano, figlio del mar- 
chese don Gio. Pietro GCC. e di Eleonora dei conti di Castelbarco, fu dei 
Probiviri nel 1755. Mori nel 1800. Con lui si estinse il suo ramo. 

(2) Conte don Carlo Patcllani marito di donna Isabella Borri. 

(3) Le parole sarò - La Tour in cifra. 

(4) Le parole moneta - annona in cifra. 



— 356 — 

nati di questo quadro. Poca utilità pubblica seducente, ma ono- 
rata e decente uscita dai guai ('), questo è l'oggetto. Tanto 
più che nel sistema imaginato l'Amministrazione (2) sarà som- 
mamente servile e legata (3). 

Dia da mia parte la nuova al Sig.'^ Verga i'^) che la let- 
tera latina ha fatto ottimo effetto, che si ha buonissima opi- 
nione di lui e che non può mancargli una consolazione. 

Se Carlo avesse pensato a concorrere al canonicato della 
Scala, probabilmente l'avrebbe ottenuto ed io non ne dubito; 
ma la sua inclinazione non lo porta alla vita corale ed è me- 
glio non impegnarsi, quando non si è disposto agli uffici propri 
dello stato. Que* signori canonici hanno perduto de' beni es- 
senziali per un imaginario decoro d'un nastro. Oh quantum 
est in rebus inane! (5). 

Dalla premura, che ho di comunicarle le cose e i pen- 
sieri miei giudichi de' veri sentimenti del mio cuore verso di 
Lei e mi giudichi sempre dai fatti propri ed essenziali. Questa 
mia riflessione non la scrivo per altro fine, se non perchè mi 
preme che sia persuaso d'una verità ed è che che io l'amo e 
l'ho sempre amata, che io lo stimo, che mi è carissima la 
confidenza, colla quale si apre meco nelle sue lettere e che 
se Ella tempo fa ha fatto un cattivo contratto col perdere la 
libertà, se ha perduto della ricchezza personale, della tranquil- 
lità coll'avere dei figli, almeno in questi ha de' caratteri buoni. 
Prego Dio che faccia che, se avrò dei figli, abbiano per me 
i sentimenti, che io ho per Lei. Creda che una parte ben cara 
per me, se potrò migliorare la mia condizione, sarà quella 
della compiacenza che ne proverà Lei. Bacio la mano alla 
Sig."^^ Madre, faccio i miei rispetti al S."^ Zio. Abbraccio il 
caro Cavaliere e le chiedo la Santa Benedizione. 

Vienoa, 18 luglio 1771. 

Aff.™° Obbl.'"" Ubb."^° figlio 

Pietro. 

(1) Le parole onor. - guai in cifra. 

(2) La parola l'amm. è in cifra. 

(3) Le parole serv. e leg. in cifra. 

(4) Il nome in cifra, Antonio Verga, giureconsulto milanese presso il Senato. 

(5) Persio. Sat., I. 1. 



357 — 



XI. 
Carissimo Sig/ 'Padre, 

Sono colla carissima sua del 2 corrente. In buona parte 
i suggerimenti, che mi fa sono già adottati. Ma tutte le idee 
sin ora non sono che semplici idee, restandovi la superiore 
determinazione ancora da aversi. 

Qualunque sia il giudizio, che costì si voglia dare, Ro- 
sales serve Milano (0 assai bene ed io ne posso, a quanto ho 
veduto sin ora, giudicare. Si tratta di non perdere (2); e questo 
è il sommo (3). 

Il signor conte di Firmian partirà bensì da Vienna per 
una corsa in Moravia a visitare la sorella, ma la partenza per 
Milano non si sa quando sia per succedere. Io m' immagino 
che verso la fine d'agosto sarà questa marcia e rigurgiteremo 
tutti quanti noi altri verso quel tempo. 

La Giunta Governativa è stata sorpresa dalla relazione 
fatta dalla Camera de* Conti sulle mie amministrazioni. Io pre- 
sento uno scritto dimostrativo, cerco schiarimento dei fatti e 
spero di essere esaudito. 

Mi sono carissime le nuove, che mi dà del mio paese. 
Io Le ripeto lo stesso che lavoro assai assai. Oggi vado a 
pranzo da S. A. il principe di Kaunitz e meco viene Carlo, 
che Le bacia la mano. Faccio i miei rispetti alla Sig."^^ Madre 
e Sig."^ Zio e Le chiedo la Santa Benedizione. 

PS. — Se il Cavaliere è in Milano lo abbraccio di cuore. 

Vienna, Il luglio 1771. 

Aff.»"" Obbl.™° Ubbed.™° figlio 

Pietro. 

(1) Le parole Rosales - Mil. in cifra. 

(2) Le parole non - perà, in cifra. 

(3) Allude alle pratiche del Rosales. 



— 3ót 



XII. 

Carissimo Sig/ '7*adre, 

Anche la carissima sua del 6 mi è una riprova della sua 
bontà per me. Mi rallegro del felice ritorno del Cavaliere 
e mi consolo della perfetta reciproca corrispondenza, colla 
quale si è ultimato questo pellegrinaggio. Mi raccomando 
perchè prontamente sia reintegrato Alessandro, di cui le fi- 
nanze non permettono il fido di qualche tempo. 

Cotesto Galeazzi sento dal P. Frisi che voglia ristampare 
il mio puscolo ; io non posso oppormi all'uso, che egli vuol 
fare di cosa di pubblica ragione ; Frisi si vuole per amicizia 
accollare 1* incomodo della revisione, se fosse stato fattibile 
aspettare il mio ritorno, ne avrei avuto piacere; ma il libraro 
temerà d'essere prevenuto e vorrà vendere frattanto la mani- 
fattura; perciò non dico nulla. Ben è vero ch'io vorrò appro- 
fittare delle critiche ragionevoli che mi si faranno e su di 
esse modellare le addizioni, che vi farò e di queste ne ho 
riserbato il dono al mio onestissimo Sig. Aubert di Livorno, 
che mi ha già prevenuto a tal fine e che lo merita, aven- 
domi egli disinteressatamente stampato la prima edizione con 
così bel carattere e carta e avendomi regalati vari esemplari. 
Di questi ne ho fatto uso opportunatamente presentandone ad 
alcune persone, che significano in Vienna e ultimamente al 
signor conte di Firmian e signor principe di Kaunitz. Sono stati 
accolti questi uffici con somma degnazione, forse ne porterò 
anche ai piedi Augustissimi. Dalla Toscana, da Roma e da 
Napoli ho riscontri assai consolanti di questo libretto. Ho te- 
nuto il giudizio di Milano, ma ho dirette le cose in un modo 
che 1 esistenza non se ne sapesse costì, se non dopo che se 
ne fosse già giudicato altrove. Aspetto con impazienza la no- 
tizia che gli esemplari, che ho spediti agli Enciclopedisti di 
Parigi, sieno recapitati. So che il Sig. Greppi ne ha fatto ve- 



— 359 — 

nire un esemplare per la posta ; naturalmente sarà per una in- 
nocente erudizione e la maniera colla quale ho scritto non 
lascia luogo ad altro uso ('). 

Arconati probabilmente lo vedremo vice presidente del 
Magistrato (2). Con eguale probabilità vedremo capi della am- 
ministrazione Molinari e della Camera de' Conti Lottinger (5). 
Cosa sarà per accadere di Cristiani (4) non saprei. Il Piano 
esposto al 16 passato si va realizzando. Per me sarò presi- 
dente della Camera di Commercio (5). Giorni sono si fece la 
proposizione di Pecci di dividere il Senato in due aule. Io 
mi sono opposto (6). Non era certamente per beneficare Lei (J), 
ma per annientare l'opinione. Al mio ritorno avrò materia per 
divertirlo in molte conversazioni. Tutte le riflessioni, che mi 
scrive intorno ai veri principi della politica le vedo e le trovo 
giustissime. II nostro sistema, e dirò anche il nostro paese, è 
corrotto. Le idee della virtù, l'entusiasmo della beneficenza 
pubblica, ogni principio di nobile eroismo sono cose affatto 
straniere per noi ; ogni uomo si considera come un essere iso- 
lato; pensa a salvare se stesso dalla violenza degli altri uomini 
e a questo principio unico e solo si debbe attribuire il desi- 
derio delle cariche e di fortificarsi col denaro. Un'anima, che 
abbia dell'impeto e della generosità per il bene e che bruci 
d'una nobile ambizione di lasciare di se un nome benemerito 
e delle vestigia onorate, un'anima tale sembra un delirante, 
un febbricitante agli occhi della maggior parte. Questo è il 
sintomo dell'ultimo grado di corruzione d'un popolo, quando 
ricusa la stima alla generosa virtù e curva la schiena alla pie- 
ghevole ipocrisia, che prende in imprestito i sentimenti, che 
possono piacere indifferentemente al vero o falso, all'utile o 
dannoso. In uno stato degradato a tal segno non v'è che un 

( 1 ) Parole ironiche : il Verri prevedeva già l'uso che il Greppi contava 
fare del libro. 

(2) Le parole Arconati - vice - mag. in cifra. 

(3) Le parole capì - Lottinger in cifra. 

(4) In cifra. 

(5) Le parole Ferma - commercio in cifra. 

(6) Le paroie Pecci - opposto in cifra. 

(7) Lei in cifra. 



— 360 — 

dispotismo passeggiero, che possa richiamarlo a sanità. Ci vuole 
una mano più forte della stessa opinione pubblica, da cui ven- 
gono coronati i pochi generosi intrepidi, che sostengono il 
buon partito e scacciati d' intorno i molti o comprati o vinti 
dal partito opposto al vero bene. Quando si ha la massima 
di voler consolare tutti indistintamente e di non dar dispiacere 
a nessuno, si ha un'ottima qualità per la vita privata, ma un 
gran vizio per la direzione delle cose pubbliche. Molto di 
bene giova sperarlo che si farà in quest'epoca e molto ne 
resterà da fare all'Augusto Principe, che farà presente la feli- 
cità nostra. 

Lo prego de' miei rispetti alla Sig.""^ Madre e Sig.'^ Zio. 
Abbraccio il Cavaliere e aspetto da Lei la Santa Benedizione. 



Vienna, 14 luglio 1771. 



Aff.""" Obbl.™" Ubb.""" figlio 

Pietro. 



XIII. 
Carissimo Sig/ ^adre, 

L'agitazione, in cui trovasi Carlo, mi interessa somma- 
mente ed io voglio svelarle ingenuamente tutto quello, che ne 
penso, affine di rimediare, se si può, ai disordini. Da più 
parti egli viene avvertito della guerra, che viene mossa alla 
Brioschi da suo marito ed io stesso ho letta la lettera, in cui 
questo maneggio si attribuisce interamente a Lei, mio carissimo 
Sig.-- Padre (0. 

Io non dirò che la compagnia di quella signora sia la più 
aspettibile per mio fratello. Rifletto però che egli non è mai 
stato il suo galante in apparenza; che egualmente quella com- 
pagnia è frequentata da vari di nascita e d'età, il marchese 

(1) Il marito della Brioschi chiedeva di farla rinchiudere in un monastero. 
Cfr. Ictt. CHI di questo voi. e voi. IV. p. 1 1 . 



— 361 — 

Erba 0), il Cav/ Belgioioso (2), il Cav/ Sommariva 0), il 
Marchese Maino (4), il Senatore Pecci, il Conte Luigi Mar- 
liani (5), ecc.; e che Carlo, mancando di mezzi per vivere 
nel mondo più nobile, è in necessità o di fare decisamente 
il servente d'una dama per avere una carrozza o di trovarsi 
una compagnia di libertà, ove passare il suo tempo. 

Qualunque poi sia il torto o la ragione, per cui egli ha 
amicizia per quella signora, il fatto si è che quest'amicizia 
egli l'ha e ognuno la vede. Dunque qualunque dispiacere, 
che si dica fatto alla Brioschi per opera di Lei, deve com- 
parire in faccia del paese come una ostilità fatta contro il 
figlio. Carlo risente con somma vivacità questa conseguenza ; 
egli si vede esposto a comparire in faccia d'una, che risguarda 
con amicizia, come l'autore bensì della sua desolazione. Carlo 
sente che la figura odiosa, che gli si fa fare, deve mettere in 
guardia ciascuno di non accoglierlo volontieri in casa. Tutte 
queste idee lo occupano in modo, che non posso riuscire a 
calmarlo. 

lo sono persuaso che il colpo non può partire da Lei ; 
ma se è vero che i sentimenti di famiglia siano un bene e 
che il sincero attaccamento del cuore d'un fìgHo non sia da 
avventurarsi leggermente, io credo che il mio carissimo si- 
gnor Padre vorrà fare in modo che si dilegui un sospetto di 
tal natura. L' inquietudine di Carlo è tale ch'egli sinceramente 
mi dice di non aver cuore da rispondere in quest'ordinario 
alla carissima sua del 1 3, che mi ha consegnata. Io a lui na- 
scondo l'apertura, che ora Le faccio ; e unicamente la faccio 
affine di essere, se posso, istromento di concordia e di affetto 
fra persone, che mi sono e debbono essere care. La parte, 
che io vi prendo è affatto disinteressata ; ascolti un suggeri- 



(1) Marchese don Luigi Erba, decurione e gentiluomo di Camera delle 
LL. MM. 

(2) Forse il conte don Antonio Barbiano di Belgiojoso, cav. gerosolimitano, 
marasciallo di S. M. I. R. A. 

(3) Don Giuseppe Sommariva, cav. gerosolimitano e gentiluomo di Camera. 

(4) Marchese don Gaspare del Maino. 

(5) Conte don Luigi Marliani, decurione. 



— 362 - 

mento d'un figlio, che non è mosso da altro che dall'amore 
dell'ordine e del bene; faccia in modo che la Brioschi, ne 
alcuno possano sospettare che Ella abbia parte a quest'intrigo. 
Io farò il possibile, come sin ora ho fatto, per persuaderne 
Carlo ; ma qualche fatto costì può solo appoggiare le mie per- 
suasioni e rendere verisimile il mio parlare. Io non ho trattato 
la Brioschi, credo in lei più vanità e leggerezza, che m.alignità 
o cattivo carattere ; e non saprei mai desiderarle del male ; 
qualunque poi ella fosse, io crederei di dare un aperto di- 
spiacere a Carlo dandone a quella ; e altronde non mi par mai 
bene che nel paese si possa sospettare di una simile dissen- 
sione domestica che uno della famiglia offenda chi vive con 
famigliarità con un altro di essa. Una cosa, che singolarmente 
qualifica la concordia dei fratelli Taverna, si è il vicendevole 
riguardo che hanno per i loro amici (0. Io mi estendo forse 
troppo, ma come è il mio cuore, che mi detta quello che scrivo, 
così non ho riguardo e lo lascio operare da se. Spero che 
valuterà il mio disappassionato sentimento. 

Rispondo ora alla carissima sua del 13, scritta a Carlo. 
Don Auricledo (2) sarà servito per le pelli nere. Non credo 
che siasi inoltrata alla Corte l'impostura, che lo faceva com- 
plice del Promemoria, pubblicato costì, e di cui se ne fa ca- 
rico a Rosales, stia tranquillo su di tal proposito, ne credo 
che alla Corte si sia trovato tanto inopportuno e indecente 
quello scritto, quanto è stato giudicato costì. Non mi fa alcuna 
impressione la seria risposta del Ministro e il suo laconico : 
n So tutto n. Io credo anzi che nessuno costì sappia le cose, 
che si sono trattate. In prova poi ch'egli non sa nulla, si è 
che ne direttamente, ne indirettamente io ho detta o fatta cosa, 
che possa a lui essere di dispiacere. Questa è un'aria mini- 
steriale, presa da uno che realmente è all'oscuro e mal in- 
formato. 

Il Sig.'^ conte di Firmian domani partirà per sei o sette 
giorni in Moravia a visitare la sorella. Pare che il termine 

(1) I figli del conte don Lorenzo Taverna, decurione, e di donna Anna 
Lonati: erano in numero di otto. ^ 

(2) Don Auricledo Vimercati GCC. era il cognato di Pietro. 



— 363 — 

de' nostri lavori s'avvicini e che alla fine d'agosto potremo 
piegar bagaglio ; ma dico n pare n perchè Ella sa quanto sieno 
eventuali questi pronostici a Vienna. Bacio la mano alla 
Sig/^ Madre; i miei rispetti al Sig/ Zio; abbraccio il Ca- 
valiere e Le chiedo la Santa Benedizione, 



Vienna, 22 luglio 1771. 



Aff.'"" Obbl.^° Ubb."^'' figlio 

Pietro. 



XIV. 
Carissimo Sig/ Padre. 

Sono colla carissima sua del 16. Sarò laconico perchè ho 
poco tempo. Pecci '0 non saprei prevedere cosa sia per essere. 
Non è inverisimile l' insinuazione fatta a Silva (^). Torna a ri- 
nascere il pensiero di dividere il Senato 0) ; e forse a solo 
fine di consolarla. Ella sa come io penso ; anche Rosales (4) 
è uniforme con me ; quello che si potrà prudentemente fare 
si farà. 

Quanto è stato sparso costì sul proposito del contino So- 
maglia (5) è una falsissima diceria, che non ha nemmeno un 
principio di verità. La Clementina è in Vienna ; egli non la 
frequenta, la sua condotta è ragionevole e cauta e gli è stato 
fatto un vero torto colla voce sparsa. La pura verità obbliga 
a prendere la sua difesa e sventare questa favola, che deve 
dare ragionevolmente dispiacere a chi ne è l'innocente vit- 
tima. Lo prego a contribuire a smentirla e a citare la mia as- 
serzione, che ben volontieri lo faccio. 

Mi sono carissime le sue lettere e le nuove, che mi dà. 
Non creda mancanza di premura se sono, mio malgrado, breve. 

(1) In cifra. 

(2) In cifra. 

(3) La frase dividere il Senato in cifra. 

(4) In cifra. 

(5) Dovrebbe essere il contino don Antonio Dati della Somaglia. 



— 364 — 

11 Sig/ conte di Firmian è partito ieri per i contorni di Ol- 
mutz, dove ha una sorella; fra sei giorni ritorna. 

Mentre questa lettera trotterà sulla schiena de' cavalH.... 
tirolesi, gli Augusti Oracoli decideranno di noi, giacche a giorni 
si farà il rapporto di quanto si è immaginato nelle nostre 
conferenze. 

Da Frisi intendo che, oltre le edizioni di Livorno, Na- 
poli e Milano, due altre sono sotto il torchio in Genova ed 
in Venezia (0. Questo mi consola. Dopo la consolazione mas- 
sima di far del bene, l'altra, che v'è nel mondo, si è d'in- 
segnare a farlo; poco ho potuto godere della prima; queste 
edizioni mi fanno lusingare che possa godere dell'altra. 

Bacio la mano alla Sig. Madre. Faccio i miei rispetti al 
Sig.' Zio. Al caro Cavaliere un abbraccio stretto stretto. Spero 
che non avrà avuta a male la mia ultima lettera, perchè i 
principii, che me 1' hanno dettata sono nel mio cuore. Aspetto 
la Santa Benedizione. 

Vienna, 25 luglio 1771. 

Aff."*" Obbl.™° Ubb.^"° figlio 

Pietro. 



XV. 
Carissimo Signor ^adre, 

Trotti scrive a Sperges dandosi per inteso del nuovo 
Piano. Questa è per lo meno un' imprudenza somma e sarebbe 
questa la strada di perdermi. Cautela e silenzio sommo ! Mi 
preme perchè l'autore della lettera latina, della quale ho scritto 
ultimamente, non faccia alcun cenno. 

Ieri e l'altro ebbi un dolor di testa assai incomodo : 
questo m' impedì d' intervenire alle sessioni ; non però m im- 
pedì di essere ieri mattina ai piedi di Cesare a presentargli 
una copia dei mio libro, che è stato accolto con somma cle- 

(1) DeW economia Politica. 



— 365 — 

menza. Oggi ho sessione e appena tempo di scriverle questo 
poco. Faccio i miei soliti doveri a tutti in casa e aspetto 
la Santa Benedizione. 

Vienna. 29 luglio 1771. 

Aff."'" Obbl.'"" Ubb."^° figlio 

Pietro. 

PS. — Ricevo la carissima sua del 20. Vorrei rispon- 
dere, ma appena ho tempo d'accusarla. 



XVI. 

Carissimo Sig/ 'Padre, 

La posta mi trattiene in quest'ordinario le altre lettere ; 
mi lascia però il piacere di leggere la carissima sua del 23 
scaduto. 

Oggi denunzio la mia casa. Il patto era di doverlo fare 
un mese prima dell'uscita. Spero adunque di partire alla fine 
del corrente. Un solo ostacolo può farmi differire di qualche 
settimana ; e sarebbe per fare il servizio di Ciamberlano, come 
lo vuol fare il conte Cristiani. Non sono perfettamente deciso 
se lo farò. 

Gli affari e gli scritti sono nelle Auguste mani ; ne stiamo 
aspettando la risoluzione di ora in ora; e spero che non potrà 
che essere conforme ai progetti fatti. 

La partenza di S. E. il conte di Firmian sarà alla fine 
del corrente ; egli ritornò ieri l'altro dalla Moravia. In questi 
giorni ho avuto conferenze e sessioni mattina, dopo pranzo e 
sera. Non vedo l'ora di vivere più quieto. 

Mi è di consolazione quanto mi scrive sulla fortuna del 
mio libro e singolarmente il giudizio suo proprio. Vorrei saper 
nuova se gli esemplari, che si sono spediti a Parigi, sieno 



— 366 — 

giunti ; ma ciò porterà tempo a sapersi. Capisco che alcune 
verità non dovranno piacere a tutti ; ma, nondimeno, io credo 
di averle toccate senza amarezza e con una ricerca imparziale 
del vero, senza indicare nessun paese o ceto. 

La Camera de' Conti ha fatte, come ben sa, delle osser- 
vazioni sulla mia amministrazione delle Regalie redente. Queste 
in se poco decenti e giuste, sono state registrate costì negli 
appuntamenti della Giunta Governativa delle Finanze. In se- 
guito venuti questi alla Corte, S. A. il Sig. Principe ha voluto 
fare quello, che si sarebbe dovuto previamente far costì; cioè 
ascoltarmi e comunicarmi le osservazioni, lo ho steso un pro- 
memoria, che tende a dimostrare la irregolarità usatasi meco 
e l'errore di conto preso dalla Camera. Questo promemoria 
debb'essere ritornato costì al Sig. Consultore, unito a lettera 
di S. A. Di ciò ne rendo inteso il mio carissimo Sig.' Padre 
acciocché possa indagare, se sono le cose disposte a rendere 
giustizia alla patente verità ovvero se qualche subalterno la 
voglia annebbiare nuovamente. Ho veduti de' fogli di carta 
scritti quasi senza senso in risposta di proposizioni evidenti ; 
questo mi rende inquieto. 

Sylva, Pecci e Cristiani (') saranno egualmente Consul- 
tori e collegialmente radunati vi faranno i decreti di Governo (2). 
Così restano meri subalterni i segretari (3). Questo serva a sola 
privatissima notizia ; così pure la seguente. Probabilmente si 
divideranno le due aule del Senato (4). lo ho parlato su di 
ciò lungamente a Cesare, che vede, sa e intende, ma non 
si (^) vuole avventurare. Stia sicuro che quello, che disse di 
saper tutto, ora sa nulla. 

I miei soliti doveri di rispetto e di cordialità alla Sig. 
Madre e Sig.' Zio. Se il Cavaliere è qui, lo abbraccio e 



(1) In cifra. 

(2) Le parole / decreti di governo in cifra. 

(3) Le parole subalterni i segretari in cifra. 

(4) Le parole si divideranno in cifra. 
(5j Le parole Cesare - si in cifra. 



— 367 — 

COSÌ le sorelle. Sono pieno di stima, di affetto e di riverenza 
per Lei, me lo creda, e mi accordi la Santa Benedizione. 

Vienna, 1 agosto 1771. 

'PS. — Carlo fa i suoi rispetti. Ho veduti i parati nu- 
ziali per la principessa Maria (0. Quattro stanze ripiene. Tutti 
i paramenti della Cappella di Corte nella prima stanza. La 
seconda, biancheria, cuffie, ecc. La terza, vestiti d'ogni sta- 
gione e qualità. La quarta, tavoletta dorata, servizi di caffè, di 
porcellana di Dresda, di Vienna, del Giappone e della China. 
Gli abiti sono quasi tutte stoffe di Vienna. I diamanti sono 
superbi, due fornitù; una, mischiata di grossi rubini. General- 
mente non si lascia vedere, ma il Sig. Cons." Sperges ha ot- 
tenuto da S. M. questa grazia per i Milanesi. 

Aff.*^" Obbl.'^^'^ Ubb.""" figlio 

Pietro. 



XVII. 

Carissimo SigJ T^adre, 

In quest'ordinario non vi è alcuna lettera per me alla 
posta. Il giuoco è assai sincero e limpido. Ieri mattina ho pre- 
sentato al Reale Arciduca il mio libro. Non so esprimere gli 
atti di somma clemenza usatimi. Mi resta da presentarlo alla 
Padrona e poi ho finito l'ufficio di autore. Sin ora non è ri- 
tornato dalle mani Auguste il rapporto delle nostre passate 
conferenze, onde attualmente resta in sospeso ogni determina- 
zione. Credo però che non potrà mancare la sovrana appro- 
vazione alle cose proposte, le quali sono a mio parere oppor- 
tune e ragionevoli. Dovrò fare la settimana per non essere il 
solo italiano, che abbia lasciato di procurarsene l'onore ; ma 
-questa assai m* incomoda, perchè differirà la partenza. 

(i ) Maria Beatrice d' Este, la sposa dell'arciduca Ferdinando. 



— 368 — 

Carlo fa i suoi rispetti. Io faccio lo stesso colla Sig." 
Madre e Sig/ Zio, dando un abbraccio al Cavaliere. 

Abbiamo già l'autunno. Sei o otto giorni appena que- 
st'anno si è veduta la state in Vienna. Aspetto con impa- 
zienza sue nuove e Le chiedo la Santa Benedizione. 

Vienna, 5 agosto 1771. 

Aff."^° Obbl.>^° Ubb."^° aglio 

Pietro. 



XVIII. 
Carissimo Sig/ l^adre. 

Accetti il cuore e il desiderio di scriverle a lungo, se 
la fretta mi obbliga al laconismo. Mi sono giunte carissime le 
sue del 27 e 30 scaduto. Cesare, così volendolo la Madre, 
ha esaminati i nostri Piani. Disapprova tutto ; verisimilmente 
tutto si rifonderà. Addio il Presidente del Commercio! 

Carlo Le bacia la mano. Le faccio i miei doveri in casa 
e Le chiedo la Santa Benedizione. 

Vienna, 8 agosto 1771. 

Aff.""" Obbl."^" Ubb.""" figlio 

Pietro. 



XIX. 

Carissimo Sig/ Padre, 

Dopo vari ordinari, ne' quali faccio supplire a Carlo per 
me, debbo scriverle in breve. Ricevo la carissima sua del 13 
per mezzo dell'amico. Sul proposito del noto affare, che in- 
quietò Carlo (') ed io e lui siamo dello stesso parere con Lei; 
mi fa molto piacere il modo, col quale ha accolta la mia li- 
bertà su di questo punto e realmente me lo meritava, perchè 

(1) L'affare della Brioschi. 



— 369 — 

era unicamente la virtù e la cordialità, che mi movevano. 
Quanto agli affari Beccaria, io sono persuasissimo che il Mar- 
chese è troppo disattento agli affari suoi e bisognerà sempre 
stimolarlo con mezzi giuridici per averne costruzione. 

Non si può dare maggior ingiustizia e indiscrezione di 
quella, che mostrano i civici verso del Vicario. Può egli af- 
fidare alla carta lo stato delle sue cose? Può egli comunicarlo 
in qualunque modo col pericolo, che si diffondono pella città 
le notizie, che forse avrà? Può egli esporsi ad un'accusa di 
riverbero alla Corte di aver parlato bene o male degli affari 
e degli uomini che gli fanno? Io non saprei mai consigliarmi 
altro, se non di servire la patria da buon suddito di S. M., 
di cui gì' interessi sono gli stessi, che quelli dello Stato, di 
lacere frattanto e di condursi come fa con prudenza e giudizio. 
Al ritorno egli nemmeno potrà forse dir tutto ; ma, a quanto 
posso io conoscere, dico che serve lo Stato e la Città essen- 
zialmente e in modo da meritarsi la riconoscenza e la stima 
di ciascuno ; e generalmente qui è in ottimo concetto. Io lo 
conoscevo poco a Milano, ma certamente adesso lo stimo mol- 
tissimo ('). 

Domani S. M. l' Imperatore parte per Pest e ritoinerà 
fra quindici giorni, il viaggio è di ventiquattro ore. Non 
v'è niente di deciso per il destino nostro. Non ho tempo per 
più. I miei rispetti alla Sig.''' Madre e Sig.' Zio. Abbraccio 
il caro Cavaliere e Le chiedo la Santa Benedizione. 

Vienna, 26 agosto 1771. 

PS. — Mi preme quel buon uomo del servitore Dome- 
nico (2) ; non vorrei che fosse mortificato ne afflitto ; lo racco- 
mando a Lei. 

Aff.'"" Obbl.""" Ubb."'" figlio 

Pietro. 



( i ) Questa vigorosa difesa del Rosales corrisponde a quanto Pietro ha scritto 
nella lettera ad Alessandro. 

(2) Cfr. CarL, voi. Ili, p. 20, 35. 

24 



— 370 — 



XX. 

Carissimo SigJ ^adre. 

Siccome intendo dal fratello, che ha già scritto, così mi 
Hmito alla sola scrittura, che esige molto tempo per sollevarlo 
dalla fatica. Non si può ancora sapere qual sarà il destino 
degli affari, tanto in genere che per le persone. Lo scisma 
del Senato è ancora un problema ; Cesare non lo vorrebbe. 
Rosales ha contribuito a questo ; Pecci vuole la divisione. Per 
ogni caso Pietro ha parlato per Lei adducendo l'anzianità e 
la reggenza et caetera. Cesare pensa come un ottimo patrizio; 
ma teme di dare gelosia alla Madre ed opera cautamente. 
Merita di essere adorato. Slima molto e distingue Pietro. Con- 
verrà differire la nostra partenza sino al ritorno di Cesare, che 
sarà alla metà dell'entrante. Non mi fa stupore che costì si 
sappia molto : vi sarà chi tenga al fatto gli Fermieri di tutto. 
Si spargono le nove e poi si getta l'odiosità su quelli, che 
amano il pubblico bene. Così fanno due giuochi : si racco- 
manda il sommo silenzio. 

La prego de' miei soliti rispetti e saluti in casa. Le bacio 
umilmente la mano ed attendendo la sua Paterna Benedizione 
con figliale rispetto sono 

Vienna, 26 agosto 1771 

Di Lei carissimo Signor Padre 
Umil."^° Obbl.'"" ed Ubb.""" figlio 

Carlo. 



— 371 



XXI. 
Carissimo Sig/ 'Paare. 

Ricevo la carissima sua del 20. Ieri fui in conferenza sino 
all'ora di cena. Questa mattina in un congresso, da qui a 
mezz'ora un altro. Si va ultimando ne' dettiagli il Piano fatto, 
e, credo approvato, sebbene la sovrana risoluzione sia tuttavia 
occulta. Probabilmente io resterò come prima, alcune circo- 
stanze mutate. S. M. I. a quest'ora sarà a Pest; dicesi che 
ritornerà per il 14 settembre. Non ho tempo per il più. 

Resto facendo i miei rispetti alla Sig.' Madre e Sig.' Zio 
e chiedendole la Santa Benedizione 



Vienna, 29 agosto 1771. 



Atf.-"" Obbl.™° Ubb.°^° figlio 

Pietro. 



INDICE DEI NOMI DELLE PERSONE 
E DEI LUOGHI. 



Accademia dei Pugni, 60, 277. 

Ala, 345. 

Alembert (d') Perond Giovanni, 2, 
29. 30, 40, 42, 56, 59, 62, 167 
175, 184, 185, 222. 

Alessandrini abate, agente privato del- 
l'isola ai Corsica, 14. 

Alvito (d") V. Trivulzio Gallio, v. 

Altieri Gio. Battista, Gran Priore del- 

rOrdine di Malta, 285. 
Année (L') deux mille qualrecent qua- 

rante. 307. 

Archetti Ccndulmer marchesa Marghe- 
rita, 73. 

Arcimboldi, fidecomesso, 300. 

Archinto monsignor Giovanni, 55, 56. 

Archinto conte D.Lodovico, 151, 255. 

ArcoDati Visconti conte D. Galeazzo, 
questore, 110, 172, 255, 299. 

Arconati de Tiremont marchesa D. En- 
richetta, 98. 

Armida, opera, 283. 

Armonica, 291, 295, 296, 298, 300, 
303. 

Aubert Giuseppe, direttore della stampa 
òeW.Enciclopedia di Livorno, 25, 61, 
81. 98, 105, 108, 110, ni, 120, 
131, 132. 133. 140, 141. 142, 143, 
144, 153. 157, 158, 165, 167. 169, 
175, 186, 202, 228, 232, 358. 

Avicenne, 286. 

Avignone, 113, 



Azpuru monsignore, ambasciatore di 
Spagna in corte di Roma, 280, 287. 

Balbi D, Gaetano, ufficiale della Can- 
celleria del Dipartimento d' Italia a 
Vienna, 347. 

Barbiano di Belgioioso conte D. Albe- 
rico, 265. 

Barbiano di Belgioioso conte (poi prin- 
cipe) D. Antonio, 361. 

Baretti Giuseppe, 315. 

Baumgartner Luigi, 36, 100, 116, 168, 

291, 295. 
Beccaria Bonesana marchese D. Cesare, 

3, 18, 25, 28, 29, 31, 34, 39, 41. 

42, 47, 54, 56.96, 104, 108, 111. 

130. 144, 175. !84, 185, 202. 

256, 277, 297, 324, 326, 349, 

350, 255, 369. 

— Ricerche intorno alla natura dello 

siild, 15, 29, 36, 37. 60. 68, 69. 
76, 91, 103, 111, 119. 120, 143. 
175. 

Belloni. conte. 147. 

Bender. 19. 

Benevento. 20, 1 1 3. 

Bernis, (de) card. Francesco Giocchimo 
de Pierre, ambasciatore del Re Cri- 
stianissimo in coite di Roma, 56, 206. 

Biassono, (Monza), 15. 16. 35, 50, 
233. 239. 

Bicloselsky principe Alessandro. 224. 

Bignon. abate, 217. 



374 



Biaetti (la) ballerina veneziana, 272. 

Biumi d. Giuseppe, 278. 

Boccapadale marchesa Margherita, n. 
marchesa Sparapani Gentili da Ca- 
merino. 90. 91. 189. 199. 230. 
231. 249, 289, 298, 299. 303, 
304, 305. 

Borghese, principe, 235. 

BorlandoUi, agenti della Finanza, 327. 

Bolzano, 345. 

Bossi, marchese, D. Benigno, 60, 75, 
137, 142. 144. 151, 152. 156, 
158, 161. 173. 197. 201. 222,258. 

Borromeo conte D. Antonio, cava- 
liere di Malta, 207. 

Bouillon (de) Jornal. 282. 

Braganza, duca (di), 205, 206. 

Brambilla Gio. Alessandro, chirurgo 
imperiale, 247. 233. 

Brixen. 345. 

Brunswik, principe (di). 300. 

Buffon (di) conte G. L. Leder, 184. 

Cajfè (.7), giornale, 44, 69. 176, 277. 

Calcio (del) giuoco, 63. 

Calderari (festa di casa), 135. 141. 

Candiani conte Giuseppe. 136, 141. 
148. 170. 

Carburi conte Giambattista. 42. 43. 

Carli conte Gianrinaldo, presidente del 
R. Supremo Consiglio d' Economia, 
34, 54, 79, 107, HO, 234. 251, 
256. 264. 270, 338. 

Carpani marchesa D. Francesco, 79, 
144, 256, 315, 326. 

Casanova Gio. Alvise, 224, 225. 

Casati D. Agostino. 210 

Castelli abate D. Giuliano R. D. Se- 
gretario della Cancelleria Segreta, 
IO, 318, 330, 339, 347. 

Casliglioni marchese D. Gerolamo, Que- 
store. 147, 151, 172. 

Cattaneo Olivieri Pietro, corriere mi- 
lanese, 19. 97. 99. 108. 111. 113. 
179. 185. 345. 

Cauzzi, consigliere, 256. 

Cerda (della) Spinola Bonaventura da 
Cordova, card, di S. Chiesa, arci- 
vescovo di Nco Cesarea, patriarca 
delle Indie Occidentali, 281. 



Chàlelet (madame de), 187. 

Chinetti Giovanni, chincagliere milanese, 
36, 100. 116. 168. 291, 296. 

Choiseul (di) duca. 116, 229. 

Chigi, monsignor, 6. 

Cicerone, 322. 

CoUoredo (di) conte, 351. 

Colloredo (di) principe Rodolfo, vice- 
cancelliere dell' Impero, 348. 

Concezione (Ordine della SS.), 246, 
281, 285. 

Gonfalonieri conte D. Eugenio, 279. 

Gonfalonieri Bigli contessa D. Anna, 98. 

Condè (di) principe, 137, 140, 145. 

Condillac (de) abate Stefano Bounot, 38. 

Condorset (de) marchese Giovannanto- 
nio Nicolò de Caritat, 134, 142, 
185, 226. 

Coena Tìomini, bolla, 173. 

Corbella, fabbricatore di carozze mila- 
nese, 345. 

Corsica, Corsi, 14, 22, 40, 87. 
Corsini principe. 235. 

Corte D. Ilario. R. D. Segretario della 
Cancelleria Segreta. 416. 317. 

Crevenna D. Antonio, Intendente di 
Finanza a Como, 256. 

Cristiani conte D. Luigi, 52, 53, 107, 
no. 134. 162. 175. 177. 182. 
187. 188. 243. 244. 255. 256. 
257. 258. 318, 321. 324. 330. 
331. 332, 334, 337, 338. 339. 
342, 346, 347, 359, 365, 366. 

Crivelli conte D. Stefano Gaetano, pre- 
sidente del Magistrato Camerale, 1 1 0, 
134, 256, 351. 

Crivelli contessa D. Marianna, n. Col- 
loredo, 98. 

Dacier Anna, 213. 

Damiani D. Francesco, Consigliere del 
R. Supremo Consiglio d'Economia, 
107, 144, 172. 

Daverio mons. D. Michele, R. Eco- 
nomy Generale, IO, 

De Colla marchese D. Saverio, R. Du- 
cal Segretario, 289. 

Delfini ballerina, 272. 

Democrito, 44. 



— 375 



Del Turco abate Giovanni, 92. 

Delitti e Pene (dei), 59. 91, 114, 
175. 185. 

Desenzano, 345. 

Diderot Dionigi. 175, 185. 290, 295. 

Domenico servo d" Alessandro poi di 

Pietro Verri. 3ó9. 

Elvezio, V. Helvétius. 

Enciclopedia Enciclopedisti, 26, 56, 
81. 88. 96, 105, 118, 133, 135, 
150, 167, 169, 173, 186, 193, 
198. 238, 291, 358. 

EnriaJe, 1 56. 

Erba marchese D. Luigi, 361. 

Erba monsignor Benedetto, 55, 67, 
70. 108. 

Erba Odescalchi D. Vittoria n. Cor- 
sini, duchessa di Bracciano, 142. 

Este (d) principessa Maria Ricciarda 
Beatrice, promessa sposa di S. A. R. 
l'arciduca Ferdinando n. principe di 
Ungheria, ecc., 98, 252, 261,367. 

Este (d') Francesco Maria III, duca 
di Modena, Amministratore del Go- 
verno e Capitano Generale della 
Lombardia Austriaca, 96, 98, 1 1 0, 
134, 135. 137, |44, 146, 252, 
255, 266, 272, 279, 286. 

(jjprfV des Lois, 248. 

Esterhazy Lunati Visconti principessa 
Marianna, 348. 

Eslralto della L.'^lteralura Europea, 7. 

Falkland, isole. 40. 

Fedeli conte D. Giulio, 30, 43, 65, 
73. 99. 

Ferdinando Maria Infante di Spagna, 
duca di Parma. Piacenza e Gua- 
•talla. 83. 

Ferdinando arciduca d'Austria, 55, 96, 
98, 115, 146, 154, 157, 166, 197, 
238, 243, 245. 249, 255, 257, 
259, 268, 275, 279, 283, 286. 
321, 346, 350. 352. 

Ferdinando IV re di Napoli, 81, 82, 
83, 87, 101. 271. 

Fcroleto (di) principessa, 27 1 , 276, 282, 
Fioretti, libraio, 2. 

Firenze : 

— Novelle del mondo, foglio di Fi- 
renze, 197. 



Firmian (di) conte Carlo Gottardo, Ge- 
nerale Sovraintendente delle R. Poste 
in Italia, vice-governatore de' ducati 
di Mantova, Sabbioaeta, ecc , Mi- 
nistro plenipotenziario presso il Go- 
verno della Lombardia austriaca, 1, 
9, no, 115, 118, 119, 122, 131. 
134. 137. 146. 162. 166. 169. 
172, 177, 182. 200, 316, 317. 
318, 319, 320, 321, 323, 324. 
334, 335. 337, 339, 340, 341. 
345, 348, 357, 358. 362. 364. 365. 

Fogl.azzi. ballerina, 295. 

Fogliazzi. abate, oratore sacro. 1 54. 

Fraganeschi marchese D. Giambattista, 
oratore per Cremona. 79, 329, 330. 
331. 334. 335, 338, 347. 

Francavilla (di) principessa, 82. 

Franklin Beniamino, 291, 295. 

Franza Giorgio, storico greco, 103. 

Frisi abate Paolo, lettore delle mate- 
matiche nelle Palatine di Milano e 
R. Revisore delle stampe, 29, 42, 
51, 52, 76, 77, 79, 90, 121. 123. 
134. 137. 138, 142, 144, 153, 
156. 169. 175. 184, 199, 203, 
277, 282, 286, 287. 

Frusta letteraria, 315. 

F'uentes D. Remigio, R. D. Segretario 
della Cancelleria Segreta, 279. 

Galiari o Galiori, botanici, 21. 

Gallitzin (di) principe, 13. 

Gallen (di) baroni, 292, 296. 298. 

Gatti Angelo, medico inoculatore, 287, 

Gazzetta letleraiia, 28. 

Genova (di) ministro a Vienna, 338. 

Genovesi abate Antonio, 75, 80. 

Gentili, biblioteca. 104. 

Gentili Antonio Saverio, cardinale di 

S. R. C. 104. 
Gentili marchesa Margherita, v. Boc- 

capadule. 
Gessate, 86, 89. 
Gesù (di) Sacro Cuore, culto, 204. 

Ghelfì Giorgio, impiegato nella Ferma, 
scrivano di Pietro Verri, autore della 
Lanlerrìa curiosa, 100, 132, 142, 

199, 200, 208, 211, 233, 238, 
245. 305. 



376 



Giggeo Antonio, orientalista, dottore 
della Biblioteca Ambrosiana, 1 79. 

Giornale ^nciclopìdico, 267, 278. 

Giuseppe li di Lorena, imperatore dei 
Romani, 172, 231, 242, 243, 244, 
275, 284. 287, 317. 329. 331, 3^3, 
334. 335, 337, 338. 339. 340, 348, 
364, 366, 367, 369, 370. 

Giusti cav. D. Pietro, adde'.to all'Am- 
basciatore Cesareo a Madrid, 256, 
316, 347, 349, 355. 

Giustiniani principe D. Benedetto, 290. 

Glocester (di) duca, 300, 310. 

Gerani conte D. Cesare, 1 27. 

Gerani D. Giuseppe, 114, 125, 126. 

Grazioli, 355. 

Greppi Antonio, fermiere, 107, 110, 
117. 172, 251, 257, 317, 318, 323, 
327, 358. 

Guasco conte abate Ottaviano. 97. 

Guasco, conte, 118, 121. 

Gustavo III, re di Svezia, 227. 

Harrac (di) conte Ferdinando Bona- 
ventura, 346. 

Hasse Gio. Adolfo, detto il Sassone, 
musicista, 252. 

Helvétius Claudio Adriano, 27, 175, 
185. 

Holbac (d) barone Paul Thyry, 26, 
175. 

— Ls Sysleme de la Nature, 26. 30. 

Hume Davide, 46, 234. 

Huss Giovanni. 60. 

Iliade. 160. 193. 213. 258. 267. 268. 

Imbonati conte D. Giovanni, 67. 

Inghilterra (d) parlamento, 46. 47. 

Isimbardi D. Maddalena n. Beccaria 
Bonesana. 14. 72. 78, 82, 83, 86. 
89, 124, 126. 129, 138, 189, 191, 
192. 196, 197. 198, 201, 245, 
294, 350. 

Isimbardi marchesa D. Margherita n. 
Croce, 124. 

Jacquier P. Francesco de' Minimi, 20, 
28, 68. 76. 138. 186, 193, 224. 
233, 299. 300, 303. 

Kaunitz-Rittberg (di) principe Vence- 
slao Antonio. Gran Cancelliere di 
Corte e Stato per gli affari esteri 
delle Fiandre e d'Italia. 30. 119. 



169. 172, 177. 182, 205. 2()S, 211. 
212, 218, 315, 316. 317. 318. 320. 
322. 323, 324. 325, 330. 331. 333, 
335. 336, 339. 346, 348, 357. 358. 
366. 

Kaunitz-Rittberg (di) conte Ernesto 
Domenico, ambasciatore cesareo alla 
corte di Napoli, 181, 206, 207. 
214, 237. 

Kemter Adriano, 7. 137. 

Keralho. 185. 

Kevenhiiller (di) conte Sigismondo, 262, 
279, 295, 351. 

Kock generale, 5, 23, 101. 

Lambertenghi D. Luigi, detto sempre 
« Luisino », 8, 21, 30, 43, 56. 60, 
62. 64, 75, 73, 78, 94, 99. 118. 
119, 131, 144, 162, 177. 218. 
238, 251, 254, 257, 267, 292. 
305, 320, 324, 327, 340. 

Lambertenghi P. Antonio, 17. 

Landen, 172. 

Lante della Rovere principe D. Luigi, 
163, 186, 213, 270, 284, 306. 

Lante della Rovere, duca, 271. 

Lante della Rovere card. Federico 
Marcello, 14. 

Laugier Alessandro Lodovico, medico 
di Corte a Vienna e 1. R. Consi- 
gliere. 218, 231, 236. 

Lecchi D. Giacomo, 36, 43, 1 1 3, 

Le Pie Carlo ballerino, 272. 

Lescur P. Tommaso, de' Minimi, 20. 

Litta famiglia, 274. 

Lloyd Henry Humphrey Evans, ge- 
nerale inglese, 65, 286, 291. 

Lobkowitz (di) principe, 1 57, 256/264. 

Locke Giovanni, 7 1 . 

Lomellini marchese Agostino di Ge- 
nova, 203. 

Longo marchese canonico D. Alfonso, 9. 

Longo avvocato, 270, 271, 289, 292, 
296. 

Lopez abate D. Raffaele, 82. 

Lof tinger (di) barone Stefano, 1 10, 
119, 134, 144, 172, 177,182, 187, 
257, 299, 318, 321, 322, 324, 334, 
337, 339, 342, 347, 359. 

Luciano, 259, 285. 

Luini P. Francesco, 1 38. 



— 377 



Luxenbuig, 350, 352. 

Maccabruni abate, 209. 

Maffei Scipione, 289. 

Mainoni P. Fedele, barnabita, 111, 112. 

Maino (del) marchese D. Gaspare, 361. 

Malaspina della Bastia marchesa Anna 

Maria, Gran Dama di Palazzo della 

Duchessa di Parma, 228. 
Malta (di) Sacra Religione, 84, 92, 

93, 95, 150, 208. 

— Gran Priore di Lombardia e Ve- 
nezia, V. Altieri. 

Mantova (Accademia di), 22. 

Manunzio Aldo, 45. 

Marchisio abate Giuseppe, 223. 

Marefoschi Compagnoni cardinale Ma- 
rio, 108, 112. 

Maria Amalia duchessa di Parma, Ar- 
c'duchessa di Austria, 115. 

Maria Teresa, regina d' Ungheria e 
Boemia, Arciduchessa d'Austria, ecc., 
Imperatrice vedova di Francesco I 
di Lorena, 23, 57, 148, 172, 173, 
279, 322, 323, 324, 329, 333, 334. 
337, 339, 340. 347, 355, 367. 

Marliani conte D. Luigi, 172, 361. 

Marmontel Giovanni Francesco, 175, 
185. 

Mazzucchelli, 3, 29, 96, 166, 175, 
186. 

MeUerio Giacomo, fermiere, 107, 110, 
247, 256. 341. 

Melon Giovanni Enrico , Segretario 
d'ambasciata in Roma, v 6, 88, 102. 

Melzi principessa Renata n. d'Harrach, 
moglie morganatica di Francesco III 
duca di Modena, 98. 

Melzi P. Carlo, 259. 

Merope tragedia, 289. 

Metastasio Pietro, 57, 58, 252, 290. 

Milano, milanesi, 101, 105. 141, 228, 

339, 367. 
Palazzi pubblici e privati : 

— Corte (di) o Ducale, 5. 

— Clerici, 154. 

— Durini, 154. 

— Lambertenghi, 1 54. 
Chiese : 

— Duomo, 35, 49, 97, 99, 105, 108. 



Collegi, accademie, conosnti, bibliol. : 

— Accademia dei Pugni, 60, 277. 

— Ambrosiana biblioteca, 158. 

— Firmian biblioteca, 2, 27. 

— Salesiane (delle) collegio, 112, 134, 
142, 144. 

— S. A.mbrogio banco, 94. 
Milano : 

— Cioccolalta, 66, 75. 

— Feste nuziali, 252, 254, 257, 259, 
261. 262, 263, 264, 266, 267, 268, 
269, 270, 271, 272, 273, 282. 

— Ferme, fermieri, 55, 83, 86, 88, 
89. 94, 96, 102. 106. 107, 117, 
119, 221, 254,293, 295,297,299, 
317, 318, 319, 320. 326,330,332, 

334, 341, 371. 

— Finanza, 94, 101, 298, 326. 

— Monte Civico, 94. 

— Regalie. 316, 318, 328, 332, 

335. 365. 

— Regalia Milani 225, 

— Senato. 265. 266, 293. 298, 299. 

338, 339, 351, 359. 363, 366, 370. 

— Stracchini. 83, 86, 90. 99, 102. 

Molière, 84. 

Molinari marchese D. Antonio, 110, 
256. 299, 323. 324, 325. 326, 
330, 331. 332. 333, 335, 336. 

339, 340, 359. 

Molini Pietro, libraio a Londra, 120, 

132. 
Montani barone D. Domenico, 107, 

256. 
Montesqueiu (de) Carlo de Secondat, 

251. 
Montigny (de) Trudaine Giov. Cario 

Filiberto, 175. 185. 
Morellet abate Andrea, 71, 87, 175, 

185, 303, 306, 309. 
Moscovia, moscoviti v. Russia, Russi. 
Mozzi cavaliere, 287. 
Muttoni Visconti D. Filippo, senatore, 

315. 
Nantes. 137. 140, 145. 

Nausica, 151. 

Negri dottore, 352. 

Newton Isacco, 58. 

Noverre Giovanni Giorgio, 272, 275. 

287. 
Odazzi Troiano. 80. 149, 153, 185. 
Odescalchi D. Marco, intendente di 

Finanza a Cremona, 256. 



J/O 



Odssea, 161. 
Olmuiz, 364. 
Omero, 92. 151. 156, 157, 160, 162, 

165, 168, 193, 213. 
Ordini Cavallereschi : 

— Concezione (della), 246, 281, 285. 

— Malta (di) V. Malta. 
Ordini Religiosi : 

— Certosini, 76, 78. 

— Gesuiti. 82, 151. 152, 153. 184, 
194, 201, 205, 240, 241, 243, 
246, 259, 281, 285. 

Orfeo, opera, 283. 

Orlof conte Alessio, 355. 

Ornago (Vimercate), 297. 

Orrigoni marchese D. Roberto, 226, 

355. 
Otlolini D. Alessandro, questore poi 

senatore, 255. 
Ovidio, 38. 

Paar (di) principe, 262. 
Paar (di) principessa, Grande Maitresse 

dell'imperatrice Maria Teresa, 351. 
Paceco conte D. Pietro, 255. 
Paciaudi P. Paolo Maria, bibliotecario 

del duca di Parma, 228. 
Palafox (de) Giovanni vescovo d'Osma, 

240, 243. 
Palermo, 2. 
Paoli (de) Pasquale, generale corso, 1 4, 

233. 
Parigi, 101. 159. 

— (di) parlamento, 1 38, 
Parini abate Giuseppe, 252. 
Pasquali, stampatore veneziano, 234. 
Pasquino, 1 15. 

Patellani conte D. Carlo, 355, 
Pavia : 

— certosini, 76, 78. 

Pecci cav. D. Nicola, senatore, 10, 110, 
135, 177, 182. 187, 243, 255, 318, 
321, 322, 324, 325, 330, 332, 334, 
336, 337, 338, 342, 346, 359, 361, 
363, 366, 370. 

Pellegrini D. Antonio, questore e con- 
sigliere nel Supr. Cons. d'Economia, 
107. 256, 

Pertusati conte D. Carlo, 256. 

Pertusati conte D. Luca, 151. 256. 



Pembroke (di) conte, lord Herbert Hen- 
ry, 233. 
Pest. 369. 371. 

Pietro Leopoldo, arciduca d' Austria, 
granduca di Toscana, 56, 147, 149, 
150, 228. 
Pisa : 

— Giornale de' Letterati, 297, 303. 
Polonia, 157. 
Porta, padre, domenicano, orientalista, 

176. 
Porta (della) conti, 60. 
Pozzi P. Cesareo Ginseppe, olivetano, 
matematico, 237, 239, 242. 246. 
252, 259, 281, 284, 286, 288, 
305, 308, 
Pozzobonelli marchese D. Giuseppe, 
card, di S. C. e arcivescovo di Mi- 
lano, 55. 70, 125, 295. 
Quesnay Francesco, 86. 
Radenaschi marchese D. Ermes, 79. 
Radicati conte. 203, 212. 
Reycend librai, 1 . 
Rezzonico D. Abbondio, senatore di 

Roma, 48. 
Riccardi, disegnatore di costumi raila- 

lanesi. 113, 125. 
Rivière (Le Mercier de) Gioachino Eln- 

rico, 86. 
Rogendorf, 144, 256, 349. 
Roma, romani, 21, 22, 80, 87, 101, 

122, 135, 181, 235, 338. 260. 
Biblioteche, Collegi : 

— Biblioteca Macchiavello-Corsini, 104. 

— Biblioteca Vaticana, 1 04. 

— Biblioteca di Propaganda, 1 04. 

— Collegio Nazzareno, 1 78. 

— Seminario Romano, 201. 

Roma (di) geranei, 19, 21 , 39, 69, 1 13. 

— Incettatori di generi alimentari, 235. 

— Intemperie, 39, 115. 

— Toro (caccia al), 20. 

Rosales (de) Ordogno marchese D. Mat- 
teo, vicario di Provvisione, 329, 330, 
333, 334, 335, 338, 347, 357.. 
369, 370. 

Rossi padre, 305. 

Rosemberg (di) Orsini conte Francesco, 
uomo di fiducia di Maria Teresa 
presso Pietro Leopoldo granduca di 
Toscana, 172. 



379 — 



Rousseau Gian Giacomo, 308. 
Rotigni Rocco, f criniere, 125. 
Rovedino Carlo, parrucchiere milanese, 

8, 64, 132. 
Ruggiero e Bradamante, cantata, 252, 

263. 
Russia e Russi, 18, 97, 146, 148, 149, 

156. 157, 158, 194, 226, 355. 

Saladini commendator, 200. 

Saxen Gotha (di) principe, 282, 299, 
303. 309, 310. 

Scorza D Baldassare, segretario della 
Ferma, 125. 

Scotti già Gailarati conte D. Giambat- 
tista, 279. 

Schouwalof (di) conte Andrea Ivanof, 
generale russo, 163. 

Schreck consigliere, 107, 256. 

Secchi Commeno conte D. Pietro, 1 IO, 
231, 256, 299. 

Serafini, abate, 324. 

Serbelìoni conte D. Giambattista, ma- 
resciallo dell' esercito austriaco, con- 
sigliere di Stato, ecc., 143, 144, 265. 

Sforza Cesarini duca Gaetano, 1 86. 

Sibillone, 37. 

Silva (della) y Rido D. Paolo, 355, 

366, 367. 

Simonetta contessa D. Teresa n. di 
Castelbarco, moglie morganatica di 
Francesco lil duca di Modena, 98. 

Sisto IV, 201. 

Sola conte D. Cristoforo, 120. 

Solis (de) Folch de Cardona Francesco, 
card, di S. C, arcivescovo di Sivi- 
glia, 281. 

Somaglia (della) Dati conti D. Anto- 
nio, 257, 355. 

Soramariva D. Giuseppe, cav. di Malta. 
361. 

5op/!C7Jisie tragedia, 35, 72, 143, 157. 

Soresinaf (de) Giovan '. agente del Di- 
partimento d'Italia a Vienna, 347. 

Spagna (d;) ambasciatore, 338, 

Sparapani marchesa D. Costanza n. 
Giori, 15, 31, 49. 50, 104, 162, 
200, 206, 214. 

Sperges (di) Palenz e Reisdorf barone 
Giuseppe, 12. 65, 66, 118, 180, 



209.218.23!. 267. 316, 317. 320. 
523. 324, 325, 330, 335, 336, 339, 
340. 347, 348, 364, 367. 
Spinola marchese Alessandro Luciano, 

301. 302. 
Stai monsignor Benedetto. 69. 
Stampa dottor. 136. 139, 141, 143, 

145, 147, 148, 170. 
Stradella, 14, 224, 229, 233, 294, 

298, 299. 
Suard Giambattista Antonio. 28. 30, 

309. 
Sally (de) duca Massimiliano di Béthu- 

ne. 325. 
Susa (di) bombardamento, 198. 
Swieten (van) barone Gerardo, 245. 
Tacito, 75. 
Tanucci marchese Bernardo, ministro 

del regno di Napoli. 223. 
Tarocca conte. 174, 212. 
Tasso Torquato, 151. 
Taverna fratelli, 262. 
Taylor lohn, oculisla inglese, 85, 88. 
Testone Francesco, corriere milanese. 

54, 68, 74. 
Thomas, 185. 

Tillot (du) Guglielmo marchese di Fe- 
lino, 223, 228, 229. 
Tiziano, sarto teatrale milanese, 1 1 3. 
Torino, 101. 
Tour (de la) D. Pietro. 107, 256. 298, 

349. 355. 
Trivulzio Gallio principe Antonio Tol- 

m.eo. duca d'Alvito. 270, 296. 
Trivulzio Pertusat! marchesa D. Paola, 

120. 
Trogher, segretario, 330. 
Trotti conte D. Luigi, R. Delegato 

presso la Congregazione dello Stato, 

311. 326, 352, 355. 
Trudaine : v. Monligny, 
Tunisi, 12. 

Turchia, turchi, 13. 18, 149, 137, 167. 
Vanvitelli Luigi, architetto, 96, 105. • 
Varon, 175. 

Vartensleven (di) conte, 296, 303. 
Vasquex Kokorzova contessa Marianna, 

Maggiordoma dell'imperatrice Maria 

Teresa, 351. 



— 380 



Vauxelles (de) abate Simone Gerolamo 
Bourlet. 28. 

Velluti dottor. 347, 256. 

Venezia, 48. 

Venini Pietro fermiere, 106. 

Venini padre somasco, professore di ma- 
tematica nell Università di Parma, 3. 

Verga Antonio ginreconsulto, 356. 

Verga Carlo, parrucchiere di Pietro 
Verri, 102. 

Veri (de) monsignor Carlo, auditore di 
Rota per la Francia in Roma, 163, 
203, 222. 

Vernese Luigi Antonio, segretario di 
Leg^.zione presso il ministro plenipo- 
tenziario del Portogallo, 210. 

Vernazza sac. D. Raffaele, 64, 103. 

Verri conte D. Pietro, 109, 324. 

— Meditazioni sull'economia politica, 
229. 

— Meditazioni sulla felicità. 4, 46, 

74. 75. 77, 89, 90, 96. 98, 123, 
140, 147, 166. 173, 185. 186, 
192, 193. 202. 204. 208. 212, 
216, 217, 222. 226. 236. 250, 
264. 265, 267, 271, 297. 305. 

— Riflessioni sulle leggi Vincolanti 
principalmente il commercio dei gra- 
ni. 18. 24, 32. 33. 

Verri D. Alessandro D. C. : 

— Storia d'Italia, 63, 65. 

Verri nions. Antonio. Primicerio mag- 
giore del Duomo. 108, 200, 209, 
300 309. 346. 347, 348. 349. 
d52. 353. 354. 356 558. 360, 
363. 364, 366, 367, 369, 

Verri mons. Carlo : v. Veri (de). 

Verri contessa D. Barbara n. Dati 
della Somaglia. 187. 346, 347, 348, 
349. 352, 353, 354. 356, 358, 
360, 363, 364, 366, 367, 369. 



Verr; D. Carlo (dato « l'Abale .>, n, 
27, 33, 34, 50, 57, 58, 65, 72. 
79, 80. 85, 92, 93. 95. 105, 162, 
174, 182, 188, 192, 197, 200 
212. 216, 218. 230. 251, 308, 
346, 347, 348, 349, 356, 360, 
361, 362, 366. 

Verri conte D. Gabrieie D. C. sena- 
tore Reggente, 183. 188, 190, 197. 
200, 209. 224. 229. 300. 309, 
348. 

Verri D. Giovanni Pietro cavaliere di 
Malta (detto « il Cavaliere ■), 12, 
44. 50, 57. 92, 143. 145 149, 
155. 161, 172, 171, 174. 176, 
179, 182. 194, 195. 197, 198, 
200, 204. 207, 209. 214, 215, 
219. 219. 220, 221. 222 224, 
226. 227, 229, 232, 233, 239, 
246. 248. 250. 252. 253, 270. 
285. 294, 299. 302, 364, 369. 

Verri Pietro Antonio, 300. 

Verulamio (da) Bacone, 94. 

Vico Giambattista, 160, 161. 

Vienna : 

— Collegio Teresiano, 333. 
Vimercate (da) De Capitani D. Au- 

rioledo. 262. 

Virgilio, 38. 151. 

Vismara abate D. Gaetano, 125. 

Voltaire (de) Aronet, 10. 26. 29, 30, 
35.42. 59. 91, 97, 143. 157. 165, 
167. 186, 233, 267, 282, 291. 308. 

— Questions sur l' Enciclopédie, 10, 
72, 83, 156. 233. 

Walpole Lady, 287. 

Wilczek (di) conte Giuseppe Giovanni, 

107. 172. 
Wilzek : V. Wilczek. 
Zaira tragedia. 295. 
Zimer Gio. Giorgio foriere di Corte, 

299. 



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